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La Cina è Vicina… o l’Occidente è Vicino alla Cina?

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June 15th, 2012 by Leonardo

587 Views - Segnala questo Articolo/Pagina

di Leonardo, IHC

 

È uscito “Red Capitalism. The Fragile Financial Foundation of China’s Extraordinary Rise” di C.E. Walter e F.J.T Howie, recensito da Onado sulla “Domenica” del Sole24Ore.

Tale libro tratta delle caratteristiche del sistema finanziario cinese, e ne rintraccia una serie di debolezze che adesso si fanno stringenti e possono far franare questo colosso economico. Può essere molto interessante.

Quello che mi ha colpito (nella recensione) è l’identificazione dei fattori di debolezza e la formulazione conclusiva: “manca il mercato”.

 

Perché si conclude che nel mondo finanziario cinese “manca il mercato”? Perché ci sono tutta una serie di fattori che non hanno niente a che vedere con il “mercato” e quindi neppure con il capitalismo; li elenco.

-         i tassi di interesse (in specie sull’obbligazionario) sono controllati politicamente

-         la Banca Centrale dipende dal Governo (da cui anche il problema sui tassi)

-         le banche concedono credito in base a direttive centrali

-         il credito è dominato da istituzioni locali

 

Su questo si innestano altri problemi:

-         le banche sono fragili per l’eccesso di credito concesso

-         la concentrazione del credito nell’immobiliare è enorme (20% delle attività bancarie)

 

L’uomo della strada potrebbe dire “eh sì, son messi male”; l’uomo della strada con qualche nozione di austrismo (cioè un qualsiasi sciampista per cani che ogni tanto legge questo sito) potrebbe invece dire “ah ah ah, invece l’occidente…”. Già, perché questi sono gli stessi problemi del sistema finanziario occidentale: la Banca Centrale è operativamente ma non strategicamente né finanziariamente indipendente (dimostrato più volte su IHC per la BCE ma vale per qualsiasi Banca Centrale); la Banca Centrale fissa arbitrariamente un tasso da cui dipende tutta la struttura dei rendimenti; Banca Centrale e altri enti intervengono sul mercato con liquidità o acquisti diretti per calmierare (cioè dirigere) questo o quel tasso; le banche commerciali risentono di direttive creditizie e dei sistemi di incentivi settoriali; il nazionalismo bancario è ancora forte; è stato concesso credito crescente in passato e una quota sempre crescente va a incaglio o sofferenza; l’immobiliare è il settore che il credito ha battuto di più (e in alcuni paesi è manifestamente al centro della crisi). Come si dice dalle mie parti “cencio dice male di straccio”.

 

Torniamo alla situazione cinese. La situazione della finanza cinese rende altamente pericolosa l’apertura del mercato ad una seria concorrenza internazionale; per gli autori del libro, è pure impossibile che lo Yuan possa venir lasciato fluttuare liberamente proprio per i rischi che questo comporterebbe per l’esposizione di questo fragile sistema finanziario (ma il cambio con lo Yen si sta muovendo verso la libera fluttuazione, il che rende la questione discutibile).

Molto interessanti sono le considerazioni attorno alla necessità di mantenere alto il tasso di risparmio privato in modo da assicurare l’esistenza di una provvista per le banche, il che preclude che si possa stimolare molto il consumo privato. Evidentemente ci si aspetta la consapevolezza del Governo che sostituire la provvista privata con moneta ex nihilo della Banca Centrale, permettendo quindi la crescita del consumo interno, in realtà avrebbe conseguenze, sia sul livello dei prezzi che in termini reali, che annullerebbero i maggiori consumi privati. Ecco, in Occidente si è invece presa proprio la strada della depressione del risparmio, forse solo questo punto potrebbe veramente segnare la differenza tra i due sistemi bancari.

Mi sembra che le vie non inflazionistiche cinesi siano solo la rinuncia allo sviluppo accelerato del mercato domestico (quindi il mantenimento di alti tassi di risparmio) o una capacità continua di attrazione di capitali esteri, che comunque dipende da forme di allentamento del controllo statale.

 

È veramente difficile avere un capitalismo a metà, perché la metà non capitalista nel tempo crea condizioni che possono venir affrontate solo violando il capitalismo, in specie negando l’esistenza di un mercato, e che in un contesto pienamente capitalista comporterebbero vere e proprie rivoluzioni sia nella struttura delle relazioni di mercato che negli assetti di potere; se non si hanno strutture di potere da difendere, si può rischiare, altrimenti il mercato va frenato.

La situazione cinese parrebbe dover tendere a una forma di autarchia finanziaria particolarmente accentuata, cioè non limitata al finanziamento dello Stato – come qualcuno suggerisce – ma estesa al finanziamento del settore privato. Sempre che il necessario freno ai consumi privati non causi prima problemi sociali (come mi aspetterei), tale stato autarchico comporterà certamente un freno alla crescita economica.

 

Le rutilanti performance cinesi che conosciamo derivano da un concorso di inflazionismo e spesa pazza a debito dell’occidente, dall’improvvisa apertura al commercio internazionale con partner debilitati da anni di protezionismo commerciale e industriale (vedi l’Italia), più in generale da una fenomeno detto “catching up with the Joneses” (“raggiungere i Jones”: partendo da molto in basso rispetto agli altri, almeno le prime fasi di una rincorsa vedranno salti particolarmente grandi).

In sostanza la Cina ha vissuto una combinazione di importanti shock produttivi, che hanno permesso avanzamenti a prescindere dal tipo di organizzazione – politica e economica – sottostante; ma uno shock per natura ha un momento in cui si esaurisce e diventa necessaria una spinta produttiva – creativa e innovatrice – che un apparato centralizzato non può realizzare (Hayek docet), e qui viene la scelta tra la via socialista che forza le condizioni operative estromettendo le forze di mercato e la via liberale che rischia la stabilità dello schema di potere pur di far emergere le vere potenzialità.

Sul piano finanziario la distanza tra il mondo cinese e quello occidentale è ben più di grado che di sostanza (e a volte non c’è proprio differenza). In occidente sia in termini di opinione pubblica che di provvedimenti concreti ci si muove sempre più dentro il socialismo; in Cina stanno arrivando a dover decidere se spingere sulla vecchia via socialista o sorprendere il mondo.

 

Onado dice “del capitalismo [in Cina] c’è tutto tranne un piccolo particolare: il mercato”. La frase funziona anche con Europa al posto di Cina. Pensateci.

 

Spediscilo ad un amico in PDF www.pdf24.org
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4 Responses to “La Cina è Vicina... o l'Occidente è Vicino alla Cina?”

  1. 1

    biagio muscatello Says

    Sì, la Cina è vicina. Se non vi fossero i costi comparati - che sono tanta roba! - saremmo quasi sulla stessa barca…

  2. 2

    Leonardo, IHC Says

    intendevi vantaggi comparati?

  3. 3

    andrea Says

    Difficile che le democrazie liberali si facciano guerra tra loro.
    Non improbabile, invece, che paesi socialisti se la facciano.
    C’è chi dice che tra l’America softsocialista di Obama e la Cina hardsocialista di Hu Jintao sia già in corso una nuova guerra fredda per la sopravvivenza energetica.
    Ed anche le relazioni tra Obama e la UE “non si sentono troppo bene”.

  4. 4

    biagio muscatello Says

    Sì, Leonardo, intendevo i vantaggi comparati (il retro della medaglia dei costi)…

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