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Un bel mattino soleggiato di fine novembre, il ragionier Leonardo decise di uscire a far colazione. La gradevolezza di quel sole gli fece pensare alla fortuna di vivere nella sua Italia, facendogli dimenticare per un attimo le decine di migliaia di euro di debito pubblico pro-capite, di cui egli spesso non realizzava il senso, ma che sentiva gravare sulle sue spalle ogni volta che pensava al suo Paese. “Ma tutto si risolverà” si disse, rinfrancato dallo splendore di quel mattino, e prima di recarsi al bar ebbe perfino l’ardire di comprarsi due quotidiani. Il ragionier Leonardo si mise con calma a scorrere le notizie sorseggiando un cappuccino, e fu allora che lesse la migliore delle notizie: la somma di debito pubblico e privato italiani arriva al 135%, allineata a quella della Germania e ben inferiore a quelle di Gran Bretagna (150%) e USA (170%)! Incredulo controllò anche sull’altro giornale, dove lesse che il virtuosismo italiano avrebbe salvato la sua Patria dal crac mondiale! Il ragionier Leonardo pensò allora che i desideri possono avverarsi.
Piaciuta la favola?
La “favola” poggia sui risultati di una ricerca della Fondazione Edison, ma non sta nei suoi numeri, di cui possiamo non dubitare, bensì nella lettura dei dati, e sconta in tal senso la solita miopia dei Governi e il loro interesse a diffondere ottimismo in qualsiasi modo. A star a sentire il Governo l’Italia è un Paese di risparmiatori (vero), che insieme allo Stato (dal terzo maggior debito pubblico mondiale) crea un sistema-paese virtuoso, anzi tra i più virtuosi! La mia lettura è diversa: siamo il Paese dei pannoloni (definizione del malefico Rossano, efficace analista e castigatore del costume italiano, le cui intuizioni hanno già avuto asilo su IHC); essendo abituati a situazioni difficili ed emergenze perpetue, gli italiani hanno sviluppato una giusta “fifa” che si sostanzia in un ridotto ricorso al debito, una spiccata tendenza al risparmio precauzionale, e un sistema bancario poco incline a prestare soldi senza una ricchezza materiale a fungere da garanzia. La bassa propensione al rischio evita quindi batoste, al prezzo di lasciarsi sfuggire importanti possibilità di dinamismo economico e sociale. Insomma, il pannolone (doverosamente pieno) è pesante ed evita slanci repentini da una parte e dall’altra.
Sicuramente, come dice Oscar Giannino su Libero del 25/11, la crisi attuale nasce dall’eccesso di debito privato (stimolato da certe politiche monetarie, aggiungo io), e quindi occorre riparametrare un po’ gli indici di debolezza dei Paesi. Va bene, però non deve sfuggire che una “riparametrizzazione” è sempre calibrata su un certo fine, che in questo caso è implicitamente valutare l’esposizione all’attuale fase di crisi (ciclica, aggiungo). Paesi più “coraggiosi” e “ottimisti”, contando anche su un sistema finanziario più maturo e efficiente, pertanto più veloci nel trasmettere gli impulsi espansivi provenienti “dall’alto”, hanno per forza ecceduto in misura maggiore nella fase “ascendente”, accumulando debito privato che ora si dimostra insostenibile; il pannolone italiano ha fatto da freno. Quei Paesi avranno un risveglio più brusco, o almeno ne hanno tutto il potenziale; l’Italia ha magari meno eccessi da smaltire, ma esporta comunque verso questi Paesi e si è comunque persa un bel treno negli ultimi anni, anni che ora sono il contenuto del suo pannolone.
Detto questo, vi sussurro un gran segreto: la storia del mondo non si esaurirà con questa crisi! Già, ci sarà un 2010, un 2011… un 2020… un 2050… un intero percorso fatto probabilmente di nuovi sali-scendi con cui riempire ancora tanti pannoloni. Perdere meno degli altri in termini assoluti (non necessariamente però in termini relativi rispetto a quanto accumulato in fase “ascendente”) non è quel che ci renderà “i più virtuosi” nei decenni a venire, perché per il futuro conta la capacità di investire oggi, l’unico modo di produrre domani, non la foga a consumare a debito.
Lo Stato italiano ha una grossa capacità di consumare (che comprende gli sprechi e gli investimenti improduttivi), e soprattutto di consumare a debito (quel finora famigerato debito pubblico); in Italia mancano investimenti, ecco perché la carta “infrastrutture” fa sempre molta presa nei comizi, ed essendo il debito pubblico al 104% contro un 30% del debito privato va da sé dove sia la zavorra (inoltre, in un paese di pannoloni pieni, il contenuto di investimenti in quel 30% non può esser così determinante). Se in tutto il mondo lo Stato è un carrozzone, l’Italia ha quello più pesante, e se l’Italia è un esempio di inefficienza statale (come sempre ci si lamenta), il confronto con l’estero diviene ancora più triste. Se si parlasse di un’azienda, quei dati della Fondazione Edison ci direbbero che l’Italia ha un sufficiente equilibrio finanziario e un orrido equilibrio economico , cioè a breve termine non rischia molto di restare senza spiccioli (subire un credit crunch) ma nel lungo termine ha minor capacità di produrre ricchezza, e se il mondo non finisce nel 2010 “vincere” il confronto sulla “crisi” attuale sarà solo una vittoria di Pirro.
Inoltre, avere un ridotto debito pubblico permette sempre di compensare una minor spesa privata “anticipandola” attraverso il deficit spending; il debito pubblico italiano non permette questa politica, ed a meno che il Governo non riesca a inventarsi come far aumentare le spese (e l’indebitamento) dei privati, l’Italia è in completa balia della congiuntura.
Per capire queste cose non c’è bisogno delle teorie di Mises.
Noi sappiamo tutto questo, lo sappiamo bene, e lo sa il mercato. Fa sorridere Giannino quando si rallegra del minor peso del debito privato italiano “mentre” il rischio legato al debito pubblico è monitorato dal mercato. Il differenziale di rendimento Bund-BTP è terribilmente alto, e sperare che non sconti il maggior debito privato tedesco è veramente ingenuo; sarebbe come dire che una azienda è più solvibile dello Stato che la ospita, dimenticando così che lo Stato ha il vantaggio della potestà impositiva fiscale e legislativa (fatto che impedisce alle aziende di aver rating migliori di quelli del proprio Paese). Ma poi, come può il mercato trascurare il fatto che se “fallisce” un ampio settore privato, lo Stato perde entrate fiscali e rischia a sua volta l’insolvenza? Come si può pensare che non sia considerato nei tassi di mercato né il “rischio-Paese” né le mani legate della politica fiscale? Su, Oscare non fare il bischero, smettiamola di santificare la mediocrità, far passare debolezza per forza e vizio per virtù. L’Italia è cresciuta poco, sta perdendo meno, ma ancora meno recupererà in futuro. Vanno svuotati i pannoloni (e fattane mangiare la “farcitura” da chi l’ha accumulata), e poi forse avremo davvero una bella favola per far mettere a letto felice il ragionier Leonardo.
libertyfirst Says
Io non credo che l’Italia abbia perso un treno. L’ha preso. In pieno sulla fronte.
Nov 28th, 2008 at 3:32 pm
Leonardo, IHC Says
Sei sempre un pezzo avanti.
Nov 28th, 2008 at 3:57 pm
libertyfighter Says
Vabbé ma forse lorsignori danno credito alla teoria Maya, e vedono il mondo finire nel 2012…
Nov 28th, 2008 at 4:50 pm
Leonardo, IHC Says
Sai che ci avevo pensato? Non l’ho scritto per pudore
Nov 28th, 2008 at 5:12 pm