Clicca qui per Opzioni Avanzate


La leggenda del santo bevitore (Parte I)

February 27th, 2007 by Admin

-

di Alessandro, Usemlab


Quale ruolo per le banche centrali nel sistema economico? Una prospettiva austriaca.

"In tutti i Paesi del mondo – credo –
l’avarizia e l’ingiustizia
dei principi e degli Stati sovrani,

abusando della fiducia dei sudditi,
hanno diminuito gradualmente

la quantità reale di metallo
originariamente contenuta nelle monete."

Adam Smith (La ricchezza delle nazioni, 1776)
 
Il tema monetario occupa un posto speciale in economia. Forse la noia che ispira è causata dal gergo, così distante dal linguaggio comune o dalla convinzione popolare che tanta teoria sia, nella quotidianità, solo un intralcio. Certo è che per gli studenti il tedio si brina di panico, perché la politica monetaria è insegnata in un rovo inestricabile di analisi matriciale e statistica. Il ruolo di una banca centrale sfuma così tra il disinteresse delle persone comuni da una parte, e dall’altra in ricordi di studenti angosciati da matematismi ideati da teoristi zelanti.

In passato la moneta non ha avuto bisogno di grandi spiegazioni. Essa è sempre emersa spontaneamente tra le altre, come la più commerciabile tra le merci ricercate dagli uomini. Dovunque gli individui si siano scambiati ciò che ritenevano avere meno valore con ciò che ritenevano averne di più, la moneta è stata il mezzo di scambio, vale a dire la lingua con la quale essi hanno comunicato informazioni cruciali riguardo alla scarsità e all’abbondanza.

Al tramonto dell’Impero Romano, c’erano facce di bronzo su monete di rame. Nel Medioevo, la superstizione popolare che fosse un atto del re a dare valore alla moneta (valor impositus) fu, in una dimostrazione di razionalismo ante litteram, incorporata nella legge, tentando di giustificare i vani tentativi di imprimere lo stesso valore su monete contenenti una quantità progressivamente inferiore di metallo prezioso. Se Filippo il Bello di Francia in un sol colpo, sterminò i propri creditori e si appropriò dei loro templari tesori, quelli, di rango altrettanto alto, di Guglielmo III d’Inghilterra, per non rischiare la stessa sorte, inventarono la Banca d’Inghilterra (BoE).

Da quel punto della storia in poi, i problemi degli uomini legati alla moneta iniziano a essere sistematici, e sistematicamente studiati. Durante le guerre napoleoniche, la crescente emissione di banco-note da parte della BoE, non corrispondente ai relativi depositi in oro, fece dapprima lievitare artificialmente l’attività economica e poi i prezzi dei beni, ripiombando una Londra già fiaccata dalle guerre in una ancor più cupa depressione economica. Della fame il popolino incolpò untori e commercianti, chiedendo al governo di intervenire con prezzi imposti, fissati per legge.

Ricardo, gran banchiere ed economista, mandò tre lettere anonime al Times, indicando invece nella Banca d’Inghilterra e nella sua politica d’espansione creditizia in regime di riserva frazionaria (l’inflazione appunto) la causa dell’aumento dei prezzi. Il 1913 vide nascere la Banca centrale americana (FED), con il suo gigantesco e infantile potenziale inflattivo, che generò la più abbacinante espansione e la conseguente più spettrale depressione economica della storia moderna, ricordata dai più con l’appellativo di Grande Depressione o crisi del ’29.
La banca centrale ha dunque un’enorme influenza sulla vita delle persone, al punto che nessuno ne conosce nemmeno a grandi linee il funzionamento. Circolano su di essa molti luoghi comuni, come quello che la vuole investita della funzione di stabilizzatore dell’economia capitalistica, altrimenti intrinsecamente instabile, come sostenuto da Marx. In realtà è essa stessa la causa dell’instabilità (sempre che il teorema D’Alambert di meccanica razionale sull’equilibrio, abbia qualcosa a che fare con le scienze sociali ed economiche).

Oppure che la banca centrale abbia funzione di vigilanza sulle banche commerciali, quando i fondatori e maggiori azionisti della vigilante sono proprio le vigilate. O ancora, che essa sia il tempio della sapienza economica, al punto da poter prevedere il futuro, quando progetta per la propria sede centrale enormi stanzoni per mostruosi computer, resisi clamorosamente sovrastimati dalla rapidissima miniaturizzazione dei circuiti elettronici, intervenuta nel frattempo. Ma forse il più grossolano di tutti è che essa governi i prezzi e l’economia, tramite l’aumento o l’abbassamento lungimirante del tasso ufficiale di sconto.

Nessuna formula può calcolare il tasso d’interesse, perché i tre addendi che ne formano il valore sono legati alle umane pretese di colui che deve prestare e alle umane attese di colui che riceve il prestito. Queste componenti sono:

– il rischio di non rivedere, dopo il tempo pattuito, né il prestito né l’interesse
– la perdita di potere d’acquisto durante il tempo pattuito
– il premio alla rinuncia alla disponibilità di oggi per la disponibilità dopo il tempo pattuito, cioè a dire la preferenza temporale.

Questi tre valori, sono maggiori di zero per definizione e uguali a zero solo per i santi. Essi sono calcolabili solo mediante un giudizio da parte delle due parti coinvolte. Infatti nell’epoca del supercalcolo a bassissimo costo (e a minimo ingombro), i migliaia di miliardi di sofferenze ogni anno, indicano che non esistono algoritmi statistici che possano sostituirsi al giudizio imprenditoriale elaborato dal prestatore sul prenditore. Inoltre, in questa stessa epoca di statistica statale dei prezzi, anche con i più avanzati software ad apprendimento non parametrico, non è possibile prevedere il potere d’acquisto della moneta, ed è necessario che prenditore e prestatore ne stimino personalmente l’andamento futuro. Infine, la preferenza temporale, la più importante e la più sconosciuta dei tre elementi del tasso d’interesse, non può, per definizione, che essere personale.

Quindi, a definire un tasso d’interesse, sono i tre valori rimuginati da colui che presta e i tre sperati da colui che prende. Ma gli attori economici del pianeta sono alcuni miliardi e cambiano idea riguardo a molte cose molte volte al giorno. Anche a voler impostare il problema secondo i più blandi canoni positivisti, appare difficile conoscere il sistema di equazioni differenziali che presiede al calcolo anche solo della media del corretto tasso d’interesse preferito da tutte le parti. Andrebbe poi verificata l’influenza di una loro variazione sulle variabili stesse e le loro derivate, dirette e parziali di ordine n. Ciò corrisponde a prevedere in tempo reale tutte le decisioni di tutti gli uomini del pianeta, e le conseguenze dirette e indirette, oltre ovviamente, a saper prevedere ogni aspetto delle scienze naturali e artificiali e la loro influenza sugli uomini. Evidentemente, i banchieri centrali ricevono ordini direttamente da Dio. Oppure, come tutti i cosmologisti, sbagliano sistematicamente.

Questo pezzo è stato pubblicato da Ideashaveconsequences.org su gentile concessione degli amici di Usemlab.

E’ proibita la riproduzione di questo articolo. Per ogni informazione a riguardo contattare Usemlab.com.


1 Response to “La leggenda del santo bevitore (Parte I)”

  1. 1

    L.Baggiani Says

    Ottimo Alessandro,

    se con Dio intendi Bush, forse il tutto potrebbe apparire un po’ più coerente; il tuo articolo però sembra riconoscere per lo meno la buona fede dei Banchieri Centrali, rendendoli in tal caso il loro stesso Dio.

    La tua critica alla “matematicizzazione” dell’economia (al pari dell’ultimo lavoro del mio caro Jacopo), si adatta ottimamente all’utilizzo di una Taylor Rule, molto sostenuta negli ambienti accademici. Ora, se Greenspan di notte tirasse via qualche derivata, non lo so, ma per quanto ne so (e se sbaglio, perdonami) il G non utilizzava riferimenti quantitativi espliciti ma lasciava che le intuizioni sui tassi uscissero dalla scatola nera del suo cranio (cosa che lo contrappone direttamente al tecnicissimo inflationtargettaro Bernanke).

    Insomma, per come la vedo io, forse il vero problema è un genuino senso di onnipotenza e onniscenza più che una presunta/presumibile pretesa capacità di fine-tuning matematico.

Aggiungi un tuo Commento