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La Maledizione delle Buone Intenzioni: Quando la Democrazia Divenne Retorica (parte I)

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December 16th, 2013 by Leonardo

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di Claudio Bandini

 

Democracy is the art of running the circus from the monkey cage.

(H.L. Mencken)

 

Perché i politici non rispettano le promesse elettorali? Ok, la domanda sembra meno seria di “perché l’acqua bagna?” tanto che si potrebbe rispondere “perché senno non sarebbero politici” e chiuderla lì.  Dato però che anche dalle domande più banali possono nascere ragionamenti in qualche modo interessanti non mi fermo lì e propongo qualche riflessione sul tema, ricorrendo alle intuizioni di un vecchio conoscente di IHC e (in senso figurato) del sottoscritto, Jeffrey Friedman, sulla cui teoria politica “austriaca” mi ero già soffermato a suo tempo (qui e qua). Stavolta ricorro a un altro suo lavoro che parte da considerazioni circoscritte a come si sia evoluta (?) la politica statunitense negli ultimi due secoli ma che si allarga verso conclusioni ben più generali e che ci riguardano assai da vicino.

 

Tornando alla nostra domanda di partenza diciamo subito che guardandoci alle spalle può essere interessante rigirarla, ovvero: c’è stata un’epoca in cui i politici non hanno fatte promesse (non indiscriminatamente, perlomeno) che non si possono mantenere? Ovviamente conviene restringere la ricerca ai casi delle democrazie moderne a suffragio sufficientemente allargato perché è fin troppo ovvio che finché a votare sono un gruppetto di notabili di provincia (o peggio ancora, non si vota proprio) il problema si pone relativamente. Prendendo per l’appunto il caso americano invece abbiamo una democrazia sufficientemente antica e aperta [1] dove il problema del dibattito elettorale si è posto quasi subito dopo la fondazione. Come molti sapranno, mentre la Costituzione americana tuttora in vigore è datata 1787 [2], la Dichiarazione d’Indipendenza e l’inizio della guerra con la madrepatria inglese che ne scaturisce è di un decennio precedente (1776). Negli undici anni di lotte e di successiva pacificazione i neonati U.S.A. si ressero sull’impalcatura istituzionale delineata dai cosiddetti Articoli della Confederazione. Generalmente se ne sottolinea soprattutto il carattere estremamente anticentralista, tale da rendere pressoché ingestibile una governance credibile del neonato Stato federale, esigenza che si fece presto ancora più sentita data la necessità di ripagare i debiti di guerra (sempre lì si va a parare). La Costituzione nacque anche per ottemperare a queste necessità e i padri fondatori  che redassero i “Federalist Papers” (Hamilton, Jay e Madison) vollero svolgere anche un’opera retorica di convinzione dell’opinione pubblica ancora troppo gelosa delle proprie “piccole patrie”.

È proprio citando James Madison però che Friedman porta all’attenzione un’altra esigenza che in quel momento si poneva di fronte agli occhi del futuro 4° Presidente degli U.S.A. e di parte della classe dirigente del tempo. Gli Articoli stavano dimostrando un altro limite: in un certo senso non mettevano al riparo la maggioranza da se stessa. Che vuol dire? Molto semplicemente, il popolo sovrano pur agendo a livello statale e non federale, quindi su scala piuttosto ridotta, dimostrava una certa tendenza almeno in molti casi a legiferare in alcuni ambiti estremamente delicati tramite provvedimenti del tutto controproducenti: il caso più frequente era riscontrato nei ripetuti tentativi di alleviare il peso dei debiti ricorrendo a politiche inflattive o a una loro cancellazione tout-court, col risultato paradossale e disastroso di rendere sempre più difficoltoso il ricorso al credito, dato che nessuno avrebbe più prestato denaro volentieri in condizioni di estrema incertezza legislativa. Aldilà della questione specifica dei debiti (pure questa di una sua attualità), il problema per Madison, che come e più degli Founding Fathers aveva letto Hume e Smith e conosceva bene il significato di “unintended consequences”, era allora quello di creare un’impalcatura costituzionale sì democratica ma in cui a coalition of a majority of the whole society could seldom take place on any other principles than those of justice and the general good . Senza lanciarsi in un’analisi di diritto costituzionale su tutti gli aspetti del sistema di check and balances all’americana, conviene soffermarsi di qui in avanti su un aspetto particolare: il ruolo della presidenza [3].

 

La Costituzione “originaria” finiva sostanzialmente per disegnare una “repubblica amministrativa”: i fini  condivisi dagli americani (sicurezza, proprietà, rispetto dei contratti e il – più vago – benessere generale) sarebbero stati al di fuori del piano della disputa. Di più: lo sarebbero state anche molte discussioni sui mezzi per perseguire quei fini. Erano fuori nel senso che venivano affidati più che altro a un continuo dialogo tra Presidente e Congresso (legittimamente eletti, s’intende) col compito di deliberare solo dopo attenta riflessione e solo qualora sembrasse davvero più ragionevole agire per via legislativa a livello federale. Successivamente i cittadini della Repubblica avrebbero espresso il loro consenso/dissenso in occasione delle (frequenti) elezioni dei propri rappresentanti. Va notato che il Presidente era fortemente sconsigliato dall’ingaggiare un rapporto diretto con il suo pubblico elettorale: si temeva infatti che potesse diventare un “capopopolo” e dar vita a una demagogia “classica” la quale avrebbe finito per dividere in fazioni il popolo col risultato di una tirannia di una parte sull’altra. In verità, si temeva anche un altro tipo di demagogia, più subdolo, tramite la quale il Presidente, esaltando le capacità del popolo per unirlo, si facesse poi diretto interprete della sua volontà spingendo quindi il Congresso ad adottare misure magari popolari ma affrettate e istintive, rinunciando alla riflessione ponderata e mediata dalla controparte politica parlamentare. In fondo si trattava di fare leggi e le leggi andavano a incidere su una realtà complessa e restia ad arrendersi alle pur buone intenzioni delle masse, come la breve esperienza degli Articoli di Confederazione aveva già mostrato.

 

Ora, se facciamo improvvisamente un balzo in avanti, si potrà già intuire uno dei problemi da porsi: com’è possibile infatti che oggi, a Costituzione formalmente quasi immutata [4], siamo abituati a vedere Obama o chi per lui come l’uomo che, oltre a rappresentare la nazione deve svolgere il ruolo di commander in chief  (militare in senso stretto ma anche negli altri campi in senso – neanche troppo – figurato) e indirizzare il paese verso nuovi traguardi? Tutti ci ricordiamo la campagna elettorale (la prima, soprattutto) all’insegna di Change, Hope e slogan simili. Il candidato Presidente è degno di tal nome solo se si presenta con un programma fatto di ideali che stimolano l’immaginazione, disegna scenari “nuovi”, e se è capace di allargare la platea del suo consenso il più possibile, affinché gli obiettivi posti sulla tavola siano effettivamente raggiunti una volta arrivato al potere. Questo vale per lui a un livello maggiore, e in misura un po’ minore per tutti gli altri politici (dal congressman ai governatori statali). Programma&consenso, questo si richiede a un politico (anche al di qua dell’Atlantico ovviamente) e più non dimandare. Con un’inversione totale rispetto al pensiero ispiratore di Madison c’è ora l’aspettativa che l’uomo politico agisca come un “demagogo” (anche se nel senso più buono di “saper trascinare le masse”) che unisca i cittadini-elettori e ridisegni i mezzi con cui conseguire i fini della vita sociale, o addirittura i fini stessi. Almeno a parole, s’intende.

 

Questo ribaltone del ruolo dell’uomo politico non è certo una peculiarità americana, ma negli USA, vuoi per la continuità istituzionale (mai saltata un’elezione in più di due secoli) vuoi perché il presidenzialismo di per se concentra maggiormente l’attenzione degli osservatori, il fenomeno si delinea meglio che nella più caotica Europa. Jeff Friedman, lo colloca in un momento storico piuttosto preciso, che è un po’ il cuore del suo articolo, ovvero negli sviluppi dell’Età Progressista tra fine ‘800 e inizio ‘900. È questa fase quella che produce l’humus che porta al nodo cruciale delle elezioni del 1912, segnate dal successo di Woodrow Wilson, (celebre tra gli austrodossi per aver istituito la FED l’anno successivo e tra tutti gli altri per “aver vinto” la 1a G.M). Oltre che per la vittoria di Wilson quelle elezioni furono significative per la sconfitta di proporzioni colossali dell’incumbent repubblicano William Taft, il quale passerà alla storia per il peggior risultato elettorale di un Presidente in carica per di più in tempi di sostanziale pace e crescita economica. Risulterà infatti 3° con meno di un quarto dei voti (nota per ridere: Monti ne ha presi meno ma, ahimé, non erano tempi di prosperità – e non era nemmeno in scadenza di mandato popolare, non avendone mai avuto uno).

Il punto comunque non è neanche il record di per se, quanto il fatto che a scavalcarlo furono Theodore Roosevelt (reduce a sua volta dalla presidenza tra 1901-08) e per l’appunto Wilson, ovvero proprio i due uomini che più avevano (il primo) e avrebbero (il secondo) incarnato la transizione dalla presidenza “delle origini” a quella che conosciamo oggi, ovvero la “rethorical presidency” [5]. Non erano dei pazzi sovvertitori: al contrario erano gli interpreti migliori dello spirito dei loro tempi. Avevano capito, anche perché ne erano stati diretti protagonisti, che nell’ultima parte dell’Ottocento e nell’inizio del Novecento, il dibattito pubblico in America si stava gradualmente ridisegnando attorno a un’opposizione netta tra valori della democrazia riformista vs il capitalismo laissez-faire di stampo ottocentesco. A perseguire questa svolta era stato sia il mondo accademico delle scienze sociali, che aveva rinnegato come irrealistici gli assunti dell’economia classica, sia i giornalisti, gli scrittori e gli intellettuali che andavano documentando lo squallore e le ingiustizie imperdonabili prodotte da molta parte dell’industrializzazione americana. Il punto qui non è la (sacrosanta) libertà di parola e di contestazione, e nemmeno quanto costoro portassero dati oggettivi piuttosto che ricostruzioni di parte: il punto è piuttosto la convinzione crescente tra gli opinion-makers, e di riflesso tra la gente comune, che i problemi del paese fossero non solo evidenti a tutti coloro che non erano in malafede, ma anche facilmente risolvibili a patto che ve ne fosse la volontà. In sostanza gli unici impedimenti indicati alle masse erano la “vecchia” mentalità conservatrice e pro-business di buona parte delle istituzioni esistenti e il troppo debole controllo su quei politici che si ostinavano a seguire interessi di parte e lobbistici. Invece, si diceva, una volta che l’opinione pubblica fosse stata messa nelle condizioni di riformare e di agire direttamente, i problemi sarebbero stati risolti, quasi banalmente. Nasceva la “tirannia dell’ovvio”: i problemi erano evidenti a tutti ed erano sbattuti sulle prime pagine, nei romanzi e nelle fotografie: condizioni di lavoro misere, conflitti sociali, disparità di reddito enormi. Il colpevole era altrettanto scontato: il laissez-faire che aveva dominato incontrastato per decenni e che se non corretto e regolamentato avrebbe portato il paese al disastro.

Sia chiaro, i problemi c’erano, erano reali e dolorosi, come tutti quelli che accompagnano i processi di decollo industriale, dalla Gran Bretagna del XVIII secolo in avanti. Tuttavia, nella necessità di rimediare, si stava, più o meno coscientemente, aprendo un vaso di Pandora: l’appello ad agire, a fare qualcosa sulla spinta delle emozioni più che delle riflessioni razionali su cause ed effetti stava prendendo il sopravvento, nei programmi elettorali e nelle dichiarazioni dei contendenti al potere. Era lo stesso vaso che un secolo prima i Costituenti si erano ingegnati per richiudere.

 

[segue]

 

 

 

 

[1] Con tutti i caveat del mancato voto alle donne e ai neri (prima schiavi poi liberi), tanto che alcuni non parlano di suffragio universale negli USA fino agli anni ‘60 del ‘900.

[2] Per la precisione, la redazione è del 1787, l’entrata in vigore due anni dopo, dopo un complesso e combattuto processo di ratifica da parte dei singoli Stati.

[3] Con la precisazione ulteriore che né nell’articolo a cui si fa riferimento né in questo post si aspira a una narrazione completa delle vicende di due secoli e mezzo della politica statunitense, che richiederebbero spazi e anche competenze estremamente più estese.

[4] Fatto salvo i 17 emendamenti che sia aggiungono ai 10 originari del Bill of Rights.

[5] Friedman, da cui copio l’espressione, cita a sua volta un libro precedente del 1987 (che non conosco direttamente), da cui parte il suo saggio, il cui autore è Jeffrey Tulis e che ha per titolo appunto “The Rethorical Presidency”.

 

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10 Responses to “La Maledizione delle Buone Intenzioni: Quando la Democrazia Divenne Retorica (parte I)”

  1. 1

    Silvano Says

    Nel XIXesimo secolo gli Usa sono il paese del libero scambio solo nella retorica dei bei tempi andati. Le barriere tariffarie che oscillavano tra il 25% ed il 49% (il protezionismo industriale del Nord è stato uno dei più forti motivi di attrito della Guerra di Secessione) non avevano nulla da invidiare ai protezionismi europei.
    Alle barriere esterne si sommavano quelle interne: il libero mercato tra gli stati non era assicurato certamente assicurato dalla competizione reciproca (a volte riottosa) quanto dalla travagliata Commerce Clause e quindi dalle istuzioni centrali (Congresso, Amministrazione e Corte Suprema) nonché dalla dimensione geografica che rendeva molto porosi i confini. Un settore di evidente frammentazione è stato a lungo quello bancario dove i vari charter concessi dai singoli States e le limitazioni (a volte de iure, altre volte de facto) al braching unite al regolamento in specie saranno fonte di costante instabilità sistemica (che toccherà l’apice con i Bank Run della Grande Depressione) fino alle riforme degli anni ‘30.
    Il politica estera la dottrina Monroe (1823) getta sia le basi del colonialismo che delle guerre commerciali verso il continente americano e verso l’area del Pacifico. Al tempo delle “Banana Wars” (http://en.wikipedia.org/wiki/Banana_wars) il commercio internazionale e l’apertura dei mercati esteri viaggiava anche a bordo delle non troppo libertarie cannoniere a stelle strisce.

    Lo spirito del tempo non cambia sempre in modo random, come se un ineluttabile evento stocastico fosse caduto dal cielo: nel 1873 comincia la Long Depression resa particolarmente acuta dal bias deflativo seguente all’adozione definitiva del gold standard e dalla demonetizzazione del dollaro d’argento. Non era un bel vivere se eri un farmer indebitato, un piccolo industriale sull’orlo della bancarotta o uno dei (tanti) disoccupati strutturali. Le depressioni e crisi debitorie unite a deflazioni - specie quando lasciate a se stesse - hanno una marcata tendenza a produrre populismi, richieste di protezioniso, politiche export driven mercantiliste.

  2. 2

    Claudio Says

    Apprezzo il commento che dice un sacco di cose giustissime. Però una precisazione in attesa che venga pubblicata la seconda parte: non mi interessava stabilire il grado di liberismo degli Stati Uniti ottocenteschi o novecenteschi tipo Index of economic freedom. Non è nemmeno la base del paper a cui mi sono rifatto. Il focus è sul cambiamento che avviene attorno al cosa e al come ci si aspetta che operi la politica in un paese democratico.
    Che nell’evoluzione economica degli USA abbia seguito certe linee “hamiltoniane” praticamente fin da subito è innegabile, probabilmente è l’unica alternativa realistica per chi voglia diventare una superpotenza (non è una cosa che mi fa piacere ma storicamente ne prendo atto). Significativo è anche che la retorica “popolare” sia sempre rimasta e sia tuttora jeffersoniana tanto da sognare appunto un mondo che non c’è mai stato ma questo è ancora un altro discorso.
    Quindi, detto questo, se la matrice implicita del tuo discorso era far notare che anche prima della svolta del 1912 la politica avesse un potere decisionale enorme e fosse influenzata a sua volta da svariati gruppi di interesse, nulla da dire: è un dato di fatto e ci ribadisce una volta di più che certi schemini rothbardiani capitalismo buono vs politici cattivi non hanno nulla di realistico. Ciò non toglie che il modo in cui la politica influenza tutto il resto nel XX secolo è diverso da quello del secolo precedente qualitativamente, aldilà delle valutazioni quantitative che possono essere in parte personali.
    Infine, no, lo spirito del tempo non cambia in modo random ma questo non vuol dire che non si possa studiare come cambi. Sicuramente molta dell’evoluzione è fisiologica e inevitabile tanto è vero che riguarda gli USA come, in forme diverse, la totalità dei paesi occidentali. Dire che è inevitabile però non vuol dire che ciò non ponga dei problemi e delle contraddizioni, su cui si possa riflettere. Lo scopo dei due pezzi, che vanno visti nel complesso, è questo, non fare un compendio di storia americana in tremila parole, cosa che avrebbe molto di velleitario.

  3. 3

    Silvano Says

    “Significativo è anche che la retorica “popolare” sia sempre rimasta e sia tuttora jeffersoniana tanto da sognare appunto un mondo che non c’è mai stato ma questo è ancora un altro discorso.”
    Questo è vero ed è interessante.

    Comunque aspetto la seconda parte, perchè non c’è dubbio che la politica del XX secolo sia differente da quella del XIX. Credo però che - tutto sommato - le istituzioni siano diventate più inclusive per la cittadinanza americana (senza il travaglio europeo di due guerre mondiali vissute in casa).

  4. 4

    Claudio Says

    Visto che ti interessa, è carino anche il fatto che la propaganda jeffersoniana e antifederalista subito dopo l’indipendenza attaccasse Hamilton come un nuovo Giorgio III reo di voler costruire un sistema centralizzato e a suo modo autoritario, perdipiù con una Banca centrale e creditori del debito pubblico (cattivi speculatori!). Infatti erano gli stessi attacchi che i repubblicani inglesi avevano lanciato in patria qualche decennio prima al governo whig dopo la costituzione della Bank of England (di cui peraltro ci hai parlato proprio te).

    Questo per dire che il capitalismo “unto, grasso e diretto dall’alto”, come ultimamente apprezzi sempre più (come lo apprezzava Hamilton) ha il non del tutto trascurabile difetto di essere storicamente inviso alla folle (che finiscono con identificarlo con l’unica forma di mercato possibile: te ora mi dirai che hanno ragione…). Chiaro, finché assicuri pane e figa per tutti, alla maggioranza (non a tutti, comunque) va anche bene, appena qualcosa va storto ti ritrovi i forconi e i decrescisti (che poi anche l’improbabile capitalismo a riserva intera sia una forma di decrescismo, credo tu possa concordare). Madison, per tornare all’articolo, stava nel mezzo tra la posizione di Jefferson e quella di Hamilton e, se scrisse il Federalista con quest’ultimo, si spostò subito dopo verso il primo proprio perché non digeriva la questione della Bank of United States e le simpatie per il “capitalismo militare” di Hamilton. Per conto mio in questa triade di più di due secoli fa sono riassunte tutte le posizioni verso il capitalismo valide ancora oggi, per questo li troviamo interessanti.

    Però ripeto, tutto questo è OT. Piuttosto, che intendi per “più inclusive”?

  5. 5

    Silvano Says

    Facci caso: spesso (non sempre) i simpatici politici che denunciavano i capitalisti unti, grassi e speculatori erano dei patrizi esponenti della borghesia agragria dalle bucoliche tenute in cui il popolino prestava servizio con annessa schiavitù negra. O comunque erano affini a quella realtà, ne riflettevano il carattere, lo stile di vita, la visione del mondo.
    Il XIX secolo è ricchissimo di scontri di potere, confronti tra ceti dominanti e lotte di classe non solo a livello verticale tra detentori del potere e popolino più o meno minuto, ma anche all’interno delle elites stesse.

    Il problema del “complesso militare-industriale” (parafrasando un grande presidente del XX secolo) è per certi aspetti simile a quello definito da A.Smith relativamente agli eserciti stanziali: puoi non averli solo se non ce li hanno nemmeno i tuoi vicini. Alla fine anche Madison nella guerra del 1812 contro il Regno Unito dovette ripescare, causa forza maggiore, una parte delle politiche di Hamilton. Anche perché le milizie tanto civiche quanto sottopagate che si rifiutavano ognuna di uscire dai confini del proprio staterello non erano il massimo per sopire definitivamente le mire di Sua Maestà.

    *Inclusive nel senso di garantire ad un numero sempre più ampio di persone i diritti civili e la libera partecipazione ai meccanismi di decisione collettive.

  6. 6

    Leonardo IHC Says

    Già da questa prima parte del lavoro di Claudio (e lo dico non ricordandomi minimamente cosa ha scritto nella seconda) io vedo alcune cose.
    Vedo che tutto ciò che riposa nella bontà delle persone, fallisce. Come diceva Monsurrò (citando Friedman?), un assetto istituzionale che funziona sul presupposto che il mondo sia fatto di angeli, può solo fallire. In questo caso - che in realtà non mi pare difficile traslare fino all’esperienza europea e in particolare italiana - mi pare che il problema non sia il non aver definito una sistema di check and balances, ma il non aver formalmente definito i “limiti” dell’azione politica, cioè esiste una definizione positiva di quel che una istituzione può fare, ma non la sua definizione negativa, per cui l’istituzione o ente, partendo da quel che può fare, finisce per ingerirsi in qualsiasi cosa. Nel caso particolare, sulla spinta della volontà popolare o “titillandola” a dovere, il Presidente americano va a blaterare di qualsiasi cosa promettendo di poter fare anche di più.

    Chiederei a Claudio se riesce, dopo questo lavoro, a mettere insieme le idee esposte con quelle che ho buttato qui (http://ideashaveconsequences.org/il-potere-una-spiegazione-austriaca/leo e seguente) e qua (http://ideashaveconsequences.org/un-tempo-“ragionevole”/leo). Non so se le mie riflessioni si pongano a latere a valle o a monte del processo di retoricizzazione della politica; mi piacerebbe provasse lo storico a dare una risposta.

    Una domanda invece a Silvano.
    “spesso (non sempre) i simpatici politici che denunciavano i capitalisti unti, grassi e speculatori erano dei patrizi esponenti della borghesia agragria dalle bucoliche tenute in cui il popolino prestava servizio con annessa schiavitù negra”.
    Questo è poco ma sicuro; che le élite si scannino è pacifico (scannino…pacifico… forte!), e che le istituzioni risentano anche di questo, pure, non c’è da discutere; e non c’è da discutere che un crescente potere economico implichi un crescente potere politico e quindi la vecchia guardia si metta di traverso. Ma quali possibilità concrete avevano (al tempo, ma magari parliamo anche di oggi) altri strati della società di competere a livello politico e far avanzare proprie istanze (eslcuso il caso della rivolta e della guerra civile, chiaramente)?

  7. 7

    Claudio Says

    @Silvano
    Ma infatti le critiche ai jeffersoniani e agli antifederalisti facevano leva proprio sul fatto si riempivano la bocca di ideali e poi tenevano gli schiavetti nelle piantagioni (facilitati dal fatto che nel Nord il tabacco tanto non cresceva che altrimenti gli schiavi se li sarebbero presi anche loro). Però è un fatto che anche la stessa rivoluzione americana deve molto alla retorica che si rifaceva al repubblicanesimo classico e pure Atene e Roma non sono scindibili dall’economia schiavista benché tutt’oggi si tenda spesso a scordarcelo.
    Che le istituzioni siano diventate più inclusive nel senso che dice te è un altro dato di fatto. Varrebbe la pena però a questo punto chiedersi se la democrazia com’è concepita da un secolo circa a questa parte debba intendersi come un fine o come un mezzo. Nel primo caso bisognerebbe chiedersi cosa la differenzi da un sistema totalitario, nel secondo andrebbe discusso se i suoi meccanismi siano proprio tutti necessari e se la sua pervasività non crei più problemi che soluzioni. Riflettere su questo secondo caso è quello che mi ha spinto verso i lavori di J.Friedman e Pennington e verso alcuni degli articoli che ho scritto, fino appunto a questi ultimi due.

    @Leonardo
    La citazione ben prima che di Monsurrò e di Friedman è proprio di…James Madison! Come vedi alla fine torna tutto. E non è nemmeno che lui e gli altri abbiano “sbagliato” qualcosa nel redigere la Costituzione. Quei limiti di cui tu parli li avevano definiti e anche parecchio bene: è’ proprio lo stesso testo che fino a un certo punto è stato interpretato in un modo, poi pian piano in un altro. E si ritorna al concetto di inevitabilità che si diceva con Silvano: è impossibile immaginare degli USA con una politica completamente sette-ottocentesca mentre l’Europa e il resto dell’Occidente diventano quello che sono oggi. Nuovamente però, l’inevitabilità secondo me non esclude che ci siano delle fallacie, e pure grosse, in questa evoluzione. Questo vorrei fosse chiaro

    Sul collegamento coi tuoi articoli, mi riprometto di rileggerli prossimamente, il nesso ovviamente si trova.

  8. 8

    Silvano Says

    Più che le critiche sugli schiavi, che sono in effetti un “cheap shot” mi interessa - ma questo è OT - il parallelo con il declino dei proprietari terrieri in Inghilterra. Nel caso americano il vantaggio comparato di natura geografica li portava ad essere più liberoscambisti degli industriali del Nord, mentre nel Regno Unito si batterono fino all’ultimo nella difesa delle Corn Law e dei dazi sul grano, accusando i capitalisti “unti e grassi” di voler abbassare il prezzo dei cereali per pagare meno gli operai (latifondisti dal cuore d’oro).

    Tornando sulla inclusività e sulla possibilità dei vari strati sociali di far valere le proprie ragioni si può notare come nel XIX secolo e agli inizi del XX l’azione collettiva delle Unions si inseriva in un contesto in cui la legge non era proprio uguale per tutti né i magistrati neutri e imparziali. E nel caso europeo lo stesso suffragio universale oltre che a motivi ideali di uguaglianza si è affermato anche per la necessità di parlamentarizzare il rapporto con le masse, anziché gestirlo con gli scontri tra barricaderi affamati e bersaglieri. Questi processi hanno portato costi e nuovi problemi relativi alla gestione degli interventi ma il punto è che non si è mai in una situazione Pareto efficiente: il confronto alla fine è sempre tra situazioni sub ottimali più o meno lontane da un ottimo teorico al momento sconosciuto e che in genere coincide con il senno di poi.

    Nel XX secolo la struttura del potere politico come dici tu cambia. Io non credo che tutto quello che è accaduto fosse inevitabile in assoluto, quasi hegeliano. Di sicuro però dopo che la raffinata borghesia della bell’époque manda a morire nove milioni di fanti nelle trincee di mezz’Europa prelevandoli dai campi e dalle fabbriche le cose non saranno più come prima e non poteva essere altrimenti a prescindere dalla soluzioni alternative. Questo però credo riguardi più la parte relativa al XX secolo e la presenza nello scorrere del tempo di avvenimenti da quali diventa difficile prescindere.

  9. 9

    Claudio Says

    Per vedere di chiudere la serie di divagazioni (ma è colpa tua, ne sai troppo di storia e vien voglia di risponderti colpo su colpo -ed è pure dura!-) mi permetto di consigliarti questo sui dibattiti del tempo in UK
    http://www.amazon.co.uk/Riches-Poverty-Intellectual-Political-1750-1834/dp/0521559200

    Poi solo un’altra cosa: vedere il post WWI come do ut des tra la borghesia e il proletariato magari non è del tutto scorretto però 1)il processo di inclusione era già iniziato ed era in gran parte indipendente (ad es. negli USA lo è, come da articolo); 2) la stessa guerra non la ridurrei a un divertissment delle “raffinate borghesie” che fanno il risiko con carne umana: il nazionalismo che l’alimenta è un fenomeno complesso e non meramente classista e anche gli stessi partiti socialisti (tranne quello italiano) alla fine non vi si oppongono.
    Di inevitabile in tutta questa storia io ci vedo solo il fatto che il capitalismo è in qualche modo “vittima” del suo successo (ma questo l’ha già detto Schumpeter) e che il benessere che esso porta, diffuso ma mai quanto si vorrebbe, crea una serie di aspettative le quali, in un sistema democratico inclusivo possono facilmente portare allo sfruttamento di tutti verso tutti. I liberali ottocenteschi alla Bastiat o Tocqueville lo avevano annusato per primi dopo invece sarà sempre più dato in qualche modo per scontato, e si cercherà piuttosto di gestire le richieste facendo entrare tutto nel calderone della mediazione politica (concertazione tra le parti, lobbysmo, tasse, regolamentazioni e sussidi a pioggia ecc.). Su quanto questo sia compatibile alla lunga col capitalismo stesso è questione di valutazioni: c’è stato un tempo in cui pure tu eri molto più tranchant.

  10. 10

    Silvano Says

    Certo che determinati processi erano già avviati - non ti scordare comunque l’entità ed i caratteri della Guerra di Secessione per gli Usa, anche se precede di cinquant’anni la prima guerra mondiale ha molte somiglianze con la guerra di massa del XX secolo.
    Nello scenario europeo però nessuno scontro tra il 1815 e il 1914 è paragonabile alla WWI soprattutto negli aspetti sociologici: irreggimentazione delle masse al fronte come nelle catene di montaggio con il Taylorismo, ricorso alla manodopera femminile per sostenere lo sforzo bellico, espansione delle burocrazie civili in cui trova impiego parte della popolazione istruita, necessità di ampliare la base fiscale con sistemi di imposizione che si spostano dai consumi ai redditi. Sono tutti processi presenti anche prima, ma è la Grande Guerra il macabro teatro dove le masse irrompono in blocco al centro della scena e con essa comincia a definirsi chiaramente una differenza netta nei rapporti con il potere rispetto al secolo precedente. La traiettoria passerà attraverso i totalitarismi ed un’altra guerra mondiale (anche se in alternativa il periodo 1914-45 può essere visto come una unica guerra civile europea).
    Non dico che la borghesia europea abbia pianificato tutto ciò come un divertissment. Il fatto è che indipendentemente dalle singole volontà iniziali non c’è stata remora alcuna nel proseguire in un escalation che ha sotterrato tre imperi in un colpo solo. E il nazionalismo fu trasverale: lo standard aureo ed il libero commercio vennero sospesi con la stessa rapidità con cui i partiti socialisti votarono a favore dei crediti di guerra in Francia e Germania.

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