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La Maledizione delle Buone Intenzioni: Quando la Democrazia Divenne Retorica (parte II)

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December 19th, 2013 by Leonardo

913 Views - Segnala questo Articolo/Pagina

di Claudio Bandini

 

[continua]

 

La “presidenza retorica” e in rapporto diretto col pubblico fu vista come uno dei mezzi più diretti per raggiungere la nuova Terra Promessa. Teddy Roosevelt prima e Wilson poi seppero giocare su questa nuova consapevolezza e soffiarono sul fuoco: uno dei trucchi divenne quello di agitare lo spettro della “situazione di emergenza”  del Paese, che richiedeva misure eccezionali e non rinviabili ai normali tempi della politica. Inutile dire quanto la retorica dell’eccezionalità fosse oltretutto funzionale e strettamente legata alle esigenze e alle dinamiche dei mass-media, allora poco più che agli albori e oggi imperanti. Può darsi che questa abitudine ad agire in tempi rapidi si sia di li in poi rivelata utile in momenti di crisi reali e conclamate, ma il dubbio che il gioco valga la candela è senz’altro lecito, così come è discutibile quanto sia corretto distorcere la gravità dei problemi e rifuggire dai dati in funzione degli aneddoti.

 

L’elemento cruciale della “nuova” Costituzione era comunque quello delineato da Roosevelt nella sua ultima campagna elettorale: la convinzione che la tirannia della maggioranza non fosse più possibile nei tempi moderni e che il pubblico americano fosse in grado, anzi dovesse, reagire alle sfide che gli si ponevano di fronte. I fallimenti potevano essere politici, laddove fosse mancata la forza di agire, ma non di policy: le misure proposte non potevano fallire nei loro intenti. È chiaro che questo discorso portava con sé anche le sue ancelle inseparabili: la semplificazione dei problemi e l’idealizzazione e delle soluzioni [1]. È anche vero che sarebbe ridicolo pensare agli USA di inizio XX secolo come un Paese incamminato sulla via del socialismo populista: aldilà dei nuovi toni delle campagne elettorali, i provvedimenti adottati in tema di legislazione antitrust e welfaristica furono sempre frammentari e spesso continuamente rivisti alla luce dei caveat imposti dalla Corte Suprema. L’America restava enormemente più liberale e liberista degli standard attuali e anche di quelli europei del tempo. Allo stesso tempo però il linguaggio e le funzioni della politica stavano velocemente cambiando, acquisendo toni e connotati che sarebbero parsi inconcepibili soltanto qualche decennio prima. Ancora pochi anni e la Grande Depressione avrebbe portato sulla scena un altro Roosevelt, lontano parente del predecessore, la cui presidenza carismatica avrebbe segnato una svolta ulteriore, tale da cambiare, tra le altre cose, il significato stesso della parola liberalism nella cultura e nei dizionari americani.

 

In ogni caso, che sia stata rivoluzionaria o meno nell’immediato, è un fatto che negli States questa svolta del senso stesso della politica data ormai un secolo. Oggi è viva più che mai e i suoi metodi ci sembrano ormai del tutto naturali, su ambo le sponde dell’Atlantico. Gli spazi dell’intervento pubblico non hanno smesso di allargarsi, ma questo non ha portato a un miglioramento delle capacità deliberative. L’etica delle intenzioni, con buona pace di Max Weber, resta predominante sull’etica della responsabilità, nei comizi, nelle urne e nei Parlamenti. Un caso attualissimo può descrivere una miriade di situazioni simili: di fronte a un male evidente (la mancanza di copertura sanitaria per alcuni, per esempio) deve esserci una soluzione a portata di mano, proposta dal partito di turno sulla spinta della sua ovvietà (l’assicurazione obbligatoria sussidiata dalle casse pubbliche). Al partito e al suo Presidente, per risolvere questa e le altre questioni più scottanti servono nient’altro che voti e il consenso del Paese sufficienti a sopravanzare gli oppositori (i quali ovviamente sono contrari o perché cattivi o perché corrotti dagli interessi delle lobby). Programma&Consenso, come si diceva sopra, sono il criterio di valutazione: il politico di successo agisce e porta al termine la sua agenda. Gli effetti delle misure? Un optional.

A rendere vano il dibattito nelle nostre “democrazie retoriche” si aggiunge il generale rifiuto dell’ipotesi per cui chi si oppone a una data misura non sia solo cattivo&corrotto ma abbia magari una diversa visione dei fatti. Il conflitto viene portato invece sulla questione di valori, spesso con il beneplacito della stessa controparte che generalmente è capace di far leva solo sugli effetti più istintivamente appariscenti – ma in questo caso sgraditi – della misura (per proseguire nell’esempio di prima, l’aumento delle tasse) o a questioni di fede (“è contro la Costituzione”) ma quasi mai riescono a creare un dibattito serio sugli eventuali (e cruciali) effetti contro-produttivi (ad esempio, un aumento del costo delle polizze per tutti o la difficoltà di gestire il sistema centralmente coi risultati che stanno esplodendo in questi giorni). Insomma, per richiamare una brillante citazione a sua volta ripresa da Friedman: nobody goes to the barricades for marginal-utility theory.

Certo, prima o poi i nodi delle conseguenze inattese vengono al pettine, ma, e ci riallacciamo ai temi friedmaniani già affrontati nei pezzi richiamati a inizio articolo, la realtà, in quanto complessa, è terribilmente restia a farsi interpretare con chiarezza tanto dagli elettori quanto dagli esperti, veri o presunti che siano. Tutti siamo vittime non sempre consapevoli delle nostre ideologie e/o fallacie logiche e quindi assai restii a correggere i propri errori in ambito politico. E di tutti gli errori che facciamo, quello che agire per il bene possa portare a fare il male è il più tremendamente duro da sconfiggere.

 

Dunque, se già sospettavamo per motivi “austriaci” dei knowledge problems dei processi politici ora sappiamo anche come, storicamente, pure un sistema istituzionale apparentemente “a prova di ignorante” abbia faticato a resistere all’usura del tempo e a mantenersi funzionale di fronte all’imbarbarimento dei metodi del dibattito pubblico.

Che lezioni trarre da questa storia (in questo caso particolarmente intrecciata alla teoria)? Ne propongo tre alle quali ognuno potrà aggiungere le proprie:

 

1)    “Una Costituzione è come una cintura di castità di cui il legislatore ha la chiave” . La citazione in questo caso è di De Jasay e il caso americano sembra fornirne una controprova. Certo, le Costituzioni ben fatte ostacolano i sovvertimenti improvvisi, contribuiscono a formare l’opinione pubblica e a cementare i valori condivisi di una nazione. Ma nel lungo termine si arrestano pure loro di fronte alla forza della storia culturale e delle idee. In una democrazia rappresentativa il popolo detiene il potere (anche se spesso non sembra e va sempre di moda dire che non ne ha abbastanza) e alla fine è lui il fabbro che forgia quella chiave, a sua volta generalmente progettata dall’élite intellettuale di turno.

2)    Indietro non si torna (quasi) mai. Nessun politico può ammettere di aver sbagliato, non solo per superbia ma anche perché accuserebbe indirettamente l’elettorato che gli è andato dietro. Anzi, un politico convinto fino in fondo delle proprie idee parte avvantaggiato in una competizione tra parlatori e forse per questo è anche più pericoloso. Il fatto è che da un certo momento in poi l’idea che “non agire” sia sempre una soluzione sbagliata è apparsa come una verità di per se evidente. Nuovi traguardi vanno sempre posti, nuovi obiettivi vanno resi necessari. Se nel frattempo si sbaglia, un altro decreto legge avrà il compito di rimediare. E così via. Questo può portare a un certo pessimismo chi aspiri a una riduzione del potere politico ed è probabilmente vero, come ha scritto Catàlan che il pensiero di Friedman “implichi una certa dose di nichilismo”. Il che però non vuol necessariamente dire che si sbagli.

3)    I programmi coerenti ma non “intuitivi” godono in democrazia di uno “svantaggio comparato”. Probabilmente ce ne eravamo già accorti, penseranno in molti. Ma lo spunto di riflessione è anche un altro: James Madison e i suoi contemporanei ritenevano inevitabile che, dati i “limiti” della natura umana [2], la politica dovesse svolgersi entro certi termini e spazi. Due secoli e mezzo dopo il pensiero dominante è molto diverso, se non diametralmente opposto. Il progredire della civiltà nonostante (o grazie, potrebbe sostenere qualcuno) il superamento di quei limiti potrebbe suggerirci che i Founding Fathers erano troppo pessimisti o che i loro tempi non hanno più molto a che vedere coi nostri. D’altro canto però quella natura umana non pare essere cambiata di molto nel breve spazio (in termini evolutivi perlomeno) di una decina di generazioni e la storia contemporanea ci ha mostrato più volte a quali eccessi possa ancora condurre la retorica politica e la convinzione di avere soluzioni “facili” per ogni problema. Recuperare certe idee, benché fondamentalmente inapplicabili, non dovrebbe essere solo un’operazione di antiquariato intellettuale: possono ancora aiutarci a capire dove potremmo andare. E anche a diffidare una volta di più delle grandi visioni di chi ci indica vie ovvie e inevitabili.

 

 

[1] En passant, si noti anche il valore puramente retorico di chiamare i provvedimenti col nome degli effetti (sperati). In America Friedman cita, tra gli esempi, il “Full Employment Act” (1978). Oppure più provincialmente parlando, perché non pensare al “CrescItalia” o al “Decreto del Fare”?

[2] A un certo punto del suo saggio J. Friedman fa una interessante digressione sulle radici biologiche/anatomiche della nostra umana tendenza a preferire reazioni impulsive alle scelte meditate. Il dato di fondo è che ci siamo evoluti per milioni di anni in qualità di cacciatori/raccoglitori, non di economisti.

 

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11 Responses to “La Maledizione delle Buone Intenzioni: Quando la Democrazia Divenne Retorica (parte II)”

  1. 1

    Silvano Says

    Secondo me a volte in Friedman e in parte dei libertari Usa c’è una visione un po’ caricaturale del lato demagogico e populista della democrazia. L’idea che alla fine ogni quattro o cinque anni si consumi chissà quale decisiva battaglia all’interno delle urne mi pare un po’ naif. I trend elettorali e le percentuali di partecipazione al voto mi danno più l’idea di un rituale stanco che saltuariamente si ravviva per poi tornare alla routine di sempre. Gli stessi movimenti di massa - ove rimasti - non hanno più gli stessi caratteri di quelli della prima metà del XX secolo ormai da decenni. Come noti anche tu il fatto stesso che in politica si abbiano scontri tra coalizioni estrattive a somma negativa non implica che le elites abbiano abbracciato una sorta di socialismo populista. I numeri sull’andamento della concentrazione dei redditi e delle ricchezze non sono tanto diversi d quelli del tempo del capitalismo dei Rockfeller e dei DuPont. Certo che si può discutere dell’efficienza e dell’inefficienza di molti aspetti del sistema ma questo è diverso da vedere la realtà che ci circonda simile a quella di una più o meno ipotetica repubblica popolare socialista.

    Il sistema poi si presta ad essere ben catturato da interessi di tipo lobbistico e per ogni impresa che aspira ad un consolidamento monopolistico o oligopolistico delle proprie posizioni il lobbying è la prosecuzione della concorrenza con altri mezzi. Perchè come è ben noto nella teoria austriaca dell’impresa concorrenza implica rivalità. E rivalità significa anche prendere a calci i competitors. E’ sempre questione di trade off, sia che si tratti di finanziare un partito, di pagare under the table il direttore acquisti di un cliente o di fare dumping sotto costo per impedire il raggiungimento del break even a concorrenti improvvisati e poco attrezzati. Lo stesso lato demagogico da sempre presente nell’attività politica raggiunge l’aplice con l’applicazione quasi scientifica dei principi del marketing aziendale. Da una partecipazione anche fisica e appassionata ai meccanismi di formazione del consenso siamo arrivati a una politca come prodotto di massa fruibile stando seduti sul divano con coca e pop corn di fronte alla TV. Triste ma vero, c’è un lato “oscuro” che non è poi così tanto separabile da quello benefico se non su un piano teorico concettuale.

    Bella la citazione di De Jasay

  2. 2

    Leonardo IHC Says

    @Silvano

    Concordo che l’epico scontro nelle urne nella realtà vada molto ridimensionato. Si potrebbe discutere del perché sia così, ma cambia poco sul fatto di come stiano i fatti. Sulla partecipazione, ho letto di recente che nel mondo anglosassone in particolare la partecipazione elettorale è funzione crescente del reddito, il che magari significa che non c’è solo una ritualità ma c’è anche un’idea di fondo di “a cosa serva concretamente” e lì si potrà aprire un’altra discussione.

    Detto questo, eviterei però di dire che non c’è un socialismo populista in quanto la distribuzione del reddito resta un po’ la stessa. Almeno in termini retorici - quelli che servono per chiappare i voti e cui ogni tanto qualcosa si deve concedere in concreto se no la gente si scassa - di socialismo a vari livelli si parla e sempre di più ovunque.

    Dalla storica affermazione per cui “lobbying è la prosecuzione della concorrenza con altri mezzi” io mi tengo ben lontano. Un discorso è una concorrenza sul mercato (anche a mezzo dumping, che è “scorretto” solo secondo certe scale di valori ma ha pure un senso economico), un’altra è una concorreza sul piano politico in modo da gestire regole di fondo su cui poi agisce il mercato. Per spararla grossa giusto per farmi capire, se una lobby politica ribaltasse il concetto di proprietà, non si può dire che in fondo “è sempre concorrenza” (dato che “concorrenza” è qualcosa che riguarda il mercato, che a sua volta ha come presupposto la proprietà privata).
    Dici bene, c’è un trade-off: più materie sono in mano alla politica, più è conveniente “lobbyzzare” la politica per farle decidere quel che ci pare… e più viene fatto. Lo stesso accade se prendiamo una lobby “popolare” “populista” o cose simili: cattura la politica - o la politica titilla la lobby - tanto più quanto più la politica è in grado di fornire il servizio “politico”. Il trade-off diventa difficile da gestire se si suppone che un ampio mandato della politica sia necessario (più argomenti a incentivare la cattura della politica o viceversa), ma questo presuppone aver già concluso che tale ampiezza di mandato sia auspicabile, conclusione che io non condivido.

  3. 3

    Leonardo IHC Says

    @Claudio

    la retorica dell’emergenza… Tornando alla mia richiesta di farti una lettura su vecchi articoli, non è che qui l’orizzonte temporale dell’elettore si è accorciato (impedendo progetti a lungo termine alla politica) perché la politica ha abusa del concetto di “emergenza” estendendolo a tutto finché tutti non hanno voluto tutto subito?

    L’accento sulla “ovvietà del male” e la pari “ovvietà della soluzione” mi pare molto significativo.

  4. 4

    Claudio Says

    “Secondo me a volte in Friedman e in parte dei libertari Usa c’è una visione un po’ caricaturale del lato demagogico e populista della democrazia”

    Allora, nei libertari Usa quanto vuoi, ma la critica di JF è tutt’altro: per intendersi, non lo troverai mai linkato sul Mises Institute o da Leo Rockwell. Con tutto il rispetto per quest’ultimi ma le sue critiche stanno su un piano superiore alle lamentele contro la perdita della libertà primigenia e contro lo stato come banda di predoni. Uno dei suoi articoli più famosi benché un po’ datato è questo e in generale coi rothbardiani non se la dice: argomentare contro la democrazia perché limita la libertà in quanto presunto valore intrinseco è un conto (e concordo con lui che è un’argomentazione debole per chi ha una scala di valori diversa), argomentare che le procedure politiche (democratiche e non solo) hanno conseguenze spesso e volentieri contrarie agli intenti che si propongono è tutta un’altra e potrebbe in teoria avere ben altra presa (problema: serve conoscere un po’ di economia!).
    Può darsi sia stato io ad aver alterato senza volere un po’ del senso del pezzo originale (per esempio ho omesso di dire che il significato di svolta delle elezioni del ‘12 JF lo considera assolutamente un’eccezione: in genere chi vota non ha assolutamente chiaro le differenze ideologiche tra candidati). Se tu avessi tempo da riempire il link per leggertelo per intero c’è nel primo dei due post.

    Per il resto, ancora una volta per me il problema non è misurare il grado di socialismo reale raggiunto negli USA o da noi da un decennio a un altro. Il problema è evidenziare come l’idea che la politica possa e debba agire per forza per risolvere ogni tipo di problema (creandone però sempre di nuovi) sia un dato affermatosi nella pratica di pressoché ogni forza che aspiri a raggiungere e mantenere la rappresentanza parlamentare. In questo senso sì, sarà anche vero che i rituali della politica sono talvolta stanchi e apatici ma ciò non toglie che sono sempre dei rituali “sacri”.
    L’ho detto più di una volta ma lo ripeto perché la metafora non è del tutto priva di senso: la politica democratica “interventista” (chiamiamola così per intendersi) come la religione in epoca di antico regime pretende di stabilire verità assolute e comportamenti corretti attaccandosi a valori che in ultima analisi sono questioni di fede (perché pretendere di aver capito come funziona l’ordine socio-economico tanto da dirigerlo dall’alto a colpo sicuro è solo un passo sotto a pretendere di essere in collegamento diretto con l’Altissimo). Fatto sta che ci si può attaccare (a parole, la violenza oggi è fuori moda) tra democratici e repubblicani come si faceva tra cattolici e protestanti ma chi raccomanda il non-interventismo politico è un po’ come chi predicava la tolleranza in epoca preilluministica: una mosca bianca o meglio, un eretico. Per questo dico che non è importante che il pubblico votante sia poi poi tanto infoiato e fervente nel seguire i suoi sacerdoti laici: basta sia mediamente convinto che abbiano la ricetta giusta per la salvezza (dei propri valori e del proprio portafoglio, non necessariamente in quest’ordine) e il consenso per superare la setta rivale (a cui poi attribuire la paternità di ogni sventura). Dopodiché il giochino può continuare. Quanto? Boh. La guerra dei trent’anni della politica l’abbiamo avuto tra il ‘14 e il ‘45 e di certo quello che è venuto dopo è stato ed è uno scontro molto più moderato: ma un “secondo illuminismo” che metta in guardia dall’abuso della politica come il primo dall’abuso della religione e che abbia un seguito maggiore di 4 gatti tarda ad arrivare.

    @Leonardo
    La risposta alla domanda secondo me è che fondamentalmente non si è accorciato l’orizzonte temporale dell’elettore (l’orizzonte temporale della popolazione media in qualunque luogo e qualunque tempo è sempre piuttosto basso) ma si è allargata la platea degli elettori potenziali. Ovvio che per conquistare più voti possibili la politica faccia proposte che guardano a tempi immediatamente prossimi. E poi aggiungerei che un ruolo fondamentale ce l’ha lo sviluppo e i cambiamenti dei mass-media. L’impatto emotivo e la capacità di trasmettere una sensazione di emergenza della carta stampata è molto minore di quello della tv o di internet. Quanta legislazione inutile viene fatta sulla scia di campagne scandalistiche basate sul nulla e sulla totale assenza di dati? Secondo me molta.

  5. 5

    Leonardo Says

    @Claudio
    Sulla retorica dell’emergenza e mass media, hai ragione.
    Sull’orizzonte… non mi convinci (oddio, nemmeno hai sudato tanto per provarci), ma rimando alla tua lettura & seghementali su Cubeddu.

  6. 6

    Claudio Says

    @Leonardo
    Sono d’accordo con quello che dicevi te cioè che il progresso sempre più spedito del dopo rivoluzione industriale abbia spinto nella direzione di un aumento delle “pretese” di miglioramento del proprio benessere in un arco di tempo sempre più ristretto. Sono anche d’accordo che questo spiega in parte consistente il successo delle politiche keynesiane e del planismo degli anni ‘30 post Grande Depressione in quanto si confacevano a un’esigenza di risposte in tempi brevi, ancora una volta senza curarsi più di tanto degli effetti a lungo termine.
    Quello su cui mi sa che sono più scettico a differenza tua è che in tutto questo il ruolo più attivo ce l’abbia la politica. Per me è più un processo che si svolge partendo da élite intellettuali di un certo tipo che avvertono il problema (e/o lo ingigantiscono) e si convincono di avere la soluzione “ovvia” —>settori abbastanza vasti dell’opinione pubblica che vengono sollecitati ma sono “ricettivi per natura”—>risposte dei politici che sono per la maggior parte ben lieti di approfittarne. Certo che poi, a questo punto, la loro retorica si mischia e accentua quella degli specialisti del campo.
    Ora però siccome questo “modellino” mi è venuto così di getto è meglio se ci ripenso a tempo, comodo e sudore e verifico se può avere un senso e una corrispondenza reale. Poi convincerti è dura, spesso non mi convinco nemmeno per me!

  7. 7

    Leonardo Says

    @Silvano
    eh infatti… e ci vorrebbe anche che ogni volta che spariamo un modello pensiamo a come possa venir verificato o almeno sconfessato. però dé, ‘un ci s’avesse artro da fà…

  8. 8

    Silvano Says

    @Leo
    Quando dico “lobbying è la prosecuzione della concorrenza con altri mezzi” intendo porre l’accento sul fatto che la cosa è fisiologica. In teoria possiamo scindere tra quali mezzi sono market friendly e quali no. In pratica tradurre la descrizione in applicazione è operazione più ardua. L’ordine (generale) di mercato si regge sulla concorrenza tra soggetti che hanno un interesse (locale) a ridurla. C’è una domanda di intervento che è endogena e non è verso la politica semplicemente in quanto attività fuori mercato ma in quanto depositaria di ultima istanza del monopolio della forza. Tanti discorsi teorici e tante dicotomie alla fine sbattono sul fatto pratico che alla fine fuori dal modello c’è qualcuno che tiene il bastone del comando.
    Infatti nel pensiero di JF, che lo so non è l’ultimo rothbardiano ripescato dal mises.org, la sicurezza è un bene acquistabile al supermercato come le banane per il quale tante agenzie private competeranno all’insegna della customer satisfaction. In principio non escludo che sia possibile in futuro ma non mi spingo ad affermare che la cosa abbia aprioristicamente esiti migliori.

    @Claudio
    L’idea di un escalation verso la democrazia interventista secondo me comunque ha radici in una visione un po’ bucolica del mondo precontemporaneo. Interventi sui prezzi, sulla moneta, sulla circolazione dei beni, sull’ammasso dei beni e delle vettovaglie, sulle pensioni ai veterani di guerra, divieti, proibizioni, concessioni di licenze, patenti e monopoli, dazi, accise sui beni di consumo di massa, leggi suntuarie sui beni di lusso, sussidi all’esportazione, divieti di importazione, gilde, corporazioni, leggi per il controllo e la regolamentazione del suolo, della proprietà privata, degli usi civici e delle terre comuni.. ci sono sempre stati, basta pensare alle grida di manzoniana memoria. Certamente quando una città con 50.000 abitanti era una metropoli ed il contado era fatto di paesani analfabeti ai margini della circolazione monetaria il peso forse era minore anche perché la società aveva un grado di complessità più basso di quello attuale. E certamente la pressione fiscale sul pil era inferiore quando per molti lavori pubblici bastava pagare in natura le corvée dei contadini. Era anche più facile mettersi d’accordo sull’uso della forza essendo in pochi a detenere il potere ed essendoci meno remore verso l’uso di mezzi sbrigativi.
    Al tempo del riot act un’assembramento di tredici persone era passibile di pena di morte, per aprire una spa ci voleva la patente regia, andavi in galera per debiti, il commercio marittimo fischia se era oggetto di intervento (ed il commercio marittimo all’epoca coincideva con tutto il commercio internazionale del regno), a seconda dei periodi non eri libero di licenziarti senza il consenso dell’imprenditore, se vagabondavi un po’ potevi finire al lavoro coatto in una work house. Ok eri libero di arruolarti in qualche spedizione militare d’oltremare e non avevi le trattenute in busta paga. Da questo punto di vista la politica non ti risolveva i problemi ma se ne sbatteva anche altamente i maroni di quelli che ti creava se eri un cittadino medio. Molti istituti erano certamente più inclusivi rispetto a quelli dell’Europa continentale ma anche la libertà nella sola accezione negativa e quindi non interventista del termine era un qualcosa di fruibile da una parte limitata della popolazione.
    Disprezzare la natura invasiva e ciarlatana di molte assemblee moderne non implica necessariamente rimpiangere il tempo in cui i parlamenti erano effettivamente dei comitati d’affari per pochi abbienti.

  9. 9

    Claudio Says

    “nel pensiero di JF […] la sicurezza è un bene acquistabile al supermercato come le banane”
    Ma sei proprio sicuro sicuro? Fonte?

    “L’ordine (generale) di mercato si regge sulla concorrenza tra soggetti che hanno un interesse (locale) a ridurla.”
    Questa invece è carina

    Venendo al resto, vedo che continuo a non trasmettere il punto.
    Ok, partiamo dal dato manifesto che il potere politico è necessario e c’è sempre stato (vedi anche gli articoli di Leonardo che mi richiamava giorni fa) e ha prodotto, da sempre e non da ieri l’altro, come effetti collaterali tutte le storture, limitazioni e controlli invasivi che mi elenchi e mi rielenchi (ho capito il concetto e l’avevo abbastanza chiaro anche prima, mò può bastare!). Quindi si, da questo punto di vista si può dire che quantitativamente oggi se fa danni li fa come ha sempre fatto, e per gran parte della popolazione forse ne fa molti meno e perlomeno dà anche più vantaggi in cambio.
    Quello volevo cercare di dire però è che da un certo punto in poi, che negli USA possiamo collocare a inizio XX secolo, in altri posti dipende, proprio perché la democrazia è diventata via via più inclusiva è quasi scomparsa qualunque riflessione e avvertimento sui rischi che comporta l’affidarsi alla politica, non solo quando questa è in mano a gente corrotta e egoista, ma proprio sempre, per la sua natura di meccanismo decisionale centralizzato e tendente ad agire sull’emotività (questo si, sempre di più nei tempi recenti). E’ quasi scomparsa perché finché le vessazioni che elencavi te sono percepite come imposte da un sovrano o da un’oligarchia è un conto, quando diventano scelte dei rappresentati del popolo è dura andare a dire al popolo di astenersi dal suo potere di far la legge: nella migliore ipotesi passi per fascista più che per liberale (eppure i liberali “classici” dicevano queste cose qui e non erano tutti schiavisti, eh). Ma questo non mi toglie dalla mente l’idea che un sistema che non si può criticare (cioè, si può criticare legalmente ma nei fatti nessuno ti piglia sul serio, il che può anche essere peggio della censura) abbia tutti i tratti dell’assolutismo e della religione: in questo senso non c’è nulla che mi garantisca che la direzione intrapresa non possa precipitare in un futuro più o meno prossimo. Non per questo rimpiango chissà quale passato bucolico. Non mi manca “l’America di Madison” come non mi manca “l’Inghilterra di Smith”, mi mancano proprio Madison e Smith e la possibilità che le loro idee abbiano una dignità di circolazione e di dibattimento senza “abbellirle” e adattarle come chiede la vulgata.
    Non credo sia a rischio la libertà in senso assoluto e nemmeno il benessere: credo sia a rischio la cognizione dei modi in cui si può perdere e la libertà e il benessere che ci siamo costruiti in passato. Quando uno procede a tastoni al buio il rischio di inciampare e farsi male c’è eccome.

  10. 10

    Silvano Says

    *Hai ragione il paper che avevo letto un paio di mesi fa era di David Friedman e non di Jeffrey del Critical Review.

    All’interno della svolta della politica americana del XX secolo andrebbe considerato anche il successivo avvento della versione mass mediatica della democrazia che ha accentuato molti difetti e rischi tipici della demagogia.
    Se vuoi dire che c’è stata una traiettoria nel cambio delle scale di valori sono d’accordo ma ha coinvolto tutte le sfere e non solo quella economica. Basti pensare ai provvedimenti presi per effetto della lotta al terrorismo internazionale: si è arrivati a toccare anche garanzie vecchie quanto l’habeas corpus. Oppure alla facilità con cui l’esecutivo può disporre del potere militare bypassando il congresso. O recentemente al caso Snowden (in fondo Nixon si era dimesso per molto meno). Personalmente trovo l’apatia dell’opinione pubblica difronte a questi fatti un segno dei tempi molto più indicativo delle interminabili discussioni sull’Obamacare. Certamente il pensiero critico può venire assopito a colpi di roboanti campagne elettorali. Ma questo purtroppo vale anche per il sistema produttivo: assecondare il lato trash che è dentro di noi molto spesso paga bene.
    Il principale rischio per le idee di Smith e Madison secondo me arriva da quelli che spaccano il mondo in due in una sorta di grande derby tra privato e pubblico, economico e politico, buoni e cattivi a colpi di dicotomie manichee infilando citazioni del XVII-XIX secolo come cacio sui maccheroni in qualsiasi argomento di politica economica. A questi preferisco le pillole di cinismo di Quinto Potere di Lumet (vedi http://www.youtube.com/watch?v=cMxpetcxDrA ).

    Tornando agli Stati Uniti però mi sembra di capire che i tuoi timori siano però inquadrabili anche in un discorso per certi aspetti più ampio collegabile al declino delle civiltà e degli imperi e le trasformazioni socio-economiche che caratterizzano le fasi della discesa o sbaglio?

  11. 11

    Claudio Says

    Sul ruolo dei mass-media ne accennavo anche io poco sopra con Leonardo, non sei stato attento! :-D

    Per il resto son d’accordo che il cambiamento non riguarda solo l’economia, assolutamente. Quello che dici te sulla nonchalance con cui si svendono diritti costituzionali è molto legato alla domanda di “sicurezza” ed ha a che vedere sia con la retorica dell’emergenza sia, anche qui, con la macchina mediatica. Non a caso ci troviamo paradossalmente con una percezione della violenza sempre più diffusa, in un mondo meno violento che in qualsiasi altra epoca passata.

    Sono un po’ meno convinto che gli estremisti libertari (tra i quali spererei tu non intendessi collocarmi malgrado quest’articolo che forse non ti è piaciuto più di tanto) facciano tutti ’sti gran danni: alla fine si tratta di quattro gatti, magari sul web sembrano quaranta ma nel dibattito pubblico il peso mi sembra tendente allo zero. Forse in quello accademico, almeno in America, è effettivamente un po’ diverso, peraltro JF con Critical Review si proporrebbe anche di rendere più attrattivo nei dipartimenti di scienze politiche un libertarianism depurato dagli istinti troppo anarco-cazzari e fondato su basi un po’ più ragionate (per questo ho ritenuto interessante -nelle mie piccolissime possibilità- far presente qui alcuni dei suoi argomenti).
    La risposta all’ultima domanda è sì, eravamo già entrati in argomento altre volte, mi pare. E non credo il discorso debba essere per forza limitato solo agli Stati Uniti. Aggiungerei semmai che con il crollo dell’altro impero, quello sovietico, è venuto meno un modello “negativo” che faceva in qualche modo da monito e da spauracchio: conoscendoti, mi potresti dire che ne stanno ricreando uno con l’UE. Magari, almeno servirebbe a qualcosa! (Sto scherzando, eh!)

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