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La Misura Critica dello Stato, se Stato Deve Essere

April 5th, 2012 by Leonardo

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di Leonardo, IHC

 

Il Cobden Center offre giornalmente nel suo sito articoli di teoria economica e narrativa austriache dell’attualità. Interessante è il post “What is the correct size and proper function of the state?” di Schlichter, che riesce molto brevemente a spiegare le ragioni della miniarchia di stampo liberale classico contro il “big state” occidentale dei nostri tempi.

L’articolo però si spinge oltre, fino a sostenere che anche la dimensione miniarchica è inefficiente, per cui resta la sola possibilità dell’anarco-capitalismo. Posizione suggestiva (a quale sincero liberale non piacerebbe?), ma debolmente sostenuta e di scarsa utilità pratica.

 

L’idea liberale classica della dimensione dello Stato è semplicemente che questo resti fuori dall’economia: nessun ruolo nell’industria, nelle banche, nella moneta, nell’istruzione, nella sanità, nelle pensioni o altri servizi sociali; il sistema economico ruoterebbe attorno al libero mercato, quindi sulla proprietà privata dei mezzi di produzione e sugli scambi volontari, per cui il coordinamento tra risorse e necessità – sia tra impieghi diversi che nel tempo – avverrebbe attraverso il sistema dei prezzi. Lo Stato dovrebbe occuparsi solo della gestione della giustizia, della garanzia e protezione dei diritti degli individui tra cui in particolare del diritto di proprietà.

A questo risultato si arriva in base a una considerazione preliminare: lo Stato è una istituzione fondata sulla coercizione, sull’imposizione, sull’uso della forza, pertanto “ha senso” finché lo Stato resta un ente delegato dagli individui aderenti al coordinamento e all’esercizio dei loro diritti di difesa. Come ben detto nell’articolo,

 

con il trasferimento del diritto individuale di protezione e difesa della propria vita e proprietà ad una organizzazione specializzata che adempia al compito di curarsi di questi diritti per tutti i membri della comunità, nessun nuovo diritto speciale viene ad esistere”.

 

I problemi vengono fuori quando lo Stato assume responsabilità sociali come la redistribuzione di redditi e proprietà su base continuativa; può fare questo solo con l’esercizio della forza, tramite coercizione, sulla base quindi di un diritto che in realtà non gli è stato delegato. Il sistema del welfare, inteso in senso molto esteso per comprendere qualsiasi attività redistributiva in nome di un qualsiasi principio di equità, è fondato sulla violazione del principio di “delega” espresso sopra, rendendo praticamente ogni diritto individuale di libertà – in specie applicato alla proprietà privata – un diritto “condizionale”, cioè dipendente da considerazioni di terzi che per propria natura non sono costanti nel tempo: l’articolo citato ben riassume dicendo che

 

mentre è possibile stendere regole chiare e universali su come la proprietà possa venir correttamente e legalmente acquisita, e quindi dare ad ogni membro della società regole chiare che siano ben conosciute prima dell’atto costituente l’acquisizione corretta o illegale della proprietà, qualsiasi nozione di ciò che costituisce "giustizia distributiva” dopo gli atti della produzione e dello scambio deve necessariamente essere arbitrario e soggetto a rilevanti variazioni nel tempo”.

 

Questo è anzitutto un fattore di indebolimento generale del diritto di proprietà, e in generale della libertà individuale (vedi anche qui e qui per ulteriori considerazioni), ma soprattutto rovescia le posizioni di diritto relative alla proprietà dei risultati delle azioni individuali, in quanto in generale un sistema di welfare implica il riconoscimento in capo agli “assistiti” di nuovi diritti sul “prodotto” altrui, ed il potere coercitivo dello Stato diventa il cardine dello “scontro” tra le necessità di protezione del diritto di proprietà degli uni e il diritto di assistenza degli altri.

Va posta attenzione sul fatto che il “nuovo diritto” in capo agli “assistiti” non avrebbe alcuna forza – e non sarebbe neppure un diritto, anzi non sarebbe nulla – se il sistema legale non riconoscesse tale posizione o meglio se non esistessero strumenti in grado di scavalcare il diritto alla difesa della proprietà individuale. Seguendo l’esempio condotto nell’articolo, il singolo individuo ha il potere di far ciò che è necessario per difendere la propria libertà, il che include la difesa dell’integrità della propria vita e di ciò che ad essa è funzionale, appunto per questo non ha certo alcun potere di forzare un’altra persona ad offrire assistenza ad un terzo, in quanto significherebbe ledere la “sovranità” della proprietà privata altrui – evento contro cui il secondo oppone appunto la difesa del proprio diritto di proprietà; non essendoci in origine alcun diritto individuale “al coartare al sostentamento altrui”, non c’è alcuna prerogativa da trasferire ad una entità come lo Stato, per cui questi non potrebbe legittimamente assumere tale funzione redistributiva. Il fatto che invece lo Stato dichiari autonomamente tra i suoi fini anche una “giustizia redistributiva” implica la creazione (dal nulla) e l’esercizio di un diritto speciale prima inesistente, e il suo posizionamento sovraordinato rispetto agli originari diritti individuali; in particolare

 

“lo Stato è ora diventato una legge sopra se stesso, un’entità “superiore” le cui concezioni di giusto e sbagliato non corrispondono più a quelle dei suoi singoli cittadini”.

 

Questo è forse più chiaro nel sistema di civil law continentale che in quello di common law anglosassone: lo Stato opera in base ad un diritto pubblico separato e sovraordinato al diritto privato, che rende i diritti dei singoli, come detto sopra, “condizionali”.

 

Sebbene si tratti di un riassunto di un argomento piuttosto vasto, dovrebbe esser chiaro il problema legato al “big state”, e le motivazioni sottostanti ad una preferenza per lo Stato minimo o miniarchia di stampo liberale classico. Ma l’articolo di Schlichter chiude in un modo diverso: nemmeno la miniarchia è possibile, dobbiamo mirare direttamente all’anarco-capitalismo. Il problema sta in quel monopolio della sicurezza e nel sovraordinato potere decisionale valido su tutto un certo territorio (in effetti, la definizione di Stato) che permettono in ogni momento allo Stato di ri-estendere il proprio potere in aree da cui eventualmente è stato fatto ritirare: un “big state” ricondotto a miniarchia può, cioè, in qualsiasi momento recuperare spazio di azione così come ha finora fatto, e comunque l’esercizio esclusivo di alcune funzioni (sicuramente giustizia e difesa) implicano sempre e comunque la necessità-diritto di coartare risorse verso quei fini e l’impossibilità dell’individuo di decidere, anche in quelle materie, di ritirare la propria “delega”.

L’articolo si conclude includendo la crisi di questo schema statale in una più generale crisi di fiat-money welfare e democrazia; più o meno da qui parte un dibattito sulla rilevanza pratica della conclusione anarco-capitalista che ripete la natura ormai infetta dello Stato (il Leviatano che tornerebbe sempre e comunque), l’inadeguatezza della democrazia (almeno come finora disegnata, anche se qualcuno questiona pure sul suffragio universale) e la necessità di un maggiore livello di istruzione diffuso per poter gestire adeguatamente il rapporto tra elettori e ampiezza dello Stato.

 

Questionare sulla democrazia sinceramente mi pare un po’ troppo almeno finché non mi si prospetta una alternativa un po’ migliore di una qualsiasi “dittatura illuminata”, e fare un bel mistone generale di teoria economica e politica mi pare pure sciocco, perché se è vero che il tutto è legato è pure vero che le “teorie del tutto” sono necessariamente troppo approssimate (e mi stupisco che alcuni austro-intellettuali scrivano come se potessero superare alcuni limiti hayekiani della conoscenza) se non pericolose, come la Teoria dello Stato marxista, ed inoltre impediscono la comprensione graduale dei singoli problemi in una strategia di comunicazione ampia. In particolare mi stupisce che si prospetti come modello politico l’anarco-capitalismo previo innalzamento del grado di istruzione medio, perché proprio l’austrismo ci avrebbe dovuto insegnare che un mondo libero da coercizioni statali va avanti – cioè sceglie correttamente – indipendentemente dalle credenze politiche dei suoi membri ma semplicemente perché questi compiranno le azioni da loro ritenute più profittevoli (la cosa è già in Mises, ed assume forza con l’enfasi di Hayek sulla conoscenza “di luogo e tempo”).

Che possa essere un problema gestire un ente statale che, pure in un ambito miniarchico, possa contare su un qualche potere coercitivo sulle risorse, non è in discussione, però se si presenta una qualsiasi alternativa alle strutture statali vigenti (in crisi ufficialmente per motivi di bilancio, ma non per i problemi della fiat money, che tra l’altro coinvolgono anche l’economia non-statale) non mi pare molto “furbo” uscirsene con una proposta così estrema da essere pure dichiaratamente inapplicabile in questo momento; più utile sarebbe un’esposizione su come riottenere una miniarchia e come renderla stabile nel tempo (cioè su quali principi giuridici poter far leva perché lo Stato non possa più rivendicare nuove funzioni di “giustizia sociale” e sconfinamenti in ambito economico pur restando all’interno del modello democratico).

Ancora, è sterile incaponirsi sulla territorialità della dittatura statale anche se confinata all’amministrazione della giustizia, se non altro perché in questo momento non esistono soluzioni pratiche diverse (forme di “secessione” individuale sono dure da pensare anche a livello teorico) per cui tutto si riduce ad una sterile enunciazione di principi astratti ed ideali più vicini alla religione che a una teoria politica o economica. L’unica soluzione è garantire il “voto con i piedi”, cioè il diritto dell’individuo a scegliere di andare in uno Stato diverso, così da forzare le autorità – se vogliono recuperare o mantenere risorse umane – a impostare gli Stati in forme più vicine a desideri/necessità dei cittadini.

Un grosso problema è che di per sé l’intera discussione parte da un assunto non realistico, e cioè che lo Stato nasca da una delega (poi degenerata): agli americani e a molti liberali piace ricordare che gli USA nascono da un accordo tra persone per la costituzione di un ente con limitati poteri, praticamente un agente che opera in forza di un mandato, ma si manca di ricordare che non esattamente tutti gli americani erano d’accordo su questa emancipazione dalla corona britannica e quindi anche gli USA non si sottraggono alla genesi “violenta” sulla spinta di una o più lobby dominanti che semplicemente con il tempo hanno cercato una legittimazione popolare, tipica di tutti gli Stati mondiali; se alla base non c’è stata una vera delega di diritti da parte di una unanime massa di volontà individuali, bensì un processo graduale di “concessioni” di gradi di libertà da parte dei governanti, la discussione sopra presentata assume il valore di una “teoria esatta” in termini mengeriani ma priva di rilevanza cioè di attinenza con la realtà per lo meno storica: non si può pretendere un rientro delle “deleghe” di potere se all’origine non c’è stata alcuna delega.

 

La scuola austriaca, sempre che voglia realmente partecipare ad una pubblica discussione su come riorganizzare gli Stati sfruttando l’attuale congiuntura di crisi del welfare, dovrebbe accompagnare la sua discussione “di principio” con proposte di utilità più pratica, più facilmente spendibili come soluzioni. Prospettare una riduzione dello Stato, la graduale rinuncia delle prerogative social-democratiche anzitutto per motivi pratici di tenuta fiscale e istituzionale (poi rafforzati con una discussione come sopra sul rapporto tra libertà, diritto, e “creazione” di diritti) per scoprire quanto realisticamente una società possa avvicinarsi ad una struttura miniarchica, sarebbe decisamente più spendibile, ed aiuterebbe anche i teorici a capire quali sono le preferenze reali al risk sharing ed all’associazionismo; in ogni caso da una miniarchia o quasi-miniarchia è più facile che si formino spinte naturali verso un tendenziale anarco-capitalismo perché questo sembrerebbe decisamente più “vicino” come alternativa, sicuramente di più rispetto ad ora.

 

Sparare ora, nel nostro mondo statalizzato di cui moltissimi si sono avvantaggiati, che l’unica proposta alternativa è l’anarco-capitalismo previa una dovuta istruzione non suona troppo diverso dalla prospettiva social-anarchica da realizzarsi dopo una fase “educativa” di Stato comunista.

Per favore, liberali e libertari, fate i conti con il mondo di oggi prima di predicare un lontano – e pieno di “se” – futuro di monete d’oro e senza Stato. Dire che l’unica soluzione è quella estrema laggiù in fondo, oltre tutta una serie di soluzioni ugualmente sbagliate, non mi pare in fondo molto credibile.


8 Responses to “La Misura Critica dello Stato, se Stato Deve Essere”

  1. 1

    Vincenzo Says

    E’ veramente un ottimo articolo che mi sento di condividere in pieno. Ultimamente ho commentanto numerosi post su siti di pensiero Austriaco osservando che è necessario fare i conti con la realtà in cui viviamo oggi e che quindi un conto è la realtà verso cui vogliamo tendere un altro conto sono i passi effettivamente realizzabili.
    Vorrei però aggiungere un’altra osservazione.
    Il cardine del pensiero Austriaco è il riconoscimento del diritto di proprietà privata.
    Il problema di fondo è che, per lo meno in Europa con la sua millenaria storia, è ben difficile riconoscere che la proprietà sia stata acquisita legittimamente. Ricordiamoci che fino a un paio di secoli fa c’erano le monarchie assolute, ovvero stati fondati sull’arbitrio del sovrano che aveva conquistato il potere con la forza. In questi stati quindi molti acquisirono proprietà non in maniera leggitima, ma per il tramite della sopraffazione. E’ vero che oggi quella proprietà può essere passata di mano, ma ciò non toglie che l’erede dell’iniziale legittimo proprietario (ammesso che fosse veramente legittimo), laddove fosse possibile identificarlo, avrebbe il diritto di rivendicare tale proprietà.
    D’altra parte negli USA, se si applicasse il concetto Austriaco del diritto legittimo di proprietà, tutto quanto esistente andrebbe dato ai nativi americani, ancora ben individuabili, in quanto la proprietà del territorio venne loro sottratta arbitrariamente con la forza dai coloni. E su questo credo che vi possano essere pochi dubbi. Non a caso i nativi americano godono in alcuni casi di privilegi riconosciuti proprio in virtù di questo fatto. Che poi il tutto venga realizzato malamente e finisca per peggiorare la loro condizione è, come sempre, altro discorso, che però non inficia il fatto che vi sia il riconoscimento di un loro diritto antecedente qeullo “dell’uomo bianco”.
    La funzione redistributiva che lo stato, non più assoluto ma espressione della comunità dei cittadini, si è assunto pò quindi essere ben configurata come un “riazzeramento” della situazione in modo tale che in futuro i diritti di proprietà possano ben essere considerati legittimi.
    Che poi il passaggio tra stato assolutista a stato espressione della comunità dei cittadini sia ancora a metà del guado ci sta tutto, la natura non fa salti, ma nell’ottica prospettata dall’articolo la possiamo vedere come un passaggio necessario per potere arrivare ad una società effettivamente liberale e, idealmente, anarco-capitalista.
    Quanto poi al fatto che in una società miniarchica lo stato si occupa della sicurezza e di agire come garante dei diritti di proprietà, il welfare, la redistribuzione, può essere visto come parte di questa funzione. In una comunità dove esistessero molte persone in condizioni miserevoli la sicurezza di tutti sarebbe a rischio per ovvi motivi. Stante che, come osservato sopra, non ci troviamo in una condizione in cui ognuono può essere considerato responsabile al 100 % della propria condizione, visto che i diritti di proprietà non necessariamente sono tutti legittimi, ne discende anche in questo caso che il welfare è un passaggio verso un riazzeramento delle condizioni di partenza.

  2. 2

    Leonardo IHC Says

    Grazie del commento. Non avevo ancora pensato che lo Stato come gestore del welfare fosse stato un “azzeratore-e-a-capo” dei diritti (non solo di proprietà) ma mi pare che la definizione calzi fin troppo bene. Per poter vantare la restituzione ad originem del “maltolto” però bisognerebbe impelagarsi in una ricerca puntuale dei titoli di proprietà che di fatto è impossibile (tranne forse solo nel caso degli indiani d’america come aggregato).
    Sarebbe già un risultato se si potesse proteggere il diritto di proprità (sul proprio reddito e il patrimonio esistente) da ora in poi; non un risultato pieno ma almeno ha una possibilità.

  3. 3

    Silvano Says

    Il diritto emerge da una situazione di tipo pregiuridico ovvero di scontro potenziale o effettivo. Si propone di pacificare e permettere la cooperazione umana. Uno dei presupposti è, almeno in larga, il riconoscimento dello status quo almeno e definire un set di regole che permetta l’emergere del gioco della catallassi. In chiave utilitarista (e quindi più Misesiana che Rothbardiana) l’impossibilità di risalire al legittimo dentore del titolo originario non è particolarmente rilevante.
    Possono esserci varie argomentazioni pragmatiche in favore di alcune reti di protezione sociale, ma non le rintraccerei in una sorta di compensazione per la rottura di un ipotetico e mai esistito “contratto sociale” da far risalire alla notte dei tempi.

  4. 4

    Vincenzo Says

    Il fatto che nel caso degli indiani d’America, e aggiungerei gli aborigeni d’Australia, sia possibile, almeno a livello di aggregato, risalire ai titoli originari di proprietà è importante. La conseguenza è che tutte le attività della maggiore economia del pianeta devono essere cedute in blocco alla comunità dei nativi (1 milione di persone? forse meno o poco di più).
    Non so se l’economia mondiale sopravviverebbe a un tale passaggio.
    Ma è chiaramente un paradosso. E’ del tutto evidente che un ragionamento sul diritto di proprietà può portare a conseguenze paradossali.
    Forse proprio per questo gli esseri umani si sono inventati lo Stato

  5. 5

    Leonardo IHC Says

    “Forse proprio per questo gli esseri umani si sono inventati lo Stato”. Se questa voleva essere la conclusione, allora non sono d’accordo (salvando la bellezza del paradosso, e il fatto che effettivamente stanno crescendo le “riserve” indiane che Stato indipendente non sono ma almeno riconoscono un torto passato, fattore umano e politico ma non direi giuridico, perché comunque a livello individuale i titoli di proprietà mancano).
    Lo Stato è una forma di organizzazione sociale, e credo/temo che alcune misure minime siano – nella pratica, non teoricamente – imprescindibili. Negli USA non credo proprio che sia sorto uno Stato per regolare “da zero” un diritto di proprietà incasinatosi a partire dalle colonie inglesi e olandesi, bensì è sorto per regolare i rapporti tra coloro che erano in grado di prendersi un territorio e far applicare la propria legge (Stato: territorio con persone, sistema legale, e poteri per assicurare il rispetto di quel sistema legale). Insomma ha vinto il più forte tecnologicamente e socialmente (i nativi erano pure in guerra tra loro) e questo si è fatto uno Stato proprio per regolare il proprio diritto; nulla rileva che ci fosse un qualche diritto preesistente.

  6. 6

    Silvano Says

    Attività di tipo nomade non danno origine a diritti di proprietà stabili su alcun territorio, ma al massimo sulle prede cacciate e sui villaggi e sugli stanziamenti finché delimitati ed identificabili.
    Armstrong non è proprietario della luna per il semplice fatto di essere il primo uomo ad averci camminato sopra.
    E comunque anche per questo motivo già il diritto romano prevedeva l’usucapione.
    Ripeto: il titolo originario che risale alla notte dei tempi è irrilevante. E, senza nulla togliere ai maltrattamenti subiti, non è affermabile nessuna pretesa giuridica collettiva da parte ad ex. di qualche decina di migliaia (?) di aborigeni australiani su di uno spazio geografico grande quanto l’Europa. Avevano solo diritto a vivere nei loro villaggetti ed essere lasciati in pace, niente di più niente di meno.

  7. 7

    Leonardo IHC Says

    Tanto per puntualizzare, questi avrebbero potuto vantare anche un diritto sulla preservazione dell’ambiente circostante più ampio in cui cacciavano o raccoglievano, quindi non solo limitandosi al “villaggino”… e trovami tu con che criterio oggettivo stabilire i confini più ampi

  8. 8

    Silvano Says

    Quello del posseso stabile e duraturo, che può certo estendersi anche a territori limitrofi al “villaggino” (ex. riserve di caccia e pesca) ma non tradursi in una generica pretesa su un intero continente.
    E comunque la spinosa questione giuridica è stata risolta a fucilate…

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