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La Perniciosa Lobby dei Vecchi

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July 19th, 2007 by Leonardo

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di Leonardo, Ihc
 
In Italia c’è un problema con i sindacati. Non lo dico solo io, chiaramente; l’opinione è piuttosto diffusa e ritengo oggettivamente difendibile.

Cos’è essenzialmente un sindacato? Una lobby, un centro di coordinamento degli interessi di una classe o, come meglio si usa dire ora, un ceto sociale. Non credo che la presenza di un sindacato dei lavoratori sia di per sé lesiva del buon funzionamento dell’economia; credo in realtà che ciò che fa la differenza tra uno strumento di contrattazione delle condizioni di lavoro ed una forza conservatrice deviante dello sviluppo economico sia la sua effettiva rappresentatività delle istanze di ceto, il grado di accentramento decisionale (o meglio posizionale), e l’effettiva concorrenza o contrapposizione di altre lobby.

 
Un sindacato dei lavoratori, cioè una organizzazione cui i lavoratori deleghino volontariamente la contrattazione delle condizioni di lavoro con una pari lobby delle aziende, ha una ragione naturale d’essere in un sistema liberalista, in quanto strumento che consente la specializzazione delle figure delegate e quindi vantaggi in termini di tempi e costi. Questo tipo di articolazione per lobby contrapposte richiama, tra l’altro, il disegno di revisione del sistema democratico proposto dal prof. Unnia e su questo sito già discusso. Lavoratori e aziende hanno certo interessi diversi (basta pensare allo stipendio), ma alla fine convergono su un punto: hanno tutti interesse che l’azienda prosperi, quindi c’è il dovuto spazio per una contrattazione costruttiva; al proposito riporto la dichiarazione di Sangalli, segretario nazionale della Confederazione Nazionale Artigianato (intervistato da Picchio in “Sindacati incapaci di guardare al futuro” del Sole24ore del 28/06/07): “i lavoratori devono poter avere la libertà di rapportarsi con l’azienda individuando obiettivi comuni”.
Considerando l’articolata casistica delle aziende già solo in Italia, sarebbe più opportuno che la contrattazione avvenisse su una base quanto più locale possibile, essendo una contrattazione a livello nazionale foriera di forzature approssimazione e quindi distorsioni nell’economia; corretta in tal senso mi pare la posizione di Carruba (“Il sindacato del no – una anomalia solo italiana” del Sole24ore del 28/06/07) che identifica l’attuale come “un sindacato che riflette relazioni industriali e concezioni economiche che non ci sono più: basate su poteri di veto che potevano essere spiegabili (e non giustificabili) quando c’era il monopolio”. Una contrattazione basata sulle specifiche realtà rende inutile, se non dannosa, una contrattazione tra sindacato e Confindustria triangolata tramite il Governo, e consente soluzioni condivisibili (su base volontaria) altrimenti inibite; ad esempio Sangalli fa notare che “è un interesse comune poter magari lavorare il sabato, per far fronte ai picchi di lavoro e avere qualcosa in più in tasca. Questo valore il sindacato non lo rappresenta”.
Si deve ricordare poi che il sindacato attualmente contratta per ogni lavoratore un contratto nazionale indipendentemente dal fatto che il lavoratore voglia essere rappresentato dal sindacato stesso. L’attuale struttura della contrattazione è quindi, dal mio punto di vista, “scorretta” sul piano della rappresentatività e del grado di accentramento, e quindi l’impiego del lavoro è subottimale sia per il lavoratore che per l’azienda.
Ripeto: non intendo dire che i lavoratori debbano necessariamente veri rappresentati da un sindacato; questo vale solo per coloro che scelgono di delegare il proprio diritto di contrattazione, dovendosi permettere al singolo di affrancarsi da qualsiasi sindacato qualora ritenga ciò più consono al proprio interesse. In questo senso non concordo con Carruba quando dice che “quando le lobby prevalgono lo Stato collassa”, almeno finché le lobby sono “contraenti” e non “dittatori” (probabilmente la divergenza di opinioni discende da una mia visione miniarchica dello Stato in cui quest’ultimo non debba aver quasi nulla da “controllare o gestire”).
Ma la distorsione operata dai sindacati in Italia è ben più profonda. Voglio ricorda l’idea del segretario nazionale della CISL Epifani, già altrove ben discussa, per cui le pensioni (e a questo punto chissà quant’altro) devono venir riconosciute indipendentemente da questioni di bilancio (cioè senza riguardo alla loro sostenibilità finanziaria); ritengo che questo sia emblematico di quanto il sindacato sia alieno dalla realtà: operare in termini avulsi dalla congiuntura economica significa non (voler) capire che il lavoratore è più forte e più “libero” in un ambiente economicamente sano (grezzamente: più l’economia gira bene, più si creano opportunità di lavoro, maggiore è il valore e quindi il potere del lavoratore); ma può anche significare altro, e cioè che il sindacato dà più peso a chi già gode di “diritti acquisiti con la permanenza nel mondo del lavoro” rispetto a chi debba ancora stabilizzarvisi se non addirittura entrarci. È pertanto ottima l’affermazione di Carruba “qualunque lobby e corporazione, anche quella degli imprenditori, esercita legittimamente il proprio ruolo tutelando i propri interessi. Se il sindacato rappresenta soprattutto pensionati non meraviglia che prometta loro il paese di Bengodi”, cui fa eco Sangalli “non si parla di giovani, non si parla di strumenti per mettere le imprese nelle migliori condizioni per cogliere le occasioni del mercato”, trovando una logica spiegazione ancora con Carruba “[il sindacato conta] sull’assenza obbligata di un altro sindacato che rappresenti chi quel Bengodi dovrà pagare”.
 
L’attuale sistema quindi vede una lobby che consuma risorse di soggetti che non possono opporsi perché non organizzati in una lobby contrapposta, che accentra a livello nazionale decisioni riguardanti realtà eterogenee, arrogandosi una rappresentatività assolutamente non scontata, perseguendo obiettivi concreti diversi da quelli che volevano essere in origine, e magari ingerendosi pure in questioni meramente politiche e quindi non di competenza.
 
Alcune problematiche connesse alla presenza di un sindacato “wage-setter” sono state esplorate da Herrendorf e Neumann (1997) in un modello formale concernente il valore dell’indipendenza della Banca Centrale da Governo. Alla base vi è una efficace stilizzazione della realtà osservata: i lavoratori sono divisi in Senior (di più lunga permanenza sul mercato) e Junior (i “giovani”, appena entrati o entranti sul mercato); i Junior sono quelli che, per minor esperienza o minor protezione legale, subiscono per primi le contrazioni della domanda di lavoro (sono quindi i primi da licenziare ed i più difficili da assumere). Dato quanto sopra, i lavoratori Senior i più numerosi nel sindacato e saranno più sensibili alla protezione salariale che al problema della disoccupazione, viceversa per i Junior; essendo la maggioranza, i Senior dettano la politica del sindacato, che non si curerà pertanto di stimolare l’occupazione tramite salari più contenuti.
Va da sé che di fronte a una frazione Senior di lavoratori soddisfatti per salario e occupazione, si avrà una frazione Junior di lavoratori insoddisfatti per carenza di lavoro, quindi si una perdita netta di welfare complessivo rispetto all’ottimo.
Una Banca Centrale indipendente può controllare l’inflazione in modo supposto efficace, ma non consente per lo stesso motivo una riduzione del salario reale (e recupero di occupazione) attraverso l’inflazione stessa. Una Banca Centrale dipendente dal Governo potrà eventualmente subire le istanze della minoranza Junior, assumendo dal Governo un obiettivo anche sul welfare, e quindi un obiettivo occupazionale. In particolare può accadere che i Junior (alla fine sono elettori e il Governo non può ignorarli del tutto) possono esercitare pressioni “inflazionistiche” che in parte compensino la “dittatura salariale” dei Senior, con un risultato certo in termini di permanenza di un certo livello di distorsione inflazionistica e un risultato incerto in termini occupazionali. Date le specifiche del modello, il rapporto di maggiore o minore variabilità dell’occupazione tra i casi di dipendenza e indipendenza della Banca Centrale dipende crucialmente dalla probabilità che l’una o l’altra frazione di lavoratori prevalga politicamente e dalla variabilità degli shock che colpiscono la domanda di lavoro. In altre parole, il sindacato costringe parte della politica a seguire un welfare sociale creando inflazione ma senza poterne ricavare un vantaggio certo, e l’isolamento politico della Banca Centrale può ridurre le tensioni inflazionistiche ma al prezzo di una certa maggior disoccupazione “giovanile”: il sindacato, per come si è osservato comportarsi, distrugge il trade-off inflazione-occupazione creando le condizioni perché si abbia sia più inflazione che più disoccupazione, cioè una perdita netta di welfare! Gli autori riconoscono che il risultato prescinde da variabili anche rilevanti ma non formalizzabili, ma io ritengo con loro che il risultato sia comunque significativo: un orientamento politico del sindacato come pare aversi in Italia (con una Banca Centrale a mio avviso non alinea da istanze politico-sociali quale aggravante) è quindi un freno allo sviluppo economico ed un fattore di perdita di potere d’acquisto per i lavoratori stessi.
 
Is there any easy way out? Anche no, purtroppo, perché i sindacati sono per natura contigui ad una parte della politica del Palazzo, e come tali non riducibili se non attraverso “interventi profondi” sull’assetto istituzionale e sulla coscienza della popolazione. Voglio ricordare che questi “sedicenti rappresentanti dei lavoratori” non sono stati eletti con la partecipazione di tutti i lavoratori, quindi noi “consumatori di politica” non possiamo cacciarli o meglio non rinnovarli. Però la loro “legittimità” di fronte al Governo si afferma anche con il loro abusato ricorso allo sciopero sia di categoria che, ed ai fini di questa discussione soprattutto, politico. Si potrebbe cominciare non rispondendo alle loro “chiamate alle armi”, facendo così capire che quel che ci interessa è lavorare e avere sempre più occasioni di lavoro, e non bloccare quel tal antipatico imprenditore, quel tal mefistofelico partito o quella tal fusione aziendale, né lottare per 50 centesimi di ticket restaurant o dimostrare il proprio sdegno per l’umidità dello scirocco; un sindacato sordo a questo, così decadrebbe, e saremmo più liberi.
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8 Responses to “La Perniciosa Lobby dei Vecchi”

  1. 1

    prometeo Says

    […]hanno tutti interesse che l’azienda prosperi, quindi c’è il dovuto spazio per una contrattazione costruttiva[…]

    l’italia e’ in contrazione da de-industrializzazione, ci sono milioni di lavoratori che sono impiegati ma non fanno assolutamente niente, sia nel pubblico che nel privato. C’e’ un problema di fondo di esubero di produttivita’ per assenza di domanda.

    […]Si deve ricordare poi che il sindacato attualmente contratta per ogni lavoratore un contratto nazionale indipendentemente dal fatto che il lavoratore voglia essere rappresentato dal sindacato stesso. L’attuale struttura della contrattazione è quindi, dal mio punto di vista, “scorretta” sul piano della rappresentatività e del grado di accentramento, e quindi l’impiego del lavoro è subottimale sia per il lavoratore che per l’azienda[…]

    questo e’ un tratto carattaristico della rappresentanza elettiva in genere, democrazia compresa.
    Le lobby hanno gia’ prevalso da lungo tempo, lo stato, che e’ una lobby, e’ diventato ipertrofico, e cio’ che e’ collassato e’ la democrazia stessa

    […}grezzamente: più l’economia gira bene, più si creano opportunità di lavoro, maggiore è il valore e quindi il potere del lavoratore[…]

    questo e’ vero, ma quale economia puo’ avere l’italia? Realisticamente… cosa puo’ far girare bene l’Italia? Con la disomogeneita’ che la caratterizza?

    […]non si parla di giovani, non si parla di strumenti per mettere le imprese nelle migliori condizioni per cogliere le occasioni del mercato”, trovando una logica spiegazione ancora con Carruba “[il sindacato conta] sull’assenza obbligata di un altro sindacato che rappresenti chi quel Bengodi dovrà pagare[…]

    verissimo! Quel bengodi non lo potra’ pagare nessuno… nemmeno i giovani. Ricordo che il primo maggio di quest’anno alla festa dei lavoratori si parlava di morti sul lavoro che sono un non-problema, come gia’ evidenziato in questo sito, essendo il fenomeno in riduzione strutturale. Come sempre, complice anche il Presidente Napolitano e l’ala piu’ di sinistra di questo governo di centro-fascita-sinistra, si distoglieva l’attenzione dei media e delle masse dal vero unico problema del lavoro: cosa faranno i giovani quando avranno 65 anni?

    […]L’attuale sistema quindi vede una lobby che consuma risorse di soggetti che non possono opporsi perché non organizzati in una lobby contrapposta[…]

    Esatto, aggiungo… che al sindacato fa un gran comodo la deregolamentazione del mercato del lavoro, la precarizzazione e quant’altro, perche’ i giovani lavoratori in questo modo non prenderanno mai coscienza collettiva di quanto vicini alla schiavitu’ sono stati ridotti, non si organizzeranno e non chiederanno conto al sindacato di come cio’ sia potuto accadere. 150 anni di lotte dei lavoratori evaporati in 4 legislature.

    […]i Junior (alla fine sono elettori e il Governo non può ignorarli del tutto) possono esercitare pressioni “inflazionistiche” che in parte compensino la “dittatura salariale” dei Senior[…]

    Credo gli unici elettori di cui gli esoscheletri-politici si debbano occupare sono i ragazzini di 18 anni e gli ultra ottuagenari in preda all’Alzeimer… i primi perche’ non sanno e i secondi perche’ non ricordano… Tutti gli altri elettori dovrebbero astenersi per qualche decennio dall’esercitare il loro diritto di abbonamento alla stagione del teatro dei “pupi e dei draghi”
    Forse… in una metaforica asfissia elettorale interverrebbe un fenomeno di selezione naturale dei pupi.
    Circa la moderazione dei salari dei lavoratori Junior, in Italia, ridurla significa andare direttamente incontro all’indigenza. Milioni di giovani tra i 18 e 30 anni vivono una vita normale solo grazie all’aiuto della generazione precedente. Senza questo aiuto (prossima generazione) o riducendo ancora gli stipendi dei giovani non c’e’ altro che la fame.

    […]Voglio ricordare che questi “sedicenti rappresentanti dei lavoratori” non sono stati eletti con la partecipazione di tutti i lavoratori[…]

    Nessuno e’ eletto con la partecipazione di tutti. Come dicevo in un mio precedente commento, l’unico partito di vera maggioranza sono i non votanti, in democrazia, come per l’elezione dei sindacalisti.

    Il problema dell’Italia e’ la totale mancanza di competitivita’. Un esempio emblematico… la settimana scorsa un caro amico mi ha offerto di prendere il suo posto alla direzione delle comunicazioni di un grande e antico gruppo bancario italiano. Sono andato a fare il colloquio e nonostante il mio cv attestasse competenza strabordante per il ruolo, mi e’ stato detto che:”vorremmo uno del posto, altrimenti dopo 5 o 6 anni le pesone se ne vanno per motivi di famiglia”.

    5 o 6 anni? Dove lavoro adesso a Londra, mi hanno fatto i complimenti perche’ sono l’unico direttore delle comunicazioni che e’ rimasto in questo ruolo per piu’ di 6 mesi!

    Le aziende italiane si legano alle persone e non al set di competenze che quella persona fornisce. In UK l’azienda, tramite un management di solito efficiente, ha coscienza dell’insieme di competenze di cui ha bisogno e provvede a fornirsi di queste competenze arruolando profili professionali adeguati. Esiste il circuito della formazione continua, le aziende praticano regolarmente formazione interna per favorire la vera mobilita’, cioe’ quella interna, gli stipendi sono in media 3 volte quelli italiani, anche se la vita costa solo il 20% in piu’, il 98% dei contratti nasce a tempo indeterminato e le aziende hanno il problema opposto… non sanno, nonostante bonus e benefit e stipendi alti, come trattenere dipendenti che fanno carriera altrove.
    Inutile dire… che il ruolo del sindacato e’ del tutto irrilevante.

    Io credo nella natura animale degli uomini e credo che la civilta’ sia solo un’abitudine, le lobby sono le manifestazioni organizzate dell’istinto alla sopraffazione degli animali anche a scapito della propria stessa specie.
    L’Italia, che e’ un paese in via di inselvatichimento, non e’ un paese in grado di produrre la cosa piu’ importante: cultura. E tantomeno di applicala al mondo reale per produrre benessere.

    “Uno scorpione doveva attraversare un fiume, ma non sapendo nuotare, chiese aiuto ad una rana che si trovava lì accanto. Così, con voce dolce e suadente, le disse: “Per favore, fammi salire sulla tua schiena e portami sull’altra sponda.” La rana gli rispose “Fossi matta! Così appena siamo in acqua mi pungi e mi uccidi!” “E per quale motivo dovrei farlo?” incalzò lo scorpione “Se ti pungessi, tu moriresti ed io, non sapendo nuotare, annegherei!” La rana stette un attimo a pensare, e convintasi della sensatezza dell’obiezione dello scorpione, lo caricò sul dorso e insieme entrarono in acqua.
    A metà tragitto la rana sentì un dolore intenso provenire dalla schiena, e capì di essere stata punta dallo scorpione. Mentre entrambi stavano per morire la rana chiese all’insano ospite il perché del folle gesto. “Perché sono uno scorpione…” rispose lui “E’ la mia natura”

  2. 2

    L.Baggiani Says

    “ci sono milioni di lavoratori che sono impiegati ma non fanno assolutamente niente, sia nel pubblico che nel privato”
    Hai messo questo in contrasto con quanto avevo scritto, e non vedo molto il perché; mi pareva chiaro che stessi confrontando il paradigma di un sistema meritocratico con quello attuale, e comunque il focus è sull’esistenza del sindacato, e non una critica a tutta l’Italia.

    “questo e’ un tratto carattaristico della rappresentanza elettiva in genere, democrazia compresa.
    Le lobby hanno gia’ prevalso da lungo tempo, lo stato, che e’ una lobby, e’ diventato ipertrofico, e cio’ che e’ collassato e’ la democrazia stessa ”
    Almeno alle politiche si vota un partito o un nome, e si sa chi si farà Premier; non esiste nemmeno questa possibilità riguardo il sindacato: si votano rappresentanti aziendali che nominano altri rappresentati e su a imbuto fino al segretario. E’ molto peggio che una democrazia rappresentativa.

    “questo e’ vero, ma quale economia puo’ avere l’italia? Realisticamente… cosa puo’ far girare bene l’Italia? Con la disomogeneita’ che la caratterizza?”
    La disomogeneità non mi pare che sia un problema in sé (come dire che tutto funziona se siamo tutti uguali… come nel comunismo). Ogni zona può avere un motivo di crescita, ma se tarpiamo le ali alla base sicuramente non lo vedremo mai. Non mettere limite al genio imprenditoriale.

    “al sindacato fa un gran comodo la deregolamentazione del mercato del lavoro, la precarizzazione e quant’altro, perche’ i giovani lavoratori in questo modo non prenderanno mai coscienza collettiva di quanto vicini alla schiavitu’ sono stati ridotti, non si organizzeranno e non chiederanno conto al sindacato di come cio’ sia potuto accadere.”
    Dissento: mi pare che il sindacato si sia già messo da solo a capo dei precari, che per questo e per ignoranza non vedono le cause del loro stato. Peccato che poi il termine precariato sia misleading in sé oltre che da valutare in connessione con la possibilità di trovare velocemente un nuovo impiego, che da sola eliminerebbe il problema e su cui insisto si deve intervenire. Alcune forme di precariato sono solo sfruttamento, altre sono la risposta ai vincoli che il sindacato ha creato.

    “Senza questo aiuto (prossima generazione) o riducendo ancora gli stipendi dei giovani non c’e’ altro che la fame.”
    Giusto, ma io mi riferisco al livello salariale generale e non solo dei giovani, e ricordo che faccio riferimento ad uno schema formale semplificativo, per cui è un errore il trasferimento puntuale sulla realtà. Ma seguendo il tuo discorso, il risparmio aziendale in ogni caso si fa sulla massa dei dipendenti (e l’inflazione li colpisce tutti).

    “Il problema dell’Italia e’ la totale mancanza di competitivita’.”
    Il mio post, forse non era chiaro, non vuole ricondurre tutti i problemi dell’Italia al sindacato, ma vuol dire che uno dei problemi è quello, e la cosa mi pare molto diversa. Se vuoi il problema della produttività è legato anceh a questo, perché le aziende avendo vincoli sull’occupazione non possono nemmeno massimizzare il valore della forza lavoro, cosa di cui comunque ho fatto cenno anche nel pezzo (”il lavoro è subottimale sia per il lavoratore che per l’azienda”).
    Intanto ho affrontato uno dei problemi, se pensassi con un post di analizzare tutti i problemi dell’Italia e risolverli non sarei un liberale, ma un marxista.

  3. 3

    prometeo Says

    Colpa mia… il pezzo era chiaro…sono io che scrivo troppo di fretta.

    Intendevo dire che non sono daccordo riguardo ai comuni intenti. In una situazione di eccesso di produttivita’ (seppur bassa in termini assoluti) per assenza di domanda, l’interesse delle imprese pubbliche e’ coltivare elettorato, quello privato e’ chiudere l a barracca portando a casa quanti piu’ soldi possibile.

    Circa la disomogeneita’, per tanto tempo ha funzionato bene producendo nicchie di eccellenza, alcune delle quali ancora esistono. Ma nel mondo organizzato con Cina=opificio del mondo e USA=consumatori del mondo, la disomogeneita’ in una realta’ piccola come quella italiana non regge piu’, e invece di ricchezza diventa una scarpa di cemento per tentaivi imprenditoriali (quali?) di reazione.

    Immagino che il sindacato si auto-posizioni a capo di tutti i lavoratori sofferenti allo scopo di poter leggere sui giornali:”il sindacato si dice preoccupato e richiede un tavolo con l’esecutivo”, ma di fatto… vende patacche ai giovani da un decennio almeno. Il fatto che questi abbiano in testa il cappello del sindacato, senza saperlo e senza trarne alcun vantaggio, fa comodo solo al sindacato.

    Il risparmio aziendale, l’utile, lo si fa si sulla massa dei dipendenti, ma anche aumentando i margini e i mercati o il contenuto tecnologico. Le grandi imprese hanno la potenzialita’ di manvrare in questa direzione, le medie e piccole imprese assai meno. Non occorre ricordare come sia composto il tessuto produttivo italiano e soprattutto come stia evolvendo… quindi le piccole imprese tendono solo a ridurre i salari e a precarizzare, senza che ci sia la possibilita’ per il lavoratore di un rapido reinserimento altrove ne’, soprattutto, la possibilita’ di riqualificarsi sia per assenza di circuiti di formazione adeguati sia, tragicamente, per l’assenza di domanda di lavorati qualificati, il che tronca le gambe a qualsiasi applicazione della mobilita’ nel lavoro.

    Non intendevo neanche io individuare il problema dei problemi o ridurre tutto ad un solo problema. Riguardo alle problematiche poste dal sindacato, quello che volevo evidenziare, e’ che l’esistenza di “questo” sindacato e’ effetto collaterale di altri problemi e, sopratutto, data l’impossibilita’ di propagare i cambiamenti (verso il meglio) dalla politica o dal sindacato, illustravo come un altro paese a reso irrilevante il ruolo dei sindacati sostanzialmente creando a contorno le condizioni per una reale versatilita’ e mobilita’ dei lavoratori.

  4. 4

    L.Baggiani Says

    capisco il tuo appunto sulla debolezza economica italiana, e mi pare che tu abbia centrato il problema della manifattura. Non ci si dovrebbe preoccupare del calzaturiero che chiude in Italia, perché le scarpe me le fa un cinese a un quarto del prezzo: è capitale che si libera e che troverà una via più produttiva.
    Se davvero al primo newcomer le aziende di un paese pensassero solo a chiudere senza che il capitale trovi altri sbocchi, capisci bene che ormai l’occidente non avrebbe più aziende. Si tratta di specializzazione industriale e evoluzione tecnologica, e funziona dal 4000 ac, non è indolore in fase di riconversione industriale ma manda il mondo avanti, se la si lascia funzionare (e il sindacato non lo fa: attaccati ai maroni per non far chiudere un carrozzone come Alitalia che verrebbe sostituito da un altro carrier, è più chiaro ora?).

    Che il sindacato chiacchieri tanto di giovani ma non faccia una sega, è il movente del mio pezzo, quindi siamo d’accordo.

  5. 5

    prometeo Says

    Fondamentalmente sono daccordo con te sul ruolo del sindacato. Infine citavo la filastrocca della rana e lo scorpione, perche’ il sindacato, aggrappandosi alla groppa dei giovani per traghettare la lobby dei vecchi… sta fottendo i giovani a meta’ del guado affogando essi e i vecchi prima di arrivare sull’altra sponda.

  6. 6

    L.Baggiani Says

    sì, era una bella metafora: se la natura è dispotica e egoista, può dire che è altruista, ma alla fine la natura impera.

  1. 1

    …e i giovani? Ma ’sti gran cazzi! Ah ah ah… « Working Ideas

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  2. 2

    Libero Sciopero in Libero Stato at Ideas Have Consequences

    […]   ma dove finisce l’elasticità e inizia l’inerzia o il dolo? È “corretta” una rinegoziazione dopo un anno? E dopo due, o addirittura tre anni? Il problema diviene quindi quello della “sensibilità” delle parti alla lunghezza dei tempi di rinegoziazione, gestibile per contratti individuali ma forse non risolvibile in caso di “contratti collettivi” (tra l’altro spesso mediati da rappresentanti neppure proprio democraticamente eletti, come già detto qui). […]

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