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La società dei consumi, ovvero la commedia umana

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April 10th, 2007 by Admin

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Ideas Have Consequences si apre finalmente al contraddittorio dando spazio ad un intervento che si discosta totalmente da quello che è il canovaccio di questo sito. L’autore dell’articolo, di scuola Keynesiana come lui stesso afferma, cerca di riprendere alcuni temi spesso al centro del campo di battaglia: short-long run, sostenibilità del mercato, interventi di fine tuning, la politica degli "obiettivi". In fondo, si riprende il dibattito sul consumismo. E che dal confronto possa nascere miglioramento. - Jacopo

di Tommaso Sardelli, Contributor

 

Vorrei cogliere l’occasione per replicare ad alcune affermazioni che ho avuto modo di leggere nell’articolo "Ideologie del Consumo, ovvero: Lode al Risparmio" dell’amico Leonardo.
Oltre a ciò, vorrei proporre ai lettori una disputatio su argomenti di più larga portata, partendo da un piano "scientifico" riguardante il funzionamento dei sistemi economici, per poi passare ad un livello "filosofico", ossia all’amore sempiterno verso tutto ciò che è voluttuario.

Da buon keynesiano, mi sentirei di puntualizzare anzitutto sulla questione del lungo periodo in economia, tramite il quale si cerca molto spesso di muovere una critica alla teoria e alle esperienze in campo politico ispirate dall’economista inglese.
Riprendendo anche il buon Galbraith, vorrei ribadire che non abbia alcun senso fare riferimento al lungo periodo, se non per mere dissertazioni teoriche.

Il lungo periodo è infatti solo una concatenazione di difformi brevi periodi
, dentro i quali si svolge l’agire umano. Il mercato e le condizioni socioeconomiche derivanti, non sono altro che il frutto di questa successione molteplice di azioni congiunte di consumatori, imprese e soggetti pubblici. Basta stabilire un intervallo di tempo (nei carteggi di Keynes si evince che lo short run è per lo stesso il periodo di produzione medio del sistema economico) e questo sarà un breve periodo. Così il lungo periodo, non sarà altro che un treno formato da più binari costituiti da diversi e soprattutto imprevedibili brevi periodi.
Ecco perché sono convinto che poco importa quanto accade nel lungo: preoccupiamoci di sterzare in tempo un ostacolo che ci troviamo di fronte, anziché guardare inutilmente a un chilometro di distanza.

Ora, mi sembra che il nostro buon Hermes, tralasci nel suo racconto la vera essenza della politica economica.
Chiunque compia manovre di governo economico, monetarista o keynesiano che sia, afferma implicitamente l’incompatibilità del mercato a gravitare spontaneamente attorno ad un optimum.

La questione oggigiorno non consiste più nell’aderire o meno in modo totalitario al laissez-faire, ma stabilire, all’interno di un programma di interventi "esogeni" al libero mercato, quali siano gli obiettivi da perseguire. Attualmente, ciò che è più desiderabile secondo la dottrina egemone è la "stabilità dei prezzi". Un tempo invece, si pensava che fosse dovere morale e politico di una democrazia garantire un livello di occupazione elevato. Il successo del governo del ciclo economico, lo si misurava con il numero di indigenti lasciati a spasso, non con la stabilità monetaria e un bilancio in pareggio. Si perseguiva un obiettivo, diciamo pure, "nobile", ossia un tasso di piena occupazione stimato tenendo presenti le imperfezioni del mercato del lavoro e i suoi aspetti strutturali. Se vogliamo, occorreva sempre un livello di reddito nazionale congruo rispetto a tale obiettivo, poca importanza se generato dal settore privato o pubblico. Se il privato produceva abbastanza occupazione, il pubblico doveva ritirarsi, se il privato non era ottimista o c’era crisi, il pubblico doveva accendere la sirena e investire. E non investire in "buche", ma in strade, spendere insomma in conto capitale e limitare le spese correnti. Su questo dibattito e sui rischi di un’errata interpretazione del keynesismo non mi voglio però soffermare, lasciando ai coraggiosi la lettura del mio saggio su Studi e Note di Economia.

Un’utopia questa? Direi proprio di no. Oggi abbiamo purtroppo un altro target, il più amato tasso di inflazione, controllato attraverso gli aggregati monetari (se qualcuno ha un dubbio che la relazione fra moneta, reddito e inflazione, con il jolly della velocità di circolazione, sia più un post hoc che non un propter hoc alzi la mano e si legga sempre il mio saggio).

Occorre tuttavia ribadire che è grazie ai consumi di beni e servizi che si regge il nostro sistema economico. Guai a disprezzarli, mai fare un’apologia del rentier.
In merito, vorrei fare ora io un po’ di ermeneutica: il privato investe solo se intravede potenzialità di business. Queste potenzialità nascono dall’esistenza di un mercato da conquistare, quindi di persone con disponibilità economica da attirare a sé o da strappare alla concorrenza. Se non ci sono prospettive per investire (chi si ricorda dell’efficienza marginale del capitale di Keynes?), allora deve essere lo Stato a farlo, per ripristinare il reddito aggregato a livelli elevati. Se invece, in nome della stabilità monetaria, si aumentano i tassi, rendendo meno attrattivi i profitti attesi da un impresa rispetto alla rendita risk free e innalzando alle famiglie il costo di un mutuo, le conseguenze possono essere molto gravi. Mi domando se un livello di inflazione, entro certi limiti, non sia poi un male minore rispetto ad un’economia che ristagna. Risposte favorevoli a tale interrogativo si hanno anche da eminenti economisti, uno per tutti Paul Krugman (cfr. Il silenzio dell’economia).

Veniamo ora al consumerismo. Tante volte si critica il capitalismo e il marketing come corruttori delle menti e dei costumi occidentali. Si tratta a mio avviso di un comune e banale errore.
L’uomo è alla continua ricerca della felicità. Da sempre ogni soluzione efficace a questo suo annoso bisogno riscuote enorme successo. Può trattarsi di un nuovo cioccolatino che delizia il palato, oppure di un elettrodomestico che risolve una problematica. Tanti sono i casi di prodotti o servizi che veramente migliorano la nostra vita. Perché demonizzare allora questo sistema, considerato che esso è anche in grado di produrre il maggior benessere? Nessuno sostiene che sia privo di difetti, spetta semmai al pubblico correggerli, ma è incontrovertibile che la "società dei consumi" sia il migliore dei mondi possibili. Critichiamo invece la politica quando non è in grado di far fronte alle distorsioni e alle ingiustizie generate dal capitalismo.
Taluni potranno però addurre come piaga sociale gli altri casi in cui entra in gioco l’effimero. Ma anche in questo ambito si deve fare ricorso alla natura dell’uomo e alla sua continua ricerca della felicità.

Il grande John Lennon, affermava con estrema saggezza che "All you need is Love". In verità, l’uomo fa uso di cose appariscenti per mostrare ansiosamente il proprio status. Avere l’orologio alfa, le scarpe beta, la macchina gamma, è un tentativo per attirare a sé l’amore e l’approvazione altrui. Ostentare ricchezza e circondarsi di cose belle serve a farsi accettare meglio dagli altri. E bisogna ammettere che certe volte tutto questo funziona: l’opinione favorevole del prossimo determina la nostra autostima e quindi la nostra felicità.
In altri casi, tuttavia, le aspettative di felicità  derivanti da un nuovo acquisto, risultano disattese molto ex post. Ci si attendeva di arrivare al settimo cielo con una nuova auto, quando invece, poco tempo dopo il suo acquisto, i nostri umori ritornano ai livelli precedenti. Vediamo di capirne i motivi.

Un giorno il sommo Epicuro ebbe modo di classificare i bisogni umani partendo da una netta divisione: da un lato quelli necessari e, dall’altro, i non necessari. Fu, dopo tanto tempo ancora, sempre Keynes ad andare ancora più a fondo, distinguendo fra quelli assoluti e relativi (quest’ultimi scaturiscono dal confronto con il prossimo).

Ebbene, passiamo gran parte della vita a desiderare cose che non vale la pena possedere, mentre dovremmo dare precedenza alla serenità interiore senza cadere nelle instabili ricompense dello status. Un nuovo abito firmato non ci darà mai la felicità che veramente cerchiamo, ossia quella donata da un legame sentimentale o dall’amicizia. Estremizzando, cos’è preferibile, un attico da capogiro in cui però vivere da soli, oppure una modesta abitazione frequentata da tanti amici e condivisa con la propria metà?
Da un lato, le tecnologie sempre più evolute non fanno altro che rendere più piccolo il mondo, moltiplicando ogni giorno i bisogni relativi. Dall’altro, il marketing si impegna continuamente a indagare sui bisogni assoluti e relativi, trovando soluzioni interessanti per entrambi.
È poi però il consumatore a decretarne il successo: se un prodotto mantiene la sua promessa, o se è idoneo a placare l’ansia da status, venderà copiosamente. E questo non perché il capitalismo sia un corruttore, ma perché è l’animo umano fallace.
Sta dunque all’uomo intelligente sapersi affrancare da questa proliferazione di offerte, ricordandosi che, come insegna Henry Thoreau, "non occorre denaro per comprare quello che serve all’anima".

Dovremmo divenire sempre più consapevoli che la felicità indotta dalle cose materiali è molto labile, tornando a vivere con maggiore temperanza e semplicità.
Quando Socrate vedeva i mucchi di oro e gioielli in processione lungo le strade di Atene, era infatti solito esclamare: "Guardate quante cose ci sono che non desidero!"
Ma alla fine non disperiamoci più di tanto se siamo in qualche occasione spendaccioni; si vive una volta sola e un momento di felicità in più, ancorché flebile, non guasta mai in fondo.
Se non si eccede diventandone schiavi, lode quindi al consumo, il motore della nostra economia. E ricordiamoci anche che Socrate fu uno che si incaponì e volle per forza morire bevendosi la cicuta.

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34 Responses to “La società dei consumi, ovvero la commedia umana”

  1. 1

    L.Baggiani Says

    Rispondo limitatamente al campo del mio precedente intervento.

    - Riguardo l’esposizione della tua posizione in merito al rapporto consumo-felicità dico solo che si entra in valutazioni altamente personali (come mi pare dica anche tu) e dibattute da filosofi anni-luce lontani come capacità di analisi, e comunque ritengo personalmente che tali considerazioni debbano rimanere fuori da interferenze politiche.
    - Il senso del mio intervento non era osannare il rentier, bensì denigrare le spinte artificiose al consumo; la tua esposizione non mi pare che demolisca i punti fondamentali: da una parte (AE e le fondamenta monetariste) si considera che il consumo sia a un livello di equilibrio dettato dall’incontro di propensione al consumo e redditività del capitale, dall’altra (keynesianismo) si prescinde da contigenti riposizionamenti tra consumo e risparmio perseguendo “a ogni costo” (cioè, al costo della riduzione del consumo futuro a causa degli interesse maturati sul debito pubblico) un livello di consumo considerato “dall’alto” come ottimale. La mia posizione è e resta che debba essere il singolo a decidere se in un momento acquistare o meno, per cui le posizione keynesiane consistono nella realtà in spinte verso consumi eccessivi (nella mia terminologia, consumismo).
    - Le diverse conclusioni dipendono dal considerare il sistema come immune da inflazione grazie a una capacità produttiva inutilizzata nel caso keynesiano (non puoi negare questa ipotesi fondamentale); le conseguenze sono sempre state appunto l’inflazione (vedi Phelps sugli anni ‘70), che è esattamente in linea con il non considerare il lungo periodo ma solo il breve periodo.
    - Il mondo non è perfetto; ma una cosa è intervenire in via “straordinaria” dipendentemente dal tipo di distorsione e lasciare il primato alla libera scelta individuale, altro è attirbuire un primato allo Stato (cioè a una élite di persone alla prova dei fatti non necessariamente competenti e onniscenti) sul governo dell’economia: il monetarismo è nato come opposizione al keynesianismo (la AE esisteva nei principi già dalla rivoluzione francese), ed il loro accostamento è per lo meno forzato.

  2. 2

    jacopo Says

    L’interventismo governativo non scava buche e le riempie, è vero. Riesce a fare di molto peggio. Il cosa è l’oggetto di tutti gli articoli qui pubblicati.

    E ricordo, come già espresso da altri tempo fa, che l’opzione in favore della libertà, e quindi l’opposizione all’intervento “dall’alto” di qualche illuminato, non è di carattere economico (efficienza). Ma è prima di tutto fondata sul terreno della morale. Tutto il resto sono palle.

    Condivido la frase

    “Chiunque compia manovre di governo economico, monetarista o keynesiano che sia, afferma implicitamente l’incompatibilità del mercato a gravitare spontaneamente attorno ad un optimum.”

    Eventualità che personalmente mi si presenta molto rara.

  3. 3

    Lamiadestra Says

    “poco importa quanto accade nel lungo: preoccupiamoci di sterzare in tempo un ostacolo che ci troviamo di fronte, anziché guardare inutilmente a un chilometro di distanza.”

    Ripropongo una critica “friedmaniana”:
    1. come sai quando intervenire? molto spesso, ora che intervieni, e considerati i lag temporali con cui gli effetti si manifestano, l’intervento rischia di peggiorare le cose, anzichè migliorarle.
    2. se sai quando intervenire, perchè intervenire attivamente e non semplicemente trasmettere l’informazione al mercato affinchè si aggiusti da sè?
    3. è possibile che il governo (a.k.a. funzionari mal retribuiti - sia in termini monetari che di incentivi) abbia informazioni migliori per prevedere l’andamento dell’economia che non la comunità degli analisti di tutto il mondo?
    4. il lungo vs breve periodo è una distinzione molto astratta. Prendiamo, come dici, il breve periodo pari al ciclo produttivo: di cosa? Delle mele golden, che maturano una volta l’anno verso agosto? Le ciliegie, che maturano a fine giugno? O il pane, che viene sfornato tutte le mattine? Ma quel che più conta, seguendo Keynes avremmo aggiustamenti continui, con interventi che si trascinano uno dopo l’altro: concentriamoci sui dieci metri davanti a noi…. eviti un sasso in mezzo alla strada, e ti trovi ad andare dritto contro il muro; freni, e quello dietro rischia di centrarti; riacceleri, ma l’auto sbanda; la raddrizzi, ma ti ritrovi nella corsia opposta…e così via: praticamente vivi nell’emergenza perenne.
    Se invece uno guarda ad un chilometro di distanza, gli ostacoli li vede apparire per tempo e si prepara ad affrontarli. Certo, occorre buona vista e capacità di risolversi da sè i problemi, ma funziona decisamente meglio.

    “Chiunque compia manovre di governo economico, monetarista o keynesiano che sia, afferma implicitamente l’incompatibilità del mercato a gravitare spontaneamente attorno ad un optimum.”

    Già è scritto nel primo commento, ma l’accostamento monetarismo-keyensianismo, Friedman-Keynes mi pare forzato: The government solution to a problem is usually as bad as the problem (parole del monetarista-capo, Friedman).

    Quanto alla pericolosità dell’inflazione, potrei citare Keynes: There is no subtler, no surer means of overturning the existing basis of society than to debauch the currency. The process engages all the hidden forces of economic law on the side of destruction, and does it in a manner which not one man in a million is able to diagnose.

  4. 4

    Tommaso Sardelli Says

    Buongiorno a tutti. Vi ringrazio anzitutto per la disponibilità a recepire contributi divergenti rispetto ai vostri. Nell’antica Atene, era il confronto dei pensieri di persone illuminate ad aver generato una grande civiltà. Purtroppo oggi si polemizza molto ma non si conducono fertili confronti. E purtroppo non si hanno contatti de visu: volete mettere la bellezza di incontrarsi di persona, magari in una piazza invece che su un asettico spazio di elettroni?

    Vorrei rispndere prima a Leonardo:
    Carissimo Leonardo, l’inflazione c’è e sempre ci sarà, a prescindere dal livello di reddito generato (la stagflazione impera nel ventunesimo secolo). È secondo me sbagliato pensare che essa sia ancora spinta dalla domanda e non dal lato costi e dal mark-up delle imprese. Ed è ancora, sempre a mio parere, più fuorviante pensare che il sistema sia ad un livello di massima occupazione: siamo infatti tutti i giorni a lamentare scarsa crescita e una situazione patologica nell’occupazione, in primis i giovani. Quindi io dico che un po’ più di inflazione, oltre al picco esasperato col passaggio all’euro, possa diventare a questo punto un male minore. Concludo che se si ritorna all’anarchia, ossia si delegittima lo Stato in quanto tale come soggetto deputato a migliorare la condizione di vita dei cittadini, si torna un po’ indietro nel tempo. Gli “illuminati” li elegge il popolo, non sono sovrani per diritto naturale…
    E potere allo Stato per me non significa affatto mancanza di libertà individuale, anzi, è garanzia di libertà. Deregulation a tutti costi dite voi? Pensate un po’ ora a tutti i vostri coetanei che hanno un contratto precario di lavoro come se la passano bene…

  5. 5

    Tommaso Sardelli Says

    Per Lamiadestra, per punti:
    1.Lo sai, è un problema di obiettivi. Come un’azienda privata, il governo deve rispettare un budget e degli obiettivi. Oggi l’obiettivo è la stabilità dei prezzi e per ottenerla “si gioca” con i tassi di interesse della BCE. Domani potrebbe ritornare ad essere il tasso di disoccupazione (un 4%), e quindi manovre fiscali e monetarie espansive finché non ci si arriva. Quali, la loro durata e intensità è un lavoro complesso e che un pool di economisti al governo saranno in grado di sviscerare.
    2.Perché il modello delle aspettative è solo teoria.
    3.Il governo deve servirsi di un team di tecnici e di consulenti, il migliore sulla piazza, mica di arruffoni topi di biblioteca.
    4.Si deve procedere non guardando la formica che stai per schiacciare, ma l’albero che stai prendendo in pieno a dieci metri. Ad esempio oggi la crescita è di nuovo in corsa, ma l’occupazione non migliora, soprattutto dal punto di vista “qualitativo”. Ecco il muro contro cui ci stiamo schiantando in Italia. E questo è un ostacolo, ce ne sono tanto altri ovviamente..

    Per la pericolosità dell’inflazione: se veramente gli scenari apocalittici fossero così veri, come mai, nonostante una pizza costi più di 20.000 lire, ancora oggi andiamo avanti? Il problema è semmai l’inquietudine per lo stuolo di disoccupati e di precari. Il compito di una democrazia è stimolare l’ottimismo nelle persone, affinché si investa, si consumi e si viva più serenamente. Ben venga il mercato, purché florido e a vantaggio di tutti. Mica per forza occorre andare in deficit, no? Non travisate per favore…

  6. 6

    L' "altri" di tempi fa rievocato da Jacopo Says

    Aggiungo che l’opzione in favore della libertà è anche di carattere estetico.
    Il keynesismo è sciatteria.

  7. 7

    L.Baggiani Says

    Caro Tommaso,
    la stagflazione impera, come dimostrato dalla scuola monetarista e non confutato dalla scuola keynesiana, proprio a causa dell’interventismo dello Stato. Il che è ben diverso dal dire che lo Stato debba essere cancellato, ma certo significa che debba essere ridotto nella presenza.
    L’inflazione non è un fenomeno a sé stante e deriva direttamente dalla quantità di moneta nel sistema che agisce su consumo risparmio e investimenti anche tramite il tasso di interesse. Intervenendo nel sistema “dall’esterno” si incide su questi aspetti: l’analisi keynesiana prescinde dagli effeti infalzionistici delle manovre, ed è questo che la rende coerente almeno in pare con il breve periodo e dannosa in prospettive più lunghe.
    L’ottica di breve periodo a creao anche un sistema pensionistico che non permetterà a me di avere una pensione; per favore, non dirmi che l’ottica di breve è superiore! L’ottica di breve ha creato occupazione per pochi mesi al costo di salari reali più bassi a causa dell’inflazione, non dirmi che questo è un bene.
    La curva di Phillips è una trappola, la cosa è dimostrata, e sfruttare il supposto trade-off inflazione occupazione (a cui mi pare non credano più nemmeno i neokeynesiani, ma dovrei controllare) è solo pericoloso, e tra l’altro si tratta di “incrementare il PIL” attraverso “l’inganno” di un salario reale minore. Questo per te è positivo?

    Riguardo l’ottica dell’inflazione da “costi”: il prezzo dei fattori produttivi non varia più a causa della loro domanda? Anche tu saprai che non vive di vita propria, e se cominci a pompare domanda artificiale da un lato dell’economia il resto non può rimanere immune.

    Se vuoi passare a parlare della realtà italiana, posso mandarti lavori che parlano di come il declino sia da imputare al tendenziale calo di produttività, e sottolineo che si parla di una economia progressivamente sempre più statalizzata. La produttività è in calo dagli anni 80 ed a livello sistemico di total factor productivity, proprio quello su cui deve incidere la presenza dello Stato; se lo Stato può avere in generale un limitato ruolo attivo (e ci sono spazi perché in concreto lo abbia, dal mio punto di vista basato sulle asimmetrie informative) lo Stato Italiano ha perso l’occasione di dimostrarsi virtuoso. La precarizzazione del lavoro è quella che mi ha fatto trovare il mio, ed è decisamente il male minore rispetto alla disoccupazione: la mia ragazza lavora per il maggior operatore mondiale del settore, e riporta che da un terzo alla metà dei contratti vengono trasformati in contratti a tempo indeterminato; sulla demonizzazione di questo strumento c’è molto di politico e poco di sostanza. lo Stato non può creare lavoro gratis, perchgé un prezzo c’è sempre e sono le imposte sempre lungi dall’essere eque, lo devono fare le imprese.

    Se lo Stato fosse un ricettacolo di talenti appoggerei la sua presenza; ma il fatto è che le logiche politiche non sono quelle dell’efficienza; per un punto di vista più “etico” lascio a altri esporre cosa significhi l’imposizione dall’alto di valori e consumi rispetto alle scelte individuali.

  8. 8

    libertyfirst Says

    Il lungo periodo e’ il regalo ai posteri provenienti dagli sprovveduti che operavano nel lungo passato, quindi esiste. Considerazioni di lungo termine sono importanti ovunque il tempo e’ fondamentale: e la crescita economica e’ l’esempio piu’ attinente.

    Nel breve periodo e’ possibile riscaldare una stanza bruciando i mobili nel camino. Nel lungo periodo si ha una casa inutilizzabile.

    Ricordando poi l’allievo di Keynes Piero Sraffa, il periodo di produzione medio del sistema economico non puo’ essere definito, errore in cui sono incorsi Wicksell e Boehm-Bawerk, in quanto i piani di produzione richiedono investimenti disposti in un certo modo nel corso del tempo, e cio’ comporta un’eterogeneita’ nella struttura temporale dei piani di investimento che non ha senso ridurre ad un solo periodo medio, come l’esempio sraffiano del capital reswitching dimostra.

    Concordo che il lungo periodo e’ importante solo se ci si puo’ arrivare vivi: considerazioni di breve periodo sono fondamentali a due passi dall’apocalisse. Ma una politica di breve periodo che danneggi il lungo periodo e’ semplicemente miope: se l’umanita’ fosse stata keynesiana nell’eta’ della pietra, staremmo ancora nelle caverne. Certo, per un politico cio’ che succede dopo le elezioni e’ irrilevante, ma non per chi deve vivere nella vita reale, e non a spese altrui.

    Il concetto di totalitarismo va definito. Siccome indica una politica che permea ogni aspetto della societa’, il concetto di totalitarismo liberista e’ auto-contraddittorio e quindi vuoto.

    Mi piacerebbe ora cominciare a parlare di politica macroeconomica, anche se sono pochissimo ferrato in materia. Per ora mi limiterei a due dettagli.

    Il primo e’ che se tutti i consumatori cominciassero a consumare tutto immediatamente, l’economia crollerebbe nel giro di pochi mesi. Come la mettiamo con la lode del consumerismo? Bruciare i mobili riscalda la casa, nessuno lo nega. Bisogna vedere pero’ cosa succede dopo. Il “capitalista” cocainomane sullo yacht non contribuisce nulla alla crescita economica: il risparmiatore e’ invece la base di questa.

    La seconda e’ che io, come altri in questo blog che di economia ne capiscono di piu’ di me, con l`eccezione di Leonardo e Lamiadestra, sono Austriaco. Quindi ci sarebbe da considerare una terza alternativa interpretativa per capire il ruolo di consumi e risparmi, l’unica che conosco con un minimo di dettaglio, e l’unica che mi sembra in grado di spiegare tutto quello che mi interessa spiegare a riguardo. Opportunita’ di profitto, efficienza del capitale… sono tutti concetti di capital theory in cui gli Austriaci hanno un sacco di cose da dire.

    Per finire, gli aspetti normativi del fatto che lo stato, cioe’ la classe politica, debba o non debba comandare tutta la societa’ per imporre o meno una certa idea di giustizia, che tende stranamente sempre a massimizzare il loro potere, possiamo considerarli in un secondo momento, secondo me, perche’ ci porterebbero anni luce lontano dal dibattito sul ruolo del consumo nell’economia. Anche se e’ un argomento che mi interessa molto, quindi, direi di fare un secondo dibattito sempre su IHC a riguardo: “giustizia sociale, uguaglianza e altri moralismi coi soldi altrui”.

    Nei commenti si parla di disoccupazione, che in Europa tutto e’ fuorche’ la conseguenza di politiche “liberiste”: ma, anche qua, parlare di sindacati, legislazione del lavoro, insider/outsider o, chesso’, search/match e discipline devices porterebbe forse lontano, quindi… terza linea di discussione? (sono tutti argomenti interessanti, ma temo che siano troppo vasti per un solo post o serie di post).

    Comunque si potrebbe riassumere dicendo che, grazie allo stato, abbiamo disoccupazione, pensioni allo sfracello, crescita nulla e inflazione; ma della fine dei cicli neanche l’odore. E in un paese dove abbiamo gettato nel cesso decenni di risparmi per finanziare le follie pensionistiche della DC, penso proprio che un solo atomo di principio attivo keynesiano aggiuntivo sarebbe letale…

  9. 9

    libertyfirst Says

    Due note:

    1. l’eccezione “leonardo e lamiadestra” si riferisce all’essere Austriaco e non certo alla comprensione dell’economia. :-D

    2. Il ragionamento sull’eterogeneita’ temporale e’ meglio spiegato da un esempio: se ho bisogno di una pillola stasera, altrimenti muoio, non mi frega nulla se avro’ mille pillole domani.

    PS A proposito di eterogeneita’ temporale, stamattina leggevo di un’analisi econmetrica di un monetarista sugli effetti della politica monetaria che parlar di un “puzzle” per cui i prezzi sembrano aumentare immediatamente DOPO una politica monetaria deflattiva. Chissa’ se a qualcuno e’ venuto in mente di rileggere l’articolo di Hayek “Investment that raises the demand for capital” per una spiegazione ovvia del fenomeno…

  10. 10

    Lamiadestra Says

    Non posso che concordare con Leonardo: a me la Phillips curve non è mai piaciuta. Se la poniamo in termini economici, non è un Pareto-improvement: alcuni (pochi, in condizioni normali) stanno molto meglio (i disoccupati che trovano lavoro), la maggioranza un po’ peggio (chi già aveva un lavoro e si ritrova un salario reale più basso). Di fatto, è una tassa sugli occupati per sussidiare i disoccupati, con una sola differenza: non serve una legge per approvarla, nè scavare buche da riempire. Semplicemente, mi tagli un pezzo del mio stipendio per darlo a qualcun altro: la sostanza è la stessa. E’ un sotterfugio poco onesto: uno stato che imbroglia i suoi cittadini… in più (e qui gli austriaci presenti potranno avere uno spunto) può generare eccessi di produzione che generano una ulteriore crisi, che necessita di ulteriore inflazione per essere contenuta, e così via.

    Sul fatto che lo Stato possa “servirsi di un team di tecnici e di consulenti, il migliore sulla piazza, mica di arruffoni topi di biblioteca” ho molti dubbi: i migliori talenti nel campo operano a Manatthan, Canary Wharf o Piazza degli Affari, e difficilmente li si potrà schiodare da lì per farli lavorare al ministero dell’Economia.

    Quanto all’inflazione, una nota soltanto: in Italia abbiamo avuto decenni in cui, a causa degli elevati tassi di interesse (figli dell’elevata inflazione), il premio al rischio per l’investimento azionario è stato negativo. Poi non domandiamoci perchè abbiamo un mercato azionario asfittico, una governance societaria che fa ridere i polli (parmalat e cirio insegnano), regole di base del mercato finanziario sistematicamente aggirate (caso telecom su tutti: controllo trasferito senza opa-e a breve succederà di nuovo- in violazione della parità di trattamento degli azionisti; relazioni banca-industria da far venire i brividi), imprese incapaci di crescere per sfiducia nei confronti del mercato dei capitali.

  11. 11

    L.Baggiani Says

    Signori, per ora va bene ma stiamo attenti a non degenerare; a tutti noi è dovuto rispetto reciproco.
    Ringraziamo Tommaso che ci permette confronti che nel “mondo esterno” non sono possibili.

    Liberty: quando parlo di tassi di interesse che incidono sui consumi attraverso le preferenze intertemporali adotto una visione austriaca esplicita (il fenomeno è solo implicito per i monetaristi). Non mi pare, e nel caso Tommaso mi correggerà, che questo aspetto sia proprio anche di Keynes.

    Ricordo a tutti il a tratti debole ma comunque interessante articolo tra AE e Keynes http://www.mises.org/story/2492

  12. 12

    libertyfirst Says

    Warning: commento con coda di paglia.

    Per non dare l’impressione di essere stato aggressivo (a volte sono sbrigativo per motivi di spazio), come teme Leonardo, aggiungo che sto leggendo il paper di Tommaso con interesse. La discussione mi piace e mi dispiace di non essere esperto nelle materie discusse.

    Si sono aperti fronti di discussione su molti argomenti, e spero che continueranno per mesi, perche’ sono interessanti. Nel commento avevo paura che la troppa carne a fuoco potesse ingenerare confusione. Essendo io esperto nel riempire la griglia fino a soffocare la brace, so di cosa parlo. :-D

    “Non Austriaco” non era una critica… constatavo che, oltre a me, c’e’ materiale umano per introdurre una terza visione nel dibattito. Quando si parla di risorse produttive inutilizzate, un tema legato alla teoria del capitale, l’approccio Austriaco e’ un must.

  13. 13

    Jacopo Says

    La Mia Destra mi piace sempre più..

    E’ sempre sato un mio cruccio quello dell’analisi della storia del mercato mobiliare italiano. Un grandissimo esempio di quanto lo stato faccia ben di peggio che scavare buche. Per decenni il modo della politica ha disincentivato con ogni mezzo possibile la crescita di un mercato moderno - condizione necessaria per lo sviluppo di una qualsiasi economia avanzata. Questo è stato fatto per rendere più semplice e meno onerosa la raccolta di Bot,Btp,Ctz vari.. Si è sacrificato lo sviluppo finanziario per finanziare un enorme debito pubblico e per favorire un settore bancario pieno di amici e parenti e furbetti del quartierino…

    A volte mi chiedo come sia possibile che con la storia economica che abbiamo qui in italia non siano tutti liberisti estremi in questo paese..!

    Persino Reagan lo diceva… “I migliori se li prende il mercato”. Al pubblico rimane la polvere.

    Anche il modello di Baumol più o meno arriva allo stesso risultato.

    Cordialmente.

  14. 14

    Lamiadestra Says

    “A proposito di eterogeneita’ temporale, stamattina leggevo di un’analisi econmetrica di un monetarista sugli effetti della politica monetaria che parlar di un “puzzle” per cui i prezzi sembrano aumentare immediatamente DOPO una politica monetaria deflattiva.”

    E’ il “price puzzle”, che è un puzzle fino ad un certo punto: emerge quando uno analizza la politica monetaria con un Var, in cui il livello dei prezzi oggetto della politica monetaria è quello corrente. In realtà la politica monetaria è “forward-looking”, cioè guarda ai prezzi futuri attesi (per via dei lag temporali e dei meccanismi di trasmissione): quindi è “normale” che dal Var ti venga fuori quel risultato. I prezzi aumentano (o meglio, l’inflazione aumenta) dopo l’intervento sui tassi, ma la relazione è inversa: proprio perchè i prezzi stavano aumentando troppo, la banca centrale è intervenuta. Infatti, l’effetto sul medio termine è che l’inflazione scende. Il “puzzle” si risolve o adottando tecniche econometriche diverse (GMM, ad esempio, anche se a me non piace molto come metodo, come fanno Galì-Clarida-Gertler), o utilizzando una diversa inflazione (non solo prezzi al consumo, ma anche alla produzione, che fanno da “anticipatore” dell’andamento dei prezzi al consumo e dunque sono una “decente” proxy per l’inflazione attesa), o sostituendo all’inflazione effettiva quella attesa dagli operatori di mercato (desumendola dai prezzi dei titoli di stato indicizzati all’inflazione e non; che io sappia, nessuno ha mai usato questa tecnica, parecchio complicata, ma che mi sembra la più coerente).
    Vi è poi un altra spiegazione del risultato, abbastanza “austriaca” se vogliamo: aumentando i tassi, aumenta il costo necessario a finanziare il capitale circolante (scorte in primis); di conseguenza, nell’immediato le imprese alzano i prezzi per coprire i maggiori oneri finanziari. C’è un paper di non ricordo chi pubblicato non ricordo dove che ha fatto un’analisi empirica del fenomeno.
    (comunque sul libro di Walsh di economia monetaria è tutto scritto in modo molto più chiaro)
    (chiedo venia se sono OT)

  15. 15

    L.Baggiani Says

    Lamiadestra:
    a volte temo che le elaborazioni matematiche neokeynesiane (Galì) a causa dell’ampio gioco di processi autoregressivi, tendano a priori a creare andamenti non monotoni delle variabili; a parte questo ci può essere anche l’interferenza di tempi di reazione diversi tra mercati finanziari e mercati reali (andamenti a J delle variabili nominali, come per il tasso di cambio nel modello non ricordo di chi). Credo sia importante comunque fare riferimento all’orizzonte temporale, tanto per ritornare In Topic.

  16. 16

    L.Baggiani Says

    Mi sono accorto ora (e mi aveva pure avvertito) che Tommaso ha lasciato un commento sul mio precedente articolo Lode Al Risparmio, cui ho appena risposto.

    La discussione comunque ritengo possa esser spostata qui oppure, come auspico, condotta in una successiva pletora di articoli a cura di tutti compreso il keynesiano Tommaso da pubblicare su questo sito.

  17. 17

    Tommaso Sardelli Says

    Leonardo, purtroppo se ci si limita ad equazioni e curve, si pone un velo di fronte al reale. Il mercato è imperfetto e adattare la curva di Philips con le aspettative di inflazioni ed entrare nei paradigmi monetaristi, secondo me porta molto lontano dal vero. Io non sono un dogmatico, non mi rifaccio ai manuali e alle teorie, ma analizzo le esperienze dei governi e cerco di trarne dei filoni di pensiero validi e coerenti. E tutte le volte che certe manovre, definibili keynesiane, sono state attuate, l’ultimo dei problemi è stata l’inflazione. E il malgoverno e gli sprechi non c’entrano con il pensiero keynesiano. Il sistema pensionistico italiano va a rotoli per mala gestione; Keynes voleva investimenti in conto capitale, non spese correnti e sprechi di denaro.
    Circa poi le tasse, nessuno le vuole esose. Ti ricordo che la prima esperienza di tax-cut la fece il governo di Kennedy, al quale la destra si è tanto ispirata ultimamente. Essere Keynesiani (almeno come la intendo io) non significa essere dogmatici, e soprattutto aiutare un sistema imperfetto a rialzarsi tutte le volte in cui cade. Un sostegno al libero mercato, non il suo soffocamento tramite la socializzazione degli investimenti.
    Sul fronte del mercato del lavoro io riscontro molta ansia e inquietudine. E non mi piace retrocedere e buttare via anni di lotte e di impegno dei nostri predecessori. Occorre ottimismo (e qui mi ribadisco keynesiano), quella sana fiducia in se stessi e nella società che porta ad investire e a fare progetti. E il precariato soffoca questa linfa vitale. Chi stupidamente considera la parte di reddito dei salari come costo, si sbaglia. Gia un grande imprenditore quale Ford, vedeva in essi un potenziale di domanda, l’effettivo sbocco della produzione. Non confondiamo la mancanza di produttività (come poi misurata, secondo parametri molto arbitrari), che magari dovrebbe essere lo stesso Stato insieme alle aziende a sostenere, con il dumping sociale. Alimentiamo la produttività, stimoliamola (ad es. corsi di formazione, retribuzione variabile per i più meritevoli, spirito di emulazione ecc..), invece di paralizzare gli animal spirits..

  18. 18

    Tommaso Sardelli Says

    Caro Libertyfirst,
    nessuno vuole una politica di breve distruttiva. Bisogna capire cosa è più desiderabile (oggi la banca europea dice la stabilità dei prezzi) e operare in coerenza. Se poi, nel corso del tempo, qualcosa va a fuoco, bisogna gettarci acqua sopra.
    Cerco di fare più chiarezza: nessun estremismo che porta a considerazioni prive di senso. Nessuno vuole che i consumi crescano ipertroficamente. Sarebbe inutile, solo inflazione. Devono crescere fino al pieno impiego. E non sono così ingenuo da dire che questa non è conseguibile, facendomi abbagliare da modellini ed equazioni matematiche. Io mi rifaccio ai dati macroeconomiche, statistiche, numeri, non voli pindarici…
    Grazie per il contraddittorio.

  19. 19

    L.Baggiani Says

    Erano le sinistre di ispirazione keynesiana a pretendere di sfruttare la curva di Phillips, e la curva di Laffer era un cavallo di battaglia anche di Reagan e Tatcher senza arrivare alle pantomime attuali: le buone idee sono buone idee.

    Angolo Polemico:
    Gli anni di lotte sono stati buttati via con gente che lavora 6 ore al giorno e si alza lo stipendio più della media nazionale da diversi anni. Sono stati buttati via riducendo il cuneo fiscale tramite la riduzione dei contributi in capo alle imprese e aumentando quelli in capo ai lavoratori. E questo non lo ha fatto Reagan per quanto male si possa parlare di lui.

  20. 20

    L.Baggiani Says

    Credo che Liberty abbia molto da dire riguardo il rapporto tra Keynes e la matematica.
    Comunque Philips era una realtà statistiche propugnata dai governi filokeynesiani. La curva di Laffer è essa stessa statistica, oltre che buonsenso.

    Se ti addentri in questo sito o nei siti correlati, oltre che nelle tesi dei miei paper, ritrovi che in questo consesso viene aspramente criticato anche l’obiettivo inflazionistico.

  21. 21

    libertyfirst Says

    1. Grazie lamiadestra sul puzzle. Walsh ce l’ho ma mi sono infrattato con Microeconomia e non riesco ad uscire dai rovi… non so perche’, ma tutto quello che ho letto di macro mi sembra facile e ovvio, e non e’ lo stesso con la micro. Nel lungo termine, se non saro’ morto, ho un bel Greene che mi aspetta che dovrebbe parlare di GMM e VAR e altro, forse, ma come ingegnere mi preoccupano relativamente poco i problemi di elaborazione del segnale… vedremo.

    2. Ho letto rapidamente l’articolo ed e’ interessante. A questo punto per dare sostanza a quanto ho scritto prima bisognerebbe fornire un’interpretazione Austriaca degli eventi post-WWII per vedere cosa si puo’ dire che non e’ stato detto. Purtroppo non credo di esserne in grado, e, soprattutto, il punto di vista Austriaco e’ quello dell’armento e non del pastore, quindi scrivere un articolo di politica economica Austriaco e’ un po’ un controsenso. :-D L’unico elemento rilevante mi sembra che non sia stato ancora messo sul piatto e’ la critica di J. Buchanan ai presupposti di Harvey Road: al di la’ delle dichiarazioni di principio “i governanti sono espertissimi”/”il settore pubblico e’ inefficiente”, prima di dire che una politica economica e’ stata applicata male bisogna chiedersi se le dinamiche politiche non abbiano imposto un tale risultato. Che la democrazia pensi alle spese correnti e non al conto capitale mi sembra una necessita’ di public choice che penso si possa dare per scontata. Non esistono politiche economiche interventiste che non attirano gruppi di interesse parassitari (confindustria, sindacati, pubblico impiego…), ad esempio.

    Detto questo, mi piacerebbe scendere nei dettagli. Credo che l’articolo di Tommaso (posso dare del tu, as usual?) sia un buon punto di inizio. Stasera lo stampo e lo leggo con attenzione.

  22. 22

    Jacopo Says

    Comunicazione d’Ufficio.

    E’ evidente a tutti noi che la discussione ha raggiunto il suo obiettivo. Quello di stimolare il dibattito. Ora però bisogna razionalizzarlo questo dibattito, altrimente non si arriva da nessuna parte. Tommaso, che ringrazio infinitamente, ha posto sul tavolo molti argomenti, forse troppi per essere discussi tutti insieme. E’ per questo che vi comunico che se volete buttare giù un piccolo approfondimento su uno dei tanti temi trattati in questa pagina sarete immediatamente pubblicati in Home. E mi riferisco indistintamente a Leo, Pietro, Mattia e Tommaso.

    jacopo@ideashaveconsequences.org

  23. 23

    Lamiadestra Says

    Io in effetti ho scritto qualcosa sul mio blog in riferimento al post… se vuoi riportare, hai il permesso ;)
    Mattia

  24. 24

    Jacopo Says

    Sarà fatto ;-)

  25. 25

    libertyfirst Says

    Io spero di poter dire qualcosa presto. Ma mi sento piccolo piccolo.

    In riferimento a quanto mi stuzzica a dire Leonardo riguardo teorie, fatti, matematica e altro, ho tralasciato tutta la metaeconomia proprio per non allargare troppo il dibattito. Il dialoghetto di qualche giorno fa spiega molte cose. Aggiungerei che io mi fido più di una teoria ben costruita che non di una tabella statistica. Ma penso che a parlare di ciò si rischia di uscire fuori con l’accuso, senza contare che la mia ignoranza di econometria si farebbe sentire particolarmente.

    Io ho stampato l’articolo di Tommaso ed è chiaro e interessante, è la prima volta che mi imbatto in un keynesismo non accademico (tipo M/P sale LM fa questo blah blah blah) e spero di poter contribuire a qualcosa in profondità nella discussione.

  26. 26

    L.Baggiani Says

    Ah Liberty, ma stai tranquillo! Dici già molto di interessante!

  27. 27

    libertysoldier Says

    Da appassionato Austriaco, benchè incompetente. Sono daccordo con LibertyFirst quando dice che le dinamiche politiche democratiche impongono il risultato attuale. Il problema, se vogliamo dirla alla Mises, è prasseologico. Ovverosia, se come anche Tommaso ammette, ogni uomo cerca un incremento di benessere personale, e se il “benessere personale” è soggettivo, ne deriva prima di tutto una enorme arbitrarietà nella definizione degli obbiettivi da raggiungere. Infatti, è probabile che a coloro che producono, degli obbiettivi imposti dalla BCE non importi un fico secco.
    Ma soprattutto, deriva che gli attori posti a capo della società, ragionino e si comportino come tutti gli altri. Dunque per ottenere un incremento di benessere personale.
    Un libero mercato funziona a causa della retroazione tra produttori consumatori, che decide in sostanza offerta e prezzi di mercato. Il fatto che i consumatori siano liberi o meno di consumare quello che desiderano, genera questa retroazione. Il principio è che ognuno impieghi il proprio capitale negli obbiettivi che reputa più vantaggiosi e la retroazione fa sì che i principi che producono vantaggi anche per gli altri vengano “selezionati” in proporzione. Ci sono solo due modi per ottenere l’aumento di benessere personale.
    Il libero mercato e la coercizione violenta.
    Non vedo perchè un politico deve poter utilizzare il secondo per far quello che tutti noi facciamo in pace e con il libero mercato.
    Chiaramente una volta ammesso per un gruppo di persone di non agire all’interno dello stesso, i più scaltri decideranno di aggregarsi al nutrito gruppo di coercitori.
    Sicuro di aver fatto molta confusione, vi saluto e plaudo per il dibattito attualmente in essere.

  28. 28

    L.Baggiani Says

    Io invece applaudo libertysoldier: bene che cominci a scrivere anche lui come chiunque trovi piacere a consultare questo sito.
    Chi ha idee le esponga, chi ha dubbi li esponga: ogni intervento porta profitto (pure quello di un keynesiano, figuriamoci…) e più opinioni sono ricchezza.
    Tra l’altro quest’ultimo intervento utilizza una espressione forte “coercizione violenta” che certo aiuterà Tommaso a inquadrare il punto di vista di Mises e Rothbard molto meglio forse di altre edulcorate locuzioni finora utilizzate.

  29. 29

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    Hi boys!313afe1de6916d4bdb4b7587784af8a9

  1. 1

    Ventinove Settembre

    Libertyfirst su consumo e investimento…

    Se si mettono un keynesiano, un paio di monetaristi e un paio di Austriaci in una sola stanza, che succede? Succede che si ha una discussione interessantissima, su consumo e risparmi, crescita e investimenti, libero mercato e intervento statale, e, po…

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