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La somma zero del lavoro nella crisi

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April 2nd, 2009 by Leonardo

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di Leonardo, IHC

 

Bersani, al Mani Fattura Festival di Pisa, potendo contare sulla colpevole assenza di Tremonti, ha sciorinato il suo monologo con tranquillità. Da politico qual’è, ha fatto attenzione a toccare i nervi scoperti delle persone, cioè i problemi che le affliggono o la paura che le tormenta. A parte alimentare una rozza sino-fobia (a proposito, qualcuno si lamenta delle rimesse dei cinesi verso la Cina, ad esempio a Prato; le dimensioni delle rimesse degli stranieri, che siano cinesi rumeni o filippini, non è mai stata rilevante sulla bilancia dei pagamenti, ed è ridicolo tirarle fuori adesso; inoltre gli italiani nella loro storia migratoria sono stati campioni nel “rimandare i soldi a casa” e quindi certe obiezioni sono alquanto ipocrite; infine ci si dimentica che i cinesi qui in Italia mangiano qui e pagano le tasse qui, fatto che conta molto di più di qualsiasi rimessa all’estero, perciò basta con questi capri espiatori!), il Bersa ha sventolato lo spettro dei “lavoratori persi e irrecuperabili a causa della crisi.

 

Il discorso verte sul fatto che in fase di crisi varie aziende se non interi settori chiudono (bella forza, se no che crisi sarebbe?) e riappaiono in aree meno sviluppate e certo meno costose in termini di stipendi. Il lavoratore italiano ad esempio del calzaturiero perde il lavoro e probabilmente non troverà più una fabbrica di calzature; le sue capacità (skill, per fare i tecnici) sono in questo senso “sprecate” o “perdute”, e il lavoratore che ha questi skill pare condannato alla morte per fame. L’esigenza (politica) di proteggere certi settori dell’economia (a prezzo di sovvenzioni, sconti fiscali, agevolazioni… insomma girando loro i soldi dei contribuenti) è quindi volta a impedire la distruzione di posti di lavoro che porta i lavoratori a morire di fame. Una mera difesa dello statu quo, roba da alto medioevo.

Chiaramente questo discorso trascura il fatto che l’esercito di lavoratori della bassa manifattura è nato proprio perché le imprese della bassa manifattura sono state a lungo protette contro la concorrenza estera. C’è una specie di desiderio di autarchia opportunistica in questo. Il giorno (e viene sempre quel giorno) in cui l’inganno dell’immobilismo è saltato, masse di lavoratori hanno capito di essere, su un piano sovra-nazionale, superflui. Su questo terreno il pensiero comunista/socialista ha facile presa. Questo discorso inoltre sottende una visione dell’economia come “gioco a somma zero”: se qualcun altro impara il mio lavoro, io resto senza (e muoio di fame); l’idea della “somma zero” è anche quella che “guida” le pretese redistributive tanto care al nostro intero arco istituzionale (almeno idealmente, perché all’atto pratico i risultati non sono esaltanti), per cui la ricchezza è una “torta” e compito dello Stato è affettarla secondo una qualche arbitraria equità.

 

Bersani ha poi lanciato un concetto interessante (soprattutto per qualcuno della sua formazione), quando si è lamentato che nessuno (al Governo) abbia posto il problema congiunturale attuale nei termini di “come fronteggiarlo” invece di “come risolverlo”, in quanto è fuori dalla portata dello Stato (italiano, in specie) pensare di risollevare la congiuntura. Certo, il Bersa parte dal fatto che la crisi viene da Cina e USA (vedi il precedente pezzo su giornalettismo), e trascura che le istituzioni europee (e l’Italia) ci hanno messo del loro per partecipare al gioco, ma ha ragione sul fatto che la questione non è risolvibile: il ciclo economico ha le sue leggi e tempi, e stavolta il lavoro di “pulizia” del mercato andrà avanti. Il Governo può solo “fronteggiare”, cioè scegliere chi subirà la pulizia maggiore, quale settore, quali lavoratori, quale risparmio, e quale generazione. La torta (anche intertemporale) ormai è data, sta al Governo fare le porzioni. Ma quanto è vero adesso non è vero sempre, perché l’economia fortunatamente è dinamica, sa scovare nuovi mercati e produzioni, e prendere vantaggio dei lavoratori disponibili impiegandoli dove creano valore (e quindi i propri stipendi) e quindi nuova produzione. Pertanto nel tempo il gioco non è a somma zero, lo è solo se si ha la vista sufficientemente corta (come un politico ad esempio), e “fronteggiare” la crisi è aiutare l’economia a “pulirsi” da ciò che non sarà utile e “recuperare” quel che invece sarà funzionale al suo futuro.

Non è corretto pertanto infiocchettare la miopica visione del lavoratore a spasso definendolo “perdita di skill”, giacché se è un problema di skill che sia allora questo fantastico Stato (se vuol servire a qualcosa, e se ci riesce) a fornire servizi di formazione perché le masse lavoratrici aumentino di valore rispetto al buon prezzo dei cinesini. Ma questo significa anche che tenere aziende in piedi a forza (con i soldi dei contribuenti) è un errore da cioccolatai politici. Lo Stato può “fronteggiare” la crisi non “tappando i buchi” ma preparando l’economia a “nuove produzioni” (parole di Bersani!) o, come credo io, “lasciandola prepararsi” a un nuovo mondo abbandonando velleità dirigiste di vario livello (non “risolvere” ma “fronteggiare” la crisi, più precisamente smettendo di intervenire e continuare a mischiare le carte al mercato).

 

Appellarsi a certi “nervi scoperti” è furbo ma implica sempre un ritorno alla vecchia politica di gestione della “torta” trascurando il lato della “cottura”. Eppure qualche spunto interessante è venuto fuori anche da questo ciocco-comunista rivestito… Peccato che a Pisa non sia venuto anche il ministro ciocco-economico in carica, forse nel confronto qualcosa di veramente interessante avrebbe potuto emergere, ma l’immobilismo in fondo si nutre anche dell’assenza di confronti…

 

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