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La Valuta della Cultura

December 19th, 2007 by Leonardo

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di Leonardo, Ihc
 
L’economia è un fatto sociale.
I rapporti tra soggetti individuali e collettivi si svolgono su diversi piani, non necessariamente indipendenti, e ne derivano scambi di diverso tipo, consapevoli o meno. La diversità dei soggetti stimola l’acquisizione unilaterale di elementi culturali di altri, nel caso che tali elementi (economicamente: beni) non possiedano carattere di “esclusività”, oppure stimola scambi tra vari tipi di “beni” tra cui anche elementi culturali (conoscenza, stili, prodotti).
Gli scambi di beni e servizi sulla base di stimoli soggettivi, più o meno condizionati o vincolati, sono la base dell’economia reale; l’economia è appunto un fatto sociale. Gli scambi possono venir intermediati da una moneta, in tal caso costituiscono la base dell’economia monetaria; l’economia resta un fatto sociale senza alcun vincolo sulla natura del bene scambiato, che quindi potrà essere pure un elemento culturale.

 
Finché la moneta è “neutrale” rispetto alle decisioni di scambio del singolo soggetto, l’economia si conforma alla struttura sociale e culturale dell’insieme dei soggetti coinvolti. I conseguenti scambi saranno un risultato dell’incontro delle diverse e autonome aspirazioni culturali, per cui l’economia diverrà uno degli strumenti attraverso cui svolgere una naturale evoluzione sociale.
Fin qui niente di nuovo, solo un riferimento all’oggetto di particolari scambi.
Ma se la moneta non è “neutrale, se può provocare distorsioni negli scambi così come l’analisi di matrice “austriaca” ha concluso, non c’è motivo di credere che non possa incidere anche su elementi culturali passibili direttamente o indirettamente di scambio.
 
Politiche inflazionomiche comportano, come si sa, la creazione di ricchezza monetaria fittizia che viene impiegata in termini “disomogenei” rispetto alla previgente struttura produttiva, e pertanto hanno un effetto “distorsivo” (che nel tempo si dimostrerà insostenibile). Chi si trova nella posizione di “beneficiare” di un lungo periodo di inflazionomia (magari perché la propria valuta vanta un qualche “primato” sulle altre) dispone per tutto questo periodi di un “potere di domanda” che “chiede” alla produzione prodotti “su misura”, e nulla vieta che questa “misura” sia pure “culturale”. In termini pratici, la domanda inflazionomica può decidere una propria matrice o sintesi culturale ed esercitare pressioni di mercato (un mercato “distorto”, a questo punto) sull’offerta; nel frattempo, riconoscendo il “potere di domanda” dell’acquirente inflazionomico, sarà anche la produzione stessa ad uniformarsi alla nuova “misura dominante”, e ne seguirà una più generale promozione di tutto ciò (beni, servizi, stili, mode) che è legato alla “cultura domandata”. Chi ha più credito viene corteggiato, e l’inflazionomia crea appunto credito a secchiate.
L’era del dollaro come riserva di valore internazionale, il primato sul mercato di coloro che sono più “vicini” alla fonte dei dollari, quindi gli USA, doveva di per sé comportare una “esportazione” di elementi culturali statunitensi; l’ultima fase, l’inflazionomia, è stata l’acceleratore di questo meccanismo dove il big-spender USA ha “piegato” la produzione mondiale sulle proprie esigenze e “misure ed ha promosso all’estero l’assorbimento di standard di gusto e di valore, cioè di cultura, funzionali alla creazione di un proprio mercato.
Tutto questo non è (necessariamente) uno spregiudicato disegno politico-economico di malvagie amministrazioni statali, ma è la logica conseguenza della presenza di un attore sproporzionatamente più “pesante” di altri sul mercato. Se è vero che l’Europa, e in particolare l’Italia, subiscono un crescente processo di “americanizzazione” culturale (pensate alla musica, mainstream e non, oppure al cinema, come per l’ultimo Dario Argento, oppure alla lotta tra Milano e New York come capitale della moda, e poi alla TV, all’approccio pubblico dei politici…), suggerisco di guardare a quella parte di fatti sociali più propriamente economici, e come tali passibili di distorsione monetaria.
 
Le vicende umane hanno sempre un ciclo (come esposto anche qui): nascono, crescono, segnano un massimo, decadono. I fatti sociali sono sempre vicende umane. Almeno parte dei fatti sociali sono fatti economici, e come tali sono sottoposti ad alternanze, non necessariamente regolari, di fasi cicliche. Nel “migliore” dei casi i fatti economici afferiscono solo alle risorse materiali necessarie perché i soggetti possano sviluppare più “elevate” sfere della loro esistenza (e cultura); se le fondamenta dello sviluppo cambiano, l’intera impalcatura sociale non può non risentirne.
 
La Scuola Austriaca ci ha insegnato che gli eccessi si pagano: quanto più si inflaziona per salire, tanto più forte e in basso si rimbalza. Per quanto sopra, questo varrà anche per la cultura americana nel mondo: il giorno che il dollaro non sarà più lo strumento del big-spender (perché il business cycle chiederà il conto agli USA) e verrà rimpiazzato da un diverso ordine monetario, allora assisteremo anche ad un nuovo ordine culturale mondiale.
La mia opinione, già espressa, è che la UE è l’area monetaria che, per assetto economico e demografico, ha i più pressanti incentivi verso una propria fase di inflazionomia non dissimile da quella USA, mentre l’Asia ha ancora forti incentivi a sfruttare un qualche big-spender ad essa esterno; il primo candidato a soppiantare il dollaro è per me l’euro, e il conseguente nuovo assetto monetario sarà la base di una nuova tendenziale egemonia culturale europea (finché, economicamente, durerà).
 
La cultura mondiale, purtroppo, ha una valuta con cui viene scambiata, e questa valuta è la riserva di valore internazionale, finché sarà di proprietà di un preciso Stato.
 

3 Responses to “La Valuta della Cultura”

  1. 1

    Libertyfirst Says

    Ovviamente concordo, ma occorre non esagerare, altrimenti l’inflazionomia diventa anche la causa dell’eiaculazione precoce e l’acne giovanile… sicuramente distorce sistematicamente l’economia, e a lungo andare anche la cultura e la vita sociale, ma non è l’unico fattore di cambiamento rivoluzionario… anche se è probabilmente il più subdolo e complesso.

  2. 2

    L.Baggiani Says

    be’ certo, esiste anche un imperialismo esplicito, la violenza, la superiorità dimostrata di un modello… ma mi piace sottolineare questa cosa, come hai detto tu, subdola.

  1. 1

    Effetto Farfalla: dalla Fed (e non solo) con Furore at Ideas Have Consequences

    […] Credo che tutti sappiano che “nessun uomo è un’isola” e che pure “nessuno Stato è un’isola”, se non altro perché lo Stato è un insieme di uomini, l’uomo è un animale sociale, e tra i fatti sociali stanno anche i fatti economici (come detto anche qui); I mercati di merci lavoro credito e conoscenza sono ciò che unisce Stati e persone in un unico “continente”. […]

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