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L’Europa È Una – Non Necessariamente

November 12th, 2013 by Leonardo

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di Leonardo, IHC

 

Il dibattito sull’Unione Europea è forse il più vivo (dopo quello su Berlusconi e sul ridicolo stato del Milan). Sono molti i giudizi su quel che fa, non fa, dovrebbe fare… su quanto ampie debbano essere le sue competenze, sulla profondità del concetto di “unione”… Spesso il dibattito mette insieme questioni monetarie, creditizie, fiscali, politiche e sociali; è vero che “tutto sta insieme” perché tutto è espressione di un mondo fatto di persone, ma in generale affrontare tutto insieme nei pubblici dibattiti crea solo un inconcludente casino. Personalmente, mi sembra che “l’Europa” sia molto utile come diversivo e capro espiatorio rispetto ad altri temi.

Quel che mi interessa oggi è ragionare sull’unità europea in termini di politica economica e fiscale.

 

L’argomento mi pare in generale esposto così: siccome abbiamo una unica politica monetaria (leggi: indifferenziata tra i vari Paesi), allora è necessaria anche una unica politica economica, che faccia perno su una unica politica fiscale (dai forti contenuti redistributivi), il che implica la necessità di un unico governo politico. Il ragionamento sottostante è più o meno questo: la politica monetaria centralizzata è foriera di squilibri economici tra Stati europei, quindi la leva fiscale deve intervenire in modo parimenti accentrato per sistemare la questione. Un altro ragionamento spesso richiamato riguarda le differenze fiscali tra Paesi che causano stati di competitività diversi, e che pertanto devono venir eliminate con l’omogeneizzazione di norme a livello europeo.

Credo che alla base di questa discussione stia solo un problema di gestione del rischio di “perdere” da certi confronti. Le imprese, e con loro i lavoratori e i consumatori, si trovano in concorrenza attraverso l’Europa ma anche oltre, però l’idea di stare dentro una Unione politico e un cd mercato unico rende l’opinione pubblica più sensibile all’ambito europeo: finché la crisi non è scoppiata, l’attenzione era sull’estensione di certi “diritti umani” alla Cina; oggi, davanti a crisi localmente differenziate ed a una molto discussa (ma compresa?) unione bancaria, si parla di più di unità fiscale e politica europea. L’evidenza che anche dentro questa Unione ci sia chi vince e chi perde (chi sta meglio e chi sta peggio, senza che questo significhi necessariamente stare male), fa temere di trovarsi sempre nella zona “sbagliata”, ed allora si cerca di gestire il gioco in modo che – ovunque tu sia – per lo meno “pareggi”. La tensione umana ad evitare di essere sempre il “perdente” è naturale, ma per fortuna esistono altre tensioni umane al miglioramento ed allo sviluppo dell’individuo che fino a oggi hanno impedito che ci crogiolassimo tutti in una piatta uniformità scevra da stimoli (l’esser tutti uguali non avrebbe permesso la nascita di un Bach, di un Mahler, dei Pink Floyd né ahimé di Jovanotti, tanto per allargare il raggio). Diciamo che la politica, sensibile a certi gruppi di interessi, tende a confondere i concetti di dignità minima della persona con quelli di perequazione totale di condizioni (di vita e di profitto), da cui l’avversione a tutto ciò che non sia “uguale”.

Detto questo, è comprensibile che l’imprenditore italiano auspichi una unione fiscale europea, e perfino un Governo europeo che redistribuisca a loro favore i guadagni dell’imprenditore tedesco: sa bene che si trova – non del tutto per sua scelta – in uno dei Paesi economicamente e politicamente più di merda d’Europa, e le soluzioni sono o la sua personale fuga o la riduzione di certi differenziali con i concorrenti. Comprensibile ma non del tutto giustificabile.

 

Il problema di una fiscalità unica deriverebbe quindi dall’avere una politica monetaria unica, che si fa particolarmente evidente con una moneta unica. In realtà anche nello SME la politica monetaria era unica, ma si percepiva meno (un cambio più o meno fisso della lira – moneta di una sola nazione – con il marco, con possibilità di scatti di riallineamento, faceva sembrare la politica monetaria più nazionale e meno eterodiretta). Oggi invece esistono poche scappatoie sia in forma che in sostanza (una sola moneta ovunque, le ELA, l’effettivo assorbimento degli LTRO, l’effettiva composizione degli acquisti di titoli da parte della BCE).

Il problema, infatti, non è tanto nell’avere una moneta unica (nella letteratura un po’ idealistica Austriaca, una moneta “sana” sarebbe trans-nazionale), quanto nei poteri di gestione politica di questa moneta, cioè nella possibilità di politica monetaria attiva (infatti avversata nella letteratura Austriaca). Aver una unica moneta è un ottimo modo per facilitare i rapporti economici (scambi e concorrenza) tra Paesi diversi, rappresenta già una istituzione comune a tutta l’area, e per questo un progetto pan-europeo non può prescindervi. Il fatto che ci sia una moneta unica non chiama la presenza di un unico governo o una unica fiscalità. Solo nel momento in cui si vuole che la moneta passi da istituzione funzionale agli scambi a strumento di politica attiva, allora si può richiamare – in una ottica interventista – la necessità di una unica politica fiscale ed in generale economica: se la concezione fondamentale è che lo Stato, definitore del “bene”, diriga tutto il possibile (promettendo pane e figa per tutti in modo uguale), certamente i due strumenti fiscale e monetario devono venir coordinati, e per coordinarli devono essere in mano ad un unico soggetto.

 

Quel che si perde in questo ragionamento è il motore dello sviluppo: la concorrenza. La concorrenza è vista solo come tra due aziende, ma il concetto è da estendersi su qualsiasi piano: esistono soggetti diversi che concorrono per realizzare un fine mutualmente esclusivo, e questo succede tra persone che competono per un partner, imprese che competono per un cliente, musicisti che competono per un’orchestra, impiegati che competono per un premio, clienti che competono per una fornitura. Tale competizione si fonda sulle differenze tra i concorrenti (altrimenti chi deve scegliere può solo gettare i dadi). Ma perché non estendere questo concetto anche alle amministrazioni pubbliche? Perché non realizzare che un problema della macchina politico-burocratica italiana è il suo monopolio su una area e quindi l’assenza di concorrenza? Si parla tanto di efficientamento e lotta agli sprechi, ma i risultati sono scarsi, e questo perché si nega la possibilità del confronto, della scelta alternativa. A livello europeo, con un mercato unico, anche le amministrazioni locali sono in concorrenza: se non gestisci adeguatamente il tuo Comune, Provincia, Regione, Stato, rischi che i cittadini se ne vadano, e questo diventa una punizione molto vicina al “fallimento imprenditoriale”: la tua fonte di reddito (imposte, in luogo dei privati ricavi) sparisce. Questo è il liberale “votare con i piedi”, questo è il meccanismo di concorrenza che può dispiegarsi finché le politiche restano differenziate tra aree, un meccanismo di concorrenza azzerato in un contesto di gestione economica e fiscale uniforme su tutta l’Europa.

Questo in linea di principio, perché in effetti la mobilità delle persone è molto scarsa. I vincoli però sono più culturali che materiali. È certo vero che esistono problematiche linguistiche non presenti in altri Paesi come gli USA, ma in effetti esistono anche Paesi multi-lingue (tipo la, pur molto più piccola, Svizzera), e il problema linguistico è sì “costoso” ma non insuperabile (e certamente non lo sarebbe se l’istruzione pubblica se ne fosse fatta adeguatamente carico a suo tempo). I capitali invece parlano una lingua universale, hanno buone gambe (soprattutto all’interno di una area valutaria), e da sempre mostrano dove stanno i problemi. Se una area non impara a lottare per trattenere ed attirare risorse (braccia, cervelli, e soldi), non avrà stimoli a risolvere le proprie debolezze; questo vale – e deve valere – anche per le amministrazioni pubbliche di qualsiasi livello.

Quel che può fare un Governo centrale europeo non è di eliminare le differenze imponendo ad esempio una unica fiscalità europea (tra l’altro, pur in modo piuttosto marginale ma non per loro scelta, già i Comuni italiani possono presentare disparità impositive) bensì fornire gli strumenti perché le disparità emergano a pieno e gli individui possano scegliere di conseguenza “con i loro piedi” (una moneta unica in questo aiuta). Le aree di confine tra Stati già si sono mosse in tal senso: attrazione di imprese italiane in Karinzia in cambio di sgravi fiscali, ad esempio. A tali mosse si dovrebbe rispondere pan per focaccia… ma per farlo occorre rinunciare ad altre forme di spesa (che in Italia significa consenso), e qui casca il miope asino.

 

La “fuga” nell’uniformità fiscale e politica a livello europeo è una delegazione ulteriore di poteri da parte di chi non è in grado di uscire dal cul de sac politico-clientelare che si è creato, che altri possono però sfruttare finendo per imporre una sorta di imperialismo morbido (che invero è un ottimo capro espiatorio per i problemi futuri che una gestione locale incapace riuscirà comunque a creare), e tale “fuga” viene sostenuta da chi, miope, pensa di incrementare per decreto la propria competitività internazionale. Per questo non mi spiego come si possa dire “data la moneta unica, o si fa una politica fiscale unica (con Unionbond) oppure torniamo alla lira”… è un po’ come dire “dopo aver ascoltato Letta, scappo o in Corea del Nord o in Svizzera”.

Le istituzioni politiche sono comunque prodotti dell’uomo, e l’uomo alla fine capisce solo poche cose: il miglioramento e il fallimento. Sul miglioramento siamo tutti d’accordo (a chi non piace star con il culo al caldo con stipendio sicuro e poco sudore tutta la vita?), sul fatto che una istituzione possa fallire (e venir sostituita da una più funzionale o da una più funzionale evoluzione dell’esistente) invece vedo l’assoluta opposizione. Certamente il fallimento ha un costo (altrimenti che fallimento sarebbe, e dove starebbe la ragione della sua repulsione?), ma anche la disfunzionalità di una istituzione ha un costo, e tale costo cresce con l’impossibilità del confronto, con l’impossibilità di venir messa in discussione, con la negazione (della possibilità) del fallimento, che è l’unico fattore che forza al miglioramento quando le condizioni di incertezza in cui versiamo ci rendono impossibile definire una situazione di ottimo (cioè non sappiamo a priori se “dobbiamo” cambiare perché c’è un “meglio” da raggiungere, però davanti al fallimento capiamo bene che è il caso di evolversi).  E veramente mi stupisce che nell’incertezza (impossibilità) di conoscere l’assetto istituzionale (e fiscale) migliore, davanti ai tanto declamati fallimenti del pensiero unico e del one size fits all, la soluzione che si finisca per proporre è una ancor più pervasiva “misura unica”.

 

La concorrenza è uno strumento di scoperta delle soluzioni più funzionali ai nostri, anche contingenti, bisogni. Non possiamo creare un mercato delle istituzioni, però possiamo mettere le istituzioni in competizione su un mercato delle risorse (e questo non c’entra con avere una moneta unica, che però aiuta). Quale modello istituzionale, fiscale, e politico ne emergerà (periodicamente, credo)? Chi se ne frega, basta che sia quanto di meglio ci sia al momento.

 


17 Responses to “L’Europa È Una – Non Necessariamente”

  1. 1

    Silvano Says

    In termini di impatto sul tessuto industriale l’Euro è stata la “dollarizzazione” della periferia, col marco al posto del dollaro, guidata (a Sud) da elite politiche e economiche di poco migliori a quelle latino americane.

    Per il resto sono politiche da XIX secolo: imposte su consumi e su basi imponibili svincolate dal reddito, il rentier prima di tutto e valige (di cartone all’epoca) per i disoccupati di troppo. Siamo in media più vecchi e con un po’ più di grasso da distribuire. Sennò ci sarebbe pure spazio per Bava Beccaris in caso di disordini.

    “il problema linguistico è sì “costoso” ma non insuperabile (e certamente non lo sarebbe se l’istruzione pubblica se ne fosse fatta adeguatamente carico a suo tempo).
    Cioè vuoi la scuola che ti insegna a emigrare? Alla faccia degli investimenti in capitale umano. Questi senza considerare che – per motivi storici e culturali – un italiano è meno straniero a New York, Londra o Adelaide che a Lipsia o Brema.

    In fatto di concorrenza istituzionale tra lo Zio Sam e un Gold (Exchange) Standard venuto male ho pochi dubbi su quale sia il modello.

  2. 2

    Leonardo IHC Says

    Ma perché quando si parla di Europa fai sempre questi mistoni?

    Confondi concorrenza amministrativa con l’incremento delle tasse che dimostra appunto INCOMPETENZA amministrativa da eliminare o da allontanarsi.

    Sapere l’inglese non significa insegnare a emigrare, che sarebbe comunque una materia sì, significa sapersi relazionare con l’estero… ed è un aiuto alle persone…
    A questo punto è chiaro che tu pensi al “bene comune”, al “bene della nazione” o altri “beni superiori”, e te ne freghi del benessere di tutti gli altri individui che non sono te.

    Oppure devo restare in Italia perché sono Italiano in quanto nato in Italia e devo tutto all’Italia perché ho firmato un patto di sangue con l’Italia e anche per questo l’Italia deve legarmi a sé senza che io possa far nulla e possa solo accettare supinamente l’intelligenza superiore di qualcuno che gestisce l’Italia se mai un giorno veramente questo nascerà in Italia? Ora sei pure nazionalista?

    Di sicuro la concorrenza istituzionale nel tuo ideale di politica economica unica europea e omogeneizzazione di qualsiasi cosa è risolta: non c’è, e mi sa che nemmeno la vuoi: paura di esser nato nel paese sbagliato?

  3. 3

    Leonardo Says

    Cmq hai un argomento da spendere in qualche discussione pubblica a fianco di Borghi: o lirona italiana o governone omologamente in tutta Europa; ratio: mi cào addosso a pensare a dove sono nato e trascino tutti giù con me, ché mal comune mezzo gaudio.

  4. 4

    Silvano Says

    Pensi di andare in Francia o Germania con il solo inglese scolastico (mettiamo pure insegnato bene)?
    Siccome sistema “funzionerebbe” meglio se tutti parlassero l’esperanto facciamo un bel piano scolastico decennale europeo per la neolingua unica?
    Puoi sapere l’inglese ma se vuoi fare il dentista a Helsinki devi saper dire “apri la bocca” in ungarofinnico non c’è direttiva Bolkenstein o liberalizzazione dei servizi che tenga, chiaro il concetto?

    A cambio unico e con prezzi rigidi tutte, ma proprio tutte, le rigidità si scaricano sul fattore lavoro e sull’imprenditoria media. Ci sono tra i 10 e i 20 punti di differenziale di inflazione sui costi di produzione e hai tre modi per recuperarli:
    1) Tagli i salari con l’accetta (il salario lordo senza tante compensazioni), ma ammazzi la domanda interna, ti prandi un bel brain drain sul capitale umano e riducendo il GDP nominale rincorri il debito con le tasse che non bastano mai.
    2) Svaluti, e se la prendono in saccoccia un po’ tutti ma riallinei quantomento le ragioni di scambio e non strozzi investimenti e consumi.
    3) Inventi le macchine che vanno con la lemonsoda, le lavatrici ad aria compressa e la fusione a freddo così la TFP fa il botto.

  5. 5

    Leonardo IHC Says

    Non puoi restringere tutto il discorso che ho fatto al solo inglese. Tra l’altro con l’inglese scolastico di ORA non fai una sega. In compenso in Francia lo sanno perfino peggio.
    1) Perché è da oggi che c’è la cd fuga dei cervelli (che ora è anche solo fuga di braccia)?
    1bis) Non ricordi il debito con le tasse, rincorri la spesa che tra un cazzo, e tra l’altro in termini nominali non cala e non cala e non cala ed è inutile spipparsi con una manciata di anni di calo reale, con le tasse, e questo cmq non accade da ora. E rincorri la spesa da sempre perché qualcuno pensa che basti cagare soldi per far spuntare pane dalla terra.
    2) La svalutazione non mai one shot e dovresti saperlo visto che abiti nella terra della svalutazione competitiva e della fuga nell’euro anche per paura dell’inflazione a due cifre; figurati come ci finanziano volentieri mentre il cambio fittona giù di continuo, ma qui non ci senti proprio.
    3) intanto in Italia si fanno brevetti di qualsiasi tipo e semplicemente si vendono all’estero, bell’effetto del sostegno alla spesa pubblica sì.

    Il punto dell’articolo – che smaiali attaccandoti ai particolari – è che tanti, come te, fanno un mistone allucinante di cosa è mercato unico, cosa è moneta unica, e cosa è politica fiscale unica o unico governo dell’economia, ed appunto professano o Italia sovrana o Governone Europeo uguale per tutti, praticamente due antitesi, e lo fanno giusto per paura di trovarsi nel paese sbagliato e cercando la via più semplice per non pentirsi di questo. Muoia Sansone con tutti i filistei eh?
    Se spacchi i problemi vedi che c’è una politica europea che fa schifo ma il mercato unico ha la sua utilità come lo ha la moneta unica, e il fatto che ci siano norme stupide in Italia si risolve cambiando le norme, se c’è un sistema mediamente arrestrato si risolve forzandolo a cambiare; lo vuoi aiutare? Grandioso, pensi di aiutarlo con un aiuto indifferenziato come spesa pubblica a pioggia o prezzi esterni “falsati” per tutti?
    Auguri all’economia!

    Altri paesi non stanno a aspettare te per raccattare capitali imprese e perfino infermieri, fanno concorrenza all’amministrazione italiana. Io non difendo l’amministrazione italiana perché sono italiano, se fa cacare in qualche modo deve pagare, perché se non hai questo pungolo non fai niente.

  6. 6

    Silvano Says

    Non sono in antitesi: si chiama coincidenza del monopolio della forza col monopolio dell’offerta monetaria e responsabilità politca delle decisioni vincolata alla rappresentanza elettorale. Più o meno lo stato moderno o nell’accezione europea classica o in quella federale di stampo statunitense.

    Anche un beota monetario come Rothbard sapeva che l’attivo di bilancio per annullare titoli è una sottrazione di reddito che imprime bias deflativo recessivo. Nessuna riduzione e nessuna ordinata gestione dei debiti pubblici passa dalla sistematica riduzione della spesa nominale. Nessuna.Fattene una ragione. La Thatcher? No, manco per idea. Reagan? E’ quello dei deficit gemelli.

    Certo c’è sempre quota ’90: http://www.youtube.com/watch?v=KAOykq-5nYo . Ecco come si annulla il debito. Invece di spendere le entrate le bruci. As simple as that. E poi tiri giù affitti e salari, a colpi di decreti legge e senza macro. Ma subito dopo fai questo: http://it.wikipedia.org/wiki/Prestito_del_Littorio ovvero il consolidamento forzato che sogna Beppe Grillo. E’ bastato? no. Alla primo rallentamento della liquidità internazionale siamo corsi dalle banche dello Zio Sam a riscadenziare i pagamenti.

    Oppure c’è il Regno Unito post WWI che voleva tornare alla parità prebellica, ma non ricordo giudizi lusinghieri nemmeno da parte di Hayek su queste scelte self defeating. Anche li diminuirono per 1/2 esercizi il debito nominale, peccato il debito/pil esplose e si ritrovarono pieni di disoccupati (che novità..).

    Altri esempi in paesi civili e comparabili non mi vengono. Ma se vuoi un fenomento che ha cancellato il debito, pure in anticipo sulle richeste dei creditori, c’è. Eccolo: http://it.wikipedia.org/wiki/Ceausescu . Il “genio dei Carpazi” è anche l’unico trombone del Comecon a cui il popolo ha fatto la pelle abbastanza rapidamente. Aveva appena pagato le ultime rate, ingrati.

    E’ non è questione di leggi storiche ma banale contabilità nazionale a saldi settoriali. Per quanto rigidini ultimamente – e soprattutto nel caso europeo – hanno performato meglio i banalissimi modelli IS-LM e IS-MP, senza voler scomodare l’analisi per flussi e fondi (un po’ post keynesiana se vuoi ma la fanno anche alla BCE http://www.ecb.europa.eu/pub/pdf/scpops/ecbocp105.pdf). L’idea dell’austerità espansiva su scala continentale in presenza di un calo della domanda aggregata globale si è rivelata un fiasco. Questo non vuol dire che non ripartiremo necessariamente mai, semplicemente che siamo clamorosamente indietro nel recupero e nell’evoluzione dell’output rispetto a Usa e Giappone. Vuol dire che queste politiche macro stagnano a lungo in un equilibrio di sottoimpiego come succedeva degli anni ’30 o alla fine del XIX secolo per un motivo banale: sono risposte simili a recessioni e crisi finanziarie simili.

  7. 7

    Claudio Says

    @Leonardo

    C’è una cosa che mi convince poco.
    Che la moneta unica “aiuti” a mettere le istituzioni in competizione era una pia illusione e questo mi sembra ormai si possa dirlo (a posteriori). Ma anche in partenza l’idea era secondo me più “costruttivista” di quanto non sembri: l’assunto era che conformando la politica monetaria al modello di un paese dell’unione gli altri dovessero giocoforza adeguarsi. Ora, sappiamo che l’equazione BCE=Bundesbank non è poi stata così vera, tu stesso l’hai fatto notare nei dettagli più volte, però io voglio dire che il principio sbagliato era che si potesse calare dall’alto il vestito della Germania (o di un qualunque altro paese) a qualcun altro e pretendere che il corpo gli si adattasse. Mi pare sia il modello “letto di Procuste“. Però questa non è più concorrenza istituzionale o competizione nel senso che auspicheresti tu, è un aver già deciso in partenza cosa è buono e cosa non lo è. Occhio, io sono il primo a sostenere, e l’ho pure scritto, che il declino di questo paese fosse iniziato già parecchio tempo prima della “scelta” europea e che il modello andasse sovvertito, non solo cambiato. Ma sinceramente, davvero era realistico pensare che solo perché si perdeva la possibilità di magheggiare con la lira tutto sarebbe cambiato di colpo e l’elettorato avrebbe smesso di discutere di Berlusconi si/Berlusconi no per appassionarsi alla riforma costituzionale o dell’istruzione? Dove sono gli esperti di public choice quando servono!
    Si è avuto tutt’altro, e vent’anni dopo Maastricht quelli che potevano essere visti come modelli da imitare se ci fossimo fatti del male fino in fondo ma in completa autonomia, oggi come risultato di quest’integrazione europea fatta all’incontrario, sono diventati come dici te dei nemici da affossare perché non prendano troppo vantaggio (cosicché l’Irlanda tassa troppo poco, la Germania esporta troppo e via dicendo).
    La misura ultima del danno fatto te la da il dato stesso che uno come Silvano che fino a un anno fa avrebbe potuto indicarti una serie di mali italiani lunga chissà quanti articoli -e l’ha anche fatto- oggi ti dice che si può risolvere (tutto? quasi tutto?) con una bella svalutazione del 20%, mentre tutto il resto si presume sia sparito.
    Morale della favola, l’€ ha rimandato la resa dei conti, creato un alibi, peggiorato la qualità del dibattito (che già non era alta) e riacceso i nazionalismi, una delle poche armi di rincitrullimento di massa che si sperava sconfitte dalla storia. Praticamente l’incontrario di quello che dovrebbe augurarsi chi auspica il “mercato delle istituzioni”. Questi per me sono i veri danni.

  8. 8

    Silvano Says

    Il declino del tasso di crescita del pil pro capite europeo è un trend di lungo corso. Quello italiano relativo ai paesi comparabili comincia a metà anni ’90.

    Ci sono i problemi e ci sono le priorità. Per me la priorità è evitare la desertificazione industriale, non la legge elettorale o altro. Se c’è un gap di competitività di prezzo che nel breve strangola le PMI non c’è tanto tempo per aspettare che il Renzi di turno arrivi a legiferare su un cumulo di macerie. Né condivido un modello post mercantilista export driven dove tiri il freno al mercato interno appena c’è un problema sul current account. Il modello italiota è pieno di difetti che generano oneri accessori all’attività di impresa più compatibili con una politica monetaria da Zlotly polacco, Corona Ceca o Won sudcoreano? Certo. Ma per in questo momento fottesega. Ci si può convivere provando a cambiare all’interno di un quadro che minimizza i costi. Abbiamo provato il vincolo esterno. Doveva andare meglio è andata pure peggio. Finché la barca va ti finanziano per dieci anni Berlusconi, Ligresti, Tronchetti Provera e tutta la peggio cacca di questo paese senza distinzioni, poi ti richiedono i quattrini al primo sudden stop & reversal come in una qualsiasi crisi da paese emergente. Risultato? Beppe Grillo. E’ questa è la grande architettura che favorisce il miglioramento tramite processi di prova e errore?

    Bah. Facciamo così. Quando avrete un figlio non comprategli l’auto con l’airbag. Dategli una Prinz Verde, così per la paura di sfasciarsi al primo botto apprende meglio. E poi senza il servosterzo si fa pure i bracci quando parcheggia e diventa competitivo.

  9. 9

    Leonardo IHC Says

    1) Forse devo chiarire un punto.
    Io NON dico che la moneta unica BASTI a creare quel circolo di concorrenza di cui parlo sopra. In realtà non dico neppure che esista, al momento, una vera concorrenza tra istituzioni, bensì dico che una moneta unica è una istituzione utile a questo, perché elimina alcuni problemi pratici nella vita di tutti i giorni e nei confronti; utile non vuol dire che basta solo quella. Insomma, non prendetemi per scemo.
    La moneta unica e il mercato unico – definizioni della curvatura delle banane a parte, ma dovrebbe essere scontato – sono strumenti molto utili, e più si va avanti più sono imprescindibili, perché i mezzi di comunicazione ormai girano già a livello globale ed ha poco senso fossilizzarsi all’ambito locale.
    Il mercato unico non è la politica europea, ne è solo una parte. La governance europea fa schifo, qui siamo in tre a dirlo, spero sia chiaro. Buona parte dei problemi derivano anche da questo: è una politica che, nelle lotte di campanile “per il bene del proprio Stato” finisce per essere un mutuo riconoscimento di feudi nazionali su cui estendere di volta in volta normative “europee”. Ma io non vedo alcun modello tedesco calato dall’alto su tutti, l’Italia non era la Germania né continua a esserlo, e nonostante tutti i capriccioni di Merkel e soci mi pare che alla fine il “blocco” del sud con in capo la Francia tenda a far passare le proprie misure: l’unica che non passa ancora sono gli Unionbond, ma intanto parte un ESM con obiettivo anche il salvataggio delle banche spagnole.
    Ma il mio punto è proprio qui: non esiste e NON DEVE esistere un modello europeo (o tedesco) da esportare (finisce come la storia americana dell’esportare democrazia), deve esistere solo una infrastruttura che agevoli scambi e movimenti, e va tolta di mezzo tutta la parte di pretesa armonizzazione normativa (salvo sui diritti di proprietà e cose del genere, che sono una infrastruttura sociale necessaria). Quel che vedo opportuno nel modello miniarchico a livello nazionale lo vedo anche a livello sovranazionale, e quel che c’è adesso a Bruxelles è già disfunzionale senza andargli ad attribuire poteri “uniformatori e coordinatori” ulteriori.
    Separare il discorso moneta e mercato dal discorso normazione centralizzata non vuol dire che la Bruxelles di oggi va bene; è il contrario.
    Io mi fisso sulla Germania perché alla fine è quel che ha funzionato meglio. Non mi frega se l’Italia sceglie altri settori o si struttura come blocco nazionale o va in federazione o altro, può cercare una propria via istituzionale, ma lo può fare già adesso senza supporre di tenersi una moneta nazionale ed aggiungere problemi a problemi.
    La situazione attuale strangola le imprese? Sono d’accordo, ma non è l’euro in sé a farlo, è il resto del contesto istituzionale che evidentemente si sente talmente protetto da non rimettersi in discussione salvo rigironi da Gattopardo.

    2) Sulle note finali di Silvano, mi verrebbe da dire se spera davvero che un governo monetario nazionale o un accentramento anche fiscale in UE ci possono tener lontani Grillo e le altre merde che ha nominato. Io dico di no, così come niente ci ha risparmiato un Craxi e un Pomicino prima (giusto perché mi vengono al volo questi due nomi): se compri il consenso con la spesa, questo ottieni, UE o non UE.
    Per il discorso dell’airbag invece, è un paragone improprio. Chiaramente non voglio l’Italia alla fame (per la buona ragione che ci sono dentro), ma come detto altre volte, senza la prospettiva di un “fallimento” niente qui come da altre parti si muove. Fu un politico italiano, di quelli cui si vorrebbere rimettere in mano la lira, a dire che qui non si fa nulla finché la casa non brucia… Ed è per quello che nella cassetta della posta non ha trovato il suo “dividendo dell’euro” (battuta che rifila ogni due per tre su twitter): l’hanno speso prima.

  10. 10

    Claudio Says

    @Leonardo

    Quello poco chiaro sono stato io, mi sa. Ti contestavo proprio la presunta utilità, non che basti. Cioè, non mi sembra che la moneta unica abbia aiutato quei processi che chiedi te e sinceramente ho forti dubbi che avrebbe potuto farlo. Ovviamente non dico che in generale non possa servire mai, dico che è stata fatta troppo presto in un continente in cui la mobilità è limitata anche ma non solo per motivi linguistici e in cui (almeno in larghe parti della popolazione) ci si conosce prevalentemente per stereotipi e per partite di calcio. L’abbiamo detto più volte e in tutte le salse che se c’era un progetto delle pseudo-élite europee era quello di usare l’€ come grimaldello per il maxi-stato unico, non certo per tenere sotto controllo le legislazioni abnormi e le spese allegre dei partecipanti (anche se magari ha fatto comodo dirlo e far finta di bacchettare). La logica per arrivare al secondo caso a me sembra che avrebbe richiesto prima un periodo ben più lungo di mercato unico e di circolazione delle persone, delle merci (e delle idee, anche istituzionali), poi forse, e sottolineo forse, poteva diventare quasi evidente, non dico alle masse, ma a una parte consistente che una moneta comune aveva le sue comodità. E’ nota la mia scarsa simpatia per le esaltazioni democratiche ma è un dato di fatto che anche l’imposizione forzata ha i suoi limiti e le sue crisi di rigetto: noi ne stiamo passando una e dubito fortemente che ne usciremo più virtuosi o più competitivi, di sicuro più incazzati.

    @Silvano
    Non mi va di rifare tutta la discussione, tanto è assodato che c’è un margine di dissenso neanche troppo ampio ma che resta lì. Dico solo che Grillo c’era già da un po’ quando si è iniziato a parlare di spread e compagnia. Era (molto) meno forte e la crisi gli ha dato il là? Certo, come dico appena sopra c’è l’effetto crisi di rigetto, però almeno tu non mi dica che con la lira avremmo eliminato il ciclo economico da qui all’eternità (sticazzi!) occasioni per emergere ne avrebbe avute un anno prima o dopo. Calcare la mano su “è tutto un problema monetario e di saldi commerciali” quando così non è e lo sai benissimo, aldilà di cosa uno ritiene la priorità, contribuisce e lo sta già facendo, a tirarsi dietro un pubblico anti-mercato, anti-capitalismo e anti-tutto che altri problemi non li riconosce e non li vuole affrontare ne ora ne mai. Che tutto questo poi non produca altri grossi problemi, dentro o fuori dall’€ che sia, io ho forti dubbi.

  11. 11

    Leonardo IHC Says

    @Claudio
    Mettiamola così: c’erano diverse ragioni per una moneta unica a seconda del partecipante. C’era la fine del marco – e così è stato, non fosse successo che il dollaro ha fatto ancora più schifo; c’era la Germania unita; c’era un freno alla bellicosità; c’era un progetto politico di leadership mondiale; c’era una mera lotta di potere; c’era un’esigenza di stabilità monetaria e di credibilità; c’era un fine di traslazione delle responsabilitò; c’era la ricerca dell’ennesimo vincolo fiscale esterno; c’era il rafforzamento di un necessario mercato unico; c’era la fine del bipolarismo mondiale; c’era la consapevolezza dal ’95 che i tempi d’oro erano finiti e il welfare scricchiolava… Tutti questi motivi sono motivi – anche sbagliati, per carità – che si combinano per volontà politiche e anche pressioni dal basso… è venuto uno schifo? Sicuro! Ma non difendo l’esistente, dico che l’esistente ha anche delle motivazioni che non possono venir definite irrilevanti concentrandosi sulle partite correnti (il cui squilibrio era non solo previsto ma perfino voluto per forzare riassetti macro – ci ho fatto la tesi su ‘sta merda, i documenti UE c’erano e c’erano anche paper, qualcosa prossimamente pubblico qui); in questo pentolone ignobile non si può ragionare “o tutto o niente”, quello lo facciano al bar e lo facciano i geni come Borghi e Bagnai, mentre da altri vorrei sentire il problema spaccato in quattro e partito cosa si salva e cosa si getta.

    Come vedi è in costante discussione anche la forma federalista… niente è fermo, non siamo in un punto di arrivo e chissà mai se ci arriveremo. In un futuro lontano non mi stupirei della moneta mondiale purtroppo politico-diretta.

  12. 12

    Silvano Says

    (ho un post in waiting list)

    Ragazzi la Grecia ha un’aggiustamento macro che fa apparire l’Ungheria, la Romania e la Bulgaria un blocco di signori (paesi virtuosi con squilibri sul CA che hanno toccato pure il -23%..). Il ché è tutto dire. Però non pensiate che per aver ragione dopo aver fatto per 5 anni il contrario di quello che si trova su ogni testo macro intermedio basti che un giorno arrivi un rimbalzino del gatto morto nell’attica.

    E tra Cirino Pomicino e Letta prendo Cirino Pomicino. Quantomeno il debito era al 90% domestico: il che vuol dire che per 30.000.000 di £ procapite ci stavano 28.000.000 di BTP procapite (dettaglio: oltre al dare c’è l’avere). Va da sé che le teste non sono le stesse, c’è un impatto redistributivo, si riduce la capacità fiscale per affrontare shock di natura esterna o finanziaria. Tasse & tagli agli investimenti pubblici: ci siamo riallineati all’inflazione dell’area marco per ragioni di convergenza a colpi di finanziarie. Con un’inflazione di 2 punti superiore non ci saremmo entrati nell’EZ. Però non vendiamo la boiata che con un CPI superiore di due punti a quella tedesca succedeva chissacché perché è na boiata pazzesca. Il tasso interno di risparmio era elevato, la PFN sull’estero sostenibile e nel ’95 il tanto disprezzato Fazio aveva ricostruito le riserve che quel beota di Ciampi aveva inutilmente azzerato dato che i tedeschi gli avevano chiaramente fatto capire che l’antifona era cambiata.

    Mercato unico: ok, certo che serve ma c’era già da prima dell’EZ e nessuno lo metteva in discussione. Ma se tiriamo fuori i dati (reali ex post, non le previsioni ex ante spernacchiate da Rose – giustificate visto che il committente era la Commissione UE e pecunia non olet..) degli effetti sul commercio intra UE sono praticamente risibili. Vogliamo sostenere che il NAFTA senza l’Amero funziona male? O l’Asean ha bisogno dell’ASIO?

  13. 13

    Leonardo IHC Says

    @Silvano
    vediamo se il rimbalzo è quello di un gatto morto, lì e in Spagna, abbiamo tempo. Il problema del librino di macro è che dice “cosa si fa per aiutare un paese che arranca?” e non “cosa si fa se il mercato ti va nel culo e rischi di non veder più finanziato il debito?”. Non sono la stessa cosa, e dalla diversa domanda segue la diversa risposta. Ma ripeto: non cachi né soldi né pane, e se c’è un buco lo tappo scavando da un’altra parte, ma un buco da qualche parte resta, il resto è politica. Chiuso.

    Vuoi parlare dei parametri di Maastricht? Se continui a scassare l’anima sul valore assoluto di quei parametri è evidente che non hai capito. Quello sono solo indicativi, solo un modo per dire “volete la moneta unica? facciamo in modo almeno di partire quasi simili su certe cose su cui la politica monetaria ha effetto più diretto, e di darci almeno una direzione su altre che non ci faccia sembrare un’armata Brancaleone (che comunque per tanti versi era)”. Sono parametri politici, per me potevano mettere anche un target al 4% di CPI, tanto – se ricordi – hanno sforato quel che potevano sforare per la maggior parte del tempo.
    Chiuso.

    Cirino aveva il 90% di debito solo perché era in politica anni prima di Letta e il debito parte da zero per salire a 1000. Su un incidente storico (il macigno gonfiava, solo che c’ero seduto sopra prima di lui) non sposerei nessuna posizione.
    Chiuso.

    Ex post è stata una coglionata l’ipotesi di maxi integraizone? Right. Lo nego? No. Al tempo suonava stupido? No, era solo incerto. Col senno di poi un esperimento unico nella storia si giudica bene. L’unione è stata solo un fallimento? Sei tu che dovresti dire di No: abbiamo una recessione che per quanto grave non è comparabile al ’29 come favoleggiano tanti, il target2 ha evitato che la Grecia scoppiasse più forte prima, salvataggi vari hanno impedito deflagrazioni assurde (o meglio: hanno spostato il conto più avanti), stranamente non è girato un solo carro armato attorno a Strassburgo.
    In ogni caso l’Italia non è andata in suddenstop, non c’è guerra civile, e rimbrotti a parte non siamo veramente commissariati (purtroppo) e questo è già un risultatone.
    Ci sono stati csti? Ah perché speravi nel pasto gratis?
    Costi e benefici hanno saldo positivo o negativo? Non esiste una scala univoca.

    La disoccupazione è elevata? Sì, ma anche lì c’è un problema generazionale che dovrebbe dirti che il problema non è l’euro…

    Su NAFTA… i legami al dollaro (per i paesi che hanno la BC) mi sa che bastano a qualificare la questione, però non ho dettagli, a parte che ci sono delle sproporzioni abbastanza rilevanti tra i partecipanti.

    Su ASEAN… è praticamente un’area YUAN, potrebbero chiamarlo Serpente Monetario Asiatico, e anche lì le proporzioni tra i partecipanti… va be’.

  14. 14

    Silvano Says

    Il debito con Cirino era al 120% detenuto al 90% da operatori residenti. Banalmente: non avevamo gli squilibri di oggi col settore estero. Il debito pubblico era al 90% la contropartita dei BOT people.

    Un sistema bancario con 200-250bn di financial gap non è in sudden stop, in Italia la politica monetaria la fa Draghi, l’economia Saccommanni e la Spending Review Cottarelli (cazzo quanti voti ha preso BankIt all’elezioni..) ma non siamo commissariati. La prossima qual’è, che MPS ha un cda autonomo?

    In termini di GDP per la Grecia è peggio del ’29, forse anche per ITA, SPA e POR. Sicuramente lo è come timing si recupero e come tasso di disoccupazione. Poi certo non si mangiano gli scoiattoli ma è un po’ come dire che comunque durante la crisi del ’29 si stava meglio che nel 1400.

    L’ASEAN sono valute in dirty floating o legate al dollaro, la Cina non fa parte dell’ASEAN. Idem il Dollaro Canadese e il Pesos messicano (anche perché non gli è andata molto bene quando ci hanno provato..).

    Sono d’accordo che ex ante c’era anche molto entusiamo politico, una sottovalutazione dei rischi e sopravvalutazione nella capacità di gestire l’emersione dei rischi. Il punto è che adesso o continui il progetto in versione federale, o corri il rischio di rimandare un’uscita che sarà più disordinata e costosa quanto più viene rimandata. Razionalmente è più probabile la prima hp per me. Quello che non capisco è il gusto di stare nel mezzo.

    Il parametro dell’inflazione convergente era cruciale sia per la politica monetaria comune che per l’accumularsi di squilibri nella competitività di prezzo non più aggiustabili con il cambio: in astratto aveva un suo senso, ma data la varianza dei redditi e dei modelli di sviluppo si è rivelato il solito parametro messo a tavolino.

    “cosa si fa se il mercato ti va nel culo e rischi di non veder più finanziato il debito?”. L’IMF quand’è da solo ti stacca il cambio per non buttare quattrini nel cesso (come in Grecia).

  15. 15

    Storico Says

    ma non esiste l’Italia dopo 150 anni…. perché parlate di Europa? L’Europa NON esiste e non esisterà mai… basta parlare di entità astratte inesistenti!

  16. 16

    Biagio Muscatello Says

    Mercato unico non vuol dire moneta unica. In questo ha ragione Silvano; così come ha ragione, quando ricorda il parere di Hayek sul tentativo inglese di tornare alla parità prebellica con l’oro.
    Detto questo, sono d’accordo con l’impianto discorsivo di Leonardo.
    Le istituzioni si evolvono, se siamo in grado di correggere gli errori passati; altrimenti si degradano (entropia crescente). Le nostre classi dirigenti (politiche culturali imprenditoriali burocratiche) sono ottusamente chiuse all’idea della selezione dei migliori (teoria delle élites di Pareto): quindi ci ritroviamo sempre (il) peggio; anche perché non siamo noi capaci di scegliere il meno peggio, le poche volte che abbiamo la facoltà di scegliere….
    Concorrenza tra istituzioni. Sì, ne ha parlato Hayek; e l’idea è buona. Ma le istituzioni non hanno vita fuori dalla testa delle persone che le costituiscono – e le legittimano – con i loro comportamenti. Le istituzioni non si impongono dall’esterno; e questo, non per i soliti vaniloqui sulla ‘democrazia’, ma perché senza i comportamenti quotidiani che le sostengono, le istituzioni non esistono. (Chiedete, per esempio, al napoletano o al calabrese medio – e fra non molto ad ogni cittadino italiano – cos’è lo Stato…)
    Se non sapremo emulare il meglio delle istituzioni altrui, aspettandoci semplicemente di essere salvati, saremo sempre schiavi. Purtroppo, alcuni aspetti della cultura religiosa cattolica – basata sull’idea di salvezza mediata dal ministero della Chiesa – ha indotto molti a rinunciare all’autonomia di giudizio e al principio della responsabilità personale.

  17. 17

    Silvano Says

    “Le istituzioni si evolvono, se siamo in grado di correggere gli errori passati; altrimenti si degradano (entropia crescente).”

    Sono d’accordo. Il mio punto è che vale anche per la UE. Lo stadio attuale è instabile, i meccanismi di selezione e cooptazione all’interno della burocrazia europea hanno un alto tasso di rent seeking, molto più alto di quello presente in tanti paesi presi singolarmente, i meccanismi di governance sono farraginosi, debolmente risolutivi e generalmente al traino degli eventi. Quindi, o si ha in mente un lungo ma abbastanza chiaramente tratteggiato processo di nation building che non può non eludere tutte le questioni che un moderno stato federale con più abitanti degli Usa porta con se e che vanno dagli aspetti bancari a quelli fiscali fino alla creazione di un bilancio unitario (per non parlare di un welfare minimo transnazionale che consenta prosaicamente ad ex. di portarsi i contributi in caso di espatrio in modo da favorire il fattore lavoro), oppure bisogna avere un piano B e farsi un’idea del se e quando conviene attivarlo. Perché se il sistema UE degrada, non verranno ad avvertirci con molto anticipo.
    Quale sia la strada futura (più probabile la prima visto il capitale politico speso ma non escludo la seconda vista l’attuale abilità nel dissiparlo) quello che non ha senso è stare il più a lungo possibile nel mezzo della strada. La priorità è spostarsi: si può saltare in uno Stato Federale, si può appoggiarsi alla stampella di un’uscita più o meno ordinata. Quel che importa è non finire asfaltati sotto il tir. Poi si può discutere di tutto.

    Se guardiamo alla concorrenza istituzionale vediamo che l’attuale accozzaglia consente la tranquilla sopravvivenza di macroregioni scarsamente produttive (sai che bellezza i Lander dell’Est la Baviera) che l’affossamento di altre sotto il peso delle burocrazie centrali (basti pensare al Nord Est). Nel sistema attuale un territorio va avanti o indietro su base nazionale anche se sei un bergamasco che si sveglia alle sei e torna alle venti. Anche nella malasorte l’eredità della storia è visibile nel numero di spagnoli e portoghesi che emigrano verso le ex-colonie piuttosto che verso il mercato unico, o nella predilezione degli italiani per tradizionali mete di espatrio (UK, Stati Uniti, Svizzera e Australia) localizzate al di fuori dell’Unione. Né tantomeno c’è una visione coerente di politica economica che l’elevate differenze di reddito tra paese e pase richiederebbero. Insomma per me un cambiamento è necessario: se non c’è la volontà di superare i problemi connessi alla costruzione di uno stato federale o confederale, l’entropia crescerà e saranno i mercati a rompere il giocatolino portandoci su una traiettoria di trade off inconciliabili e politicamente insostenibili con effetti non piacevoli. Se tutto sommato vi piace il lifestyle del paese dove siete nati, consiglio l’apertura delle scialuppe di salvataggio. Se non serviranno non mancherà certo il tempo per metterle apposto.

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