Clicca qui per Opzioni Avanzate


Libera Nos Domine

March 4th, 2013 by Leonardo

-

di Claudio Bandini

 

Da tutti gli imbecilli d’ ogni razza e colore, 
dai sacri sanfedisti e da quel loro odore, 
dai pazzi giacobini e dal loro bruciore, 
da visionari e martiri dell’ odio e del terrore, 
da chi ti paradisa dicendo "è per amore", 
dai manichei che ti urlano "o con noi o traditore!", 
libera, libera, libera, libera nos Domine! 

 

(F.Guccini, finito a sua insaputa in un covo di liberisti)

 

 

Qui su IHC negli ultimi mesi preelettorali si è discusso dei limiti della politica e di quelli della conoscenza così come si è discusso sulla necessità e sulla convenienza di semplificare certi concetti per allargare la platea dei possibili destinatari. Ad un altro livello, qualcuno, anche tra le conoscenze di queste parti ha partecipato all’unico progetto serio degli ultimi anni di metter su un qualcosa di liberale a livello di azione politica (non nell’ideologia ma almeno in parte nei programmi). La cosa, mentre si scrive, pare essersi risolta in un grottesco homo homini lupus che ha ben poco di liberale e molto di marxista-leninista. Ma, e veniamo al dunque, nel frattempo ci sono state le elezioni, che hanno spazzato via ultimissime illusioni di vivere in un Paese serio. Allo stesso tempo però ci hanno anche ricordato che viviamo tempi interessanti. Pensate che spettacolo: un 60%1 di voti andato a partiti che si proclamano chi di destra, chi di sinistra, chi “fuori dagli schemi” ma tutti accomunati da una campagna elettorale fondata sul mitico “nemico esterno” (la Germania, gli speculatori, i kattivi kapitalisti) così bravo e perfido nel causare la crisi e così tenace nell’esiliare il Bel Paese dalla terra promessa dove le tasse si potrebbero ridurre, la spesa aumentare e il debito… il debito boh, qualcuno lo pagherà, ma che ce frega? Pare che il metodo abbia funzionato oltre le aspettative, tanto che populisti di vecchio stampo sono sopravvissuti contro le aspettative e quelli nuovi di zecca si sono ritrovati primo partito italiano, con qualche conseguente spaesamento geografico e numerico. Ma in fondo che vuoi che sia rispetto alle nuove frontiere dello sviluppo a colpi di decrescita…

 

Ok, questa era l’introduzione molto politically scorrect. Ma c’è una lezione da trarre da tutto ciò? Secondo me sì e si può riassumere così: ci risiamo. Diceva Tocqueville che “la storia è una galleria di quadri con pochi originali e molte copie”. Concordo, e penso di poter dire che vale anche per le idee politiche. A noi sembra di vivere in un’epoca molto diversa dalle altre, anche solo da pochi decenni fa. Figuriamoci secoli. Insomma, ci viene da pensare che “stavolta è diverso”, che però non è un principio particolarmente funzionante in generale (chi se ne intende dice ad esempio che non vale per le crisi finanziarie). E dunque? A me sembra piuttosto che si sia di fronte, e non certo per la prima volta a una crisi generale che si risolve, o almeno rischia di risolversi con una rivolta contro la realtà, un tentativo di ignorare i problemi, quando l’alternativa valida sarebbe capirli per cercare di affrontarli.

D’altra parte, se si hanno teorie sbagliate su come si svolgano i fenomeni economici e sociali, laddove questi si trovino a dare output sgradevoli (disoccupazione, redditi in calo, corruzione e aggiungeteci pure quello che volete), dapprima si cercherà di intervenire seguendo le teorie che si conoscono, e abbiamo avuto un governo tecnico col compito di provarci. Di fronte al suo fallimento non si può che passare all’unica alternativa possibile: se non si fanno avanti altre teorie (anche nel senso che queste riescano a diffondersi e a “vendersi” bene al grande pubblico) la scelta non può che andare su chi, più che teorie per spiegare la realtà si propone direttamente di abolirla, di crearne un’altra e di plasmare l’homo novus, almeno nei proclami. Ed è a questo punto che arrivano i giacobini, nella loro multiforme natura con cui storicamente riescono a manifestarsi.

Pensateci un attimo: la Francia settecentesca era in crisi finanziaria, molti provarono a risollevarla, tra cui il “tecnico” Turgot. Fu un fallimento, arrivò la rivoluzione, apparentemente liberale ma che ben presto assunse le sembianze di Robespierre e compagnia. Cambiamo scenario e epoca: la Russia zarista fu il malato d’Europa per almeno tutta la seconda metà dell’Ottocento. Anche lì molti gli esperimenti di riforme, poi nel 1917, prima un tentativo di Rivoluzione democratica, ma seguito dal colpo di stato di quella nuova forza politica che dei giacobini si considerava l’erede più diretto, il bolscevismo. Un terzo esempio ce l’abbiamo in casa: l’Italia esce dalla I GM fortemente provata, la vecchia classe dirigente “liberale” è incapace di confrontarsi con i partiti di massa e di ricostruire il Paese. Qualcuno, che dice di essere oltre la destra e la sinistra, si propone di farlo al loro posto, in un giorno del 1919 a Piazza Sansepolcro. Di lì a poco arriverà al governo dapprima anche con l’appoggio delle élite convinte di controllarlo, poi farà da se e sappiamo come andrà a finire. Per infierire ci sarebbe anche un esempio dalla Germania, ma lo eviterei, che mi pare di averla fatta già abbastanza cupa. Comunque sia, abbiamo diversi copie nella galleria di quadri, in cui, dopo aver visto all’azione “quelli bravi” o presunti tali che tentano di risolvere i problemi alla bell’è meglio, il popolo si stufa e, se gli vien dato l’opportunità di esprimersi (1792, 1917, 1921) in Parlamento ci manda coloro che si propongono di sfanculare l’élite. Magari ce li manda in minoranza relativa, ma spesso questi son convinti di quello che fanno e se le condizioni lo permettono la maggioranza trovano il modo di prendersela con una certa rapidità (1793, ottobre 1917, 1922). E poi…poi son uccelli per diabetici, Ça va sans dire.

 

Ora, noi facciamo questi discorsi (esagerati? Probabile! – Insensati? Non credo!) a posteriori e dopo secoli di esperienze sul tema (che hanno insegnato pochino, par di capire). Ma ancora prima che i primi rivoluzionari “moderni” divampassero in Francia, sull’altra sponda della Manica Edmund Burke, conoscendo già i radicali inglesi e americani, aveva capito la potenza dell’entusiasmo fanatico per cui la mente rivoluzionaria diventava the intellect divorced from all natural relations — from manners and subordinations, from the laws of nature and nature’s God – feeding on its own fantasies and substituting itself for every other form of power”. Ci son voluti poi due secoli prima che Hayek riscoprisse Burke (e lo considerasse tra i membri del suo “Pantheon” intellettuale) e si dedicasse a combattere, con una filosofia accuratamente aggiornata alle nuove scoperte dell’economia, della biologia e della psicologia, le stesse forze oscure. La critica della “presunzione fatale” dell’ultimo Hayek non è così lontana dalla critica burkeana della rivoluzione francese, la quale invece non è la stessa cosa delle critiche che verranno dai reazionari ottocenteschi (anche se le Riflessioni burkeane forniranno degli spunti che, variamente interpretati, non mancheranno di far danni). Quella di Burke non era infatti soltanto una rivolta sdegnosa contro l’assalto all’aristocrazia e alla Chiesa come a volte passa per essere. Era anche quello, ma non soltanto quello. In Burke c’era la consapevolezza, pienamente maturata nella cultura britannica del Settecento (e mi riallaccio a quanto già apparso da queste parti) che la mente non è e non sarà mai una tabula rasa su cui riversare le proprie utopie e neanche (diciamo oggi) un software che si possa ri-progettare da 0, nemmeno se fatto open-source dai seguaci di un blogger incazzato. Questo non vuol dire rifiutare il cambiamento o non riconoscerne la necessità impellente in molti casi. L’Italia del 2013, come la Francia dell’89 e la Russia del ’17 è un Paese con problemi abnormi e praticamente da ripensare. Ma in nessuno dei tre casi questo può funzionare se la partenza è una cieca contro tutto e tutti senza compromessi, contro il mitico sistema, che poi, che diavolo sarà questo sistema non si è mica capito tanto bene tra un fanculo e l’altro. La rinascita di un Paese, se ha da venire, bisogna trovarla altrove.

 

A volte converrebbe chiedersi se non sia l’evoluzione, ben più della rivoluzione ciò che muove veramente la storia. Il lento affermarsi delle idee ben più della violenta manifestazione delle azioni. Certo, delle seconde sono pieni i libri, spesso più delle prime, ma non sarà che ciò avviene anche perché le idee sono ciò che non si vede, senza che per questo debbano contare meno di ciò che si vede?

Prendiamo due rivoluzioni molto diverse, quella industriale (per cui forse avrebbe più senso parlare di evoluzione, per l’appunto) e quella francese. La prima non ha date e volti precisi che la possano catturare, la seconda sì. La prima è stata l’effetto di un’infinità di piccole idee, di innovazioni, che hanno cambiato gradualmente il modo di intendere il progresso e l’innovazione, finendo per farlo accettare all’élite e poi a coinvolgere le masse. Un percorso che non è stato un viale di rose e fiori ma che costituisce comunque il fondamento del nostro benessere, che è più grande di quello che crediamo2. Anche la seconda, è vero, ci ha regalato vette di pensiero come la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e grandi ideali, più che idee precise, di democrazia e uguaglianza. Ma con i soli ideali non si sfamerebbero 7 miliardi di individui, e sull’altro piatto della bilancia va anche messo il fatto che sia servita da esempio, come detto, per i tanti ammiratori di Robespierre convinti che una ghigliottina sia la chiave per risolvere tutti i problemi, anche se poi ci si accorge che i nemici interni da decapitare non finiscono mai. In nome di quegli ideali poi, ancora oggi molti continuano ostinatamente a voler esportare la democrazia ai quattro angoli del globo, salvo poi scordarsi di portarsi dietro anche un po’ di liberalismo, ché ci son diversi esempi che se un popolo non conosce il secondo, della prima farà sempre un brutto uso (quanti esempi, negli ultimi cinquant’anni!).

Quanto detto non vorrebbe essere un mero elogio del conservatorismo politico. Non avrebbe senso, su un blog di una scuola economica che è e ha da restare value-free 3. E avrebbe ancor meno senso, come detto, qui e ora, nel Paese in cui Leo Longanesi si diceva “un conservatore dove non c’è niente da conservare”.  Lo scriveva nel 1947 ma è sempre valido. Quello che è ancora più urgente però sarebbe ricordarsi, che uno dei tanti compiti della storia, parafrasando Hayek, può essere quello di mostrare quanto poco sappiamo controllare ciò che pretendiamo di sovvertire. L’economista austriaco sa che le cause di una crisi economica vanno ricercate ben più lontano di quanto la maggioranza dei presunti esperti tende a fare. La crisi di una nazione e di una società, analogamente, non è un problema che si misura in anni, ma almeno in decenni. E se il problema sta nelle radici, segare la pianta di netto ben difficilmente la farà rifiorire. C’è bisogno di studiare il terreno, sporcarsi le mani e infine provare a spiegare dov’è il male e come curarlo, sperando che qualcuno abbia voglia di ascoltare. Kulturkampf liberale, insomma!

Se se ne esce, se ne esce in tempi lunghi e percorrendo strade inesplorate. E proprio perché l’alternativa è non uscirne, o uscirne male, allora vale anche citare Guccini su un blog di “austriaci”!

 

 

 

1 Ottenuto sommando CDX, M5S, SEL, RC, e fascio-comunistume vario. Poi chiaro che c’è una parte di CDX che non si sarà bevuta tutte le panzane elettorali, ma è più che compensata da una di PD che se beve abitualmente di altre. Quindi la percentuale indicativamente può andare

2 Lettura complementare suggerita: questa.

3 Già con la Thatcher Hayek è diventato per qualcuno l’economista “dei conservatori”. Siccome detesto il fatto che Rothbard abbia fatto diventare l’economia austriaca “quella dei libertari” è meglio evitare certi fraintendimenti.

 


23 Responses to “Libera Nos Domine”

  1. 1

    Claudio Says

    Una nota dell’autore per chi legge questo “strano” pezzo. Questo articolo nasce (anche) in risposta a chi “minimizza” il M5S dicendo: sì, ha preso un sacco di voti, ma mica per le idee, solo per la protesta…cazzo però, proprio quello è il problema! Un quarto di italiani vota per un tuffo nell’anno 1000 (attenzione però: con l’Ipad!) e manco se ne accorge. E ce ne sarebbe da trarne sollievo?
    Al che mi viene da pensare che la situazione di tanta parte della popolazione italica, a livello di idee sia talmente deteriorata che ormai molti non riescono a capire dove si stia andando, meno che mai nell’unico momento in cui di dovrebbe cercare di averne una vaga coscienza: il voto. Ergo, a sto punto è inutile stare a fantasticare di partiti (leggi FARE) che dovrebbero prender voti avendo il programma “migliore” della concorrenza. C’è da inventarsi qualcosa sul piano culturale, non solo offrire soluzioni pratiche. Certo che è difficile: Ron Paul almeno può appellarsi alla sua Costituzione, qui manco quello. Però magari un punto di partenza è anche riconoscere di avere a che fare con un paese culturalmente socialista (con una cospicua parte catto-socialista) invece che mentire a se stessi pensando di rivolgersi a una popolazione economicamente alfabetizzata

  2. 2

    Silvano Says

    Io non sopravvaluterei la democrazia rappresentativa. Sinceramente:
    1. I programmi elettorali non se li fila nessuno: contano quei due,tre o al massimo quattro messaggi che gli schieramenti riescono a far filtrare e il mood che riescono a generare.
    2. Partendo dall’assunto piuttosto ragionevole che i partiti non mantengono le promesse e de facto la politica fiscale è eterodiretta da Bruxelles è perfettamente plausibile che i contenuti emozionali e ludici acquistino molto peso nelle decisioni di voto. E’ “razionale” privilegiare l’emotività rispetto al calcolo, inclusi i costi per informarsi.
    3. Le scelte europee (Maastricht, Costituzione Europea, Trattato di Lisbona, etc.) sono state quasi sempre sonoramente trombate dagli elettorati nazionali: vanno avanti tramite un approccio top down. La partecipazione alle elezioni per il parlamento europeo è abbastanza eloquente sull’entusiasmo che la UE suscita tra i cittadini. Da questo punto di vista il M5S ha dato (in parte) la possibilità esprimere un voto di protesta senza per questo associarsi a croci celtiche (stile alba dorata), falci e martelli o altri simboli vetusti del XX secolo carichi di un contenuto ideologico identitario.

    Del resto se usiamo il debito pubblico per salvare anche il sistema bancario cipriota, ovvero la filiale preferita dalla mafia russa, non mi stupisco che politiche meno rigide in termini di conseguenze inflative abbiano appeal.

  3. 3

    Leonardo IHC Says

    1) Secondo me è un fatto che all’elettore del programmone non freghi nulla; contano appunto quelle poche cose (mi ridai l’IMU?) di cui sa apprezzare direttamente la portata (scusate, quanti in Italia hanno idea di cosa sia un ciclo economico veramente?) e soprattutto il fatto che “appoggiando” quel tizio io posso aspirare a mangiare le briciole che gli cadono dal piatto. Non serve capire il programma, serve far sapere che sei “dei suoi”.
    2) Non mi torna, rimando al punto sotto.
    3) La partecipazione alle europee e bassa perché secondo me nemmeno si sa quali sono i poteri della UE e quel che residua veramente per l’Italia. E poi Brux è troppo lontana per poter sperare di beccare le briciole che cadono dal piatto al piano di sopra (il Ras è locale). I partiti dal canto loro fanno di tutto per far sembrare di contare qualcosa nel mondo, come fossero uno scudo contro le decisioni della malvagia UE, e con questo danno una sponda anche per l’emotività veicolandola all’esterno. In un certo senso è pure vero: i partiti bloccano l’adozione delle direttive UE, peccato poi poghi l’Italia tutta le procedure di infrazione il cui peso si mischia nella tassazione generale (ma avvantaggia i singoli che hanno potuto intanto far come par loro in barba alle direttive UE). Anche questa è una buona ragione per votare chi ha potere locale, chi ha leve, ed è prioritario far sepere che “sei dei suoi”, qualunque sia il programma.

    5stelle è vero ci ha finora risparmiato da rigurgiti fascisti (anche se i contenuti poi sono molto sx).

  4. 4

    Silvano Says

    2-3. E’ molto bassa in tutta Europa – e tieni conto che dove possono le abbinano alle amministrative. In Italia la partecipazione è inferiore rispetto alle elezioni nazionali ma comunque sopra la media dell’Unione. Negli ultimi 30 anni l’affluenza è diminuita in Europa di 19 punti. Nel 2009 ha votato solo il 43% degli aventi diritto. La partecipazione è maggiore nelle coorti demografiche più anziane, quelle dove il voto per “senso civico” (quelli che votare è un dovere, è una conquista, bisogna anche quando non ci piace, etc. etc.) fa ancora una certa presa. La bassa affezione alle istituzioni europee è un fenomeno piuttosto documentato e trasversale. Non credo che esista un qualcosa come il cittadino europeo, se non nei desiderata degli europeisti sfegatati e nella mente degli intellettuali un po’ radical-chic.

    C’è qualche esempio di mancata applicazione delle decisioni prese in sede UE per scopi puramente interni, il più emblematico è la storia delle quote latte, ma in generale credo sia prevalente un fenomeno di inerzia da parte del legislatore nel recepimento delle direttive. Inerzia solo in parte superata nell’ultima decade con l’espediente di approvare ogni anno un paio di provvediemnti omnibus giornalisticamente detti la “comunitaria” e il “decreto mille-proroghe” (i nome sono tutto un programma..).

    I partiti nazionali hanno scarso peso un po’ per la forte autoreferenzialità del (consolidato) apparato burocratico di Bruxelles, come ben sanno i lobbisti, un po’ perché il Parlamento della UE (con il suo ridicolo e costosissimo cambiamento di sede ogni mese) è spesso una sorta di ufficio di collocamente per politici trombati.

  5. 5

    Leonardo IHC Says

    mi chiedo come faccia a essere un cimitero per trombati quando da lì escono leggi che competono come fonte con la Costituzione, cioè scavalcano la legge ordinaria italiana.
    cmq secondo me i “ritardi” sono strumentali a quanto detto sopra

  6. 6

    Silvano Says

    Semplice, non le scrivono loro…

    L’input effettivo viene dai Directorates General (DG), organi della commissione europea. E’ qui dove ha senso fare lobbing.

    Guarda quanti bei bureaux, fanno invidia al Comecon…:
    http://ec.europa.eu/about/ds_en.htm

    (Il DG ECFIN ad esempio è quello che stende le linee guida della prossima riforma sull’Unione bancaria e la regolamentazione delle SIFI).

    I vari gruppi parlamentari immagino avranno a disposizione qualche schiera di consulenti legali per stendere le direttive delle buone intenzioni.

  7. 7

    Silvano Says

    Guarda il breve CV di Buti il Direttore del DG ECFIN:

    http://ec.europa.eu/dgs/economy_finance/index_en.htm

    “After studies at the Universities of Florence and Oxford, Mr. Buti joined the European Commission in 1987.”

    Nel millenovecentottantasette.. c’era ancora il muro di Berlino. Parafrasando Draghi, “I’m here to stay”…

  8. 8

    Claudio Says

    Ok, vedo che il dibattito si è indirizzato sull’UE. A Silvano che dice di non sopravvalutare la democrazia rappresentativa e che tanto decide Bruxelles mi viene però da chiedere: fino a che punto? Davvero è impossibile pensare a un M5S che arriva a un 35-40% di voti e, udite udite, fa (almeno parte) di quel che dice? O se anche vogliamo considerare il M5S poco più di un fenomeno folkloristico non potrebbe essere che, in Italia o altrove, un partito o un movimento anti-“sistema” riesce a imporsi seriamente di qui a qualche anno?
    Magari mi sbaglio, però dai vostri commenti sembra trasparire l’idea che citavo: “This time is different…because the EU”. Il che va benissimo, cioè può darsi benissimo che i simpaticissimi eurocrati siano più forti di tutto e tutti fino a data da destinarsi. Ma la vostra convinzione non ce l’ho, probabilmente perchè ho una formazione diversa, o forse sono solo più pessimista. Il tutto, ripeto, mentre sono conscio del fatto che la politica italiana presenta un tale livello di ridicolezza che sembra impossibilitata a produrre qualcosa di storicamente rilevante, sia pure in negativo. Ma in fondo, chi lo sa…

  9. 9

    Silvano Says

    Non è esatto: dico che questi sfoghi sono tanto più fisiologici quanto maggiori sono le quote di sovranità nazionale cedute a Bruxelles all’oscuro, o meglio a dispetto della volontà popolare. Fare l’Europa più o meno di nascosto partendo dall’unica cosa che si sapeva essere disfunzionale (un’unione valutaria da Helsinki alle Canarie) è possibile. Pretendere che sia pure popolare, un po’ meno.

    Partiti anti-sistema al potere.. Tipo Fidesz in Ungheria? E’ possibile anche questo, non sarebbe la prima volta che le crisi debitorie e le crisi sovrane favoriscono retoriche nazionaliste e/o socialiste. Sarebbe bene avere pronto un piano B, del tipo “che fare se l’Euro non tiene”. Anche perché gli altri ce l’hanno..

  10. 10

    Leonardo IHC Says

    Il Parlamento Europeo sta acquisendo col tempo sempre più poteri. Non è un fatto di fare le leggi (direttive), che certo vengono “scritte” dalle DG così come in Italia sono “scritte” per lo più dalle commissioni e dagli staff dei ministeri, il punto è il voto che le rende tali progetti norme legali; almeno parte sottostà al voto del Parlamento Europeo (a volte in concorso a volte no con il Consiglio Europeo). Metterci i “trombati” mi pare ottimo per farsi del male, nel caso.
    A parte i dettagli, abbi pazienza, ma conta più nel caso stare in uno scranno alla Regione Abruzzo o essere fisicamente a Bruxelles, vuoi nella burocrazia vuoi nel Parlamento? Tra l’altro Bruxelles è piena di “missioni” regionali. Ricorda cosa ci disse Giannino: “la logistica è essenziale, se volete fare qualcosa dovete essere a Milano, non importa quanto bravi siate a Firenze o peggio in provincia”.

  11. 11

    Silvano Says

    Certo che la logistica conta e le competenze di Bruxelles stanno diventando sempre più vincolanti. Non lo metto in dubbio. Dico semplicemente che questo processo di sganciamento della sovranità avviene a prescindere (quand’anche contro) la volontà popolare. L’Eurocrazia è il frutto di un processo dirigista e costruttivista di svuotamento delle istituzioni nazionali perseguito in modo lucido “dall’alto”.

  12. 12

    Leonardo IHC Says

    Su questo non ci sono dubbi.

  13. 13

    Claudio Says

    @Silvano
    “dico che questi sfoghi sono tanto più fisiologici quanto maggiori sono le quote di sovranità nazionale cedute a Bruxelles all’oscuro, o meglio a dispetto della volontà popolare”

    Messa in questi termini non posso che essere d’accordo. Altro discorso è stabilire cosa sarebbe successo all’Italia in assenza di un processo di integrazione europea con tanto di unione monetaria. Il declino, che era già a buon punto prima di Maastricht, sarebbe andato avanti nella stessa misura? Oppure in assenza di un nemico esterno facilmente additabile ci sarebbe stata una maggiore coscienza dei veri problemi interni? Si entra in una serie di ipotesi controfattuali che purtroppo non siamo in grado di risolvere.
    Di certo gli eurocrati hanno le loro grosse responsabilità storiche nei loro deliri centralisti e costruttivisti, resta il fatto che visto il livello infimo delle èlite dirigenti che questo paese è riuscito a produrre negli ultimi decenni è difficilissimo capire quale sia la padella e quale la brace.

  14. 14

    Silvano Says

    Allora l’integrazione dei mercati dei beni e dei servizi non richiede una Unione Monetaria. Al contrario l’esistenza di un mercato integrato di beni, servizi, capitali e lavoro è uno dei pre-requisiti per il successo di un’area valutaria (in particolare in presenza di shock asimmettrici). UK, Svezia, Norvegia, Danimarca, Polonia sono fuori dall’ Unione Monetaria e sono pienamente integrate nel commercio europeo e mondiale.

    Allora, durante gli anni 90 il grande malato europeo dalla crescita stagnante era la Germania. Le crisi bancarie svedesi e finlandesi (1990), della Lira e della Sterlina (1992) sono tutte riconducibili all’insostenibilità dello SME (il babbo dell’Euro) che, oltre ad aver accumulato numerosi squilibri, era diventato palesemente incompatibile con le politiche tedesche post-riunificazione.

    Una parte non trascurabile del nostro debito pubblico, soprattutto nel periodo 1987-1992, si deve essenzialmente agli alti tassi di interesse reali (superiori anche a quelli degli anni ’70 quando l’inflazione era a due cifre) pagati per attirare capitali e mantenere la Lira nella banda ristretta dello SME. Su scala inferiore, una traiettoria simile è stata seguita dalla Francia che ha visto passare il rapporto Debt / GDP dal 19% (fine anni ’70) al 55% (1992).

    Le crisi

  15. 15

    Leonardo Says

    L’euro favorisce l’integrazione di tutti i mercati (anche del lavoro, se la gente fosse più disposta/in grado di espatriare), ma non è né determinante né necessario, è solo utile.
    L’integrazione dei mercati sta nell’assenza di vincoli alla circolazione di beni capitali e persone (Schengen e riduzione dazi sono più importanti dell’euro).
    L’unione monetaria è stata promossa anche dall’Italia perché il monte di debito nazionale creava pressioni enormi su politica monetaria e questa si scaricava nei prezzi, l’avvitamento si era già fatto sentire e lo SME aveva dimostrato i suoi limiti. E poi be’ avere una sola banca centrale era una delizia per i politici che miravano a socializzare costi e debito, ma è un altro discorso.
    In effetti si sarebbe potuto procedere anche per vie “bilaterali”, un po’ come fa il mercato in cui più persone decidono di scambiare liberamente a due a due finché non si scopre che hanno creato “un’area intera” di scambio libero, ma questo avrebbe escluso la gestione di mezzi di socializzazione.
    (p.s. una lotta economica per me è meglio degli storici scontri a cannonate)

  16. 16

    Silvano Says

    “E poi be’ avere una sola banca centrale era una delizia per i politici che miravano a socializzare costi e debito, ma è un altro discorso.”

    Secondo me la vedi un po’ troppo alla Bagus che sposa la narrativa buona per l’elettorato ed il lettore tedesco.
    Per socializzare i costi bastava “more of the same” e un po’ di financial repression che peraltro c’era già. Ma quella di Bagusd è una narrazione incoerente sia con se stessa che con alcune assunzioni standard della Public Choice.
    I politici sono gli stessi che hanno legiferato sulla separazione tra tesoro e banca centrale (ex. 1973 in Francia, 1981 in Italia) esponendo il roll over del debito ad una maggiore volatilità dei tassi a breve termine e riducendo le entrate reali da signoraggio, che nel caso italiano erano una componente non banale.
    I politici quando si sono legati le mani con Maastricht hanno avuto ritorni elettorali nulli o negativi un po’ in tutta Europa. Lo SME prima e Maastricht poi hanno sistematicamente penalizzato “il politico” impattando negativamente sul ciclo elettorale (soprattutto Maastricht). Non vedo perché un politico “razionale” da Public Choice avrebbe dovuto scegliere una policy in grado di penalizzarne la rielezione alla prossima tornata elettorale sulla base degli eventuali effetti operativi di una futuribile Banca Centrale su cui tutto sarebbe stato da negoziare.
    I politici c’erano anche in UK, Svezia, Danimarca. Insomma è una storia che regge poco guardando i fatti.

  17. 17

    Leonardo Says

    Non ho detto che questo valesse per tutti, ma certo valeva per chi voleva socializzare i costi ma era costretto, per non far cadere la baracca che gli pagava il vitalizio, a esternalizzare la politica monetaria.
    Diciamo che a volte ai politici tocca anche fare qualcosa “contro-elettorato” perché l’alternativa poteva essere non aver alcun Paese dove farsi rieleggere?

  18. 18

    Claudio Says

    Su quest’ultimo punto la penso più come Leonardo. Alla fine sia a fine anni ’70 che a inizio ’90 la baracca era piuttosto pericolosamente traballante (in caso di affermazione contraria si prega di giustificare sennò davvero siamo al keynesismo spinto). Inoltre sui politici presunti “masochisti”: non mi sembra che dopo Maastricht nessuno di loro abbia dovuto cambiare mestiere o ci abbia rimesso chissà quale poltrona. Qualcuno avrà visto il suo partito perdere un’elezione o due, ma ci ha guadagnato il magna-magna generale di Bruxelles, che come ricordavate non è minore di quello nostrano, e si presta a una costante espansione silenziosa. Inoltre per un po’ di anni diverse facce di … tra cui il nostrano Prodi si son potuti fregiare del titolo di nuovi padri fondatori dell’Europa e anche su quello finchè il clima era favorevole hanno potuto marciare, prima che alcuni nodi venissero al pettine.
    In UK aderire all’€ sarebbe effettivamente costato in termini politici più che da qualunque altra parte, in Svezia e Danimarca hanno fatto referendum con esito contrario e hanno avuto il buon gusto di non riprovarci fino alla resa, come invece avvenuto da altre parti. E in tutti e tre i casi la classe politica è relativamente in grado di badare a se stessa. La Public Choice andrà anche bene ma non è che possa e debba spiegare tutto: se a parità di incentivi si passa da Einaudi a Grillo ci dovrà pur essere qualcos’altro (parecchio altro).

    P.S. Consiglio un giro sugli archivi online de “La Stampa” o di Repubblica per rivedersi la disperata ricerca di un posto al sole nell’€ da parte delle nostre classi dirigenti in coro. Chissà chi era il nemico katifo che si opponeva? Perbacco, era la Buba, e su questo Bagus mi pare corretto.

  19. 19

    Silvano Says

    Fino a un certo punto. La Germania anni ’80 – ’90 non brillava certo per crescita e occupazione tra i paesi Europei. Nè il resto dell’Europa doveva necessariamente “germanizzarsi” per salvarsi. La storia economica è piena di paesi con tassi di inflazione relativamente più elevati nella fase di catch-up, mentre recuperano il divario di reddito rispetto a quelli avanzati. In questi casi credo sia discutibile fissarsi a un tasso di cambio nominale su cui l’inflazione domestica produce un costante apprezzamento reale.

  20. 20

    Claudio Says

    Abbi pazienza se insisto ma mi serve per capire (anzi, ti invito a dirmi dov’è che sbaglio in quanto segue).

    “La storia economica è piena di paesi con tassi di inflazione relativamente più elevati nella fase di catch-up, mentre recuperano il divario di reddito rispetto a quelli avanzati”

    Quand’è che l’Italia sarebbe stata un paese in catching-up? Negli anni ’80-’90? E rispetto a chi, alla Germania che come dici te aveva discreti problemi? Non mi torna tanto. Cioè, son d’accordo che l’€ non era strada obbligata per nessuno, ci mancherebbe. Ma non vedo in che modo un tasso di cambio libero, anche completamente libero (senza SME o altro) avrebbe potuto fare chissà che cosa per evitare il casino attuale.
    Per dirla chiara e tonda (con le mie poche competenze di storia economica): non ho in mente caso alcuno di Paese, in epoca vicina o lontana, che abbia avuto crescita “sana” (reale, sostenibile, “austriaca”: chiamala come vuoi) sfruttando solo una moneta debole. Al contrario, casi di paesi rovinatisi per via monetaria ci sono (pure lì, non è tanto la causa quanto l’effetto). Non vedo come la lira ci avrebbe potuto salvare da una politica sciagurata che va avanti almeno dagli anni ’70. L’Italia del boom non aveva certo un’inflazione a due cifre (la lira vinse il premio di miglior valuta nel 1959) e mi pare fosse molto più catching-up quello. Se devo rimpiangere la sovranità monetaria solo perchè almeno ci avrebbe dato cinque, dieci anni in più di magna magna indisturbato della classe politica, beh, non mi pare il caso. Posso rimpiangerla perchè avrebbe dato un alibi in meno a diversa gente, quello sì.

  21. 21

    Silvano Says

    “La storia economica” è un concetto più ampio dello SME. Però ok, non sono andato a capo e quindi può sembrare che alludessi alla frase precedente.
    Attualmente la varianza dei redditi a livello intra comunitario è doppia rispetto agli Usa – che a differenza della UE sono un paese realmente federale, tant’è che una variazione negativa di reddito di 1$ a livello di singolo è compensata da 0.39-0.40 cents di minori imposte e maggiori trasferimenti. Restando al 1979, l’anno dello SME, credo si possa essere d’accordo senza particolari approfondimenti empirici sul fatto che da Reggio Calabria a Copenhagen la varianza dei redditi nominali pro capite espressi in USD, dei saggi di salario e dei livelli di produttività fosse “significativa” (giusto per usare un eufemismo)? Nessun economista mainstream da Friedman, Feldstein, Krugman, Salvatore, Dornbush, Buiter, Thirlwall e neanche Hayek in pensione, (lui era per estendere la competizione monetaria allargandola a emittenti privati) si è mai sognato di caldeggiare una politica del tipo “one size fit all”. Il senso principale della sovranità monetaria e la sua importanza come tool di policy sta nel fatto – piuttosto evidente – che la mobilità del fattore lavoro è molto più elevata e reattiva agli shock all’interno dei confini nazionali che al di fuori. In questo mondo imperfetto ha un senso che a contribuire ad aggiustare i differenziali di competitività fosse una variabile “veloce” di natura finanziaria come il tasso di cambio rispetto a insiemi di prezzi rigidi e fattori meno flessibili i quali si aggiustano con lag temporali maggiori o sono molto reattivi principalmente solo all’interno di macroaree specifiche. Alla luce dell’esperienze post-Bretton Woods e delle crisi degli anni 80 e 90 c’è una diffusa visione pessimistica sul fatto che cambi fissi e libertà di circolazione dei capitali siano in buona sostanza incompatibili e poco credibili oltre il breve termine. Infatti il mondo del ’59 era così “austriaco” che i sistemi bancari occidentali erano semi-statalizzati nel migliore dei casi (in Italia le banche erano istituti di diritto pubblico), ovunque c’erano regolamentazioni, vincoli di portafoglio, e contingentamenti del credito, c’erano anche lo stato imprenditore, i prezzi amministrati, i dazi e crescenti controlli sui movimenti di capitale. Ogni aggiustamento del tasso di cambio si caratterizzava da round negoziali tra policy maker. Welcome back nel mondo keynesiano e nella finanza funzionale.

    Per la cronaca: il 1986-1992 è considerato un periodo di politica monetaria restrittiva e cambio forte (in termini nominali e reali con l’USD, in termini reali vs i partner SME ). Nel 1992 la lira era ai massimi ventennali sul dollaro e il motivo è semplice: tassi reali elevati che servivano ad attirare capitali e gonfiavano il deficit. I tassi alti facevano la gioia dei BOT people e delle grandi imprese di Confindustria che riuscivano a indebitarsi al c.d. tasso FIAT (quello di Gianni Agnelli, ovvero il Prime Rate -x%) per comprare BTP, il tutto a danno delle finanze pubbliche. La spesa primaria (giustizia, sicurezza, scuola, sanità), clientelarismo e inefficienze incluse, si era stabilizzata al 35-36% del PIL. Guardati i grafici e vedrai che il debito I) sale tra il 1968 e il 1973 (autunno caldo, riforme sociali a debito, nazionalizzazione dell’industria elettrica), II) rimane stabile dal ’73 all ’81, III) s’impenna a partire dal 1981 (divorzio tesoro Bankit e ingresso SME) fino al 1992. E’ in buona parte la spesa (reale) per interessi a gonfiarsi, perché il tasso era il tool di policy utilizzato per rispettare le bande. Su scala ridotta (i valori di partenza erano nettamente più bassi) è successo lo stesso fenomeno in Francia (che passa dal 20 al 55% di debito/pil). L’inseguimento coatto del marco è costato debito pubblico alle casse statali. Se fino al 1986 il valore segnaletico in termini di lotta all’inflazione poteva superarne il costo dopo no: il prezzo del greggio era sceso rispetto alla crisi petrolifera e il PCI aveva perso il referendum sulla scala mobile. Nel 1990 era stupido: la stretta monetaria decisa dalla Bundesbank serviva a bilanciare la forte politica espansiva del governo di Bonn – i tedeschi dovevano emettere Bund per sostenere le spese di riunificazione con la DDR. Obiettivo legittimo, ma il resto d’Europa non aveva da riunificare una beneamata fava (in questo caso si parla di shock asimmetrici). E’ saltato mezzo Sme, cioé tutto tranne l’area del marco. Noi e gli inglesi siamo usciti, quando è toccato ai francesi nel 1993 è la banda che per magia si è allargata.. (i cugini transalpini sono fatti così, hanno vinto la guerra anche se la Wermacht ha sfilato sotto l’arco di trionfo, hanno preso un seggio permanente all’Onu, figurati se non gli riusciva salvare la faccia sestuplicando la fascia di oscillazione).
    Non si vive di solo cambio, ma sul cambio ci si può impiccare un po’ e praticamente in tutte le crisi finanziarie degli anni ’90 c’è sempre stato di mezzo un peg tra uno o più paesi periferici (quelli che saltano) con il dollaro (l‘Ecu nel caso dello SME).

  22. 22

    Claudio Says

    Mi hai perfettamente convinto…a metà! :-)

    Butto lì solo due ulteriori osservazioni, che mi hai già dedicato anche troppo tempo (lezioni di politica monetaria ad personam mica si trovano ovunque!). In ogni caso:
    1) la varianza dei redditi non era/è mica tanto maggiore tra Copenhagen e Reggio che tra Milano e Reggio. D’accordo, nel secondo caso c’è l’unione politica e fiscale (come negli US, più che negli US) ma non mi pare che la situazione migliori più di tanto. Per coerenza forse mi dovresti dire che il Sud starebbe meglio con una moneta sua svalutata, e io a quel punto ti potrei dire che il Sud, come l’Italia nell’attuale situazione, col cazzo che risolverebbe i suoi problemi solo con la politica monetaria! Capisci che intendo?
    2)ok, lo SME era disegnato male e ha portato a un aumento dell’indebitamento per star dietro ai crucchi. Ma dire che tra ’73 e ’79 il debito non cresceva…è vero, ma c’era anche l’inflazione >20% per monetizzare il deficit. Facile così per lo Stato, però non mi pare una situazione idilliaca e sostenibile. Cioè, te davvero mi stai dicendo che, tanto peggio tanto meglio, si poteva continuare a stampar lire per pagare spesa corrente a oltranza? Al di là del fatto che saremmo stati tutti non solo milionari ma miliardari non la vedo una cosa positiva. Alla fine la stretta negli anni ’80 la vollero prima di tutto gli US e non credo che ignorarla fosse tra le soluzioni possibili.
    Insomma, per me tra gli errori fatti dai politici negli ultimi 40 anni, la politica monetaria viene mooolto dopo tutto il resto. Davvero, non riesco a immaginarmi un’Italia che arriva al 2013 conciata meglio solo perchè non c’è stato lo SME o l’€. Mi immagino solo un portafoglio con molta più carta.

  23. 23

    Silvano Says

    1) E’ vero, anche all’interno dell’Italia come anche all’interno della Germania le differenze sono elevate ma – oltre alle politica fiscale – c’è una cosa importante: la mobilità del fattore lavoro. Nel dopoguerra i contadini del Sud lasciarono il latifondo per riempire i quartieri operai di Milano, Torino e delle altre città del nord. Ci furono anche fenomeni di migrazione estera, però man mano che nel paese i salari reali raggiungevano livelli europei il fenomeno è calato fino ad estinguersi. Oggi invece l’emigrazione è caratterizzata dall’alta qualità del capitale umano e si dirige verso quei segmenti del mercato del lavoro maggiormente internazionalizzati (ricerca, medicina, finanza, IT). Rimane invece una buona mobilità sud-nord che è possibile vedere sia nel mondo del lavoro, ma anche prima nel mondo dell’università.

    2) Al netto degli shock petroliferi c’era anche un’altra cosa negli anni ’70: la crescita e una situazione non lontana dal pieno impiego fino al ’75-’76, per cui il debito non cresceva più del prodotto nominale. E’ stato il periodo in cui i salari italiani hanno ottenuto il più forte incremento reale. La struttura economica del paese quindi andava in ogni caso trasformata: il mix di basso costo del lavoro e (relativamente) basso costo delle fonti energetiche degli anni ’50 non c’era più.

    Il deflazionamento delle economie occidentali è un esempio di fallimento del coordinamento internazionale delle politiche economiche, nel senso che lo stesso obiettivo poteva essere perseguito ad un minor costo sociale. Solo che, come nel dilemma del prigioniero, ogni paese era incentivato a procedere da solo. Invero ad un accordo seppur tardivo si arrivò: quello del Plaza Hotel del 1985 che pose termine all’apprezzamento del dollaro. Si raggiunse rapidamente l’accordo anche perché a Washington le pressioni lobbistiche a favore dell’adozione di una politica palesemente protezionistica erano diventate non ignorabili: agricoltori, sindacati, industria pesante, leggera ed elettronica disponevano ormai di un’ampia maggioranza in Congresso disposta ad approvare un protectionist bill.
    A metà del 1986 in Italia l’inflazione era in larga parte rientrata (circa il 5,5%), il prezzo del greggio era calato di 2/3 dai massimi e la lira continuava il suo rafforzamento sul dollaro. Rientrate le pressioni energetiche sarebbe stato meglio focalizzarsi sulle riforme del lavoro, sulla spesa pubblica e sul sistema fiscale senza avere un approccio ossessivo verso il cambio. Buona parte delle rigidità strutturali che il paese aveva non dipendevano da fattori monetari.

    E’ dal 1991 che non stampiamo lire per pagare la spesa corrente, il primo avanzo primario risale al governo Andreotti VII pensa te. Nessun governo europeo ha un track record di 25 anni consecutivi di saldi primari attivi. Se ci fossimo arrivati con uno stock di 20-25 punti in meno di debito avremmo avuto l’equivalente di un decennio in più per ridurre il carico fiscale e riqualificare la spesa. In fondo è l’idea giavazziana che legandosi le mani diventiamo più responsabili unita all’esterofilia di una parte della nostra intellighenzia a non funzionare: un approccio accademico-paternalista-tecnocratico che ha sempre preferito evitare la maturazione e lo scontro culturale aperti.

    Adesso abbiamo un’elettorato abbastanza maturo da credere ai microchip sottocutanei impiantati dai rettiliani e una moneta che sta su con lo sputo perché Draghi è disposto a fare quello che alla Banca d’Italia è stato vietato nel 1981: facilitare il collocamento del debito pubblico di Spagna e Italia.

Aggiungi un tuo Commento