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L’individualismo nelle Teorie Liberali

February 17th, 2012 by Leonardo

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di Federico Sollazzo, Università di Szeged

 

Di fronte alla questione delle catastrofi sociali prodottesi a causa della pretesa del potere politico di realizzare definitivamente la giustizia, di fare, quindi, dello Stato il soggetto particolare di un presunto ordine universale, l’incarnazione di un che di assoluto e, conseguentemente, di non discutibile, vi sono autori che reagiscono ipotizzando una determinata impostazione sociale, politica ed etica, che possa essere esente da una simile problematica, e vi sono autori che vedono in una qualsiasi eventuale organizzazione del potere statale una forma di limitazione della libertà individuale e che, pertanto, immaginano una impostazione sociale in cui il potere politico sia ridotto al minimo indispensabile. È questo, in prima approssimazione, il punto di vista dei pensatori liberali, fra i quali si pone la recente teoria nozickiana dello “Stato minimo”, proponente la tesi di un interventismo statale ridotto allo stretto indispensabile, nella regolamentazione dei rapporti interpersonali. Con una simile argomentazione, Robert Nozick, da un lato opera una critica della teoria della giustizia di John Rawls, e dall’altro si pone nel solco del liberalismo e dell’individualismo radicale di Friedrich August von Hayek.

 

Rawls viene difatti da Nozick criticato in quanto, la sua teoria della giustizia, legittimando un’onerosa tassazione finalizzata ad aiutare i ceti più svantaggiati, sottrae agli individui più abili e più capaci una parte del frutto del loro lavoro, violando così la loro libertà. Infatti, assorbendo gli insegnamenti lockiani, Nozick ritiene che ogni individuo sia padrone di se stesso, del proprio lavoro e dei frutti che ne ricava, pertanto, una tassazione redistributiva origina una sorta di schiavitù poiché costringe l’individuo a lavorare non per se stesso ma per gli altri:


Nozick, nella sua polemica contro lo Stato distributivo, non usa mezzi termini: «La tassazione dei guadagni di lavoro è sullo stesso piano del lavoro forzato», la giustizia distributiva realizza solo ingiustizia, perché serve a premiare soltanto l’«invidia» di coloro che sperano di vivere di rendita alle spalle degli altri(1)


Ecco perché, in luogo della teoria rawlsiana della giustizia, Nozick propone la “teoria del titolo valido”(2), per la quale il diritto alla proprietà privata, se è posseduta a giusto titolo, non può subire nessuna limitazione:


1. La persona che acquisisce una proprietà secondo il principio di giustizia nell’acquisizione (Una ricchezza è giusta se la sua acquisizione originale fu giusta e pure giusto è stato ogni passaggio successivo da persona a persona; o se ogni precedente ingiustizia è stata sanata) ha diritto a quella proprietà.
2. La persona che acquisisce una proprietà secondo il principio di giustizia nel trasferimento, da qualcun altro avente diritto a quella proprietà, ha diritto a quella proprietà.
3. Nessuno ha diritto a una proprietà se non con applicazioni (ripetute) di 1 e 2(In conclusione) Il principio completo di giustizia distributiva direbbe semplicemente che una distribuzione è giusta se ciascuno ha diritto a possedere le proprietà che possiede con quella distribuzione(3)


Come si vede, la nozickiana teoria del titolo valido consiste nell’applicazione del concetto di giustizia non alla ripartizione delle risorse, come avviene nelle teorie di giustizia distributiva, ma all’acquisizione delle stesse, potendosi così definire come una «teoria della giustizia nella proprietà»(4), il cui fondamento risiede nel carattere storico della giustizia nel possesso della proprietà. Ovviamente, l’humus del quale si nutre tale teoria è quello, lockiano, della concezione dell’inviolabilità della proprietà privata, quest’ultima infatti porta, per Nozick, alcuni importanti benefici, fra cui: l’aumento della ricchezza sociale (mettendo i mezzi di produzione nelle mani di coloro che li sanno usare con efficienza e profitto); l’incremento dell’iniziativa e della sperimentazione; la possibilità per le persone di stabilire come investire le proprie risorse senza intermediari.
Da Hayek, invece, Nozick mutua l’idea che il liberalismo non sia una mera concezione economica, ma una sorta di visione del mondo con riflessi in ambito sociale, politico, giuridico e psicologico. In particolar modo quest’ultimo (quello psicologico) è, per Hayek, un campo di ricerca molto fecondo poiché rende evidenti quelli che lui ritiene essere i danni che lo statalismo provoca sulla mentalità di ciascun individuo. Secondo il filosofo viennese, infatti, uno Stato onnipresente, oltre a mortificare l’economia di mercato, tende ad inibire il “gusto” della libertà d’iniziativa, incidendo, così, negativamente sulla forma mentis delle persone. Ogni forma di liberticidio, insomma, non colpisce solo la struttura esterna della realtà, ma blocca anche la spinta all’azione che ogni individuo porta in sé. Di conseguenza, una teoria della giustizia sociale che implichi una qualsiasi forma di controllo sulle risorse economiche dei cittadini (ad esempio, ridistribuendo le ricchezze attraverso un determinato sistema di tassazione) rappresenta una violazione della libertà degli individui, i quali possono condividere le proprie ricchezze con gli altri, solo se desiderano farlo, ma in nessuno caso essendo moralmente e/o legalmente obbligati a farlo. La fiducia in una simile visione della giustizia sociale è, in Hayek, sostituita da quella nel libero mercato, nella sua capacità di armonizzazione spontanea fra le decisioni dei produttori ed i desideri dei consumatori(5). È questa la via che conduce alla formazione di quella che Hayek chiama la “Grande Società”, ossia, una società complessa, non sottostante ad una pianificazione centralizzata, ed affidata all’iniziativa individuale ed alla libera concorrenza. In una simile società la politica appare non solo come un male necessario, ma addirittura come un meccanismo imperfetto rispetto alle regole del libero mercato, regole alle quali la politica, per migliorarsi, dovrebbe tendere, a partire dall’ambito terminologico: il termine democrazia (governo del popolo) dovrebbe essere sostituito da quello di “demarchia” (governo delle regole). Hayek si spinge inoltre sino ad ipotizzare gli organi costituzionali che una tale demarchia dovrebbe avere: un’“ assemblea legislativa”, costituita da persone fra i 45 ed i 60 anni, che restano in carica per quindici anni, con il compito di tutelare la sfera privata da qualsiasi coercizione, ed un’“assemblea governativa”, che latu sensu corrisponde ai parlamenti, composta da persone, suddivise in partiti, elette periodicamente, con il compito di occuparsi degli interessi particolari(6).
Ora, pur proseguendo su questa linea di riflessione, Nozick non estremizza le argomentazioni di Hayek, giungendo alla conclusione della doverosità dell’eliminazione dello Stato di diritto, sulla necessità del quale come rimedio agli “inconvenienti” dello stato di natura si trova in accordo con Locke, ma le rielabora sino a giungere alla teoria del cosiddetto Stato minimo, inteso come quello Stato che interviene il meno possibile nella regolamentazione dei rapporti (in primo luogo) economici e (in generale) sociali, fra gli individui. Lo Stato minimo è alternativo a quello contrattualista poiché non nasce da un accordo sul potere politico, fra quanti dovranno poi sottoporvisi, infatti la genesi dello Stato minimo è da Nozick immaginata come l’estendersi progressivo di un processo fondamentalmente mercantile: gli individui che si trovano nello stato di natura, anziché accordarsi in un patto, comprano protezione da associazioni che siano disposte a fornirgliela. La garanzia della sicurezza (considerabile forse come l’elemento di contatto fra l’assolutismo ed il liberalismo poiché anche per Hobbes essa è la funzione fondamentale dello Stato, benché derivante, diversamente da Nozick, da un patto sociale) giunge, così, attraverso una via puramente di mercato. Ovviamente, tale proposta poggia sul postulato che gli individui abbiano una sorta di primato sulla società, infatti, oltre agli individui stessi, non esistono, per Nozick, entità moralmente e politicamente rilevanti. In questa prospettiva, lo Stato assume esclusivamente la funzione di “guardiano notturno”:

uno stato minimo, ridotto strettamente alle funzioni di protezione contro la forza, il furto, la frode, di esecuzione dei contratti, e così via, è giustificato; […] qualsiasi stato più esteso violerà i diritti delle persone di non essere costrette a compiere certe cose, ed è ingiustificato […] (pertanto) Lo stato minimo è lo stato più esteso che si può giustificare(7)

Quello minimo è, allora, non solo uno Stato necessario, ma addirittura l’unico Stato giustificabile, poiché soltanto esso riesce contemporaneamente ad evitare l’anarchia ed a garantire che la libertà individuale non venga limitata dagli interessi statali. È questa quindi, per Nozick, l’unica forma di ordinamento socio-politico realizzante quell’utopia socio-politica che il pensiero occidentale moderno ha sempre ricercato, e che egli, diversamente dalla tradizione che va da Tommaso Moro al socialismo utopistico, non interpreta come il perseguimento di un determinato genere di vita valido per tutti, bensì come la possibilità di un ordinato con-vivere, che si colloca a metà strada fra lo statalismo e l’anarchia, e nel quale ciascun individuo sia libero di ricercare il proprio stile di vita(8). In altri termini, lo Stato minimo si potrebbe definire come uno Stato razionale, anzi, addirittura come l’esito ultimo della razionalizzazione dello Stato, dato che, per Nozick

se c’è una cosa che continua (dopo le “destabilizzazioni antropologiche” portate da Niccolò Copernico, Charles Darwin e Sigmund Freud) a conferire all’umanità uno status speciale, questa è la razionalità. Forse questo nostro importante attributo non viene esercitato sempre con coerenza; nondimeno esso fa di noi un caso a parte(9)


Lo Stato minimo rappresenta, dunque, la casa ideale per un simile “caso a parte”. Tuttavia, lo stesso autore ritiene anche che la razionalità sia «una forza che fa parte integrante di un contesto, in cui gioca un ruolo insieme ad altre componenti, non un’istanza esterna ed autosufficiente che giudichi ogni cosa»(10). La razionalità, insomma, influenza il ed è influenzata dal contesto in cui si trova, e lo stesso vale per i risultati ai quali giungiamo attraverso il suo uso. Un esempio di ciò, Nozick lo rintraccia nell’interazione razionalità-società, tipica della modernità occidentale, che ha prodotto un mondo in cui

calcolo economico e monetario, razionalizzazione burocratica, regole e procedure generali hanno finito per prendere il posto di un’azione basata sui legami personali e i rapporti di mercato sono stati estesi a nuovi campi(11)

Ora, se la razionalità, ed i risultati cui si perviene con il suo utilizzo, è sempre contestualizzata (come già affermava il padre dell’ermeneutica, Hans-Georg Gadamer), ciò significa che l’ordinamento sociale liberalista, che in Nozick sfocia nella teoria dello Stato minimo, può essere, tutt’al più, il migliore ordinamento sociale per la moderna società occidentale, ma non il miglior ordinamento sociale in assoluto. Tutto ciò non toglie certo importanza e valore alla teoria liberalista dello Stato minimo, ma la colloca in una prospettiva in cui tale teoria appare esclusivamente come il possibile frutto di un determinato contesto sociale (avvicinando così, stranamente, il liberalismo ad una delle idee portanti del comunitarismo).
Infine, è interessante ricordare le osservazioni di Norberto Bobbio il quale, cercando di decifrare l’essenza del liberalismo, a partire dal chiarimento della questione “Quale liberalismo?”, afferma che questo, come teoria economica, sostiene l’economia di mercato, e come teoria politica, sostiene lo Stato ridotto al minimo necessario, ma, a ben vedere, queste due teorie si fondono, poiché


Sotto entrambi gli aspetti, economico e politico, il liberalismo è la dottrina dello stato minimo: lo stato è un male necessario, ma è un male. Non si può fare a meno dello stato, e quindi niente anarchia, ma la sfera in cui si estende il potere politico (che è il potere di mettere in galera le persone) sia ridotta ai minimi termini(12)


Ma, avverte lo stesso Bobbio, comunque la si voglia impostare, nessuna società può fare a meno di quel collante costituito da una determinata distribuzione delle ricchezze e delle risorse, infatti «Perché una qualsiasi società stia insieme occorre introdurre anche qualche criterio di giustizia distributiva»(13). Quest’ultima è invece assente in quel ritiro dello Stato dalla sfera dell’economia, dell’istruzione e dell’assistenza, propugnato da Nozick, un ritiro che rischia di innescare dei conflitti sociali che, in assenza di una qualsiasi forma di giustizia distributiva, possono essere sedati solo con mezzi repressivi, il che ricorda, paradossalmente, il modus operandi delle società totalitarie. In altre parole, nelle teorie liberali è presente un individualismo proprietario che fa astrazione dal carattere ineludibilmente sociale e cooperativo di ogni attività umana.

1) N. Matteucci, Il liberalismo, Il Mulino, Bologna 2005, p. 78, e cfr. R. Nozick, La giustizia distributiva, in Anarchia, stato e utopia, Le Monnier, Firenze 1981.
2) Con la perifrasi “Titolo valido”, si è reso l’originale termine di “entitlement”, cfr. Ibidem, p. 160, nota del traduttore.
3) Ibidem, p. 161, prima parentesi p. IX, ultima parentesi mia.
4) Ibidem, p. 163.
5) E’ forse superfluo osservare come tale punto sia in assoluto disaccordo con le posizioni di molti autori continentali.
6) Cfr.F. A. von Hayek, Legge, legislazione e libertà, il Saggiatore, Milano 1986.
7) R. Nozick, Anarchia, stato e utopia, cit., pp. XIII e 159, parentesi mia.
8) Cfr. R. Nozick, Un’impalcatura per utopia, in Ibidem.
9) R. Nozick, La natura della razionalità, Feltrinelli, Milano 1995, p. 12, parentesi mia.
10) Ibidem, p. 170.
11) Ibidem, p. 237.
12) N. Bobbio, Liberalismo vecchio e nuovo, in Il futuro della democrazia, Einaudi, Torino 1995, p. 132.
13) Ibidem, p. 121.

 


14 Responses to “L’individualismo nelle Teorie Liberali”

  1. 1

    Leonardo Says

    Trovo questo articolo piuttosto istruttivo, un preludio ad ulteriori utili approfondimenti di cui spero ci omaggerà il prof. Sollazzo.
    L’unica cosa che mi turba, e su cui si potrebbe discutere, è il finale che tocca l’assenza di una dimensione sociale e cooperativa dell’individualismo.

    Io non ho certamente la profondità culturale di Sollazzo (in generale, ed in particolare sul tema trattato) ma sinceramente, proprio perché si mette in gioco Hayek e non un qualsiasi sostenitore dell’homo oeconomicus, la conclusione dell’articolo mi pare un po’ forzata; nel mio piccolo ho toccato questo tema altre volte e non per nulla ho pubblicato a ruota questo http://ideashaveconsequences.org/mercati-congenitamente-diffidenti/leo che richiama V.L.Smith; ma già da prima la “legge di associazione” di Mises mi pare che inserisse la persona, l’homo agens, in un contesto naturalmente cooperativo che – è innegabile – può assumere anche caratteristiche di comunione di beni o comunque trasferimenti di ricchezza (compatibilissimi con politiche di risk sharing, cioè assolutamente razionali).

    Potrebbe Sollazzo aiutarmi a capire il finale dell’articolo e collegarmelo più estesamente con la discussione riguardo lo Stato Minimo?

  2. 2

    Biagio Muscatello Says

    Alcune osservazioni

    “Nozick, da un lato opera una critica della teoria della giustizia di John Rawls, e dall’altro si pone nel solco del liberalismo e dell’individualismo radicale di Friedrich August von Hayek.”

    1) Federico Sollazzo fa di Hayek un sostenitore dell’“eliminazione dello Stato di diritto”. Suppongo lo consideri fautore dell’eliminazione dello Stato: sarebbe strano credere che Hayek auspicasse la fine del diritto.
    Questa correzione, tuttavia, non basta. Nell’articolo si ricorda la proposta di Hayek di istituire due assemblee, destinate la prima a scoprire e far valere i principi generali, la seconda a decidere su questioni particolari. A rigor di logica, se uno vuole eliminare lo stato, non propone una riforma costituzionale così articolata.
    L’articolo lascia intendere che la “demarchia” di Hayek sia quasi un sinonimo di “mercato”. Ma in realtà, la demarchia non è altro che la “Rule of Law”: prevalenza dei principi generali di ordine sulla legislazione (cioè, sul diritto positivo)

    2) Si sottolineano poi alcune alternative:
    A) L’alternativa tra contratto e mercato;
    B) L’alternativa tra individui e società.
    Dal mio punto di vista, è difficile credere che si tratti di alternative:
    A) Non c’è solo il “contratto sociale”. L’ordine di mercato – anche se non è nato ‘intenzionalmente’ – si basa sui contratti (cfr. la terza “legge di natura” di Hume). E “liberali” non si identifica con “contrattualisti”.
    B) Gli individui non si contrappongono alla società. Hayek, per es., definisce gli individui “nodi di interrelazioni”. Federico Sollazzo tende ad appiattire la posizione di Nozick su quella di Hayek; ma la vedo dura.

    3) Il Nozick-Hayek pensiero – se ho ben capito – avrebbe il torto di voler spiegare l’intera storia umana con gli strumenti della razionalità di mercato; e il mercato, come modello di relazioni sociali, è presentato sotto la veste della razionalità, “tipica della modernità occidentale”.
    Sembra quasi di rileggere le critiche di Marx agli economisti classici inglesi, accusati di assolutizzare delle leggi che, invece, sarebbero storiche e transeunti – “contestualizzate”, dice Sollazzo; il quale, però, non tiene conto dell’evoluzionismo di Hume e Hayek.

    4) Sulla necessità di regole nella distribuzione, il discorso sarebbe lungo. Ma qui anche Marx avrebbe qualcosa da obiettare, nel senso che la distribuzione non può essere scissa dalla produzione…
    O si vuole mettere in discussione anche il modo di produzione?

  3. 3

    Federico Sollazzo Says

    Gentile Leonardo, la ringrazio per la sua osservazione che mi dà l’opportunità di accennare a una possibile prosecuzione dell’argomento.

    Il finale del testo è dedicato ad evidenziare un pericolo sempre presente, e con il quale bisogna quindi fare i conti, nelle teorie individualiste e liberali (non che questo significhi che altre teorie non abbiano i propri specifici insiti pericoli).

    Allargando poi l’argomento oltre il limite da me trattato (estendersi in altri territori è l’unico modo per comprendere la natura dell’argomento iniziale), certamente c’è nell’individualismo e nel liberalismo, così come anche nel contrattualismo o nello statalismo, una certa idea di uomo e della sua dimensione sociale e cooperativa, interrelazionale (per quanto, in prima approssimazione, allo stesso tempo condivida e rifiuti le analisi “volgari”: le condivido nella misura in cui indicano nell’individualismo-liberalismo e – diciamo così per semplificare – nel collettivismo una subordinazione dei fini individuali a quelli collettivi e viceversa, le rifiuto perché così come è superficiale ritenere che nell’individualismo liberale vi sia esclusivamente un’esaltazione dell’individualità ed un’assenza di collettività, è altrettanto superficiale ritenere che nel collettivismo vi sia esclusivamente un’esaltazione della collettività ed una mancanza di individualità; tuttavia, indipendentemente dal versante in cui ci si schiera, il problema è, a mio parere, il darsi stesso di tale disputa); ma quale idea? Tali teorie non vertono sull’uomo, ma su quelli che potremmo chiamare rapporti di forza tra gli uomini (proponendone, ciascuna a suo modo, una presunta razionalizzazione); l’uomo vi appare così come una sorta di monade impersonale, che può interagire con le altre monadi solo utilizzando dei vettori, in prima apparenza economico-politici (senza però dimenticare la scienza, la tecnologia, il diritto e la violenza), che i rapporti di forza stessi gli mettono a disposizione, al fine di perseguire un utile, la cui natura è già predeterminata dal vettore in uso; manca, insomma, una riflessione sul concetto di “identità”. L’identità, o meglio, ciò che ne resta (se ancora la si può chiamare così), viene assorbita da quei rapporti di forza e da quei vettori, rendendo l’uomo un mero funzionario, esecutore degli stessi. Ecco che quindi appare una dimensione interrelazionale: quella della titolarità e dello svolgimento delle funzioni utilitaristiche che ci vengono assegnate (lei parla, ad esempio, di risk sharing). Il problema non è quindi quello dell’assenza di una dimensione collettivista nell’individualismo liberale o la preferibilità di quella a questo, ma il fatto che, da un estremo all’altro di tali teorie, una dimensione interrelazione c’è ma è sempre negativa di identità.

    Ovviamente, questo non significa che si debba rinunciare a trattare gli argomenti esposti nel testo, anche dalla prospettiva di altre teorie, ma che quando lo si fa bisogna essere consapevoli che si sta trattando di rapporti di forza, che dovrebbero semplicemente costituire una base sopra la quale poter sviluppare identità ma che invece (inevitabilmente?) assorbono e annullano l’unicità, l’irripetibilità, l’imprevedibilità delle identità, rendendole mere funzioni di loro stessi. Ecco perché non credo di poterla aiutare a chiarire ulteriormente la fine dell’articolo collegandola con la discussione sullo Stato minimo, perché la vera questione in gioco non credo sia la disputa fra liberalismo e statalismo, o individualismo, anarchismo, comunitarismo e contrattualismo, ma la presenza di un potere che, in qualsiasi forma si configuri, sembra sempre non poter fare a meno di mortificare la vita.

    Forse potrà trovare qualche piccolo chiarimento fra le righe di questi testi:

    http://costruttiva-mente.blogspot.com/2010/01/il-neocontrattualismo-come-strumento-di.html

    http://costruttiva-mente.blogspot.com/2010/02/il-comunitarismo.html

    http://costruttiva-mente.blogspot.com/2010/04/pluralismo-delle-culture-e-univocita.html

  4. 4

    Leonardo, IHC Says

    Gentilissimo Sollazzo,
    grazie della risposta, ma non mi convince. Anzitutto premetto di non aver ancora letto i link che ha segnalato; preferisco risponderle subito.
    1) siamo d’accordo che è ingenuo contrapporre individualismo e collettivismo come monopoli rispettivamente del “io per me” e “tutti per tutto”, ma certo la semantica ha un peso e benché non indicativa di esclusività è per lo meno evidenza di un “primato”, e basta questo per discutere.
    2) sono d’accordo del pericolo che sposando uan di queste tendenze si rischi di essere “più realisti del re” pretendendo di ridurre e spiegare tutto a mezzo dell’individuo isolato (problema inverso se si arriva alla società come unica ragione d’essere dei suoi componenti), ma trovo “buffo” che questa considerazione pure di buon senso venga espressa proprio dvanti a Hayek che di un “individual-nutter” è quasi l’antitesi [mi invento “individual-nutter” per analogia con “inflation-nutter” che è il sostenitore di una Banca Centrale centrata sul solo obiettivo di inflazione puro].

  5. 5

    Leonardo Says

    [parte II]
    3) il resto della risposta mi lascia molto perplesso, anche per il caso specifico che tocca l’austrismo e in primis Hayek che ammette l’incompletezza se non l’insignificanza di una teoria basata su un homo oeconomicus ultra-individualista e meccanico-matematico nella sua definizione di utilità e conseguenti scelte (è tra l’altro ingenuo pensare che chi ha inventato l’homo oeconomicus credesse davvero di star rappresentando la natura umana e non solo uan stilizzazione utile per uno studio parziale della sua esperienza).
    Per lo meno nell’austrismo, che esista una indvidualità a priori è scontato nelle premesse stesse dello studio, che prende come dato un insieme di preferenze (con aspetti di individualità e socialità nemmeno formalizzabili) che semplicmente non sono in discussione: la natura umana esiste a priori, al che si sostanzia in azioni (appunto: homo agens) da cui seguono le istituzioni. La sua critica, prof. Sollazzo, è quindi non sbagliata ma mal indirizzata.

    Sottolineo che indicare uno dei fini che può avere una azione (risk sharing ad esempio, che è un termine molto generico come “evitare di farsi male”) non implica, come pare lei mi attribuisca, la riduzione dell’individuo a quel singolo fine. Sarebbe come sostenere che dicendo che “l’uomo si nutre” si assuma che “il fine dell’uomo è nutrirsi” o peggio “vescor ergo sum”, e sarà d’accordo anche lei a definire questo una sciocchezza. L’uomo non si identifica, né per me né per lei, con il suo fine; però se studiamo l’effetto istituzionale dell’agire dell’uomo prescindendo dalle (cioè preservando le) individuali motivazioni, è tautologico che si studi e quindi descriva l’azione dell’uomo e, per comodità, la si classifichi (dare un nome a qualcosa comunque non è agire sulla sua natura; se vuole invece di “risk sharing” possiamo dire “mutuo sostegno reciproco umano per la preservazione dell’individualità personale e della socialità nel rispetto della distribuzione dei valori affettivi e materiali a supporto della detta individualità e socialità”… oppure “pippa”, ma l’azione resta tale e quale e così chi la compie).

    Il problema è piuttosto dall’ottica collettivista, per cui no nsi studia l’effetto dell’azione UNA VOLTA DECISA dall’uomo in accordo alla propria personale interiorità, bensì si definisce come l’uomo DEBBA COMPORTARSI per aderire a un FINE ETERODIRETTO.

    Altro punto sarebbe se lei invece intendesse, con una qualsiasi teoria o epistemologia, elaborare una teoria dell’uomo che comprenda tutta la sua essenza, da come nasce la coscienza, a come si sviluppa, a come perviene a pensiero individualità pulsione e scelte, e quindi come agisca intrecciando necessità individuali e sociali (che alla fine sono necessità individuali in cui “l’altro” è argomento)… in tale “teoria del tutto” chiaramente un’analisi economica – anche austriaca, basata sull’azione e senza pretendere di formare l’uomo ma solo prendendo la sua natura a priori – è necessariamente parziale e insufficiente e manca sempre di qualcosa. Ma in tal caso ogni teoria che non sia teoria del tutto è manchevole di qualcosa; semplicemente ogni campo di studio che non sia “sul Tutto” è, per definizione, incompleto. Sono certo che lei non ha confuso l’economia con una pretesa teoria del Tutto.

  6. 6

    Federico Sollazzo Says

    Quello che mi lascia perplesso è la sovrapposizione, pressoché costante, fra due orini di discorso diversi.

    Se vogliamo parlare in termini storico-filosofici (ed è quello che a me interessa), allora ben pochi avrebbero da ridire su un’apologia della libertà, latu sensu. Tuttavia nel modo specifico in cui questo discorso viene sviluppato dal/nel liberalismo, trovo diversi punti deboli, fra i quali i seguenti.
    i) Innanzi tutto il liberalismo si espone, piuttosto ingenuamente (per non parlare dell’ingenuità della cooperazione volontaristica che vi sarebbe in una società nella quale ciò che abbiamo in comune è il perseguimento degli interessi privati), alla stessa critica che è il leit motiv delle sue contestazioni ai suoi “rivali”: la libertà è perseguita (direi anche perseguitata) attraverso determinati metodi e strategie, quindi essa non è semplicemente resa possibile ma è imposta tramite una strategica pianificazione; è libertà una libertà imposta?
    ii) Il liberalismo corre il rischio di compiere l’errore speculare a quello del comunitarismo: dal monadismo molecolare all’universalismo apodittico dei resi uguali attraverso una determinata idea e pratica di libertà.
    iii) Il liberalismo continua a trascurare la dimensione storica, trattando dell’applicazione/applicabilità della sue teorie come se queste fossero apparse all’improvviso e non avessero invece uno spessore storico, un percorso storico-filosofico che ne ha determinato la nascita e ne descrive la natura. Un percorso che concettualmente si può far risalire sino all'”Antigone” di Sofocle e alla contrapposizione (a mio parere falsa, ma sarebbe eccessivo parlarne ora) tra legge del cuore e legge della polis, contrapposizione che si è sedimentata nella mentalità occidentale e che è esplosa in epoca moderna e contemporanea caricandosi degli elementi dello Stato borghese non più arcaicamente ripiegato su se stesso e scollegato dal mondo ma amministrativo della società, della rivoluzione industriale, della proprietà privata, del lavoro, della nascita dell’economia pubblica (oggi diciamo politica) che ha rovesciato il fatto che originariamente nell’antichità l’economia è una faccenda esclusivamente privata, poiché è “oikos nomia”.
    Se vogliamo parlare in termini filosofici, di questo ritengo che dovremmo parlare.

    Se invece vogliamo parlare nei termini tecnici di scienza economica, allora siamo in un altro ordine di discorso, del quale mi dichiaro orgogliosamente incompetente, lasciando la scena ai cosiddetti “tecnici”, che oggi proliferano più che mai. Nella stessa misura in cui se mi si rompe lo scaldabagno, chiamo l’idraulico, senza mettermi a sindacare con lui sulle tecniche idrauliche (che felicemente ignoro), aspettandomi solo che mi risolva il problema, senza che lui abbia l’assurda pretesa di voler applicare le tecniche idrauliche alla vita.

  7. 7

    Giacomo Pezzano Says

    Ho letto l’articolo di Sollazzo, la relativa “risposta” (uso le virgolette perché è a meta risposta a meta articolo che percorre strade autonome) e i vari commenti.
    Tutto molto interessante.

    Questioni evidentemente molto complesse che dei commenti su un sito non possono nemmeno aprire, ma un paio di osservazioni per contribuire mi sento di farle.

    Dire che l’analisi storica è rischiosa o che non si la si predilige non cancella la storia, purtroppo per noi tutti, ed essendo noi né dèi né animali ci troviamo incastrati nel pantano della storia. Questo come considerazione euristica generale. La fisica dei fenomeni sociali a oggi non è praticabile. (non nego la natura umana, anzi, ma non capisco come si possa pensare di analizzare la storia umana prescindendo del tutto dalla storia stessa!)

    Personalmente credo che rispetto ai punti toccati le posizioni più emblematiche siano quelle di Mises in “The Human Action”, lì si vede molto bene la soppressione dell’elemento storico. Funzionale a scopi lodevoli, come impedire che si possa affermare che non essendoci una natura umana il potere esterno, lo Stato (andrebbe subito detto che questa equivalenza è pero storica, ma si aprirebbe un’altra strada qua), può plasmare a suo piacimento la nuda vita, molle materia umana. Viene allora affermata l’evidenza fenomenica di individuo, ragione e logica. Tre modi diversi di dire la stessa cosa, libertà. Una e trina.

    Io già qui vedo dei punti discutibili, su tutti il mettere semplicemente tra parentesi, come fa Mises, quello che sopra viene dipinto come sviluppo della coscienza, che a me pare sia un discorso fondamentale se si parla di natura umana. Devo essere apodittico e assertivo per ragioni di spazio: l’animale umano sviluppa un’individualità solo in senso relazionale. Non dico che non esiste individuo ma comunità organica ecc., dico che proprio nell’individuo, nella sua ontogenesi, la relazione è assolutamente imprescindibile.
    Allora poi si può certo dire che la relazione non viene assolutamente negata, ma è comunque una relazione “tra” individui, dunque esterna in questo senso.
    E soprattutto è una relazione che è prima di tutto se non esclusivamente contrattuale (agenzia privata o stato che sia il referente ultimo), mentre gli altri tipi di relazione vengono non negati, Mises è molto “scaltro” in questo senso, ma semplicemente accatastati nell’insieme delle libere possibilità dell’individuo. Il che è francamente un po’ poco.

    Al di là di tutto questo, sarebbe certamente né poco né tanto se come effettivamente si dice si parlasse di scienza economica e dunque non di una “teoria del tutto”. Ma proporre una vera e propria filosofia politica è proporre una filosofia della vita associata umana, è proporre una visione dell’esistenza umana. E allora per forza bisogna allargare lo sguardo e comprendere il comprensibile. Com’è che è così raro trovare un pensatore (non dico un economista, nb) liberista in senso stretto che dedica spazio a tutto ciò che non è stricto sensu economico? Com’è che viene tutto ridotto a mera azione economica, la relazione a mera relazione economica, la ragione a mera relazione economica?
    Qui non basta dire che non si negano altre dimensioni, ma di fare uno sforzo sistematico per includerle nella propria visione del mondo e dell’uomo.
    Non è Hayek il problema, che anzi in fondo è un fine giurista direi, e che tutto è se preso a 360 gradi tranne che un anarco-capitalista, non è Nozick il problema, che non a caso dopo quella sua prima folgorante opera ha scritto poi di tutt’altro.
    A me pare che il problema sia che a livello filosofico il liberismo abbia ancora enormi buchi, e questo associato a un’epoca in cui l’economico è davvero diventato una pratica teoria del tutto (usare crediti e debiti persino a scuola è un minuscolo ma chiaro segno di come il lessico economico sia penetrato nel tessuto di ogni pratica quotidiana) comporta una enorme diffidenza se non ostilità nei suoi confronti.
    Se si trattasse di dire che lo stato dispotico, che prende tasse per autoalimentarsi senza produrre servizi (Italia), è da combattere, che la libertà di tutti è da salvaguardare, ecc., beh lì si è facilmente d’accordo. Non conosco allora personaggio più liberale di tal Carlo Marx.
    Ma poi a partire da questi punti, che espongono una questione storica (il Leviatano ha quasi 400 anni, non sono pochi ma sono anni di storia!), si deve articolare per cercare una prospettiva unitaria.
    Perché, parliamoci chiaro, il problema del potere non è mai stato soltanto quello di come limitarlo, né di chi deve esercitarlo o lo esercita, ma l’intreccio dei due momenti.
    Finché si tratta di bosoni o materia oscura possiamo pacificamente accettare di distinguere dei problemi per poi concentrarci ognuno analiticamente su di essi, ma siamo davvero pronti a rinunciare a una prospettiva sintetica quando parliamo della nostra vita, del nostro essere insieme al mondo e del nostro voler essere noi stessi?
    È proprio quest’idea dello studio parziale che a me sembra creare alla radice dei problemi che poi non possono che diventare un albero, e un albero o ti trovi ad accettarlo o vuoi abbatterlo, non puoi potarne i rami in eterno.
    L’immagine è ovviamente discutibile.

    Spero di non aver peccato di confusione per aver voluto tirare in ballo svariati punti

  8. 8

    Leonardo, IHC Says

    Gentilissimo Giacomo, grazie per essere intervenuto. E’ chiaro che i punti che si toccano con questi argomenti sono molti, il problema è complesso; qui (intendo sul sito) cerchiamo di riflettere, ma non pretendiamo di arrivare alla verità o a una conclusione; ognuno avrà la propria sempre e comunque, ma è importante farle cozzare, per lo meno “al margine” qualche effetto ci sarà.

    Il tuo intervento (assieme a un privato chiarimento con Sollazzo) mi fa capire che il confronto in corso sia un po’ – con le parole di Menger – quello tra “teorie storiche” e “teorie esatte”; il problema è anche la ricerca di una sintesi sia tra gli approcci che tra la “segmentazione” delle analisi, ma questo è decisamente fuori dalla portata degli economisti (tanto più se “non di professione”, tipo me).

    Questa precisazione comunque non vieta e me – e agli altri aridi economisti senza cuore – di controbattere sia in principio che in pratica a ciò che consideriamo una forzatura interpretativa e sottolineare le specificità degli ambiti di studio.

    Di seguito commenterò da par mio il tuo articolato intervento.

  9. 9

    Leonardo Says

    Credo si debbano “misurare” i termini; Mises – e con lui direi tutto l’austrismo salvo le ultime tendenze di V.L. Smith – non sopprime l’elemento storico: nell’elaborazione teorica “esatta” si prescinde dalla storia per poter definire una teoria che vale di per sé, che funzioni a prescindere dalla contingenza, contingenza che poi definisce la manifestazione del fenomeno e quindi anche come storicamente si presenta e si presenterà; insomma si cerca di trovare una chiave interpretativa che aiuti l’analisi storica.
    Parlando dell’individuo, non si sopprime la sua “storia”, la sua individualità e il percorso intellettuale/culturale (e quindi anche sociale) che ha portato l’individuo a una certa “forma” attuale, ma si parte dall’individuo così come è ora, si prende atto di questo, e si cerca di derivare logicamente la sua azione “decontestualizzata”, che poi nella storia viene declinata in termini concreti. Il fatto che per Mises esista una (perniciosa) tendenza al socialismo non discende da una formalizzazione di un individuo egoista e refrattario alla società, ma dipende proprio dal fatto che si parla di un uomo inserito in un contesto sociale in cui la società ha una certa natura e svolge certe funzioni, e questo è tale sia per “natura” che per un fatto “culturale” cioè per la stratificazione storica delle esperienze che interagiscono con la “natura” (e per natura si possono considerare anche i sentimenti).
    Dire che “si parte da qui” non significa “si sopprime quanto c’era prima” ma si postula l’intenzione di non voler disquisire se quanto ci fosse prima, o quel che una persona desideri o pensi, sia giusto o sbagliato e sia da mantenere o da, peggio, “correggere”. L’uomo è lì, noi proviamo a studiare come si comporta nel contesto economico (cioè: tanti bisogni e poche risorse) senza giudicarne “l’anima”.

  10. 10

    Leonardo Says

    Ripeto: qui non si vuol giudicare l’uomo o affettarlo moralmente, qui si parla di rispetto dell’individualità e libertà dell’individuo sia perché abbiamo una pulsione di questo tipo verso la natura umana, sia perché consideriamo altre soluzioni (comunitariste) lesive della sua dignità e subottimali (sia nel risultato che nella tenuta nel tempo) in termini di equilibrio tra i desideri/bisogni e le risorse a disposizione.
    Questa è una analisi “economica”: tot risorse – tot necessità, come coordinarle in modo che si ottenga il miglio risultato per i singoli individui; l’individualismo metodologico ha un senso particolare perché rispetta la persona e non la subordina a un concetto di “società” o “Stato” che imponga giudizi di giusto e sbagliato sulla pelle dei singoli; ma questo non cancella il fatto che l’uomo vive con gli uomini, semplicemente questo entra nella mente e nell’anima del singolo e guida la sua scelta, e per noi l’economista parte da qui e non con il dire “tu devi desiderare questo”. Il fatto che lo studio dell’economia si concentri su relazioni “contrattuali” (ma non solo, anche impositive) è dovuto all’oggetto dello studio che è – devo ripeterlo – come gestire una serie di bisogni umani del tipo più vario (dalla fame, al divertimento, alla vita sociale) regolarmente sovrabbondanti rispetto alle risorse a disposizione (beni, tempo, persone, conoscenza). Dimenticare questo è come confondere la fattibilità tecnica della clonazione con le implicazioni etiche.

  11. 11

    Leonardo Says

    Per quanto detto avrà capito, Giacomo, quale è la mia risposta alla sua domanda “come è che viene tutto ridotto a mera azione economica, la relazione a mera relazione economica, la ragione a mera relazione economica?”: perché qui stiamo parlando di economia e non della sfera privata della personalità che è costituita da elementi – nel nostro metodo – non “questionabili”.

    L’idea che questa sia “un’epoca in cui l’economico è davvero diventato una pratica teoria del tutto” credo sia una lamentela già espressa ai tempi di Dante, e probabilmente qualcuno avrà pensato la stessa cosa alla stesura del codice di Hammurabi. Forse andrebbe attuata una contestualizzazione storica, considerare ad esempio che l’incremento della comunicazione ci mette in contatto con problematiche sempre maggiori e che l’evoluzione culturale ci rende “affamati” di sempre più cose materiali e spirituali, che comunque possono venir soddisfatte da un insieme di risorse comunque limitate, per cui l’economia in senso ampio diventa un argomento, anzi un approccio, che ritorna con frequenza alla nostra attenzione.
    Io, personalmente, vedo che i problemi economici toccano poco persone molto semplici che si accontentano molto di poco, e questo è chiaro: in termini economici (traducibili in modo aulico in molti modi) la loro “domanda” si scontra con una “offerta” sufficiente, per cui possono disinteressarsi del “problema economico”.

  12. 12

    Leonardo Says

    Sorvoliamo sul definire Marx un liberista – va bene giocare con i paradossi, ma definire liberale chi irregimenta gli individui sia con riferimento alle azioni sia – questo era il fine – con riferimento a cioè che le persone devono desiderare, può chiamare il proprio fine anche “libertà” ma non ha niente a che vedere con questa (un amico professava che occorreva pianificare la vita degli individui dalla nascita alla morte includendo ogni tipo di consumo in modo che questi potessero poi vivere in perfetta anarchia… un po’ morire di malattia per non aver bisogno di medici?).

    L’individualismo – come vissuto nell’austrismo – non rinuncia a una prospettiva sintetica tra intimità individuale e economia, perché include la prima nei presupposti della seconda, individua i modi perché l’azione (economica) possa più efficacemente estrinsecare questa intimità, ma non intende entrare “nel merito”. Qui non si impone all’individuo di essere egoista cattivo e asociale, ma si rispetta la pluralità delle visioni e si cerca il modo migliore per coordinarle – e il coordinamento significa, quando efficace, la soddisfazione delle visioni di tutti. ma di sicuro non si vuol imporre a nessuno di “essere buono” per la semplice ragione che “non funzionerebbe, così come in effetti mai ha funzionato”.
    Forse esiste un concetto di sintesi “superiore”, che io non colgo… nel caso questo è lavoro di un filosofo, non di un (sedicente almeno) economista; in ogni caso non è corretto scambiare il termine “sottintende” con “sopprime”.
    Se questo rispetto dell’individuo deve essere visto da altri come una rinuncia alla prospettiva sintetica…

    Comunque, dopo questa lunga smarronata che ho fatto, il suo giudizio finale sullo “studio parziale” come radice dei problemi sa molto di favore a una “teoria del tutto”.

  13. 13

    Leonardo Says

    Chiudo con un esempio pratico: si discute della contrapposizione tra BCE e Bundesbank, tra visione europeista social-paternalista, molto mediterranea, e visione austera tipica dei tedeschi, e così via… fino al (falso, nella pratica) scontro tra chi vuol denaro per salvare tutti gli Stati e chi preferisce una dura disciplina monetaria per non rischiare l’inflazione.
    Non è un caso che siano i tedeschi a sostenere la seconda fazione, perché questi hanno nella loro esperienza, nella loro “storia”, il dramma di Weimar, che li ha resi talmente sensibili al problema inflazione dall’aver creato l’ente monetario più rigido, la Bundesbank; cioè, non è un caso che la Bundesbank sia tedesca, non è un caso che l’austerità sia propugnata prima di tutto dai tedeschi e poi dai loro satelliti storici prima fra tutti l’Olanda (si ricorda chi era il primo presidente della BCE?).
    Ok, una volta entrati nell’intimità dell’individualità tedesca e in particolare della Bundesbank, ed avendola capita e spiegata grazie alla storia, non cambia niente nella valutazione teorica della politica svolta dalla BCE (inflazione è inflazione) e nel fatto che si stia assistendo a uno scontro tra visioni diverse e che questi due approcci portino a due risultati diversi (una confederazione o una nuova URSS)… e niente cambia nelle necessità di studio dell’economia il capire che sia ha Germania contro Francia invece che Italia contro Olanda o Spagna o Polonia… il risultato complessivo sarà comunque uno perché coinvolgerà tutti senza che importi la “bandiera” attribuita a questo o quell’orientamento (a meno che non si ritenga un risultato “buono” o “cattivo” semplicemente in base al nome che porta).
    Che questi siano storicamente gli attori in gioco è spiegato dalla storia; preso questo dato di fatto, anche senza sapere da dove arriva, possiamo tracciare i possibili risultati del prevalere dell’uno o dell’altro.

  14. 14

    Biagio Muscatello Says

    Il dialogo tra persone che hanno idee diverse è meritorio, segno di saggezza e buona volontà; benché a volte sia arduo trovare punti d’incontro e condivisione. I temi qui discussi hanno riferimenti espliciti e assunzioni implicite, che non è difficile evidenziare.

    Da un lato i sostenitori del sistema economico di mercato; dall’altro i difensori dell’idea che il mercato, lungi dall’essere un mezzo idoneo, sia al contrario un impedimento alla soluzione dei nostri problemi. I secondi, mentre ritengono di essere nel vero (in virtù dell’adesione al mainstream), si accorgono tuttavia di non avere strumenti di analisi della realtà, e si aspettano che i ‘tecnici’ – investiti di poteri carismatici keynesiani – facciano gli idraulici, riparando i “tubi rotti”.

    I difensori del mercato non credono alla perfezione, ma alla perfettibilità del sistema. E le “leggi esatte” sono principi logici elementari, che è impossibile giudicare “storici” (e, quindi, “transeunti”):
    – Gli uomini devono adattarsi alle circostanze (modificabili, sì, ma non ad arbitrio).
    – Le risorse sono scarse in relazione ai bisogni che ciascuno vorrebbe soddisfare, e nemmeno il pianificatore più acceso può pensare di sostituirsi agli individui, imponendo a ciascuno le sue preferenze.
    – Esistono modi più o meno efficienti di impiegare i mezzi, per il conseguimento dei fini (quali che essi siano). Ed è evidente che hanno maggiori probabilità di successo (magari nel raggiungere gli stessi fini) coloro che usano in modo più razionale e appropriato i mezzi disponibili (che possono essere gli stessi mezzi, impiegati in modi differenti).

    F. Sollazzo parla di “ingenuità della cooperazione volontaristica”. Egli crede evidentemente che la cooperazione possa essere solo imposta. Non la pensavano così Marx ed Engels, quando riconoscevano i grandi meriti storici della borghesia che ha prodotto uno sviluppo mai visto prima nella storia dell’umanità (Il Manifesto). E non mi riesce di capire in che senso la libertà del mercato sia una “libertà imposta”, mentre invece la libertà di chi, ad esempio, si affida ad una programmazione di tipo ‘keynesiano’ – uso quest’aggettivo in modo forzato, naturalmente – (per non parlare di altri tipi di programmazione centralizzata) sia vera libertà. A meno che per vera libertà non s’intenda la libertà dal bisogno, vista come un diritto di tutti, i quali non sono tenuti a capire nulla di economia – a dispetto anche di Aristotele, per il quale la “legge della casa” (oikonomia) doveva essere ben nota al gestore di ogni casa, se tutti volevano mangiare.
    Ma questo ragionamento si potrebbe applicare anche alla politica, che sarebbe un campo riservato agli “idraulici” della politica. E così via.

    In un intervento precedente avevo ricordato l’affermazione di Hayek, secondo la quale gli individui sono nodi di relazioni. Suppongo G. Pezzano possa convenire su quest’idea di individuo. Ma le relazioni includono, evidentemente, la sfera economica. Vogliamo avere una prospettiva sintetica della nostra vita? E allora non possiamo escludere l’economia, perché tutti la viviamo ogni giorno. Quando pensiamo ad una cattedra universitaria, ci riferiamo anche alla dimensione economica. Oppure no?

    Chi è “più liberale di Marx”?
    Belli e affascinanti i Manoscritti del ’44: sognare una giornata in cui possiamo lavorare piacevolmente, dipingere all’ora di pranzo, andare a pesca il pomeriggio, se ci va, etc.
    Ad essere precisi, questo tipo di libertà si chiama libertà dal bisogno, appunto.
    Negli anni successivi, però, Marx andò in Inghilterra e al British Museum si studiò gli economisti inglesi. Smise di sognare e -guarda caso – diventò anche economista: per capire la società, bisogna masticare un po’ di economia; altrimenti, si parla del nulla.
    Non condivido, naturalmente, le idee economiche di Marx; ma le ho studiate – e non le condivido proprio perché le ho studiate.
    Consiglierei agli amici di leggere il Marx economista (e Ricardo, che fu il suo inconsapevole maestro).

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