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Lo “Spending Standard” di Hitler

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October 26th, 2007 by Leonardo

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di Leonardo, Ihc
 
Su Ventinove Settembre è comparsa una interessante serie di quattro lavori (questo questo questo e quest’altro) di commento e analisi della politica monetaria di Hitler, almeno per quanto ne è stato recentemente decantato. Ricordo semplicemente che il Governo di Hitler mise in piedi un ambizioso piano di ricostruzione delle infrastrutture tedesche “pagando” con dei “Certificati Lavorativi del Tesoro” (CLT, a quanto pare poi circolanti come moneta), in un momento di forte difficoltà della Germania perché alle prese con debiti di guerra, carenze strutturali, capitali inefficientemente allocati, e iperinflazione sul marco tedesco. Mi permetto di esprimer alcune considerazioni; per il resto rimando in toto a quanto scritto da Libertyfirst.
 
Le informazioni cui fa riferimento Ventinove Settembre non sono in effetti molto dettagliate, ma l’insieme del peso della situazione “reale” e debitoria, con l’aggravante della speculazione sul marco (regolarmente sostenuta proprio dal lassismo monetario della Banca del Reich in un perfetto circolo vizioso) certamente giustificavano tassi di interesse troppo elevati sia per iniziative imprenditoriali che per politiche di public spending; in questo vedo lo stimolo per “l’idea” di Hilter.

 
Ora, ritengo che sia da indagare su chi gestisse realmente la Banca del Reich, se davvero la proprietà fosse privata e magari dominata da banche estere tese solo a inflazionare il mercato (facendo proditoriamente vincere le scommesse degli speculatori), se davvero questo “azionariato” potesse scavalcare la supervisione statale, o se ci fosse solo un grosso errore di teoria economica e metodo. Dipendentemente dalla risposta, la decisione del Governo di “crearsi una propria moneta” (sì, “moneta”, essendo questi CLT scambiabili successivamente all’emissione) ad emissione diretta via spesa pubblica si configura come una coerente soluzione di aggiramento del canale bancario oppure come una geniale presa in giro verso gli “Alleati” attraverso uno scudo di inflazione sul debito estero (in marchi) e una separata circolazione interna non inflazionata (in CLT).
In ogni caso mi pare che esistesse una “consapevolezza” della capacità inflativa del sistema bancario, e appunto i CLT lo aggiravano non essendo gestibili “fiduciariamente” tramite le leve dei tassi di interesse (sempre che in quel momento fossero uno strumento utilizzabile) o della riserva bancaria frazionale; le modalità di creazione potrebbero esser definite come “Spending Standard, all’atto pratico (diciamo pure: per caso) molto simile a un Gold Standard o a una Golden Rule monetarista.
 
Prendendo la formula quantitativa della moneta in tassi di crescita si ha m+v=π+q, chiaramente π+q è la variazione del valore degli scambi di moneta contro beni. Gli scambi realizzati dal Governo sono una quota α del totale, e sono dati dal pagamento in CLT della spesa pubblica, quindi sono pari alla creazione della nuova moneta (m=h); algebricamente quindi h=αq=m e quindi (α-1)q+v=π. La quota α è massima all’inizio del piano di public spending e nulla al termine, e in generale α<1, il che significa che l’inflazione indotta potrà essere positiva o negativa dipendentemente dal livello di v. Questo risultato analitico è interessante non come “modello” in sé o come strumento applicativo di calcolo economico, bensì nel confronto con quel che riguarda il marco tedesco.
L’offerta di marchi (m=t) era slegata dalle componenti di crescita reale e a questa comunque superiore (t=βq |β>1), per cui dall’equazione degli scambi risulta (β-1)q+v=π con (β-1)>0, il che significa inflazione positiva pure con v nullo e quindi un sistema prono all’iperinflazione con tutte le conseguenze del caso (cosa che appunto si è verificata).
In pratica l’offerta di CLT cresceva in proporzione alla parte di PIL spiegata dal public spending (in un certo senso si è avuto una immediata monetizzazione, non in marchi, del debito pubblico via via creato), cioè un regime monetario che io chiamerei appunto “(Government) Spending Standard”.
 
Il fatto che i CLT fossero “spesi” per la realizzazione di infrastrutture e quindi in beni che restituivano un servizio, e non in consumi, assimila l’operazione ad un’emissione di moneta “coperta” da prodotto reale, differenziandola dalla creazione di fiat money e circulation credit della Banca del Reich.
In un certo senso ci si avvicina a un modello di puro credito wickselliano, limitato dal risparmio reale, dove il Governo è come un’impresa che prende soldi da un ente che a sua volta mantiene il 100% di riserva e quindi non moltiplica il credito iniziale oltre il livello del fondo di sussistenza. Il tutto è quasi “misesiano”.
E ancora, se nei fatti la crescita tedesca fosse dipesa praticamente dalla sola spesa pubblica, l’offerta di moneta sarebbe cresciuta pari passu con la crescita reale, il che è quello che tendenzialmente si ha con un Gold Standard (il tasso di estrazione di oro e di crescita economica reale di lungo periodo pare ruotino entrambi attorno al 4%) o con una Golden Rule del 4% (per gli stessi motivi).
 
Essenzialmente questo Spending Standard ha funzionato per ragioni contingenti, diciamo pure “per caso”, per la combinazione di politiche di investimento pubblico quando probabilmente l’intervento privato era bloccato da tassi di interesse ben oltre il livello naturale, dall’iperinflazione, nonché da uno stato di prostrazione economica che comportava un’esigenza di copertura di consumi primari soverchiante rispetto alle possibilità di investimento; tutto questo ha inoltre ovviato ai problemi del debito estero elevato e soprattutto dell’inflazionamento del marco.
Successivamente Hitler si è curato di accumulare oro, il che mi fa pensare che i CLT alla fine scontassero problemi di circolazione e accettazione, soprattutto con l’estero, che a ripresa tedesca realizzata esigevano una moneta più “neutra” rispetto ai voleri di un Governo.
 
Non credo che gli attuali Stati, affetti da sindromi di consumismo maniaco-compulsivo, potrebbero ripetere l’esperimento senza innescare semplicemente un’escalation di monetizzazione di mero consumo pubblico con conseguente inflazione galoppante, pure se si portasse la riserva bancaria obbligatoria al 100%.
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6 Responses to “Lo “Spending Standard” di Hitler”

  1. 1

    Prometeo Says

    Interessante soprattutto l’accenno all’attualità.
    Come si potrebbe uscire oggi dal fiat-money?

  2. 2

    Libertyfirst Says

    Aggiungerei che il sistema economico nazista non si basava sul libero scambio di mezzi di produzione, e quindi era inefficiente quanto il socialismo. Forse la speranza dei funzionari governativi, ex imprenditori, di tornare proprietari li ha spinti ad impegnarsi un pochino (incentivi), ma non esisteva un sistema di produzione e diffusione dell’informazione (calcolo). L’URSS ha retto 70 anni senza calcolo, con prestazioni economiche mediocri, e, esattamente come la Germania di Hitler, ha avuto bisogno di succhiare il sangue ai paesi limitrofi per coprire parte dell’inefficienza.

  3. 3

    L.Baggiani Says

    mettiamo la domanda così: si può uscire dal fiat money?

  4. 4

    L.Baggiani Says

    @liberty
    come ho scritto, alla fine credo che lo spending standard abbia funzionato “per caso”; l’operazione in generale era una monetizzazione, e le monetizzazioni non sono mai il toccasana per un’economia; aggiungiamoci che questo ha scavalcato un canale bancario che al momento era il creatore dei danni… e il gioco è fatto. Hitler non può essere d’esempio per la politica monetaria, insomma.

    @prometeo
    mi sto chiedendo se esista una soluzione praticabile alternativa al fiat money, e con Stati così presenti la risposta mia pare NO. Mi chiedo però se sia possibile creare davvero circuiti solo fiduciari, “di puro credito”, gestiti solo privatamente.

  5. 5

    Prometeo Says

    @L.B.
    È un tema molto interessante. Ma credo che sulla risposta hai ragione: NO. Credo che il limite sia normativo. Nel senso che anche valute innovative tipo e-gold o goldmoney (www.goldmoney.co.uk), non avento corso legale, sono delle forme d’investimento e quindi tassate, il che le rende non vantaggiose. Su Usemlab, goldmoney è citata e valutata meglio di e-gold, ma sempre come forma di acquisto di oro fisico a garanzia di un investimento. L’intenzione degli inventori di goldmoney è anche quella di farla diventare una valuta transnazionale ed esistono delle imprese che la accettano.
    Un modo, illegale, per avvantaggiarsene sarebbe quello di acquistare una quota tramite un account anonimo tramite un exchanger, procedura che era consentita solo da e-gold, e che è finita nel mirino della FED che l’ha proibita. Perchè alla fine si aveva un investimento in oro fisico pagando solo la commissione dell’exchanger che è del 4%, molto più bassa della tassazione sulle rendite da investimenti, anche in USA.
    Con goldmoney non si può fare perchè non eccetta ordini da exchanger n’è account non verificati appartenenti a persone fisiche.

    Ho notato una attività, in UK, simile all’iniziativa dello SCEC, ma un po’ più in grande stile. La multinazionale Virgin pubblicizza una carta di credito emessa dalla medesima Virgin sul circuito Visa, con la quale fare acquisti presso tutte le attività Virgin. Quindi i mega-store musicali, le palestre virgin-active, i voli, le agenzie di viaggi e altro. In ognuna delle attività pagando con la carta di credito virgin si riceve uno sconto variabile dal 4 al 10%. Mi pare che il funzionamento sia alla fine simile ad uno scec digitale.

    Il problema di fondo mi pare comunque il monopolio e la relativa normativa.

  6. 6

    L.Baggiani Says

    d’accordo con l’impossibilità ex monopolio

    non d’accordo sul parallelo con lo Scec; quella è solo fidelizzazione (e lucro a latere… se carta di credito).

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