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Ma Qualcuno Voleva la Soluzione Cipriota. Felici Ora?

March 29th, 2013 by Leonardo

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di Leonardo, IHC

 

Certamente Dijsselbloem ha trovato precisamente le parole che nessuno voleva, almeno in quel momento, sentire. Ma ha anche trasmesso un messaggio che in realtà il mondo liberalista voleva sentire da tempo: ognuno si assuma i propri rischi. Vi dirò perché il metodo adottato nel caso di Cipro è sbagliato, ma vi dirò anche perché alcuni liberali oggi sono gli ultimi a dover protestare.

La discussione di oggi ha precedenti su IHC. Delle Bad Bank si è parlato in modo strutturato soprattutto qui e nei pezzi ivi richiamati (era il 2009), ma al momento tale dettaglio del piano di salvataggio cipriota non appassiona. Su come non far fallire una banca si è invece parlato qui e qui con Monsurrò riprendendo la proposta di Lewis. Torniamo sull’argomento e stupiamoci.

 

Di cosa parlavamo con Monsurrò? Dell’idea di un equity swap che trasformi da un giorno all’altro d’imperio – per legge o decreto governativo – parte del debito delle banche, eventualmente anche dei depositi, in azioni, così che il maggior capitale possa assorbire le perdite della banca impedendone il fallimento. Suona familiare? Direi proprio di sì: è il caso-Cipro!

Non fa alcuna differenza che a Cipro si converta parte dei depositi in capitale per assorbire le perdite o si attui un qualche prelievo forzoso a copertura diretta delle perdite, il risultato è lo stesso. La esplicita conversione di parte dei depositi in capitale (così da creare una banca “solida” con indice Tier I al 9%… che risate…) rende solo il fatto ancora più… esplicito. È successo proprio quel che Lewis sognava, e che pure Monsurrò sognava (ammetto però che non ho ben capito se si fosse già ricreduto), e che tanti liberali libertari liberalisti sognavano. Felici?

Ora, la posizione qui riassunta – per una discussione estesa si deve obbligatoriamente andare almeno al primo dei link di cui sopra – non era priva di ratio. Il punto era, comprensibilmente, attivare un meccanismo di responsabilità e coscienza anche da parte dei semplici creditori della banca tra cui spiccano i depositanti, finora trattati come creditori senior (cioè gli ultimi a dover venir toccati in fase di difficoltà), e non c’è strumento migliore del toccare il portafogli. Se perfino i depositanti vengono colti dalle difficoltà di un istituto, magari conseguenti ad una certa politica creditizia, si crea un ulteriore meccanismo di controllo – endogeno al mercato – sul grado di rischio assunto dalla banca, il che è ottimo per instradare il sistema verso una gestione adeguatamente prudente. D’altra parte da varie parti del mondo liberale, e austriaco in specie, è stato sollevato il problema della massa di garanzie sull’attività bancaria che incentivano a condotte piuttosto “allegre”, e tra queste garanzie sta anche quella sui depositi di conto corrente (dove nel limite di € 100.000, dove senza limiti) che di fatto rendono il depositante-finanziatore insensibile al profilo di rischio almeno delle singole banche.

 

È interessante però oggi osservare un coro essenzialmente unanime di condanna per quanto accaduto a Cipro in quanto “attacco al risparmio”. Be’ intendiamoci: se vogliamo che ognuno sia responsabilizzato, che il sistema liberisticamente si auto-controlli, e che si sfati il mito della sicurezza del settore bancario oltre che il malinteso sul termine “deposito”, quel che è stato fatto andrebbe perfino nella direzione giusta. Anzi, è del tutto coerente con l’idea di prevedere questo meccanismo “per legge”. Si può nel caso obiettare che una legge non esista e si tratti di una soluzione spot o di un esperimento… Va bene, ma è sempre quel che qualcuno chiedeva in ossequio dei principi di una economia liberale.

Le critiche alla soluzione cipriota hanno una sponda concreta, che in realtà ho sentito ben poco sottolineare, proprio perché lo scorno generale è concentrato su CHI è colpito e non sul COME: la coercizione statale. Come nella discussione con Monsurrò, quel che non mi quadra in questo meccanismo è la coercizione: nel diritto privato, dove la volontà contrattuale è sovrana, sono previsti istituti come il “concordato preventivo”, cioè la possibilità di accordarsi – alla presenza di un giudice che faccia da coordinatore e garante del diritto – tra debitore e creditori per una sorta di ristrutturazione del dovuto, magari per un taglio dei crediti vantati, per permettere all’impresa di andare avanti e non finire in una situazione conclamata di insolvenza cui seguirebbe il fallimento. È una procedura “concorsuale”, cioè costituita tra le parti private interessate e regolata dal concorso delle volontà private ognuna nel perseguimento del proprio interesse. Ebbene, niente vieta l’apertura di una situazione di questo tipo anche per una banca, a parte l’eventuale problematica logistica di una riunione con tutti i correntisti (in effetti, essendo possibile la figura del “rappresentante degli obbligazionisti” non mi spiego perché non si possa creare una figura di “rappresentante dei correntisti”, il che semplificherebbe tantissimo la questione); in quel caso, se la massa di creditori della banca quali obbligazionisti e depositanti (in specie, oltre la soglia garantita dall’eventuale fondo interbancario) accorda un qualche taglio volontario del proprio credito, o perfino una ricapitalizzazione pro-quota, non si avrebbe nulla da eccepire.

Il caso-Cipro vede invece un Governo (anzi, un Parlamento) che decide, dal suo “tecnicamente, informativamente, e moralmente superiore punto di vista”, e nel pieno interesse di ogni cittadino correntista, di scaricare sullo stesso correntista almeno parte delle perdite che sarebbero proprie degli azionisti. Detta in questi termini, un liberale dovrebbe capire la mostruosità della situazione, ma anche la perversione intellettuale della proposta di Lewis (chissà che ne pensa oggi).

 

Non mi va ora di dilungarmi troppo sulla differenza tra un titolo di credito e un titolo di partecipazione, cioè tra un bond o un conto corrente e un’azione, e sul fatto che la titolarità del primo e ancor più del secondo non è permutabile nella titolarità della terza senza far violenza al titolare stesso, senza violarne i diritti di proprietà, e senza scombinarne inopinatamente le possibilità di pianificazione intertemporale. Già al tempo ho sostenuto che un semplice correntista che utilizza il conto come fondo di liquidità da movimentare non può ritenersi soddisfatto dal vedersi trasformato tale credito liquido in una immobilizzazione, una partecipazione azionaria impossibile da gestire come “fondo cassa”, anche se nominalmente di valore superiore al credito realizzabile in sede fallimentare.

Una azione non è un titolo di credito, è un titolo di partecipazione il cui contenuto principale è il concorso alla definizione delle delibere assembleari ed il cui contenuto finanziario spicciolo è solo eventuale e subordinato. Anche il tipo di perdita cui sono sottoposti ha natura diversa: un discorso è un rischio di controparte, un altro discorso è la partecipazione diretta a utili e perdite. Confondere i due aspetti forse deriva dall’errata concezione dell’azione come titolo di credito (problema che dovrebbe essere risolto già in un corso di diritto privato e comunque alla prima lezione di diritto commerciale); se è vero che il diritto non è la morale ma è una soluzione pratica in certi contesti sociali e storici, è anche vero che in questo caso riflette il fatto economico per cui prestare soldi non è la stessa cosa che gestire un’azienda, per cui la confusione tra credito e partecipazione è un errore madornale di molti economisti e giornalisti.

Questa è un’altra ragione per cui una scelta in tal senso da parte dello Stato, come è accaduto per Cipro, non ha senso giuridico, non è giusta, ed è gravissima e controproducente per vie diverse da quelle comunemente denunciate. Al massimo evidenzia ancora una volta che il legame tra politica e banche è il peggior circolo vizioso dei nostri tempi (e subordinare le seconde alla prima non è una soluzione, ma un avvitamento dello stesso problema originale, come evidenziato giusto qui). Per maggiori dettagli si veda comunque il secondo link richiamato a inizio articolo. Ricordo solo che nei termini in cui una azione non è un sostituto di un credito (e non lo è “nemmeno dipinta”, come dicono a Firenze) c’è da attendersi un fugone anche dalle nuove azioni. Staremo a vedere, no?

 

Per concludere, c’è poco da stracciarsi le vesti. Se c’è qualcuno che può ragionevolmente recriminare l’odiosità della soluzione cipriota – che a quanto pare sarà solo un’anteprima – quello sono io, e ne ho richiamato le prove.

Bene, detto questo, posso salutarvi.

 

(andando via, mi sentirete canticchiare qualcosa dei Subsonica: “ora so anche che / quando un dio ti punisce / avvera i tuoi più sudici desideri”).

 


1 Response to “Ma Qualcuno Voleva la Soluzione Cipriota. Felici Ora?”

  1. 1

    Silvano Says

    A Dijsselbloem dovrebbero spiegare un paio di concetti, giusto the rule of law and due process.

    Senso pratico vuole che prima si discute e delibera un nuovo regime di risoluzione poi si implementa, eventualmente definendo un periodo transitorio se necessario.

    Poi c’è un aspetto – secondario in questo caso – ma non marginale visto che siamo (?) in un mercato unico: una volta definito un sistema di vigilanza e liquidazione il sostegno pubblico equivale a una concorrenza fatta con aiuti di Stato. Non dovrebbe essere quindi ammesso che nessun governo supporti i propri istituti. Anche perché in questo caso i sistemi finanziari nazionali diventerebbero un’infrastruttura sia per processi di colonizzazione economico finanziaria sia per la formazione di oligopoli protetti.

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