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Mandelbrot e le Efficient Market Hypothesis

February 23rd, 2007 by Admin

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di Jacopo, Ihc
Frattale di MandelbrotL’edificio delle moderne teorie della finanza è costruito sulle ipotesi neoclassiche dei mercati efficienti. Dalle aule universitarie, alle sale di trading, passando per i costosissimi Master in Finance sparsi per il mondo, si insegnano e si applicano  teorie del portafologlio che sono ciecamente basate su questa struttura. Da Marshall a Samuelson, la storia dell’economia finanziaria riconosce alcune proprietà ai mercati finanziari, proprietà quasi assiomatiche, e su queste e con queste girarano immense quantità di denaro.

Come spesso accade in economia però, le ipotesi vengono velocemente dimenticate, o peggio, in maniera più o meno volontaria, gli economisti dimenticano che le ipotesi sono solo “ipotesi”, e non esiste nessun processo per il quale una ipotesi col passare del tempo possa diventare un’evidenza. Schernire gli economisti in questi termini è facile e divertente. Tempo fa lessi questa sorta di battuta sugli economisti, molto eloquente, ma talmente triste da far ridere giustappunto un economista.

“Un ingegnere ed un economista sono sperduti su un’isola con una marea di fagioli in scatola. 
L’ingegnere le apre con un sasso ma si schiacciano tutte. L’economista salta fuori con la soluzione:
- Supponiamo di avere un apriscatole!”.

Nel caso delle EMH (Efficient Market Hypothesis) non solo queste ipotesi lasciano il tempo che trovano, ma sono tanto fuorvianti quanto pericolose. Con l’aiuto di Benoit Mandlebrot, andiamo ad analizzare questa sorta di assiomi cercando di giudicarne la correttezza e l’affidabilità.

La dottrina neoclassica insegna che i mercati sono sistemi efficienti, che riescono ad immagazzinare velocemente tutte le informazioni all’interno del prezzo di un titolo, in modo che la variazione relativa ad un tempo infinitesimamente  successivo sia perfettamente casuale (analizzeremo poi in che modo è casuale) e non dipendente dal passato. L’informazione arriva e… zac, si incorpora nella struttura dei prezzi rendendo impossibile ogni speculazione su di essa. Evidentemente si lasciano per strada alcune distorsioni che si possono generare: sistemi informativi privilegiati, al contrario molto diffusi, e asimmetrie varie.

In parole più semplici non si può battere il mercato, se non grazie all’aiuto della dea bendata.

Le ipotesi neoclassiche che descrivono il modello sopra descritto sono le seguenti:

–    Gli investitori sono tutti uguali
–    La variazione dei prezzi è continua
–    I prezzi cambiano seguendo un moto browniano
–    Gli investitori sono perfettamente razionali

Le ricerche del già citato Mandelbrot, e con lui di tutti quelli che avversano la struttura neoclassica “perfettista” dei mercati (su tutti E. Peters), hanno avuto lo scrupolo di distruggere uno ad uno ogni singola ipotesi-efficiente. Andiamo con ordine:

–    Non esiste omogeneità

Pensare che gli investitori siano tutti uguali, ugualmente avversi al rischio, con i medesimi orizzonti temporali è molto appropriato ai modellini per bambini. La realtà è ben diversa, affermano N.Taleb ed il padre dei frattali: esistono svariati tipi di investitori, ognuno dei quali con diverse caratteristiche. Esitono investitori di valore o di sviluppo, fondamentalisti o tecnici, cauti o folli. Se nei modelli dei vari Markowitz, Black, Scholes e Sharpe si considerano diversi tipi di investitori (leggi diversi modi di comportarsi, diverse individualità) i risultati sono tutt’altro che confortanti. Si è dimostrato (Paul De Grauwe, M.Grimaldi, 2003) che con soli due tipi di investitori differenti i modelli “impazziscono”, cioè diventano più realistici, generando soluzioni non lineari e caotiche.

–    Continuità della curva dei prezzi

"Natura non facit saltum" scriveva Marshall nel suo Priniples of economics, 1890. La natura non fa salti: è sempre continua e ad essa è possibile applicare tutte le leggi relative alla continuità. Peccato che i mercati non si comportino proprio così. Essendo sistemi formati da individui e non da particelle che seguono leggi deterministiche, i mercati hanno variazioni di prezzo che variano saltando bruscamente e senza tregua. Per Mandelbrot “la discontinuità è ben lungi dall’essere un’anomalia che è meglio ignorare”. Al contrario è la norma, un ingrediente essenziale. Come prima, aggiungere discontinuità all’interno dei modelli fa saltare tutta la costruzione logica.

–    Casualità delle variazioni

Questa è forse la cantonata più grossa, e allo stesso tempo il valore aggiunto delle critiche alla teoria del portafoglio Markowitziana. Per quest’ultima, i corsi azionari variano seguendo un moto browniano. RobertMoto browniano Brown fu un botanico scozzese che individuò un particolare comportamento tenuto dai granelli di polvere sull’acqua, comportamento che è irregolare e imprevedibile. Il moto browniano è caratterizzato da alcune proprietà, che vengono applicate all’economia:
–    Ogni variazione è indipendente dalle precedenti.
–    Il generatore della casualità è stazionario, cioè immutabile.
–    La legge di distribuzione è una gaussiana normalizzabile.

Ebbene, è meraviglioso vedere come queste tre importantissimi corollari siano completamente privi di senso, teorico quanto pratico, se applicati ai mercati. Non voglio entrare nei dettagli, ma basta usare il buon senso per capire che i generatori probabilistici nei mercati hanno due particolarità importantissime: innanzitutto non si vedono e sono inconoscibili, secondariamente cambiano in continuazione. Come gli individui compiono azioni che cambiano per addattarsi continuamente e in modo dinamico, anche i generatori del caso hanno la stessa proprietà. Gli statistici la chiamano eteroschedasticità, facendo scappare anche i più coraggiosi. Basta usare il buon senso anche per convicersi che la legge gaussiana è semplicemente inadatta a descrivere l’andamento del mercato. A causa della velocità con cui le code si schiacciano, eventi come il crollo della borsa americana nel ’87, piuttosto che quello del ’98 o dello scoppio della bolla specualtiva, dovrebbero accadere singolarmente ogni migliaia di anni! Le variazioni sono indipendenti come nella fisica di Brown? Sembrerebbe di no; si è dimostrato come comportamenti del passato possano influziare quelli del futuro, con mode, tendenze, euforia, panico, specie nel breve periodo. Riassumendo: generatori non conoscibili e affatto stazionari, leggi di distribuzione ben lontani dall’essere normali, e dipendenza delle variazioni.

–    Gli investitori sono perfettamente razionali?

Per Mandelbrot sembrerebbe di no. Secondo il matematico francese, gli operatori non “prendono sempre l’ovvia decisione razionale che porta al massimo grado possibile di ricchezza e felicità”.  Abbraccia la visione comportamentalistica dell’economia. Ho dei seri dubbi a riguardo e mi permetto una precisazione. Anzitutto razionale non significa necessariamente scelta che porta alla massima ricchezza. Almeno non in termini monetari. Razionale è un tipo concetto puramente soggettivo come precisa anche Mises. I comportamenti esoterici di qualche sperduta tribu sudamericana sono altrettanto razionali di quelli di un cinico e colto logico europeo. La razionalità va contestualizzata all’interno di un ambiente sociale. Semplicemente, nessuno vuole il male per sé, e ogni comportamento è volto a portare il massimo beneficio. Altrimenti non ci sarebbe azione. Ci sarebbe riposo, che allo stesso tempo è una sorta di azione passiva: comunque azione, comunque razionale. Questa è razionalità. Questa è la razionalità anche per la scuola Austriaca.
Su questo mi trovo in perfetto disaccordo con Mandelbrot. Ma attenzione, le affermazioni appena fatte non conducono in alcun modo a pensare che le azioni umane, essendo razionali, cioè logicamente condivisibili, siano in qualche modo tipizzabili e deterministiche. Al contrario, essendo umane e individuali sono in continuo mutamento, ben lungi dall’essere prevedibili. Qui mi ricollego con Mandelbrot, che afferma: “le persone non ragionano in funzione di una qualche utilità teorica traducibile in denaro contante”. E’ il rifiuto del tentativo neoclassico di poter misurare le utilità secondo funzioni continue, regolari, determinate. E’ chiaro che se in un modello finanziario ipotizziamo che gli operatori si comportino secondo la razionalità che noi abbiamo deciso essere quella – unica e vera – razionale e che noi abbiamo graficato su un piano cartesiano, si compie un semplificazione banale e pericolosa. Si rendo lo studio fazioso e ben poco scientifico.

Questo per quanto riguarda l’ars destruens. Benoit Mandelbrot abbatte le fondamente della teoria neoclassica. Sul piano propositivo, sostituisce alle regolarità ed ai perfettismi logici la teoria del caos e le geometrie frattali, due branchie della matematica che sembrano avere impensate relazioni con il pensiero Austriaco. Non sicuramente un autore austriaco, ma, a mio avviso, vale la pena approfondire la ricerca. Ed è proprio quello che si farà in futuro.


21 Responses to “Mandelbrot e le Efficient Market Hypothesis”

  1. 1

    John Christian Falkenberg Says

    La teoria Austriaca non ha bisogno della EMH per sopravvivere,su questo hai perfettamente ragione. Tuttavia, la cornice filosofica da cui provengono le ipotesi EMH sono le stesse abbracciate dalla teoria austriaca (Hayek sul tema), laddove Mandelbrot preferirebbe confutarle, come alcuni behavioristi. La EMH è valida, dati alcuni vincoli e soprattutto a condizione di non essere matematizzata nella maniera estrema e un po’ semplicistica che viene comunemente impiegata.

  2. 2

    jacopo Says

    Caro JCF,

    grazie dell’intervento. Vorrei sottolineare, come ho fatto nell’articolo, che delle quattro ipotesi trattate tre sono sicuramente prive di senso: stazionarietà, indipendenza, moto browniano. Sulla razionalità (indubbiamente la più interessante sul piano filosofico) ho esperesso i miei dubbi sulla visione di Mandelbrot. Come dici giustamente anche tu, il geniale approccio di Mandelbrot è consistito nel ridicolizzare Markowitz&Co. proprio per aver “matematizzato in maniera estrema ed un po’ semplicistica” quest’ultima. Entusiasta del tuo interessamento (pochi sono quelli che si interessano a queste cose) spero di poter continuare il confronto su questo tema.
    Intanto dai una occhiata veloce a questi:

    http://www.mises.org/journals/qjae/pdf/qjae6_3_8.pdf

    http://www.mises.org/journals/qjae/pdf/qjae7_1_8.pdf

    http://www.mises.org/asc/2002/asc8-wood.pdf

  3. 3

    L.Baggiani Says

    Gentili partecipanti,

    io e Jacopo ci siamo già sentiti, e già conosce il mio approccio all’economia ed alle teorie che la trattano, quindi spero che quanto scrivo non gli sia offensivo ma solo una esposizione di un diverso punto di vista.

    Non contesto minimamente il fatto che le ipotesti di base ad alcuni strumenti pratici di finanza, come BlackScholes, siano alla prova dei fatti non realistiche (ma possiamo dire anche semplicemente: sbagliate), e quindi il risultato dei modelli sia conseguentemente distorto (sbagliato). Il fatto è pacifico.

    Io contesto, o disapprovo, o qualsiasi altro termine Jacopo voglia scegliere purché assolutamente non si offenda, il “taglio” del suo articolo. Come diversi altri interventi su siti più o meno “austriacheggianti”, il suo mi pare piuttosto pervaso da un sacro fuoco iconoclasta verso la teoria neoclassica spesso definita positivista; decisamente, dato il retroterra culturale di un simpatizzante o discepolo misesiano, un attestato di stima verso chi “formalizza matematicamente” il comportamento e gli ideali umani non è assolutamente da aspettarsi, ma da parte mia sono sempre perplesso verso tutta questa veemenza che temo possa portare a trascurare alcuni punti nonché possibili spunti interessanti nel pensiero di altre scuole.
    Io non agito nessuna bandiera, se non quella della libertà individuale, per questo mi permetto in questo momento di criticare Jacopo sul suo sito.

    Fossi in lui, e altri suoi colleghi, ringrazierei di cuore i cari black scholes e merton (o merdon, visto che spesso nessuno si ricorda che è lui che ha fatto i calcoli) perché ha fornito un “paradigma” del funzionamento di un mercato perfetto o ideale, ed il fatto che siano stati sconfessati ha fornito ben tre o quattro campi (le ipotesi di partenza di questi modelli) su cui testare quanto sia lontana la realtà dalla “perfezione”, e quindi altrettante eventuali prove della correttezza di altre teorie. Lo stesso è accaduto, stavolta esplicitamente, con ModiglianiMiller, tanto per fare un esempio.

    Vorrei inoltre spezzare una lancia a favore dell’opportunità del lavoro di questi “positivisti”: gente come BSM hanno fornito uno strumento di pricing per molti impiegati sui mercati finanziari; be’ il pricing non è perfetto, ma nulla lo è, e in alcuni casi può pure guidare in un baratro, ma questo non dipende dal lavoro di BSM, bensì dall’uso incosciente che ne viene fatto: il “positivismo” se non altro dà un qualche riferimento, sia poi il singolo a decidere di affidarsi ciecamente (visto che la pagnotta la sera va portata a casa) rischiando quanto sa di poter rischiare (scelta sua, quindi rispettabile), o di prendere i risultati cum grano salis. D’altra parte, per rendere una idea operativamente applicabile a volte sono necessarie “ipotesi di lavoro” come la continuità dei prezzi, che di per sé è una fesseria ed è pure ovviabile con un po’ di matematica superiore, ma altrimenti il piccolo impiegato della city non avrebbe saputo come venirne fuori.

    Quando tutto quel che hai è un martello, tutto il mondo sembra un chiodo; a te decidere se martellare tutto o fermarti a pensare.
    In altre occasioni ho suggerito a Jacopo di criticare non l’econometria ma gli econometrici; il discorso è lo stesso. Assaltare uno strumento o una teoria non mi pare “corretto”, preferirei “stigmatizzare” certe cecità, e poi chiedersi se nel momento in cui certe idee sono state “premiate” non ci fossero esigenze pratiche che hanno reso preferibile una brutta approssimazione al vuoto operativo. Qualcuno più “smart” arriverà a migliorare il tutto.

    La mia, spero si sia capito, è semplicemente una prospettiva più pragmatica al problema della “irrealtà” del positivismo, e non un tentativo di ribaltare i fatti sopra esposti da Jacopo.

    Vorrei sottolineare che comunque Mandelbrot è un matematico che ha dimostrato con metodo matematico come un altro strumento matematico sia fallato perché si basa su una assunzione matematica non verificata in natura, e per far questo ha costruito un artificio matematico basato sull’abolizione di questa assunzione constatando che l’artificio presenta una struttura matematica diversa dallo strumento in esame, il che alla fine potrebbe pure essere cosiderato pleonastico.

    Grazie della cortesia

    p.s.: non ricordo di aver mai letto che il mercato possa essere battuto nel lungo periodo, anzi mi pareva che proprio per un semplice fatto di c.u.l.o. si potesse sperare (solo sperare) di farlo nel brevissimo periodo (l’omino bendato di Keynes) mentre alla lunga il mercato può giusto essere seguito o “replicato”.

    p.p.s.: non vedo l’ora di leggere cosa di operativo sia seguito ai lavori di Mandelbrot.

  4. 4

    jacopo Says

    Caro Leonardo,

    apprezzo la tua posizione ed il pragmatismo delle tue idee. Non condivido, invece, le critiche. Al proposito, ti propongo di raccogliere le idee e scrivere un controarticolo da pubblicare in home page. I commenti cilometrici sono sempre letti da pochi.
    Vorrei sottolinerare, come già a suo tempo fatto da qualcuno su usemlab (a mio avviso nella maniera sbagliata), che l’antipositivismo ben si distanzia dal rigetto delle scienze matematiche. Antipositivista non è colui che è stato sempre bocciato di algebra 1. Non vi è un rigetto incondizionato. Non esiste nessun sacro fuoco iconoclasta contro la scienza. Esiste una posizione contraria verso gli usi impropri della scienza e dei suoi strumenti. Come dici appunto tu, non si possono tagliare gli alberi con i martelli o segare le tavole con i cacciaviti. Il problema è che questa situazione è più che frequente quando i campo ci sono le scienze sociali. Si applicano strumenti sbagliati a situazioni inadatte. L’esempio di BSM è eloquente, come anche tu riconosci. Se poi vogliamo andare a riconoscerne il merito facciamolo. Ci mancherebbe. Non metto indubbio l’importanza del loro contributo allo sviluppo della scienza. Sarebbe un po’ come andare a cancellare dai libri di storia della filosofia Hegel, perché non ci sta simpatico (non sarebbe una brutta idea!). Tu sembri molto preparato anche sulle ragioni keynesiane dell’economia: quindi con me converrai che molte volte la formalizzazione matematica si spinge troppo in là. Fino a diventare priva di senso. A volte per giustificare un argomento, l’economista lo formalizza in equazioni.

    Quanto alla libera scelta di utilizzare o meno metodi e modelli sbagliati, ci mancherebbe ancora che fossi contrario: quella posta qui sopra è solo una critica scientifica e non politica.

    Quanto alla dimensione operativa, mi viene in mente il coefficiente di Hurst.

    Continuando a seguire IHC, se ne avrai interesse, vedrai gli eventuali sviluppi delle mie ricerche, delle quali forse ai già saputo qualche cosa..

    Cordialmente

  5. 5

    L.Baggiani Says

    Gentile Jacopo,

    accolgo felicemente il fatto che tu abbia capito il senso del mio (scusami) lunghissimo commento.
    Per come mi sono espresso sembrava effettivamente che associassi matematica e positivismo in entrambe le direzioni, e la tua precisazione mi pare molto opportuna e “rassicurante”.
    Come hai detto, siamo d’accordo che ci sono formalizzazioni inutili, se non dannose; ripeto però la mia posizione per cui alcune formalizzazioni sono dannose non di per sé (vediamo poi se al tempo si potesse ragionevolmente cassare quelle idee a priori), ma perché presentate come realtà stessa (l’errore del “positivismo”, credo, non sia il voler matematicizzare l’uomo, ma credere ciecamente nell’homo oeconomicus dimenticando i limiti dello strumento); alle solite: si deve sapere cosa si maneggia. Ma questo è un discorso generale, e magari davvero un giorno raccoglierò le idee per un contributo più formale.
    Che tu sia o meno d’accordo con le mie “critiche” non mi importa, l’importate è che tu abbia prestato una puntuale attenzione (fossimo tutti d’accordo non ci sarebbe dibattito, e neppure modelli sbagliati da correggere).
    Lavora, vai, ché ho molto ancora da sapere.

  6. 6

    Libertyfirst Says

    Oddio, un congresso di economisti. Posso dire qualcosa anch’io?

    La nota di Baggiani sulla rilevanza operativa delle teorie è interessante, perchè tocca un ambito in cui la distanza tra Austriaci e Neoclassici è terminologica.

    Gli Austriaci fanno una divisione rigida (e fondata) tra “scienza” e “tecnica”: dare strumenti agli operatori è “tecnica”, capire come funziona il mercato è “scienza”. Siccome gli Austriaci si interessano di “scienza”, e siccome ritengono (a ragione) che la teoria ha poco bisogno di strumenti operativi, e che questi hanno una rilevanza abbastanza limitata*, tendono a buttare tutti gli strumenti quantitativi nel calderone della critica all’empirismo.

    L’aspetto ironico della faccenda è che gli Austriaci, cacciati dalle accademie, di fatto lavorano tutti come operatori finanziari, e quindi sono i primi ad aver bisogno di strumenti operativi.

    Nessuno credo si sogni di verificare la validità della legge dei vantaggi comparati sperimentalmente: de facto, tutti ragionano “a priori” sull’argomento, solo che gli Austriaci lo dicono esplicitamente.

    Una volta resa una teoria sufficientemente semplice e meccanica da poter essere testata, non si può mai dire se eventuali confutazioni sono dovute alla teoria in sè o alle ipotesi aggiuntive.

    Insomma: la matematica ha un valore teorico nullo, ma un notevole valore pratico (basti pensare al “calcolo economico” misesiano).

    In entrambe i casi l’importanza delle verifiche sperimentali è sovrastimata. Ciò non toglie che lo stesso Mises ha affermato che l’imprenditore (e lo storico) ha bisogno di strumenti quantitativi. E sicuramente l’Economia Austriaca dovrebbe studiare in dettaglio il loro funzionamento, per mostrarne limiti e potenzialità.

    Purtroppo ho l’impressione che il carisma di Rothbard abbia impedito una serie di sviluppi interessanti.

  7. 7

    Libertyfirst Says

    Comunque l’argomento che ti sei scelto per tesi è molto interessante: anch’io (nel vecchio Forum Usemlab) avevo lanciato una serie di congetture sulle simmetrie tra molti temi Austriaci e la teoria frattale dei mercati finanziari.

    La simmetria più illuminante è la memoria di lungo termine: per Mandelbrot è un dato che viene fuori dall’analisi H/S delle serie; per gli Austriaci è la naturale conseguenza del fattore tempo nella struttura produttiva, cioè dell’inesistenza dell’equilibrio economico.

    Mi proponevo di riflettere sulle relazioni tra le due cose, ma non sono arrivato a nulla di concreto, per il momento.

  8. 8

    jacopo Says

    Ti riferisci alla Rescaled Range Analysis (R/A)?

  9. 9

    Libertyfirst Says

    Non so da dove mi sia uscito “H/S”, ma il mio libro “Chaos and order in capital markets” di Peters parla di rescaled range analysis con la sigla “R/S” (boh), mentre il mio H era probabilmente dovuto ad una confusione con il coefficiente di Hurst. Il libro lo devo ancora finire, al momento sto alle macchie solari, tra qualche minuto torno. 😀

  10. 10

    L.Baggiani Says

    “memoria a lungo termine dei mercati finanziari a causa della lunghezza del roundabout”
    mi pare una delle cose più sensate che ho sentito dire sull’argomento! Grande Liberty!

    Tu sei molto più introdotto di me sull’argomento “struttura del capitale”, però prova a pensare a investimenti in periodi diversi, anche su progetti diversi, come non indipendenti tra loro; mi par chiaro che in questo caso un qualsiasi shock si ripercuoterà a catena nel tempo (in che modo non saprei dirlo, forse influendo sul generator di Mandelbrot, ma in realtà anche Mandelbrot lancia il sasso e non spiega il punto).

    Il legame con le macchie solari mi pare un po’ troppo più esoterico… non vorrei si arrivasse a Ouspensky davvero…

  11. 11

    Libertyfirst Says

    Gli effetti di lungo termine nella struttura del capitale sono dovuti al fatto che il capitale fisico non è facilmente liquidabile, secondo me. Una volta investito, un capitale fisso continua ad essere impiegato, posto che il capitale circolante complementare è sufficiente, ANCHE SE nel lungo termine quel capitale fisso non dovrebbe esistere (se è impiegato, vuol dire che ripaga il capitale circolante, ma ciò non toglie che non valga la pena ricostituirlo alla fine del periodo di ammortamento).

    Ora, se un impianto della durata fisica di venti anni viene costruito per errore, il suo impiego continuerà a mantenere la struttura del capitale in disequilibrio per venti anni. Non conta che i mercati finanziari sono liquidi: il sottostante è del tutto privo di liquidità.

    Così mi sono detto: non è che la persistenza delle serie finanziarie è legata alla persistenza dei costi sommersi nell’economia reale? Per completare la congettura dovrei trovare il tempo di riflettere sulle relazioni tra valore del titolo e valore del bene capitale sottostante.

    Da questa analisi deduco anche che i tassi di interesse non sono mai tassi di equilibrio: la ricerca di liquidità per far sopravvivere capitali malinvestiti è sempre presente, e, in un contesto inflazionistico, probabilmente dominante. Quindi l’analisi di equilibrio non è molto significativa.

    Inoltre, se una parte considerevole del capitale ha una durata di cinque-dieci-venti anni, e non c’è motivo di credere che non sia così, la non-neutralità della moneta, influenzando gli investimenti in capitali fissi, deve essere rilevante per un periodo altrettanto lungo.

    P.S. Le macchie solari non sono un esempio economico: vengono usate da Peters per mostrare effetti memoria di lungo termine in fenomeni naturali, un po’ come i livelli del Nilo negli studi di Hurst.

  12. 12

    Libertyfirst Says

    Secondo me Malderbrot non spiega il punto perchè ha un approccio fenomenologico, cioè descrittivo. Gli interessano le proprietà delle serie, non le cause di quelle proprietà. Io ho una mentalità noumenologica, cioè interpretativa delle cause sottostanti ai fenomeni.

    P.S. Distinzione tratta da un libro sui filtri di Kalman che stavo sfogliando.

  13. 13

    L.Baggiani Says

    Ok sulle macchie solari (respiro di sollievo).
    Non sono d’accordo sul fatto che i tassi non siano mai di equilibrio: sono di equilibrio in quanto nascono dall’incontro delle necessità dei soggetti (che dipendono anche dalle scelte passate e dalle dotazioni iniziali), e non sono in equilibrio quando truffaldinamente distorte da interventi esterni (un esempio a caso: le banche centrali).
    In una ottica alla Mandelbrot (così torniamo sul pezzo di Jacopo, visto che questo non è un blog) però sia l’uno che l’altro, anche per i meccanismi che hai individuato, dovrebbero comportare effetti a lungo termine (e quindi memoria delle serie finanziarie).

  14. 14

    Libertyfirst Says

    La mia analisi in effetti è distorta dal concetto di malinvestment, quindi la manipolazione monetaria c’era, in sottofondo. In ogni caso, ogni errore nell’allocazione di capitali fissi ha effetti sulla domanda di capitali complementari per tutta la durata economica dell’investimento. Ovviamente, la fonte di errori più evidente nel sistema economico è la Banca Centrale.

  15. 15

    jacopo Says

    Bingo!

    Rothbard’s quote:

    “With their enormous prestige, the chaos theorists have done important work in denouncing these assumptions [referring to EMH] and in reducing any attempt to abstract statistically from the actual concrete events of the real world. . . . [There are] subversive implications that chaos science offers for orthodox mathematical economics. For if rational expectations theory violates the real world, then so too does general equilibrium, the use of calculus in assuming infinitesimally small steps, perfect knowledge, and all the rest of the elaborate neo-classical apparatus. . . . Austrians can hail the chaos theorists in their invigorating assault on orthodox mathematical economics.”

    E ancora e più interessante:

    Quote, Christopher Mayer:

    While behaviorists have led the charge against the mathematical economics of EMH, Austrian economics has also played a critical role in demolishing the premise of neoclassical economics. Austrian economics (‘praxeology’) deals with human action as its ultimate given. Austrians deal with concrete value judgments and human actions. These actions are always “rational” in the sense that they satisfy some want or desire in the acting human. Grounded as they are in the reality of human action, the theories of Austrian economics are valid for every human action without regard to its underlying motives or causes. Therefore, there is no tension between behaviorists and Austrians such as exists between behaviorists and EMH advocates or between Austrians and EMH advocates.
    For a behavioral financial economist to say that investors avoid selling losing positions due to regret theory (that is, people generally try to avoid actions that confirm that they have made a mistake) is not contradicted by a praxeological analysis that simply notes the inaction of these investors and states that they did not sell because they preferred holding these particular shares against alternative actions.

  16. 16

    libertyfirst Says

    Interessante. Mi sono fatto però una certa idea che la finanza comportamentale serva a dare la colpa agli operatori finanziari per le follie delle Banche Centrali…

  17. 17

    L.Baggiani Says

    Lasciamo lavorare Jacopo e vediamo cosa ci propone?

  18. 18

    jacopo Says

    Allora preparati ad aspettare dei mesi.. 😉
    Al momento sono in contatto con un certo Professor Grimm, Groove City College.

  19. 19

    L.Baggiani Says

    Quello dei due fratelli delle favole?

  1. 1

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  2. 2

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    […] 5 Views –   di Leonardo, Ihc     Il polemico Shostak mi offre uno spunto per ritornare sulla Efficient Market Hypothesis, sul suo rapporto con la ricerca economico-finanziaria, e valutare alcune perversioni giuridico/centralbancarie. È già stato ben rilevato da diverse parti, così come su questo sito qui e qui, che la EMH sconta alcune (forti) debolezze che in buona parte risiedono nelle “scorciatoie matematiche” impiegate nelle conseguenti formalizzazioni. Spooner, richiamato da Jacopo Ihc, ci ricorda che “il liberale non si occupa di ciò che è, ma di come questo dovrebbe essere”; il mercato finanziario ipotizzato nella EMH è in effetti un paradigma, cioè come il mercato dovrebbe idealmente presentarsi, e le conclusioni in merito alle caratteristiche dei rendimenti degli operatori sono una conseguenza di questo stato ideale. Nessuno ha detto che sul mercato non ci siano posizioni dominanti o asimmetrie informative la cui presenza, secondo le EMH stesse, porta alla possibilità di realizzare extra-profitti (“battere il mercato” in altre parole). Fenomeni di persistenza di out/underperformance (come in Cochrane) possono essere letti come normali avvicendamenti nell’andamento delle variabili attorno alla media, oppure come vere prove della possibilità di “battere il mercato” (o perdere) sistematicamente. La EMH ci fornisce comunque un riferimento concettuale (di là dalla matematica impiegata) per dire quanto siamo lontani dalla concorrenza perfetta anche in finanza. […]

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