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Meglio Deficitare (Sperando in Monsurrò vs Mazzocchi)

December 23rd, 2011 by Leonardo

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di Leonardo, IHC

 

Pare ci siano trattative per un incontro, forse nella seconda metà di gennaio 2012, tra l’ammirevole dott. Monsurrò e il professor Mazzocchi all’Ora Liberale di Torino. Per pura coincidenza, un amico mi ha sottoposto un articolo scritto per l’Unità proprio di Mazzocchi. A questo punto ho deciso di fare del commento all’amico un pezzo per IHC (tutte le scuse son buone per tirar giù un articolo) e far un po’ di pubblicità a questo possibile ma sicuramente interessantissimo confronto.

Credo nessuno si stupirà se dal mio pulpito esce una critica negativa al pensiero economico di Mazzocchi.

 

Molto in breve, Mazzocchi critica l’enfasi sul pareggio di bilancio, vedendolo essenzialmente come un relitto dell’era Reagan-Thatcher, periodo di mito attorno all’efficienza del mercato, riesumato nel pieno di una crisi originata dal mercato stesso. Il nostro Prof contesta anche l’infondatezza giuridica dell’inserimento di tale vincolo nella Costituzione, nonché l’incoerenza con i principi di sana gestione già inseriti nel Trattato di Maastricht. Mazzocchi inoltre contesta l’efficienza dei “mercati” indicando che le risorse liberate attraverso il controllo dei deficit pubblici negli anni ’90 non sono diventate investimenti bensì sono fuggite all’estero, giungendo infine alla tesi – non solo sua, per carità – che gli squilibri commerciali infra-europei siano la causa delle difficoltà economico-finanziarie che, tra le altre cose, hanno investito recentemente anche l’Italia.

A parte l’oggettivo problema di riassumere 30 anni di storia economica in un paio di colonne di articolo, per cui tutti i nessi causali restano non detti e quindi si espongono solo le conclusioni (senza spiegare tutti i passaggi si può in pratica concludere tutto e il contrario di tutto), direi che Mazzocchi, della questione del debito e degli squilibri commerciali, non ha capito molto.

 

Che la crisi corrente abbia origini più profonde di una “generica irresponsabilità del settore privato” è spiegato dalla storia (quando narrata senza omissioni) e dalla teoria austriaca (come testimoniano, nel loro piccolo, cinque anni di IHC), ma lasciamo stare.

Mazzocchi lamenta che si vuol procedere “limitando al più possibile i margini di manovra dei governi” anche “in mancanza di un qualsiasi argomento valido di tipo tecnico per immortalare la rozzezza e l’incongruenza di una tale proposta [di vincolo al pareggio di bilancio] nella nostra legge fondamentale”. Prima di tutto rendo il giusto merito al professore di volerla mettere sul piano “tecnico” (a prescindere dal contenuto) in un contesto informativo che tende a mettere da parte i tecnicismi per parlare “alla pancia”, e ora andiamo la sodo. Il pareggio di bilancio in realtà toglie alcune possibilità ai Governi, certo, ma (purtroppo per me) lascia ancora spazio per tutte le politiche redistributive, anche di indirizzo, odierne, sia tra ceti che tra settori diversi; nel caso si passa per forza da un’ottica quantitativa ad una qualitativa della spesa, ma Mazzocchi non sembra in grado di cogliere il punto.

Inoltre l’attuale terzo comma dell’art.81 Cost. dice che “ogni altra legge [che non sia la legge di bilancio] che importi nuove o maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte”; che l’indebitamento netto sia una forma di “copertura” – appunto la fattispecie della spesa in deficit – così come il comma è stato finora interpretato, è una evidente forzatura del testo costituzionale valida, al limite, solo finché è possibile ricorrere al mercato finanziario con livelli di tassi di interesse sostenibili – fattispecie che oggi è evidentemente non più valida. In ogni caso, la Costituzione già prevede un “vincolo di bilancio”, per cui tecnicamente parlando la proposta attuale può pure venir considerata come esagerata o estrema (giudizio di opportunità) ma è niente più di una formalizzazione o specificazione della norma costituzionale preesistente. La ratio dell’art. 81 Cost. è la sostenibilità del bilancio statale, e il pareggio è uno strumento possibile in generale e necessario in particolare data la corrente congiuntura ed il passato fiscale del paese.

 

Andiamo avanti. Mazzocchi dice che la proposta “non è un’applicazione nè [sic] metodologicamente solida nè [sic] operativamente efficace del principio […] previsto dal Trattato di Maastricht”. Mi chiedo cosa ci sia dietro gli avverbi in –mente utilizzati dal nostro Prof, perché in realtà a Maastricht si decise per un tetto al deficit sì al 3% (quindi non un vincolo al pareggio), ma scontando una prospettiva di crescita media del PIL del 5%; fatte le dovute proporzioni sulla attese di (de-)crescita odierne a me sembra chiaro che si debba ormai puntare “per lo meno” al pareggio di bilancio.

 

Va ora ricordato che la contabilità nazionale (non una teoria, proprio i conti dello Stato!) ci mostra come il saldo delle partite correnti sia il riflesso dell’eccesso del risparmio privato rispetto ad investimenti e deficit pubblico. Mazzocchi dice che negli anni ’90 si è avuta una “imponente riduzione dei deficit pubblici” ma il risparmio così liberato è defluito verso l’estero invece che andare in investimenti. I dati (aggiratevi pure qui) dicono che effettivamente c’è stato uno sforzo di contenimento del deficit, a parte le punte del 7%, ma il bilancio è comunque rimasto in rosso, mentre giusto negli anni ’90 i conti con l’estero sono stati positivi, fatto coerente con la stazionarietà (a livelli non alti) degli investimenti. Ridurre il deficit implica comunque che resta un deficit, quindi un assorbimento di risparmio privato, ma per la conversione in investimenti contano anche le condizioni di operatività privata, la qualità dell’economia, e non solo la quantità di capitale finanziario disponibile; in un paese mal gestito, liberare il risparmio significa risorse per finanziare l’estero in quanto nostro importatore.

Il saldo con l’estero, visto nel suo legame con gli investimenti, è pertanto l’effetto di altri più profondi problemi come vastità e inefficienza della spesa pubblica e qualità delle istituzioni (normativa, certezza del diritto, tutela della proprietà, libertà di impresa, istruzione); dire, come Mazzocchi, che è stata “individuata soprattutto nella posizione di un paese verso l’estero la principale fonte di squilibrio dell’area euro” è come dire che la mela che cade è la causa della forza di gravità.

 

Alla fine il nostro Prof espone il proprio pensiero fondamentale per cui “l’alternanza fra saldi positivi e negativi non dipende solo dal ciclo economico, ma anche dalla capacità del settore privato di generare un livello di […] piena occupazione”. A parte tutta la discussione da Mises a Hayek (ma volendo già da Menger e fino a V.Smith) che trasforma le parole di Mazzocchi in una wishlist per Babbo Natale, è chiaro che la weltanschauung sottesa è quella di una produzione (e una imprenditorialità) da finalizzare non alla ricerca dell’economicità di beni e servizi, con l’innalzamento degli standard di vita quale successivo risultato, bensì alla mera creazione di posti di lavoro. Il fine è lodevole, ma il percorso è fuorviante, perché focalizza l’attenzione sulla “quantità” dell’intervento statale (da cui la giustificazione a priori di ogni deficit di bilancio) invece che sulla “qualità” sia dell’intervento che del risultato: andare in deficit per “stimolare” (cioè “pagare”) sessanta milioni di italici posti di lavoro nella produzione di ciabatte da spiaggia quando la stessa qualità di prodotto è importabile dalla Cina a prezzi ben inferiori, significa impegnare il futuro dello Stato e dei suoi cittadini per una piena occupazione che crollerà subito domani. Quel che conta è produrre cose che siano apprezzate sia all’estero che nel proprio paese, beni e servizi di una qualità che valga la pena del prezzo richiesto, ed è questa capacità di “scoperta” che permette l’impiego al massimo delle risorse, lavoratori compresi. Per realizzare questo l’attenzione non può essere banalmente sulla quantità di spesa quindi sulla necessità dei deficit statali (ché le risorse sono finite, a meno che non si creda che stampare soldi significhi creare risparmio e risorse dal nulla) ma su quale tipo di spesa fare e quale non fare, il che può ben essere fatto “a saldi invariati”.

 

In ogni caso c’è un dato di realtà: la voglia di finanziarie l’Italia è calata moltissimo e la gestione delle finanze pubbliche non può prescindere da questo perché semplicemente è un vincolo esiziale per il mantenimento della esistente spesa a debito.

È straniante aver sentito tante filippiche contro l’insana tendenza (mutuata dagli USA) di vivere “a debito” e poi trovarsi chi vuol continuare ad applicare questa insanità allo Stato e quindi sulle tasche degli altri.

Speriamo che Monsurrò e Mazzocchi vorranno veramente dar luogo a questo significativo confronto.

 


3 Responses to “Meglio Deficitare (Sperando in Monsurrò vs Mazzocchi)”

  1. 1

    prometeo Says

    10 e lode per l’immagine :) cercherò di non perdermi il confronto…

  2. 2

    Leonardo Says

    Bravo

    e… buon anno (p.s. ma hai “chiuso” il sito’)

  3. 3

    prometeo Says

    No il sito è ancora aperto… sono le workingidea che mancano.

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