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Mercati Congenitamente Diffidenti?

February 20th, 2012 by Leonardo

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di Leonardo, IHC

 

Dal libro di Mutti “Finanza sregolata?”, di cui ho già parlato qui, emergono alcune riflessioni sul rapporto tra fiducia e sfiducia in cui queste due “propensioni intellettuali” non sono semplicemente l’una l’inverso dell’altra.

Lo studio di questi due “atteggiamenti mentali” – confidare o meno per principio, e in misura più o meno marcata, su un comportamento cooperativo corretto e non opportunistico da parte degli altri – è rilevante per lo sviluppo o meno dei rapporti economici (scambi) e in generale per la crescita dell’economia. Nell’ottica di Mutti, tra l’altro, questa conoscenza è basilare per (tentare) una gestione dei cicli di fiducia/sfiducia e, tramite questi, del ciclo economico.

 

Un ambiente economico, un mercato, caratterizzato da elevati livelli di fiducia interpersonale (verso gli altri operatori) e istituzionale generalizzata (verso il sistema di mercato e l’ambiente democratico) o focalizzata (verso quella certa istituzione governativa o di mercato o sociale), è un ambiente in cui tendenzialmente si è più propositivi sul lato degli scambi, della cooperazione e dell’associazionismo; si parte dal presupposto che la controparte non agirà opportunisticamente, ed il senso di sicurezza così vigente spinge appunto a provare – con successo – nuovi ed ulteriori rapporti economici su un ampio raggio di operatori economici. Un ambiente economico caratterizzato da elevati livelli di sfiducia, per converso, è popolato da agenti restii ad intrattenere rapporti economici quanto più la controparte è “lontana” e non conosciuta. Gli scambi sono ridotti, e così il tasso di sviluppo dell’economia. Va da sé che è meglio che ci sia fiducia…

Essenzialmente si può sempre passare da uno “stato mentale” all’altro, purché vengano forniti opportuni stimoli (esperienza, prove, meccanismi di protezione privati o istituzionali…); il problema sottolineato da Mutti è che se può essere facile passare dalla fiducia alla sfiducia (o distruggere una reputazione) perché la fiducia stessa “espone” gli operatori ai comportanti altrui che possono ben rivelarsi opportunistici (e quindi dannosi), il passaggio dalla sfiducia alla fiducia (o la ricostruzione di una buona reputazione) deve anzitutto superare una riottosità iniziale ad intrattenere rapporti (il diffidente, per definizione, evita di allacciare rapporti supponendo di venir il più delle volte deluso) e solo dopo potrà testare il rapporto attraverso forme di protezione del pericolo di rapporti opportunistici (garanzie, certificazioni, supervisioni, vincoli contrattuali, limitatezza nel tempo dei singoli affari…) che solo con il tempo (cioè con una progressiva esperienza positiva) potranno restaurare un adeguato livello di fiducia.

Questa asimmetria di comportamento è ciò che rende le fasi economiche di sfiducia particolarmente pericolose, in grado di produrre avvitamenti depressivi gravi proprio nello stile degli animal spirits di Keynes. Il fenomeno contrario si ha nei boom, ma per quanto detto sopra questi sono il problema minore.

Questo quadro mi ricorda un po’ le concezioni “volgari” di individualismo che vengono esposte un po’ ovunque per dimostrare la superiorità morale ed economica di un mondo solidale (o collettivista) rispetto a quello individualista (o liberale). Un sistema liberale classico, di puro mercato, sarebbe infatti segnato da un totale egoismo ed opportunismo che finirebbe per distruggere i rapporti sociali; sfruttando il focus di Mutti si potrebbe dire che un’economia di mercato sarebbe una fucina di sfiducia e pertanto sconterebbe performance peggiori. Queste letture sono per lo meno molto ingenue: nessun liberale vuol imporre egoismo ed opportunismo, e se questi fenomeni si presentano è perché fanno anch’essi parte della complessa natura umana. Quel che si può fare è cercare di gestirli e contenerli, e le stesse istituzioni (dalla giustizia alla contrattualità fino ai sistemi di comunicazione della reputazione) sono strumenti per questo risultato, come Mutti stesso ammette.

 

La presentazione di Mutti però lascia aperto il problema. Lo stato di sfiducia presenta caratteristiche di dominanza relative, e volendo al limite pure di “stato assorbente”. Se schematizzassimo i comportamenti degli individui ed il loro stato di fiducia/sfiducia in una sorta di matrice, ed applicassimo ricorsivamente delle “matrici di transizione” che riportino come probabilisticamente gli operatori si comporteranno e come reagiranno i loro stati di fiducia/sfiducia, stante questa “rigidità all’uscita” degli stati di sfiducia, il risultato di equilibrio di lungo periodo di una tale catena di Markov sarebbe infatti un alto tasso di sfiducia al limite pari al 100% degli operatori. Questo chiama tutta l’impalcatura di interventi istituzionali (governativi) esposti da Mutti che può arrivare fino all’esasperazione (continue “scatole cinesi istituzionali” che instillino una rassegnazione o “accettazione pragmatica” del sistema intero), sempre che l’iper-complessità delle economie moderne non renda tutto questo comunque inutile (si veda il pezzo precedente e suoi rimandi).

Ma è questo il mondo? Non esattamente. Mutti ci dice anche che “[…] il concedere fiducia per primi ha un profondo significato morale perché produce una pressione alla cooperazione e alla socievolezza […]”, ma questo risuona molto di quanto esposto da V.L. Smith e di cui vi ho parlato qui (e mi permette di ribadire che un contributo austriaco avrebbe fatto bene al libro)! Effettivamente la concessione di fiducia è un messaggio (“cooperiamo?”) che presuppone un certo rischio sul suo accoglimento (“sì/no”) e sui comportamenti successivi (“dimostro di meritare fiducia / mi comporto da opportunista”). Perché questa “strategia” venga messa in moto è necessario un certo bagaglio di fiducia pre-esistente – che sia spontaneo o sostenuto da accorgimenti istituzionali privati o pubblici, come identificato anche da Mutti – e così si torna al problema dello “stato assorbente” della sfiducia (a causa dell’esperienza) che blocca sul nascere le probabilità di scambio tra gli operatori. Ma V.L. Smith, richiamando gli sviluppi e gli esperimenti di behavioural economics proprio come Mutti ma “leggendoli” in modo diverso, ha mostrato che esiste una contro-intuitiva – apparentemente irrazionale – propensione a rischiare cercando cooperazione anche presso totali sconosciuti (neppure conoscibili a posteriori). In un certo senso è come se nel complesso gli operatori riuscissero ad esprimere un tasso di “fiducia” aggregato coerente con le probabilità di successo del loro “invito alla cooperazione” e con i guadagni reciproci attesi, in modo che il risultato aggregato risulti superiore a quello teorico e “razionale” dettato da egoismo ed opportunismo. Personalmente ho trattato questo aspetto comportamentale come una forma di hayekiana “conoscenza diffusa e dispersa” che, quando adeguatamente incorporata nei valori attesi dei risultati (in generale, nelle aspettative), rende le scelte “rischiose” degli operatori assolutamente razionali in senso classico.

Allora si apre un mondo diverso: in realtà esiste una calibrata “propensione alla cooperazione” o meglio una naturale (benché non totale) “fiducia” generalizzata; questo, secondo me, riduce molto il problema della dominanza dello stato di sfiducia e con esso del pericolo degli avvitamenti del sistema economico in spirali di sfiducia e recessione, nel senso che non si tratta di processi senza fine ma devono confrontarsi prima o poi con un “pavimento” dato dalla naturale propensione alla cooperazione delle persone: l’agente economico-sociale (homo agens, non homo oeconomicus) è quindi nel complesso consapevole dei vantaggi della cooperazione e della sua tendenziale superiorità sul mero individualismo egoistico ed opportunistico, benché sappia che esistono dei limiti e non trascurabili rischi di “delusione”, e tende a sfruttare questa possibilità. La fase discendente del ciclo fiducia/sfiducia andrebbe allora interpretata (come in parte fa anche Mutti) come un rientro da comportamenti eccessivamente “confidenti”, che può pure scontare fenomeni di overshooting ma non per questo sfociare in illimitate recessioni; il problema è che dal lato politico (e politico-economico) non si può capire dove finisce il riequilibrio delle aspettative e fin dove ulteriori ritracciamenti siano solo un overshooting che presto verrà recuperato, e quindi non si capisce se si stia assistendo a un fenomeno “naturale” di riposizionamento degli agenti per poter dispiegare meglio la loro tendenza alla cooperazione o se si tratti di un vero “avvitamento” del sistema, pertanto emerge l’esigenza “politica” di trovare una strada per intervenire sulle aspettative (pretendendo di instillare fiducia).

 

Se il contributo di V.L. Smith è applicabile nell’ambito di analisi del libro di Mutti, allora la “sfiducia” perde le caratteristiche di “stato assorbente” (le implicite “matrici di transizione” di Mutti sarebbero quindi mal calcolate) e si riduce di molto la problematica sociologica (economica generale e dei mercati finanziari) imperniata sull’asimmetria degli stati di fiducia e di sfiducia. Al contempo si riducono anche gli spazi di intervento positivo, che diventerebbero solo delle turbative di naturali comportamenti di riequilibrio comportamentale e non delle salutari “scosse” contro evoluzioni sociali perverse.

Il mercato non è quindi “congenitamente diffidente”… forse il contrario.

Forse questo ha un ruolo anche nel fenomeno di “accettazione pragmatica”, ma si va troppo oltre i miei limiti di analisi (già ampiamente superati tra l’altro).


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