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Mercati Finanziari da Sociologicizzare?

February 6th, 2012 by Leonardo

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di Leonardo, IHC

 

Ho letto “Finanza sregolata? Le dimensioni sociali dei mercati finanziari” di Mutti, libro del 2008 che cerca di avviare un filone sociologico nell’analisi dei mercati finanziari, o un’analisi dei mercati finanziari dentro la sociologia, in Italia; un merito del libro è il voler incitare “fecondazioni reciproche” tra economia e sociologia mantenendo comunque la separazione delle discipline.

Il libro ha qualche pecca, che sottolineerò (figuriamoci!), ma comunque qualcosa insegna riguardo l’analisi dei fenomeni generali di fiducia sfiducia e reputazione – cercando di legarli al ciclo economico – ed offre spunti di riflessione che un po’ alla volta credo di sfruttare.

 

La madre di tutte le pecche di questo libro è l’aver omesso qualsiasi riferimento alla Scuola Austriaca (richiamando invece ampiamente soggetti come Guido Rossi). In vari punti viene infatti trattato il mercato finanziario come collettore, elaboratore, e diffusore di informazioni di valore sia finanziario che sociale, nonché come luogo di ricerca di nuovi equilibri/strutture istituzionali a carattere pure spontaneo permessa da una certa propensione “associazionista” dei partecipanti. Benché il focus vada poi sulle agenzie di rating e revisione e sulle istituzioni formali di controllo (doveroso il richiamo a Akerlof e Stiglitz), il discorso segue anche una trattazione generale e teorica, e qui si sente la mancanza dei contributi di Hayek su forma e circolazione della conoscenza nonché sulla spontaneità delle istituzioni ed il ruolo della coercizione statale, e di Mises riguardo la “legge di associazione” e la catallassi; ancor più in generale manca un punto di confronto un po’ più profondo sul concetto di individualismo metodologico che, nella critica di Mutti, pare in realtà ingenuamente riferito ad un atomismo stretto di stampo classico se non “iper-classico” (il pur non nominato homo oeconomicus privo di dimensione sociale che l’austrismo sostituisce con un homo agens).

 

Non stupisce pertanto che questo preteso “superamento dell’individualismo metodologico” sfoci in frequenti richiami a concetti “di massa”, come l’insistere sui rapporti guida-gregario, sulla psicologia delle folle e heard behaviour, e sui (molto keynesiani) “paradossi di composizione” ([…] le ondate di fiducia e sfiducia nei vari titoli possono essere interpretati, dal punto di vista individuale e di breve periodo, come comportamenti speculativi razionali che producono, nel lungo periodo, effetti imprevisti macro di irrazionalità del sistema finanziario […]”). Non stupisce poi che in generale si respiri un che di keynesiano (la Teoria Generale è perfino citata), nel senso che si dipinge una realtà fondata decisamente, quasi interamente, sulle aspettative (d’altra parte un focus sui mercati finanziari presi come avulsi dall’economia reale porta a questa visione estremizzata), dove il potere normativo coercitivo e comunicativo statale opera per “guidare” appunto le aspettative al fine di ottenere certi risultati reali; essenzialmente, dove il libero mercato genera sfiducia, enti superiori agiscono per fornire una rappresentazione “fiduciosa” del sistema, il che è necessario dato il forte legame tra i cicli di fiducia/sfiducia generalizzata e le ciclicità economiche reali.

Questo (per me) svarione intellettuale ha il culmine quando si asserisce che le disuguaglianze socio-economiche sono generatrici di sfiducia (e quindi deleterie per lo sviluppo economico), sottilmente suggerendo un qualche obiettivo di “equità” per la politica economica. È un peccato che Mutti non si interroghi se si debba guardare alle differenze socio-economiche in quanto tali o in quanto effetto di altre disparità di natura magari politico-giuridica (sistemi di privilegio/protezione di origine politica statale o burocratica).

A prendere per buoni i presupposti del libro, siamo tutti dei burattini delle aspettative, e tramite queste siamo “gestibili e direzionabili” per il nostro bene (la crescita economica), e tendenzialmente perdiamo valore come individui assumendone invece come “folla”. Non per nulla Mutti mostra una certa tendenza a mischiare i concetti di reputazione ed emotività, prospettando pure una “teoria delle emozioni” per meglio studiare e gestire le “contraddizioni della mente” e le “debolezze della volontà” (oltre ad essere dei burattini, siamo quindi pure logicamente labili).

Insomma, siete avvertiti, il libro è un testo di sociologia che sconta un certo “collettivismo metodologico” e un marcato favore per la visione economica di Keynes.

 

Curiosamente è posta enfasi sui sentimenti di fiducia/sfiducia “inespressi”, cioè non ancora oltre un livello-soglia cui seguano relative azioni. Da una parte non dovrebbe fregarci molto di “quel che si ritiene qualcuno pensi ma cui non faccia seguito una azione coerente” – austriacamente rileva solo quest’ultima – ma da un’altra parte può essere interessante sapere che i soggetti siano distribuiti secondo una certa graduazione di intensità dei sentimenti di fiducia (o sfiducia), tra cui alcuni si trovano vicini alla “soglia” di reattività, in quanto permette di pensare che un certo pur minimo cambiamento in un fattore di fiducia o sfiducia può scatenare il passaggio da o verso la soglia di “azione” cui segue un diverso posizionamento dei mercati finanziari se non dell’intera posizione ciclica dell’economia. La cosa curiosa sta nel fatto che ragionare di “variazioni marginali” nei fattori di fiducia/sfiducia che possono comportare un effetto sensibile (azione) nei soggetti posizionati al “margine” della sfera delle azioni economiche significa ragionare esattamente secondo lo schema di pensiero della scuola marginalista, ed il “marginalismo” fornisce una base concettuale all’individualismo metodologico comune a tutto il liberalismo (pur nelle differenze di metodo tra quello classico e quello austriaco).

Il testo inoltre tende un po’ troppo ad innamorarsi delle proprie analisi dell’evoluzione e della gestione di fiducia e reputazione per spiegare esistenza e permanenza di alcune istituzioni come le agenzie di rating e di revisione, finendo per dimenticare il “piccolo particolare” che tali agenti sono espressamente richiesti o meglio imposti dalla legislazione (su questa “dimenticanza” vi avevo già detto qui), il che è ben determinante per la loro permanenza sul mercato.

 

Dopo questo cappottino non sembra resti molto da salvare; eppure il libro ha anche dei meriti. Mutti è bravo nel sottolineare l’ampiezza dei possibili oggetti di fiducia/sfiducia, che comprende sia soggetti operanti sul mercato, che soggetti posti “gerarchicamente” sopra al mercato (fino ad arrivare ad enti sovranazionali), ma pure i meccanismi astratti di funzionamento del mercato o altre istituzioni (con giudizi di fiducia perfino contrastanti rispetto a quanto espresso sugli attori di questo meccanismo: il giudizio sul sistema democratico può essere positivo mentre quello sul Governo negativo), fino a considerare pure la “comunicazione” in sé; Mutti sottolinea inoltre – e senza apparente vis polemica – che la reputazione è di per sé oggetto di attività imprenditoriale sia per la sua costruzione (o distruzione) che per la sua diffusione, e che il peso relativo di queste funzioni dipende particolarmente dall’ampiezza del mercato in esame e dalla complessità del sistema prodotto-mercato-istituzioni; al proposito si vede, opportunamente, l’attuale mondo “globalizzato” ed ancora in evoluzione come un mercato “iper-complesso” che crea rilevanti problemi sia nella stabilizzazione delle aspettative che in una loro eventuale “gestione” (anche grazie al “sapore keynesiano” di certe analisi, non si cade troppo lontano dai discorsi di Cubeddu); interessanti sono pure gli spunti su un ciclo fiducia/sfiducia che può comprendere pure l’azzardo morale (in forma di opportunismo) da cui seguirebbero cicli del rischio e quindi i cicli economici boom/bust (di cui un mio abbozzo in attesa di qualcosa di strutturato da parte di Monsurrò).

 

Spero di riuscire quanto prima a sfruttare qualcuna delle intuizioni o degli spunti costruttivi che Mutti offre.


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