Clicca qui per Opzioni Avanzate


Milk Wars: l’Impero Colpisce Ancora

3 Votes | Average: 4.67 out of 53 Votes | Average: 4.67 out of 53 Votes | Average: 4.67 out of 53 Votes | Average: 4.67 out of 53 Votes | Average: 4.67 out of 5 (3 voti, media: 4.67 su 5)
Loading ... Loading ...

March 25th, 2011 by Leonardo

2,114 Views - Segnala questo Articolo/Pagina

di Silvano, IHC

 

Non c’è da essere molto ottimisti quando l’incremento di una partecipazione azionaria in una azienda alimentare diventa motivo sufficiente per convocare l’ambasciatore di uno Stato confinante. È molto tempo ormai che il Ministro dell’Economia Tremonti procura ad intervalli più o meno regolari gioie ai neomercantilisti di destra riscuotendo una tacita approvazione dai veterosocialisti di sinistra. Ma la ciliegina sulla torta ce la mette in data 19 marzo Il Sole 24 Ore, giornale confindustriale par excellence, con una staffetta di articoli sulla protezione delle imprese espressione degli “interessi nazionali” (nozione alquanto dilatata, visto che le vicende recenti non coinvolgono Alenia o Finmeccanica ma di Bulgari e Parmalat). Spicca su tutti il fondo di Plateroti “Cosi si può giocare ad armi pari”, pezzo denso della più bieca, trita e vomitevole retorica nazionalista in cui le tematiche economiche vengono affrontate ricorrendo ad analogie di importazione militare e piratesca. Compaiono nell’ordine le seguenti espressioni: “imprese strategiche”, “difesa dell’economia”, “mantenere alta l’attenzione sul proprio territorio”, “scongiurare le scorribande”, “lo scudo dell’interesse nazionale”, “resistere all’attacco” e per non annoiare ulteriormente mi fermo qui, perché l’ultimo virgolettato è soltanto a metà dell’articolo.

Sempre nell’edizione dello stesso giorno, a pagina 7, spicca al centro un macroscopico elenco colorato di aziende italiane partecipate o controllate da imprese francesi a cui segue in contrapposizione una breve lista di imprese francesi (Foncière des regions, Ciments français, Générale de Santé) acquisite o partecipate da aziende italiane. Si parla di “rapporto asimmetrico” ed anche Susanna Camusso, la segretaria del sindacato italiano con la più vetusta visione dell’economia dichiara “siamo di fronte ad una disattenzione della politica industriale” (sic!) manifestando così una certa sintonia con la controparte confindustriale rappresentata da Emma Marcegaglia (“non possiamo essere solo prede”).

 

Per quanto possa suonare retorico, è opportuno ricordare che Collecchio non è Bengasi e l’amministratore delegato di Lactalis non si chiama Gheddafi, anche se la politica è più prona a stendere tappeti rossi e baciare le mani a quest’ultimo piuttosto che agli investitori stranieri. L’Italia certamente non brilla in termini di capacità di attrarre investimenti diretti dall’estero e per spiegare ciò esiste almeno un miliardo di motivi riconducibili all’intervento pubblico nell’economia sotto forma di fiscalità pesante, burocrazia, incertezza del diritto, lentezza della giustizia civile, regolamentazioni pletoriche e chi più ne ha più ne metta. A questa lunga serie di ragioni ne possiamo aggiungere un’altra: una consistente parte dell’élite economica influente e collusa con la politica, intrisa di corporativismo, che all’occorrenza dipinge ipocritamente la produzione nazionale come una torta da mantenere saldamente sotto controllo di patriottici capitani d’industria con lo stesso tono con cui rinfaccia agli autoproclamatisi “progressisti” la medesima visione gastronomica dell’economia quando parlano a vanvera di ridistribuzione dei redditi. Finti liberali a targhe alterne, beneficiari di appalti, costruttori di opere pubbliche inutili così come di autostrade che mai giungono a compimento, rinnovabilisti dell’eolico e del fotovoltaico, gilde e corporazioni di ogni sorta: tutti appesi al carrozzone, tutti a chiedere che “il Governo faccia qualcosa” perché da questo, prima ancora che dalla soddisfazione dei clienti, dipende il loro fatturato. Non potendo far valere l’utilità dei prodotti e dei servizi forniti al pubblico fanno affidamento a regolamenti, prezzi e sussidi decisi a tavolino da tecnocrati benevolenti e “illuminati”. Godere degli agi che un sistema libero e concorrenziale riserva ai produttori migliori con la stessa certezza con cui un ministeriale riscuote lo stipendio il ventisette, senza fronteggiare quella cosa dura ed aspra chiamata “concorrenza” che espelle dal mercato i più inefficienti è l’obiettivo ultimo di molti nostrani sedicenti capitalisti.

In Francia il Governo interviene nelle operazioni private tramite un utilizzo tutto discrezionale dell’Amf (l’equivalente d’oltralpe della nostra Consob), tramite partecipazioni dirette, tramite pressioni sotto forma di incentivi speciali e tassazioni punitive e tramite il decreto De Villepen del 2005. Ovvio che queste misure scoraggino e rendano più complesse le operazioni societarie in suolo francese da parte di soggetti stranieri. Ma ciò rappresenta un vantaggio competitivo o piuttosto una fonte di rendita per politici e industriali monopolisti a scapito di contribuenti e consumatori? Se gli investimenti in Francia sono meno appetibili di quanto sarebbero altrimenti una parte di questi finisce in paesi che offrono condizioni migliori, con tanti saluti al patriottismo gallico. Pretendere “reciprocità” significa semplicemente chiedere l’applicazione di norme reciprocamente svantaggiose. Le élite economiche di questo paese si preoccupano quotidianamente di dirigere l’interventismo statale molto più di quanto non pretendano a parole dal Governo di fare un passo indietro lasciando individui e società più liberi di gestirsi da soli. Questo perché in Italia il potere economico è sovente visto come una forma evoluta e raffinata del potere feudale. Presto o tardi i Don Rodrigo della produzione nostrana finiscono per riporre i loro quattro soldi nelle superprotette banche o in straregolamentate aziende energetiche: stufi o impotenti di fronte alla competizione globale chiedono conforto e ristoro all’Alcalde dell’Economia. Ciò che costoro chiamano “mercato regolato” e “competizione giusta” non è altro che un socialismo corporativo condannato dalla storia al pari del socialismo collettivista. E non stupisce affatto che produttori e sindacalisti si trovino concordi nell’invocare maggiori dosi di politica industriale sotto l’ombrello di un neomercantilismo che scarica il conto su consumatori ignari, contribuenti vessati e disoccupati esclusi dal mercato del lavoro.

Ciò che è sempre mancato storicamente in Italia è la sana e salutare sfiducia nei confronti del potere politico e dell’arbitrio. La lista dei proni al potente di turno è sempre stata copiosa. La parola libertà è costantemente impiegata come paravento nella difesa del proprio “particulare”: il paese della teoria politica di Machiavelli ha sempre fatto propria la prassi descritta da Guicciardini.

 

Mentre la frittata nordafricana si sta evolvendo sulla spinta degli interessi della realpolitik energetica, è bene ricordare ai neomercantilisti, agli statalisti, ai sostenitori dell’interventismo, che tanto facilmente si preoccupano dei soldi francesi ma mantengono l’aplomb del caso quando a spostarsi sono i caccia Rafale, che ridurre la sfera della (altrui) libertà economica conferendo sempre più potere coercitivo a politicanti e tecnocrati produce spesso effetti indesiderati. Perché chi controlla i mezzi (vedi la foto qui) determina anche i fini (vedi la foto qui).

Spediscilo ad un amico in PDF www.pdf24.org
Print This Post

0 Responses to “Milk Wars: l’Impero Colpisce Ancora”

  1. Ancora nessun commento

Aggiungi un tuo Commento