Mises e Hayek – Autobiografie a Confronto (parte V)
January 7th, 2011 by Leonardo
IHC vi presenta la quinta lezione del professor Muscatello. Per la verità stavolta non si tratta di un vero confronto tra Mises e Hayek, bensì di una specifica del pensiero Hayekiano (non contrastante con Mises) riguardo il valore riconosciuto alla Teoria dei Giochi, un po’ una nota (notarella, la definisce lo stesso Muscatello) aggiuntiva alla precedente discussione sul valore della matematica. Ringraziamo di nuovo il professore per i suoi contributi.
di Biagio Muscatello, Università di Siena
Noterella Austriaca sui Giochi
Hayek non dà molte chances all’impiego della teoria dei giochi in economia:
“Non voglio essere scortese nei riguardi del mio caro amico, oggi scomparso, Oskar Morgenstern [Hayek parla nel 1978], ma sebbene ritenga che il suo libro rappresenti un grande contributo alla matematica, il primo capitolo che riguarda l’economia contiene concetti sbagliati. Non credo di poter dire che la teoria dei giochi abbia dato un contributo importante all’economia. Ma è una disciplina matematica molto interessante”.
Hayek non dice molto di più sulla teoria dei giochi.
Vediamo di comprendere meglio le ragioni di questo disinteresse (condiviso con Mises), tenendo presente l’avversione dei due grandi austriaci a qualsiasi progetto di ingegneria sociale.
1 – La sfera della morale non si identifica con la sfera della conoscenza
È del tutto normale cercare di migliorare la previsione dei possibili esiti delle azioni e di esplicare razionalmente fattori decisionali che prima erano considerati “residui” non analizzabili [1]. Può sembrare che la teoria dei giochi non abbia nulla a che fare con il “costruttivismo”. Ma chi attribuisse alla teoria dei giochi il postulato implicito che una maggiore comprensione dei fattori motivazionali produrrebbe comportamenti più virtuosi (collaborativi) – quasi fosse valida l’antica equazione della Scolastica “verum et bonum convertuntur” – si troverebbe davanti la famosa Is/Ought Question, discussa da Hume, e da lui risolta con una separazione drastica, nei seguenti termini:
-
L’opposizione vero/falso è una questione di conoscenza e ha a che fare con la sfera dell’essere.
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L’opposizione buono/cattivo riguarda il dover essere e dipende non dall’intelletto, ma dal senso morale.
Nella prospettiva di Hume, se la morale fosse guidata dalla ragione, i buoni sarebbero i sapienti e i cattivi sarebbero gli ignoranti. Questi ultimi sarebbero esonerati dagli obblighi morali; i sapienti invece, ipso facto, agirebbero moralmente.
In altri termini, una migliore conoscenza delle motivazioni non produce, di per sé, comportamenti più collaborativi, a meno che non sia accompagnata dall’attesa di una maggiore utilità. Ma la maggiore utilità attesa deve passare attraverso il senso morale: cioè, deve prima diventare convenzione sperimentata come utile e – quindi – essere percepita come dovere dalla comunità. Altrimenti, rimane puro esercizio intellettuale.
2 – Sistema cognitivo e sistema impulsivo
Un altro rischio della teoria dei giochi è quello di supporre che le persone abbiano capacità cognitive generali applicabili a qualsiasi tipo di problema: date certe informazioni, gli agenti saprebbero prevedere correttamente il comportamento altrui. Le attuali neuroscienze ci dicono, però, che vi sono sistemi paralleli, specializzatisi nello svolgimento di specifiche funzioni, che lavorano simultaneamente, ma in modi e con velocità differenti, l’uno rispetto all’altro.
Ad esempio, per quanto riguarda il trade-off tra le utilità in differenti punti del tempo (scelte intertemporali), le ricerche empiriche falsificano l’ipotesi che le persone scontino le utilità future a un tasso costante [2]. La scelta intertemporale sembra, piuttosto, la risultante di due processi:
I) Un processo più lungimirante, guidato dalla corteccia prefrontale.
II) Un processo impulsivo, affettivo, riconducibile all’amigdala, che determina paura e avversione al rischio.
Il sistema cognitivo e il sistema impulsivo competono nell’influenza che esercitano nei vari domini: se nell’istante t un processo cognitivo (controllato) prevale in un dominio, probabilmente un processo impulsivo (affettivo) prevale in altri domini. Il modo in cui il sistema cognitivo interviene nella scelta intertemporale non è quello di un calcolo costi-benefici in funzione di scelte basate solo sulla lunghezza delle attese temporali; vi è, invece, un continuo confronto di configurazioni (pattern matching) tra processi differenti, il cui esito è imprevedibile.
Se la teoria dei giochi si basa semplicemente sull’idea che possiamo simulare come gli altri ragioneranno e reagiranno, il suo approccio è del tutto insufficiente, perché la nostra capacità di simulare gli stati emotivi degli altri è molto limitata.
3 – Il gioco della catallattica
Hayek non dà molto credito alla Game Theory, ma ricorre alla metafora del gioco per descrivere i modi in cui opera la catallattica e i vantaggi indeterminati che essa prospetta agli agenti. La ragionevolezza di un simile ordine deriva dal fatto che esso crea le condizioni per “migliorare le probabilità di riuscita di persone sconosciute”. La catallassi viene descritta come un gioco, ma “non quello che la teoria dei giochi chiama ‘gioco a somma zero’[3]", bensì un gioco che dà a ciascuno l’opportunità di migliorare la propria posizione e le possibilità di adattamento. Questo gioco richiede abilità e fortuna, ma soprattutto la capacità di individuare e correggere gli errori (propri e altrui). Le scelte della catallattica non sono fatte a danno di qualcuno. E non è possibile prevenire la casualità e la sfortuna. Criticando la teoria della “giustizia” di Rawls, Hayek afferma: “Un mondo rawlsiano non avrebbe mai potuto diventare civile” [4].
Questo non impedisce a Hayek di parlare di alcuni benefici fondamentali, resi possibili dal progresso, da cui nessuno dovrebbe essere escluso: in tal caso occorre l’esercizio della virtù smithiana della benevolenza.
1 Vernon Smith, sotto l’influenza della teoria austriaca (in particolare, di Hayek), opportunamente distingue il suo approccio (che tiene conto della struttura di pensiero del contesto sociale, o «razionalità ecologica») dal controllo di «un ‘deep test strategico’, al quale la teoria dei giochi limita formalmente la sua analisi» (Vernon L. Smith, La razionalità nell’economia, IBL Libri, Torino, 2010, 401).
2 Camerer C.–Loewenstein G.–Prelec D., “Neuroeconomia, ovvero come le neuroscienze possono dare nuova forma all’economia”, Sistemi intelligenti, a. XVI, n. 3, dic. 2004, 380.
3 Hayek, The Mirage of Social Justice, 1976.
4 Hayek, The Fatal Conceit, 1988.


Leonardo Says
Non ho capito una cosa. Sicuramente si chiude la porta ai giochi a somma zero… ma la teoria dei giochi non è solo questo.
Forse si parla di un problema di “limitatezza” del set delle scelte, ad esempio nel dilemma del prigioniero sono escluse cose come il suicidio, l’attentato terroristico ecc… in economia quindi si trascura “l’innovazione” se si opera secondo questo schema classico del gioco… ma allora si può dire che la teoria dei giochi ha una validità limitata DATO il set di scelte possibili e considerando giochi a somma non nulla?
p.s.: la mia tesi era piena di modelli che si ispiravano alla teoria dei giochi, con un obiettivo da massimizzare, ma non erano a somma zero.
Jan 7th, 2011 at 5:42 pm
Biagio Muscatello Says
La mia nota non era il punto della discussione attuale sulla teoria dei giochi. Era solo la constatazione del modo in cui questa teoria è stata percepita da Mises e Hayek, e il tentativo di spiegare questo loro atteggiamento.
Diciamo che è uno degli argomenti – come quello dell’impiego di metodi matematici – che gli attuali ‘allievi’ austriaci si impegneranno a far progredire.
Jan 10th, 2011 at 12:24 pm
Silvano Says
Ottimo pezzo. Condivido il giudizio di insufficienza enunciato al termine del punto 2: l’approccio non può essere quello di una semplice mimica dell’interazione tra agenti rappresentativi. Lo studio della funzione cognitiva riveste una particolare importanza nella scuola austriaca. Mi viene in mente la suddivisione delle aspettative effettuata da Koppl:
- aspettative “cognitive”: soggettive, adattive, difficili da esplicitare quanto più si allunga l’orizzonte temporale, frutto di processi di apprendimento ed adattamento;
- aspettative “acognitive”: sono le aspettative tipiche dell’agire dell’agente razionale.
Entrambe, per Koppl, coesistono in ogni tipo di mercato. Quanto più l’ambiente istituzionale è “dato”, stabile e gli individui sono sottoposti in in modo ferreo alle forze del profitto e della perdita, tanto più la rilevanza di queste ultime è maggiore. Viceversa nel caso opposto.
Sulla scorta di questa suddivisione la teoria dei giochi avrebbe una sua valenza per studiare i comportamenti in un ambiente simile a quello sopra delineato ed in cui la funzione “imprenditoriale” (nel senso kirzneriano del termine) è sostanzialmente irrilevante per la durata e lo svolgimento del gioco stesso. Mentre sotto il profilo della descrizione dei processi cognitivi, e più in generale nell’ottica dello studio dei fenomeni evolutivi, il suo contributo appare assai meno importante.
Jan 10th, 2011 at 11:04 pm