Mercati Finanziari e Imprenditorialità
June 8th, 2007 by Admin
Un certo rispetto per l’evidenza dei fatti mi obbliga a propendere per l’ipotesi che la maggior parte dei gestori di portafoglio dovrebbe abbandonare gli affari – darsi alla riparazione degli impiani idraulici, insegnare greco antico o contribuire al PIL come dirigenti d’azienda. Anche se questo suggerimento a levarsi di mezzo è un buon consiglio. Ovviamente non è una raccomandazione che verrà seguita con entusiasmo. Pochi si suicideranno senza una spinta.
[continua da altrove…]
Alla luce di quanto appena affermato, se potessimo riassumere i mercati finanziari con due parole useremmo con ragionevolmente quelle di incertezza e soggettività. Ora passiamo all’imprenditore e definiamone il ruolo. L’imprenditore è indubbiamente una figura chiave in una economia di mercato. In una economia dinamica, le idee, i prodotti, i servizi, gli umori, sono in continuo cambiamento. L’imprenditore è colui che opera in un sistema di questo tipo, cosciente di poter creare un profitto sfruttando la sua conoscenza, la sue capacità, la sua professionalità. L’imprenditore, per definizione, gioca con il futuro, cerca di prevedere per primo gli sviluppi dei desideri dei consumatori, cerca di soddisfare bisogni che ancora non si sono affermati, o addirittura li crea dal nulla. Parlando in questi termini, l’imprenditore è proprio la figura adatta per un mercato finanziario, un ambiente che è incerto, dinamico, in continuo cambiamento.
Ancor più che in un mercato reale – dove infatti, come la storia tragicamente insegna, è stato sostituito più volte dallo Stato - la figura dell’imprenditore sembra necessaria in un mercato finanziario.
Le EMHs sono fortemente collegate ai modelli classici di Markowitz e Sharpe, che verranno analizzati più avanti, e sia l’efficienza dei mercati sia la Portfolio Selection Theory portano indipendentemente l’una dall’altra ad una conclusione. La Martingala; i processi stocastici che caratterizzano un mercato finanziario sono approssimabili ad una Martingala, una distribuzione di probabilità che ha la particolarità di avere un valore atteso nullo. Ciò comporta che, per quanti sforzi possiamo fare, il guadagno atteso da un investimento sarà nullo. Ciò non significa che ogni investimento in titoli non creerà profitti, ma che in media questi saranno insignificanti. L’investimento è solo una questione di fortuna. Alcuni otterranno grandi profitti, altri perderanno molto, in media nessuno guadagnerà un soldo.
Le EMHs arrivano per altre strade alla stessa conclusione: se i prezzi incorporano perfettamente e in modo immediato tutta l’informazione, non ha più senso lo studio dei dati storici, l’analisi tecnica (efficienza debole), l’analisi fondamentale (efficienza semiforte), e ogni approccio scientifico volto alla ricerca di profitto. In un mercato efficiente, se esiste la benché minima opportunità di profitto, questa viene immediatamente arbitrata e quindi eliminata. Come detto prima, la virtù e l’imprenditorialità non solo sono inutili, ma anche dannose, perché comportano numerosi costi. In conclusione, l’imprenditore potrebbe essere sostituito dalla famosa darts-trowing monkey¸ da una scimmia, magari bendata, che tira freccette su un giornale aperto alla pagina finanziaria, poiché viene meno il suo compito.
L’investitore come imprenditore
La Teoria Finanziaria Classica presuppone aspettative omogenee. Presuppone un agreement, per dirla con Sharpe, tra gli operatori del mercato. Nella teoria matematica, ogni operatore deve possedere la stessa matrice ∑ di varianze e covarianze. Ma l’informazione non è mai perfetta; e anche se lo fosse, ancor più improbabile diventa l’interpretazione univoca dell’informazione. Ogni investitore, specie se professionista, ha una sua storia e una sua memoria (soprattutto dei crolli); un background di esperienze che lo influenza continuamente nelle sue scelte. Ogni investitore ha una sua emotività che lo obbliga a fare errori, al precipitarsi o all’ancorarsi nelle sue idee.
L’investitore sa che le aspettative non sono omogenee, ma piuttosto divergenti, ed è su questo che cerca fortuna. Lo stesso concetto di scambio di beni è basato su un’ipotesi di aspettativa divergente. Non ci sarebbe alcuno scambio se le due controparti non fossero convinte di aver fatto la cosa giusta, di aver aumentato la propria utilità. Si verifica un aumento dell’utilità perché le valutazioni rispettive dei due contraenti sono proprio divergenti. In uno scambio entrambi guadagnano: il gioco è a somma positiva, non a somma nulla. Sfruttando l’evidenza di aspettative divergenti, l’investitore non è più paragonabile ad una scimmietta senza un ruolo particolare, ma viene rivalutato alla sicuramente più nobile funzione imprenditoriale.
L’investitore, dunque, si comporta come un imprenditore, cerca opportunità di profitto, valuta differenti strategie di azione, richiede conoscenza, struttura, scienza. E come un imprenditore, opererà in ogni condizione, anche negativa, poiché sarà convinto – probabilmente a torto – che il suo progetto, la sua idea, sarà l’unica corretta. Il valore atteso dei suoi investimenti non avrà più nulla di probabilistico, ma diventerà più semplicemente un giudizio individuale.
Ahinoi, tutto questo soggettivismo porta con se anche delle esternalità negative. Anzitutto la fallibilità delle sue decisioni, in secondo luogo la presunta irrazionalità1 di alcuni comportamenti; ed è questo il terreno su cui recentemente si è sviluppato l’interessante dibattito sulla behavioural finance.
1. Qui la questione è prettamente etimologica. Per i comportamentalisti, l’investitore può comportarsi anche in modo irrazionale. Per altri, invece, l’azione umana è sempre razionale, e non si può parlare di irrazionalità senza decidere arbitrariamente cosa è razionale e cosa non lo è. Se si chiarissero meglio i significati, credo non ci sarebbe attrito tra le due posizioni.

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Paolo Says
[…]L’imprenditore è indubbiamente una figura chiave in una economia di mercato. In una economia dinamica, le idee, i prodotti, i servizi, gli umori, sono in continuo cambiamento. L’imprenditore è colui che opera in un sistema di questo tipo, cosciente di poter creare un profitto sfruttando la sua conoscenza, la sue capacità, la sua professionalità[…]
Questo in un mondo ideale… nel mondo reale l’imprenditore (io sono stato imprenditore) nonostante le sue idee innovative e preveggienti e a dispetto di quanta scienza egli abbia infusa o appresa, deve quotidianamente combattere un mostro di gomma chiamato inefficienza delle istituzioni, bassa qualita’ dei servizi, pressione fiscale esagerata… ecc ecc… La triste realta’ e’ che l’imprenditore di successo (mi vengono in mente veramente pochi nomi in Italia) e’ una specie rara, di solito basata su supremazia tecnologica e capacita’ di produrre in paesi a basso costo del lavoro, e di averlo fatto in tempo utile, e soprattutto con una infrastruttura in grado di fronteggiare le inefficienze statali. Oppure… quello che succede sempre piu’ spesso ovunque, l’imprenditore di successo (almeno visibile) e’ orrendamente indebitato.
[…]semplicità dei modelli, alla staticità, agli equilibri[…]
I modelli mainstream possono essere anche molto complessi. A volte sono dei “giganti dai piedi d’argilla”. I presupposti, gli assunti da cui partono sono spesso assurdi. Ho sempre avuto la sensazione che gli strumenti forniniti nelle univesita’ pubblice o mainstream in genere sono accuratamente studiati per non arrivare mai al cuore dei problemi, ma solo per produrre schiere di futuri operatori abili in un ristretto arco della meccanica dell’economia.
[…]L’investimento è solo una questione di fortuna. Alcuni otterranno grandi profitti, altri perderanno molto, in media nessuno guadagnerà un soldo[…]
Specialmente i soggetti che hanno il potere di attuare politiche costruttiviste realizzeranno grandi profitti. Per gli altri resta solo la consolazione di aver colto, nel migliore dei casi, il momento giusto.
[…]ed è questo il terreno su cui recentemente si è sviluppato l’interessante dibattito sulla behavioural finance.[…]
Forse il dibattito e’ nato da poco, ma io ricordo che gia’ quando Ciampi (col suo primo governo, 1993 credo) magicamente ridusse in 6 mesi l’inflazione dal 6 al 2% semplicemente modificando il paniere dell’ISTAT si parlo’ di “economia del buon umore”. Non ha alcuna importanza se al governo c’e’ Berlusconi o Prodi, le azioni concrete sono esattamente le stesse (sempre il Draghi o il Fazio di turno ci sara’ in BdI) ma il 50% della gente sara’di umore migliore dell’altro 50%.
Jun 8th, 2007 at 1:41 pm
L.Baggiani Says
L’efficienza in forma forte, se non erro, più che presupporre aspettative omogenee assume informazioni omogenee su cui operatori dalla logica comune (essenzialmente matematica nella forma di massimizzazioni vincolate) orientata al profitto non possono che trarre conclusioni (quindi anche aspettative) omogenee.
In effetti la Behavioural Finance va contro tutto questo, ma non suppone l’illogicità degli operatori, bensì una scala di valori diversa e molto più articolata ed umana (si introduce il concetto di invidia sociale o “catching up with the Jones’”, inerzia, smoothing…) che impedisce la perfetta massimizzazione continua dei portafogli ma resta, a mio avviso, coerente con la volontà di “massimizzare la propria utilità” (basta scegliere gli argomenti giusti).
Che lo scambio presupponga necessariamente aspettative diverse ha valenza certa sul mercato mobiliare, ma non in generale secondo me: riprendendo un esempio recentissimo di Shostak su Mises.org direi che non scambio una fetta di pane per quattro pomodori perché ho aspettative diverse da quelle di chi mi vende i pomodori, lo faccio perché la mia struttura di utilità è semplicemente diversa. Jacopo, so che ti riferivi al mercato mobiliare e non in generale, ma credevo che fosse il caso di sottolineare il punto.
Jun 8th, 2007 at 1:43 pm
L.Baggiani Says
Contesto Paolo: gli strumenti forniti dalle università non sono settati per impedire di arrivare al punto dei problemi, sono i professori che spesso non consentono di ragionare sullo strumento per valutare i risultati per quel che valgono come approssimazione o “tool” di analisi veloce di una questione. Su questo si innesta l’assenza di contradditorio.
Anni fa ad una lezione di Marxismo un intelligentone si lamentava che i Nobel venissero attribuiti ormai solo a scoperte applicative per la finanza, e non più a teorie generali; potrebbe esser vero, ma in tal caso il motivo sarebbe semplice: sul mercato finanziario conta poco la politica e la fede, lì il contraddittorio si ha in modo naturale e si chiama “profitto”.
Jun 8th, 2007 at 1:50 pm
Jacopo Says
x il sig. Paolo,
come può ben vedere, l’articolo pubblicato più sopra tratta di “teoria finanziaria”, come viene anche specificato nel testo, o Financial economics se meglio gradisce. Teoria, idee. Punto. La realtà la lascio pure volentieri a lei.
Certo è che, se mai volessimo parlare di realtà, sarebbe quasi un insulto parlare di efficienza dei mercati con la gente che gira di questi (e anche di altri) tempi.
Mi permetto di citarle una frase di L.Spooner: “Il liberale non si occupa di ciò che è, ma di come questo dovrebbe essere”.
L’imprenditore di successo (almeno visibile) e’ orrendamente indebitato.
ancora con la storia dell’indebitamento in salsa marxista. Sui livelli di indebitamento corretti non deve giudicare lei, poiché già giudica - in maniera ben più efficace - il mercato. L’unico indebitamento che le deve interessaare è quello dello Stato, poiché la riguarda da vicino e non c’è un mercato che lo possa affossare.
Ho sempre avuto la sensazione che gli strumenti forniniti nelle univesita’ pubblice o mainstream in genere sono accuratamente studiati per non arrivare mai al cuore dei problemi
sono gli studenti ad essere mainstream, non le università. Se ha avuto tale sensazione probabilmente era tra quelli.
“Forse il dibattito e’ nato da poco, ma io ricordo che gia’ quando Ciampi (col suo primo governo, 1993 credo) magicamente ridusse in 6 mesi l’inflazione dal 6 al 2% semplicemente modificando il paniere dell’ISTAT si parlo’ di “economia del buon umore”
Questo non ha nulla a che vedere con la behavioural finance. Le posso consigliare un link http://en.wikipedia.org/wiki/Behavioral_finance
Jun 8th, 2007 at 4:13 pm
Jacopo Says
L’efficienza in forma forte, se non erro, più che presupporre aspettative omogenee assume informazioni omogenee
L’efficienza non tratta con le aspettative. Tratta solo con i valori attesi.
Quella delle aspettative omogenee è un’ipotesi inserita sia in CAPM (con tutte le modifiche del caso), sia in B&S. Nel testo manca una importante specificazione. Per mercato efficiente si intende per tutto il testo la teoria delle EMHs. La cosa, benché sottile, è molto diversa. Purtroppo dal testo questo non traspare. Quindi, giusta osservazione la tua. Provvedo a correggere.
lo faccio perché la mia struttura di utilità è semplicemente diversa
ti posso rispondere con una domanda: qual’è l’UTILITA’ di un T-bill statunitense o di un ETF giapponese? Vediamo cosa rispondi…
;-)
ps. aiutino: sempre che tu non compri azioni per scaldarci la casa (se ancora fossero cartacee)
Jun 8th, 2007 at 4:22 pm
L.Baggiani Says
ah ah ah
x Jacopo: forse non sono stato chiaro, il discorso della diversa struttura di utilità è riferito alla compra/vendita in generale, mentre sul mercato mobiliare, essendo che ci si va con una mera ottica di profitto (capital gains o cedola) le aspettative (di tasso o di prezzo o di volatilità) hanno necessariamente un ruolo. Non siamo in contrasto.
Jun 8th, 2007 at 4:39 pm
Jacopo Says
Non mi segui..
il punto è che in un mercato finanziario vengono scambiati beni che sono composti solo da flussi di cassa futuri. Essendo futuri sono anche incerti. Pensa al prezzo di una azione come alla classica attualizzazione dei dividendi di qui all’eternità. Non c’è alcuna uitlità certa, non posso dire: compro i pomodori e me li mangio domani.
Tutto il valore è creato dall’aspettativa. Quindi nei mercati fin. si ci scambia aspettative (che sono una forma particolare di utilità).
Jun 8th, 2007 at 4:46 pm
Jacopo Says
E visto che mi hai citato il mises institute:
http://www.mises.org/asc/2002/asc8-wood.pdf
capitolo terzo mi pare.
Jun 8th, 2007 at 4:48 pm
Paolo Says
Secondo me abbiamo perso di vista alcuni significati, sia individualmente, sia socialmente.
Io sono ignorante. A chi me l’ha chiesto, mi sono definito un “operaio appassionato”. Non ho fiducia nella capacita’ dell’uomo di gestire la complessita’. Le teorie e i modelli hanno sempre falle, limiti, errori, mistifcazioni quando non inganni.
Non ho fiducia nel Titanic, nello Space Shuttle, nella mega opera di qualsiasi tipo. Quando qualcosa diventa troppo confusa, quando ci sono troppe teorie e contro-teorie c’e’ qualcosa che non va.
Conosco teorie create ad hoc per depistare, confondere, ingannare. Il mondo ne e’ pieno, in tutti i settori. Dal riscaldamento globale, all’inquinamento, all’ingegneria alla economia e finanza.
Da bravo ignorante, cerco di semplificare. Un modo e’ quello di guardare le cose piu’ da lontano. Se interpreto male un effetto perche’ non ne conosco l’intimo meccanismo della causa, probabilmente commetto lo stesso errore che se conoscessi l’intimo meccanismo della causa senza vedere l’effetto.
Un quaderno ha valore perche’ prevedo di scriverci. Un asciuga capelli ha valore perche’ prevedo di asciugarmi i capelli. Un cappotto ha valore perche’ prevedo che vivro’ un altro inverno almeno. Il valore e’ il rapporto tra due momenti di tempo, tra il momento della previsione ed il momento previsto.
Se muoio, non usero’ il cappotto, ne il quaderno, ne l’asciugacapelli. Cioe’ non e’ concepibile tempo ne valore senza la vita. Non esiste ricchezza tra i morti.
L’errore della scuole tradizionali e’ nel considerare il valore come proprieta’ della materia, come attributo della spazialita’. Lo spazio e’ solo nell’istante del presente, tutto il resto e’ attivita’ previsionale e ricordo. Il valore si realizza nella congiunzione nel presente tra ricordo e previsione.
E’ solo il valore indotto che crea la differenza tra valore della misura (moneta) e valore misurato.
Nel sistema moneta=debito, la proprieta’ della moneta, cioe’ del godimento dei beni giuridicamente protetti attinente all’avverarsi del momento previsto, viene tolta agli uomini ed attribuita ad un “fantasma giuridico”…
m’e’ finita la batteria e mi parte l’aereo… finisco dopo!
Jun 8th, 2007 at 5:30 pm
Jacopo Says
“Non ho fiducia nella capacita’ dell’uomo di gestire la complessità”
mmm… ha letto l’ABOUT del sito? Qui si discute di, e a favore del, libero mercato. Questa è la nostra mission(http://ideashaveconsequences.org/about/). La frase citata non sembra attecchire molto ad essa.
Se l’uomo non sa gestire la complessità, a chi la facciamo gestire?
ps. siamo già ampiamente OFF TOPIC.
Jun 8th, 2007 at 5:50 pm
L.Baggiani Says
Forse non capisco io le sfumature, ma dire che l’uomo non può gestire la complessità mi pare molto più in linea con mises che con me, ad esempio… ed il discorso successivo è intriso di soggettivismo che non è per nulla in contrasto con i “principi” del sito.
Abbiamo Tommaso il keynesiano, figuriamoci se non si sta un Paolo.
Comunque il fatto che ci sia questo florilegio di teorie e controteorie in effetti dovrebbe per lo meno dirci di stare con gli occhi aperti.
E sì, cerchiamo di stare nei topic altrimenti non si capisce più una sega nulla!
Jun 11th, 2007 at 8:03 am