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Moneta: Bene Servizio o Numero?

July 9th, 2012 by Leonardo

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di Leonardo, IHC

 

Nel ridic… interessante libro Libera moneta in libero Stato?” di Longhi, ho trovato alcuni capoversi suggestivi.

Si espone l’ottica austriaca in cui il reddito si divide tra domanda di beni oggi o beni futuri; i secondi sono il risparmio. La domanda di beni oggi si divide tra beni di consumo e moneta. Ne discende che la domanda di moneta non è risparmio, e quindi una minor domanda di beni che implichi una maggior domanda di moneta significherebbe preferenze temporali invariate. Il punto merita una citazione.

 

“la decisione di aumentare le proprie riserve di moneta non può quindi considerarsi una forma autentica di risparmio, poiché quella moneta potrebbe essere spesa in un qualunque momento e trasformarsi in altri beni presenti come beni di consumo, servizi alla persona […] la mera tesaurizzazione di moneta non può considerarsi vero risparmio.”

 

Questo ha molto senso e molte implicazioni.

La prima riflessione è che la moneta compete immediatamente con gli altri beni, e pertanto è da considerarsi un bene. La seconda è che se la moneta è un bene allora assolve ad un bisogno.

Qui si parla di moneta tesaurizzabile, perciò non si può parlare d’altro che di moneta solida, hard cash, cioè biglietti di banca e spiccioli da tenersi in casa o in una cassetta di sicurezza. Più sfumato è il discorso del conto corrente perché nei fatti la somma non è tesaurizzata ma circola – nei limiti della riserva frazionaria – come credito nel sistema essendo il conto corrente nei fatti un prestito a vista fatto alla banca. La possibilità “storica” (salvo bank run) per le banche di assolvere sempre il loro compito di restituire a richiesta i depositi a vista li fa sembrare a molti una forma di tesaurizzazione, ma essendo tecnicamente appunto un credito il suo trattamento nel sistema la fa comportare, nei limiti della riserva frazionaria, come fosse risparmio, una rinuncia a tempo indeterminato alla domanda immediata di beni.

Nella realtà occorre vedere se è la domanda di beni e servizi immediati oppure il risparmio a tempo fisso ad essersi ritirato per convertirsi in denari in forma solida, e quanto i maggiori conti correnti sono percepiti come anticamera o alternativa a forme di risparmio più lunghe piuttosto che una forma più pratica di moneta, per dedurre se le preferenze temporali sono cambiate. Se le banche facessero il loro mestiere, cioè si occupassero di scoprire quanta parte dei conti correnti è nei fatti destinata a star ferma tanto a lungo da poter essere presa come fonte di finanziamento per prestiti a scadenza fissa, sarebbe il sistema bancario stesso a “rivelare” se e quanto incremento dei conti correnti sia da prendersi come un de facto incremento delle preferenze per il consumo futuro, cioè risparmio. Se si passa alla tesaurizzazione il problema non si pone: non è risparmio.

 

Guardando alla moneta tesaurizzata è lecito chiedersi che diavolo di bene sia. Se domando una falce è perché la userò, se domando un panino è per mangiarlo, ma se domando 100 euro in più sottraendoli a due cene cosa ho in realtà domandato? Ho domandato certamente libertà di scelta, tempo indeterminato per decidere, capacità di attesa e risposta agli imprevisti… ho domandato cioè sicurezza sul mio potere d’acquisto (pur al prezzo di perderci per il rialzo dei prezzi che potrà avvenire nel frattempo) e sull’accesso al medium per affrontare, secondo per secondo, le esigenze di domanda diverse, e propri per questo non ho sottoscritto un deposito a termine (non mi dà sicurezza ma comporta un rischio di illiquidità).

 

La natura ambigua del conto corrente tende a chiarirsi quando, in fase di crisi, il rischio di controparte pure sui depositi bancari diventa significativo per cui si esce pure da quelli e si tiene il denaro fisico. Diventa chiaro che il rapporto bancario non equivale a una tesaurizzazione (salvo i soldi nelle cassette di sicurezza), ed allora questo viene convertito in banconote. Ma anche cioè che era “scritto” sul conto era denaro, cosa cambia nella conversione? Un euro sul conto compra quanto un euro in tasca, quale è la profonda differenza? Certo, uno lo hai in tasca e l’altro è un diritto che vanti quindi è sottoposto a un rischio di controparte, però entrambi contano un euro. Cosa spinge l’individuo anche in situazioni non di stress sistemico a decidere se tenere tutto in liquidi, tutto in conto, o un mix di entrambi?

Molti parificano il conto corrente al contante (o assumono che così facciano molte se non tutte le persone), perché entrambi immediatamente spendibili, allora dove sta il punto?

Il punto sta nel fatto che tolto l’euro dal risparmio puro, e ricondotto sul conto corrente, questo diventa “spendibile”; se il conto corrente è moneta (e la parte di conto corrente che si detiene sapendo già come e quando volerla spendere è moneta, e un sistema bancario sano dovrà riconoscerla come tale), quando diventa hard cash cosa ho comprato? Come può l’euro comprare euro? Io me lo spiego considerando che il potere d’acquisto è la stesso, un euro, definito così perché l’unità di conto è una e unica: l’euro. E con quell’euro di potere d’acquisto – convenzione sociale o imposizione legale – io ho letteralmente comprato la moneta fisica e il servizio che mi dà, che è la materialità dell’euro, da cui discende il senso di sicurezza (che è un servizio con un valore) e lo svincolo dalla solvibilità altrui.

Qui sta la distinzione tra la moneta come unità di conto, per cui un conto corrente è identico alla carta moneta e il deposito vincolato è confrontabile con le forme di domanda immediata, e la moneta come oggetto fisico.

Moneta e conto sono due “tecnologie” di fruizione di una unica cosa, e cioè l’istituto sociale della moneta. Nessuna delle due può dirsi “forma originaria” dell’altra: un tempo il denaro era stampato e poi è diventato scrittura contabile; oggi il denaro nasce come informazione elettronica e solo dopo – eventualmente – qualcuno ne chiede una forma “solida”.

 

Non so dove porti questa riflessione; forse qualcuno la svilupperà, forse no.

 


4 Responses to “Moneta: Bene Servizio o Numero?”

  1. 1

    william Says

    che tenerezza…
    ti vedo sotto l’ombrellone, mentre la tua ragazza ti chiama dalla riva per fare un bagnetto, che leggi e rileggi i passaggi chiave di libera moneta in libero stato…

    nonostante tutto, credo che certe riflessioni comincino a richiedere luoghi e appuntamenti idonei per un confronto diretto tra ricercatori e studiosi (per quanto possibile, a ridotto grado di amatorialità e nullo di fondamentalismo) di vaga ispirazione austriaca in terra italiota.

  2. 2

    Leonardo Says

    dici nulla…

    però ti deludo, le riflessioni sono state scritte in viaggio; in spiaggia c’era troppo top-less per leggere, il libro mi serviva di copertura.

  3. 3

    stoivesan Says

    Leonardo ti ringrazio sempre per gli spunti interessanti che offri… Riguardo la “moneta-bene” penso che occorrerebbe distinguerla in due categorie diverse non per il tipo di “contratto” bancario ma bensì per tipo di bene. In poche parole creare una sorta di doppio euro: uno circolante a scadenza, uno tesaurizzabile. Le merci deperiscono, il denaro svaluta… occorre dare una scadenza a questo per far si che le masse monetarie detenute nelle “cantine” possano emergere, e in secondo luogo avere una velocità di circolazione che permetta di sostenere l’economia reale. A volte penso: quanto denaro iscritto sui registri BCE finisce per occupare scantinati e altri luoghi al riparo di “tutto” anche del benessere.

  4. 4

    Leonardo, IHC Says

    Ti svelo un segreto: questi due EURI esistono già! Uno è fatto di carta o di metallo, l’altro è una scrittura contabile che diventerà moneta sonante e frusciante dopo un po’ di tempo, si chiama credito!

    Ironia a parte (lasciami giocare, dai), non ho ben capito la tua idea.
    Riguardo la velocità di circolazione, non la si può modificare a piacere perché è espressione delle volontà di “azione” degli individui.
    Sul tuo problema della tesaurizzazione, toglitelo: la tesaurizzazione è veramente limitata nel mondo attuale, praticabile solo con quel che si tiene nelle cassapanche o in conti a riserva intera presso qualche banca svizzera.

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