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A parte quanto ho recentemente scritto riguardo la forma che potrebbe essere opportuna per una
Moneta Unica Mondiale (MUM), che alla fine ricalca le analisi “austriache” sulle origini del ciclo economico,
è lecito chiedersi se una MUM sia veramente opportuna.
Esiste una significativa letteratura sulle Optimal Monetary Areas (OMA) o Optimal Currency Areas (OCA), come più correttamente definite (la definizione di OCA eviterebbe in realtà confusioni tra sistemi monovalutari e sistemi di tassi di cambio fissi, ma qui parlerò di OMA come di aree con unica valuta), cioè sui requisiti che devono avere le varie regioni perché l’introduzione di un’unica valuta sia opportuna: essenzialmente queste aree dovrebbero già presentare tra loro una significativa mobilità di merci persone e capitali, in modo che il nuovo sistema monetario si avvantaggi della riduzione dei costi di transazione, dell’indotta comparabilità dei prezzi di beni e servizi, e di una politica monetaria comune, portando così ad una miglior allocazione delle risorse nella più vasta nuova area monetaria (l’attuale letteratura sulle OCA in realtà presenta vari altri criteri distintivi, che non fanno altro che stressare il focus sulla politica monetaria).
Sempre per questa letteratura, il forzare unioni monetarie in ambiti non conformi alle OMA comporta importanti squilibri causati da politiche monetarie necessariamente “mediate” tra le varie “esigenze” regionali, con effetti restrittivi/espansivi disomogenei e per definizione non adeguatamente compensabili attraverso la riallocazione delle risorse.
Esiste poi una altrettanto significativa letteratura che considera questi problemi come non rilevanti all’atto pratico, se non addirittura ovviabili tramite una maggior mobilità delle risorse indotta endogenamente proprio dall’unificazione monetaria, dismettendo le OMA come un falso problema e la relativa teoria essenzialmente come inutile. D’altra parte gli stessi teorici delle OMA non sono risultati troppo concordi già nel definire l’Area Euro come rispondente o meno ai criteri del loro approccio. È vero, inoltre, che esistono molte variabili politiche e economiche, magari anche solo contingenti, che permettono di scavalcare le obiezioni delle OMA, ma non è di questo che intendo parlare.
L’insieme di ragioni politiche economiche e finanziarie è più o meno assimilabile a quello sottostante l’adozione di un pegging valutario (da qui il mio non distinguere tra OMA e OCA), che però sconta il permanere della distinzione tra valute, quindi del “merito di credito” dei relativi Stati emittenti, nonché della possibilità di “abbandonare” l’unione; è su questi ultimi punti che fa leva il mercato nel suo realizzare i famosi attacchi speculativi, andando così a palesare squilibri “nascosti” dai cambi fissi. Il passaggio irreversibile alla “moneta unica” risolve questa debolezza e quindi elimina una fonte di turbolenza per l’economia.
Mi pare il caso di sottolineare con forza come le preoccupazioni maggiori sulla sostenibilità di un’unione monetaria passino per l’asincronia dei cicli economici regionali, e per l’unificazione della politica monetaria, e quindi dei tassi di interesse di riferimento, rispetto a situazioni regionali non necessariamente omogenee. È palese che la politica monetaria finirà per essere inflazionistica in alcune regioni e restrittiva in altre, dovendo o mediare tra le varie istanze o uniformarsi a qualche volere regionale dominante, come è palese che le risorse andranno a ricollocarsi secondo le nuove ragioni di convenienza regionale consentendo, più o meno velocemente, il sincronizzarsi dei cicli economici.
È però anche “hayekianamente” palese che è la politica monetaria a creare il ciclo economico, ed è “misesianamente” palese che le turbolenze valutarie derivano da forzature “statali” insostenibili sulle variabili nominali di riferimento; è cioè “austriacamente” palese che è il dirigismo statale a creare le condizioni di base per la fragilità valutaria prima, e per l’asincronia ciclica poi, agendo tramite il controllo dell’offerta di, “austriacamente” parlando, moneta. Si passa da una forma di dirigismo monetario ad un’altra, lasciando che il sistema produttivo e consumistico si adattino, in altre parole. Se le OMA hanno un senso, il passaggio può essere più o meno problematico.
C’è però un ulteriore punto di vista: le organizzazioni sovra-individuali come lo Stato possono agire, oltre che sul piano monetario, anche sul piano regolamentare, imponendo più o meno esplicitamente limiti superiori o inferiori ai prezzi delle risorse. Se una certa area valutaria regionale ha vincoli sul pricing delle proprie risorse (non ultimo il lavoro) che erodono la competitività interregionale del proprio prodotto, è sempre possibile lasciar deprezzare la propria valuta (il deprezzamento è conseguenza naturale di situazioni di subottimalità; con cambi fissi si ha in forma di svalutazione, ma il fondamento è lo stesso); certamente incidere su tutta la struttura dei prezzi relativi interregionali non è ottimale (lo chiamerei second best, in italiano: “meno peggio”) rispetto a lasciar aggiustarsi autonomamente solo i prezzi direttamente interessati nello scambio (first best), ma è comunque un modo per recuperare dove possibile la competitività erosa da forzature e storture regolamentari.
Se in caso di pegging è sempre possibile la svalutazione o l’abbandono, l’inclusione della regione in una nuova area valutaria elimina questa possibilità di correzione autonoma dell’interventismo legislativo, condannando l’economia della regione a una marginalità indotta “dall’apertura” di nuove e più appetibili regioni dove dirottare i capitali. L’economia regionale può venir “salvata” solo bloccando il movimento transregionale delle risorse(third best, o in italiano: “uno schifo”), capitali in primis, ma questo snatura il significato stesso di area valutaria, OMA o non OMA.
Tirando le somme, per me esiste un “terzetto impossibile”, cioè tre caratteristiche di un’area valutaria che non possono coesistere (lo chiamerei “impossible trinity in currency unions”) quali moneta unica, libera circolazione di risorse e in particolare di capitali, e prezzi “vincolati”, pena la decadenza dell’area:
- se si ha una moneta unica e i prezzi sono “vincolati” da decisioni statali, per evitare la decadenza dell’area occorre bloccare la circolazione dei capitali;
- se si ha una moneta unica e libera circolazione dei capitali, si deve consentire al mercato di riequilibrare autonomamente le ragioni di scambio interne e esterne;
- se si ha libera circolazione dei capitali e prezzi “vincolati”, si deve consentire il riequilibrio delle ragioni di scambio interregionali almeno tramite variazione del valore della valuta, e quindi non è auspicabile una unione monetaria.
Si tratta di una versione “non interventista” della più famosa “impossible trinity" data da tasso di cambio fisso, libera circolazione dei capitali, e autonomia della politica monetaria; la mia “trinity" è facilmente riconducibile a quella “accademica”, ma credo sia più immediata come strumento interpretativo, specialmente per chi riconosce il valore del Nobel di Hayek.
Il mio suggerimento è di utilizzare questo schema logico per valutare la vecchia area “Lira Italiana”, l’attuale “Area Euro”, e l’ipotetica “Unione Monetaria Mondiale” (il tutto dopo aver fatto la tara dell’attuale processo inflazionomico che distorce i valori nominali e quindi la percezione della realtà).
Ci sono aree in cui la circolazione dei capitali non è libera, ci sono aree ancora più vaste dove lo Stato definisce vincoli di pricing uniformi, esistono varie aree monetarie, ed esistono forse ancora più aree con diverso potenziale economico (diverse risorse, infrastrutture, vincoli culturali); queste quattro classi di aree si intersecano in vario modo, lasciando quindi che, su realtà potenziali diverse, rigidità di origine legislativa e culturale diverse possano venir racchiuse in un’unica area monetaria (semplificando attraverso la tassonomia di Wicksell, si potrebbe parlare di aree con NRI diversi costrette a rapportarsi ad un unico MRI), il che accentua nel tempo gli squilibri tra regioni, come detto sopra. Da questo punto di vista, una MUM non è opportuna in un mondo siffatto.
Credo ad esempio che sarebbe stato opportuno, ben prima di parlare di moneta unica europea, pensare di frazionare ulteriormente le aree monetarie anche a livello italiano (nell’ipotesi che i vincoli legislativi non fossero risolvibili o differenziabili per area, grazie all’equalitarismo socialista imperante), e consentire almeno per questa via un più corretto apprezzamento dei potenziali delle varie aree economiche, evitando di condannare al sottosviluppo quelle in partenza più arretrate.
Alle solite non ho la ricetta della panacea economica universale, ma avrei preferito l’introduzione a suo tempo del “calabro” invece di trovare una nazione costretta, per sopravvivere, ad adottare “l’euro”.
prometeo Says
… se quanto meno ci fosse stato richiesto… Ma il popolo e’ “bue”, e quindi non interpellato, solo quando deve decidere di cose che lo riguardano da vicinio.
].
E’ invece perfettamente in grado dicidere, e quindi interpellato, ogni qual volta deve decidere di cose gia’ decise da altri [qualche recente “referendum”
Interessante il pezzo.
Non si trova l’UE in questa condizione?
3. se si ha libera circolazione dei capitali e prezzi “vincolati”, si deve consentire il riequilibrio delle ragioni di scambio interregionali almeno tramite variazione del valore della valuta, e quindi non è auspicabile una unione monetaria.
Nov 5th, 2007 at 1:19 pm
L.Baggiani Says
In generale potrei dire di sì, anche se credo che il problema valga principalmente per l’Italia e anche se è vero che non giurerei sulla situazione in generale dei paesi del Mediterraneo (Francia compresa).
Appunto diversi sostenitori delle OCA avevano dubbi sull’Europa come area ideale dove realizzare un’unione monetaria.
Inghilterra e Svezia sono rimaste fuori non a caso: il loro ciclo è vicino a quello USA e non a quello tedesco, e non c’era motivo di farsi schiacciare l’upturn solo per adeguarsi alla fase di downturn tedesca e “importare” una credibilità monetaria che già avevano. Anche l’Italia aveva un ciclo molto “americano”, ed è stato il primo prezzo che ha pagato per rendere più credibile (in euro come la Germania) e più sostenibile (tassi più mitteleuropei) il proprio debito pubblico; appunto questa è stata la “costrizione” all’euro.
L’analisi costi/opportunità non è approcciabile con il calcolo economico se non con forti approssimazioni e assunzioni; la mia analisi è una analisi di principio, una delle varie analisi parziali possibili.
Diciamo che il mio punto di vista è il contrappunto ideale di chi dice che servono salari diversificati tra nord e sud Italia. Se non si può far questo, servirebbero due monete; altrimenti…
Piuttosto mi pare che Brown sia molto più “eurista” dei suoi predecessori… sarà un caso che la corsa degli USA (e del dollaro) sta, pare, arrivando ora al capolinea?
Nov 5th, 2007 at 2:28 pm
prometeo Says
Circa il “punto” della corsa del dollaro, mi pare interessante questo pezzo:
http://michelespallino.investireoggi.it/speciale-tasso-di-cambio-reale-313.html
Che conclude:
Ed ecco perchè le mani forti comprano per quanto loro consentito da quel paese, yaun cinesi.
Sanno che la rivalutazione reale non solo è inevitabile, ma dovrà essere anche molto corposa.
Il dollaro cioè si dovrà svalutare in termini nominali contro yaun (e yen) del 40-50% almeno, se si vorrà contrastare per questa via l’enorme svantaggio competitivo attuale.
Nov 5th, 2007 at 3:06 pm
L.Baggiani Says
Non volevo parlare del fatto che il dollaro crollerà (lo dicono ormai molti, come lo dico io, come lo hanno detto già qualche anno fa altri come Obstfeld Rogoff nel 2003 facendo due calcoli e creando già al tempo molta paura), volevo solo dire che guarda caso con questo rosso di sera anche l’Inghilterra si affaccia in qualche modo all’euro, cominciando a fregarsene del fatto che sia o meno una OMA, e quindi cominciando a far emergere un giudizio sulla propria analisi costi/benefici.
Chiaramente queste sono tutte congetture.
Nov 5th, 2007 at 3:24 pm
Libertyfirst Says
Che diceva Rogoff?
In effetti tempo fa mi chiedevo se regioni diverse come il nord e sud i Italia potevano convivere sotto lo stesso regime monetario.
E più o meno m’ero risposto così:
1) Tutte le merci mobili dovranno avere lo stesso prezzo;
2) I salari, reali e nominali dovranno essere diversi;
3) I beni immobili della regione povera saranno più economici, a compensare in parte lo svantaggio dei salari nominali;
4) I beni capitali nella regione povera avranno probabilmente (salvo impedimenti, culturali, criminali e infrastrutturali) un tasso naturale superiore, e quindi attireranno investimenti, compensando nel tempo le differenze salariali.
Quindi concordo, però non avevo riflettuto molto sui movimenti di capitale. In effetti ero ottimista sul tasso di interesse naturale delle regioni sviluppate, che spesso non è affatto alto per via di carenze come corruzione, mancanza di capitale umano e infrastrutture, criminalità organizzata, spirito assistenzialista.
Nov 7th, 2007 at 4:24 pm
L.Baggiani Says
Ho intenzione di presentare il modello Obstfeld Rogoff in un articolo, aggiornando i calcoli; si tratta di un grosso esercizio di formalismo economico, ti avverto, a partire da una funzione di utilità.
Molti lo hanno preso per misurare il target del dollaro, in realtà rappresenta la possibile evoluzione del tasso di cambio per riequilibrare i consumi stante la totale fuga di capitali dagli USA. In base a quello un anno fa calcolai un target a circa 1,50 (me lo ha ricordato un amico un paio di settimane fa), vediamo ora cosa ci racconta.
Nov 7th, 2007 at 5:20 pm
L.Baggiani Says
come vedi, riguardo al sud:
1) la legge del prezzo unico vale solo per alcune merci, ma in genere non vale o per mobilità delle merci o per rapporto domanda/offerta (reddito regionale). In generale è un po’ una bufala: guarda i macDonald’s…
2)i salari sono fissati a Roma per tutta Italia
3)forse gli immobili costano effettivamente meno, causa reddito (e scarsa mobilità).
4)i capitali in realtà sono fuggiti dal sud, non c’è stato livellamento industriale con la Lombardia, e gli unici capitali pervenuti sono stati “costretti” dallo Stato (ricordi cosa ho scritto al riguardo).
Dal mio punto di vista, l’aspetto culturale (illegalità?) non consente NRI così elevati e il costo delle risorse (come il lavoro) non è adattabile al contesto regionale (e forse neppure il prezzo di varie merci), di conseguenza i capitali non hanno creato gli attesi flussi compensativi.
Sempre secondo me, l’assistenzialismo ha cronicizzato questa situazione, considerando inoltre che tutti i soldi dirottati dallo Stato non sono neppure serviti a fornire al sud una rete di infrastrutture decente (ma sono stati spesi… in mano a qualcuno saranno… magari a Cosa Nostra che li ha reinvestiti in Toscana o in Lombardia).
Credo che una moneta per il sud, nonostante l’inefficienza statale descritta, sarebbe stata di aiuto; invece il sud si è “comportato” come si sta comportando l’Italia una volta entrata nell’euro: non ha approfittato dell’ombrello per recuperare inefficienze, e resta indietro.
Nov 7th, 2007 at 5:37 pm
Libertyfirst Says
In uno dei miei primi post, quasi due anni fa, scrissi che il contratto nazionale di lavoro da solo bastava a spiegare i problemi del sud, nel senso: salari su, disoccupazione su, tasso naturale giù, investimenti giù. Il fatto che da solo basti ovviamnete non significa che è l’unico problema, tra piste ciclabili Salerno-Reggio, sistemi fiscali in competizione (stato+mafia), eccetera…
PS La legge del prezzo unico si applica alle merci mobili, e alla parte delle merci che è mobile… ad esempio, il prezzo dell’insalata sarà uguale su regioni di migliaia di chilometri quadrati, ma questo non significa che un supermercato che vende insalata al centro di Roma la venderà allo stesso prezzo di un supermercato che vende alla periferia di Roma… alla fine, quel che conta per capire l’economia non è la comprensione del solo risultato finale, ma soprattutto del processo che tende a portare a quel risultato…
Nov 8th, 2007 at 1:31 pm
L.Baggiani Says
1) ok
2) hai ragione, avevo in mente la versione “prima” che non faceva distinzioni… in realtà c’è un effetto beni tradables e non tradables…
Nov 8th, 2007 at 4:00 pm