Montagne di burro e fiumi di latte. No, non è il paese della cuccagna, bensì l’Unione Europea.
January 22nd, 2007 by Admin
Ci hanno provato in lungo e in largo. Da tutti i versi possibili. Prima pagandoli per produrre di più, dopo pregandoli – continuandoli a pagare – di fermarsi. Prima incentivando l’industrializzazione agricola, poi spingendo per un ritorno all’Arcadia Greca. Cinquant’anni fa parlavano di competizione – evidentemente in stati psicofisici alterati – e dopo trent’anni si ritrovavano in giro per tutta Europa (leggi Francia) mucche talmente rosse, che più rosse non si può. Si, fondamentalmente è così: le uniche vere vincitrici sono loro. Le Mucche. Sembra strano affacciarsi nel nuovo millennio, ed osservare che una delle economia tra le più ricche e sviluppate del pianeta ha al suo interno un piccolo grande piano quinquennale dalle origini losche e dagli effetti ancor più oscuri. Sembra strano, ma è proprio così. La Politica Agricola Comunitaria è questo e ancor di più. Indubbiamente, è l’esempio più eclatante, nel suo insuccesso, del Socialismo Economico Comunitario.Per i manuali di storia sembra essere tutto chiaro. Tutto iniziò sul tramonto del XIX secolo. Si veniva da più di un ventennio di libertà economiche sconosciute nei secoli precedenti. L’epoca d’oro del libero commercio aveva portato con sé ricchezza e sviluppo un po’ per tutta l’Europa occidentale. La divisione del lavoro faceva il suo compito e i mercati erano aperti. Tutti aperti. Compreso quello agricolo. Ma la depressione degli anni settanta spazzò via questo ventennio di libertà. Le derrate alimentari americane importate a basso costo fecero crollare tutto il settore agricolo europeo, dove vi era impiegato un buon 60-80% della forza lavoro a seconda dei Paesi, condannandolo alla depressione. Da qui in poi, la Storia ci insegna che ogni governo, dittatoriale o democratico che sia, si guardò bene dal lasciare questo mercato, giudicato così fondamentale, ai capricci del libero mercato, agli egoismi dei piccoli consumatori. Da qui in poi, i mercati agricoli furono la summa del protezionismo economico, un vero manuale da tramandare ai posteri, che parla di dazi, quote, gabelle, prezzi fissi e regolamentazioni varie.
Ed è con questo manuale in tasca, scrupolosamente tradotto in tutte le lingue, che i nostri “padri fondatori”, gli illuminati, durante il corso degli anni sessanta diedero vita alla Politica Agricola Comunitaria. La Pac, soprattutto in quegli anni, era sinonimo di Comunità Economica Europea. La Pac iniziava e finiva con la Cee, la Pac era la Cee. Come dimostrano i passati quaranta bilanci della Comunità la Pac era se non l’unico, sicuramente il più importante motivo per l’unione. Per decenni il settanta percento delle disponibilità della Commissione erano dirottate al settore agricolo. Ancora oggi, nonostante Maastricht e nonostante l’Euro, poco meno della metà delle disponibilità finanziarie europee finanziano o, ancor peggio, sussidiano in qualche modo l’agricoltura. Il paradosso è evidente: perché mai i due-terzi del denaro comunitario contribuiscono allo sviluppo di un settore che conta il solamente 6,7 % del PIL degli Euro15, cioè quasi un ventesimo del prodotto Europeo?
Gli Obiettivi:
Come spesso accade in questi casi, le intenzioni erano più che nobili al principio. La Pac fu sviluppata con degli obiettivi ben precisi. All’Europa in pieno boom economico avrebbe dovuto assicurare - il condizionale è d’obbligo - un incremento della produttività e una razionalizzazione delle produzioni, ancora legate a metodi obsoleti; avrebbe dovuto garantire degli standard di vita e dei redditi almeno dignitosi agli agricoltori, così da mettere sullo stesso piano economico l’impiego in agricoltura piuttosto che quello nell’industria; la Pac avrebbe dovuto stabilizzare i mercati, assicurando le provvigioni ed evitando le oscillazioni dei prezzi a danno dei produttori; infine, avrebbe dovuto fare tutto ciò mantenendo reasonable prices, dei prezzi ragionevoli, per i consumatori. Cosa si intenda poi per prezzo ragionevole è tutto da scoprire, alla faccia del valore intrinseco. Naturalmente, questi miracoli economici sarebbero dovuti venire grazie alla lettura attenta del libro di cui sopra. La Comunità Europea, infatti, innalzò barriere all’entrata impedendo, in parte o del tutto, la competizione con i mercati in via di sviluppo che offrivano ai consumatori europei condizioni d’acquisto sicuramente più vantaggiose. Impose limiti all’importazione e fissò standard qualitativi che avevano più la forma di protezioni ai produttori che ai consumatori. Ma l’esempio più evidente di questa politica agricola fu la fissazione di un prezzo unico per tutta l’area di libero scambio (FTA). In pieno stile sovietico, se un agricoltore siciliano programmava la produzione di burro, avrebbe avuto la certezza che i) il prezzo sarebbe staso fisso e conosciuto in partenza e ii) nel caso in cui non ci fosse stata adeguata domanda in Sicilia avrebbe potuto vendere il suo burro ovunque allo stesso prezzo con cui aveva calcolato il ciclo di investimento. La Cee riusciva a garantire questa immobilità nei prezzi essendo molto mobile sul mercato: controllava la domanda, comprando le eccedenze di produzione e svendendole ai paesi del terzo mondo, e l’offerta, sussidiando all’occorrenza i produttori per produrre di più, per riparare le perdite (che li avrebbero spinti fuori dal mercato) o, addirittura, facendo politiche di set-aside, pagando cioè i coltivatori perché non coltivassero nulla, perché lasciassero le terre incolte.
La diversione del Commercio, l’approccio di J.Viner:
Prima di andare ad analizzare uno ad uno tutti i fallimenti di questa politica agricola, vorrei soffermarmi su un effetto derivato che viene generato ogni qual volta si creano Aree preferenziali per il commercio e lo scambio, le cosiddette Free Trade Areas. L’approccio è quello Vineriano, dal nome dell’economista Jacob Viner (1892-1970), il quale formulò, agli inizi degli anni ’50, una famosa teoria che prese il nome di “trade divertion theory”. Secondo Viner, e secondo il buonsenso, la creazione di FTAs, contestualmente all’innalzamento di barriere a protezione di quest’ultima, genera una diversione nel commercio internazionale. L’abbattimento dei limiti e dei vincoli allo scambio all’interno di un’area preferenziale, ad esempio la Comunità Europea, crea una distorsione su scala internazione sulle scelte individuali. Tale distorsione non permette ad un soggetto economico – impresa o famiglia che sia – di operare liberamente la propria scelta sul produttore più efficiente. La scelta finale non sarà quella del produttore più efficiente, ma, al contrario, sarà quella del produttore che più ha beneficiato della creazione della FTAs, di quello che è stato più agevolato. Facciamo un esempio: l’Inghilterra, nel passato, era importatrice di carne ovina dalla Nuova Zelandia dal momento che quest’ultima si era imposta sul mercato mondiale come il produttore più efficiente che offriva il migliore rapporto qualità-prezzo; nel momento in cui fu ammessa all’interno della Cee, l’Inghilterra tagliò i rapporti commerciali con la Nuova Zelandia, poiché la somma della alte barriere all’entrata e l’assenza di barriere interne fece sì che i prodotti extracomunitari diventassero più onerosi. L’Inghilterra smise cioè di premiare il produttore più efficiente. La Francia, grazie a questa politica, emerse come produttore più economico, ma, attenzione, non più efficiente. Distorsioni di questo tipo generano all’interno dell’economia una perdita di efficienza produttiva e un consumo di capitale, perché le risorse non sono allocate in modo naturale, ma sono guidate da logiche politiche. Questo è solo uno dei tanti effetti collaterali dell’imposizione di vincoli al commercio internazionale.
Gli insuccessi:
Questo tipo di distorsioni all’interno del mercato Europeo, non solo generarono gli effetti sopra citati, ma non riuscirono nemmeno a realizzare quello per cui erano state progettate. Come ci si accorse dopo vent’anni di interventismo economico non solo gli obiettivi prefissati non erano stati raggiunti, ma le performances generali erano molto deludenti.
Ma procediamo con ordine: l’incremento della produttività, come pare ovvio, non avrebbe mai potuto essere generato da un intervento statale. La produttività è certamente aumentata del corso di quarant’anni, ma quanto di questo aumento è ascrivibile ai sussidi statali alle politiche dell’ammasso, a mercati dove la parola concorrenza è pressoché sconosciuta? E quanto di quest’aumento, invece, è stato letteralmente importato da altri settori e da altri mercati? Questo punto mi pare talmente pacifico, che non procedo oltre. La seconda premura della Pac era quella di assicurare standard qualitativi di vita per gli agricoltori per disincentivare la fuga dal settore agricolo. Ebbene, la tendenza di un economia a terziarizzarsi pare avrebbe dovuto essere ovvia anche ai firmatari della Politica Agricola. In tutti i Paesi europei il peso dell’impiego nel settore agricolo è crollato ad una cifra risibile. L’unico Paese a restare su livelli considerevoli è la Francia, il caso vuole la più interessata a ad una Pac conservativa. Inoltre, quando si tratta di denaro a pioggia si sa che l’equazione è sempre la stessa: “i poveri di una ricca Europa, pagano i ricchi di una poverissima agricoltura”. Ed infatti, la metà dei quasi 50 miliardi di Euro destinati alla
Pac è indirizzata verso un magro 15% degli agricoltori. Per quanto riguarda la garanzia di prezzi ragionevoli per i consumatori basti pensare che questa Pac ci costa sugli scaffali dal 30% all’80% in più rispetto ai prezzi dei mercati non regolamentati (fonte Timbro). E ancora, con Mingardi,
“Un esempio palmare di tale mostruosità è la situazione dello zucchero: l’Unione spende 2,7 miliardi di euro all’anno per incentivare la coltivazione della barbietola, mentre non s’abbassa la muraglia daziaria eretta contro i paesi in via di sviluppo. Il prezzo dello zucchero, nella Ue, è 3 volte più alto che nel resto del mondo.”
Da non dimenticare che a queste addizioni vanno aggiunte anche quelle, non meno onerose, in sede di dichiarazione dei redditi.
Infine, una considerazione sulla stabilità dei mercati, dei prezzi e sulla sicurezza dell’approvvigionamento. Il miracolo della globalizzazione sta proprio in questo: non servono governanti filantropi ad assicurare le provvigioni e la fissità dei prezzi. La concorrenza globale si occupa di garantire prezzi che radono la frontiera efficiente dei costi, mentre la vastità del mercato globale rende superflua la premura per l’approvvigionamento. Si pensi, al proposito, che la produzione agricola Europea ammonta ad appena un decimo di quella mondiale.
Ad essere sinceri, la Pac è effettivamente riuscita a raggiungere un obiettivo: è riuscita a stabilizzare i prezzi e gli approvvigionamenti. Questo è abbastanza ovvio, se si pensa che ha fissato un prezzo unico, deciso ad un tavolo sotto logiche politiche. Ma quale stabilità è quest’ultima? Stabilità non può e non deve fare rima con immobilismo. La stabilità non si può pagare con prezzi più alti, mercati chiusi, assenza di competizione e politica dell’ammasso. Quella stabilità fa rima con inefficienza. Quella stabilità fa rima con Stato.

(5 voti, media: 4 su 5)
JA Says
Quando sento sedicenti liberali mitizzare l’europeismo (quasi quanto si fa con il termine “democrazia”) mi vengo i brividi… Possibile che non ci sia in tutto l’arco costituzionale italiano un esponente che si scagli apertamente contro il Parlamento Europeo stesso? Con la scusa dell’Europeismo stanno creando un nuovo Mega Stato, ancor più socialista delle sue singole componenti e con un prelievo fiscale occulto, apparentemente invisibile al cittadino…che dire poi del Fondo Sociale Europeo?
Jan 22nd, 2007 at 8:24 pm
jacopo Says
Caro JA,
si sono talmente riempiti di burocrazia che non riuscirebbero nemmeno a votare sull’ordine del giorno “Oggi c’è il sole?”. Ti consglio caldamente, per tuo diletto personale, di andarti a vedere la procedura di Codecisione, la neonata tra le procedure legislative europee. E’ a dir poco esilarante.
Jan 22nd, 2007 at 9:37 pm
luigi Says
Un consiglio: leggetevi Contro l’Europa di Ida Magli. Penso che già il titolo renda l’idea…
Jan 23rd, 2007 at 8:38 am
silvia Says
la codecisione è stata concepita, in teoria, molto in teoria, per facilitare e sviluppare la procedura di cooperazione, è stata poi “semplificata” ed estesa ad altri campi…tutto ciò mi terrorizza. Bell’intervento. Saluto
Jan 23rd, 2007 at 3:31 pm
JA Says
Per mio diletto personale?! Tu mi vuoi morto, privo di fegato!
Jan 23rd, 2007 at 4:41 pm
jacopo Says
Direi che il tentativo è fallito pienamente. Effettivamente tra le carte europee si trova scritto che la codecisione fu introdotta per snellire il processo legislativo. Facendo un breve calcolo un progetto di legge potrebbe impiegare dai 12 ai 18 mesi per concludere l’iter: alla faccia dello snellimento!
Nonostante tutto ciò, sono convinto che dobbiamo ringraziare l’Europa almeno per essere riuscita a costituire un’unione monetaria. L’euro credo sia un grande traguardo, come dimostra infatti la classifica del Heritage (vedi sondaggio di ihc.org) che assegna all’Italia un punteggio superiore all’80% in termini di “libertà monetaria” su una media del 63% delle altre libertà economiche.
Non ho mai discusso di Euro e liberalismo. Voi che ne pensate?
Jan 23rd, 2007 at 4:42 pm
luigi Says
Cosa ne penso?
Che vi sia lo stesso nesso che lega confino e vacanze.
Cordialmente.
Jan 24th, 2007 at 8:30 am
paolo Says
Dietro al controllo dell’agricoltura c’è una strategia ben precisa e non è legata all’unione, ma bensì alle casse a cui l’unione attinge, che sono niente affatto pubbliche, e cioè i soggetti con cui l’unione, tramite le banche centrali, si indebita. Questi in ultima analisi sono i controllori de facto dell’agricoltura sovvenzionta.
L’euro e il liberalismo… L’Euro è nato storpio. È una moneta con cui si può comprare tutto tranne che l’energia e sull’emissione della quale nessun governo democratico (facendo per un momento finta che ne esistano) ha il benchè minimo effetto.
Leggo su “La Repubblica” (mi scuso per la scarsezza della fonte) che gli econimisti, intervistati, non hanno alcuna idea da dove venga l’eccesso di valuta circolante… Da dove volete che venga? Da chi l’ha emessa. Fate attenzione al significato funesto di un eccesso di circolarità!
È vero… il nesso è lo stesso tra confino e vancanza.
Saluti, complimenti per il blog!
May 6th, 2007 at 3:48 pm