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No-Global, Antigravità, e Tanta Ipocrisia

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October 15th, 2007 by Leonardo

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di Leonardo, Ihc
 
Dico subito che opporsi alla globalizzazione è come opporsi alla legge di gravità: non la si elimita per decreto, e per quanti sforzi si facciano alla fine prevale sempre lei (e magari ci lascia con il sedere per terra).
 
Anzitutto attribuisco un valore preciso al termine “globalizzazione”. La globalizzazione è un fenomeno di incontro tra società culture ed economie su scala planetaria, da cui derivano sintesi culturali originali o omologazioni più o meno estese rispetto a modelli per varie ragioni “dominanti”.
Ultimamente si fa un gran bailamme sugli aspetti negativi della globalizzazione, giacché pare che i modelli culturali degli USA si stiano espandendo, soppiantando crescenti porzioni di culture autoctone europee, asiatiche o africane. Spesso si indica l’imperialismo economico e militare quale mezzo di diffusione di questo pernicioso virus, un nemico da contrastare in ogni modo per poter preservare l’originale varietà e composizione delle culture mondiali, degli stili di vita, e delle strutture economiche sparse per il mondo. Tutto deve restare com’è adesso, fatto di milioni di “località”, insomma.

 
In realtà il fenomeno è vecchio come l’umanità. A partire dall’incontro di Cro-Magnon e Neanderthal, passando per tutti i regni e gli imperi succedutisi, la storia culturale è fatta di incontri e scontri, inclusioni e meticciati, prevaricazioni e acquisizioni. Questo vale per tutti gli aspetti della cultura umana, dalla spiritualità, all’arte, alle strutture sociali giuridiche e economiche. L’evoluzione tecnologica ha solo reso questo processo via via più veloce e intenso, ma dovremmo preoccuparcene? Tra l’altro, paradossalmente, l’incremento dei contatti fa aumentare la consapevolezza dell’unicità delle varie culture e quindi della loro preziosità, e così mentre i Goti dovettero rinunciare a terra lingua e religione, gli amerindi hanno comunque mantenuto le antiche lingue, l’india ha potuto mantenere pure la propria divisione in caste, e l’Europa ha custodito la cultura Yiddish.
La prevaricazione violenta è certo un fatto negativo, ma se due popoli si studiano e decidono di “importare” qualcosa delle rispettive culture, se è una scelta, dove sta il problema? Si permette ai popoli di “importare” strumenti sociali che possono trovare più funzionali, e quindi di migliorare la propria organizzazione. Il mondo che conosciamo è già un meticciato, a cosa serve allora preservare una razza bastarda?
Tanto per capirsi, la globalizzazione è una cosa naturale nel momento che le culture si incontrano; è su scala mondiale quello che succede tra due persone che si parlano!
Lo “stato di diritto” è un principio che ha pervaso quasi il mondo intero; avremmo dovuto rinunciarvi pur di bloccare la globalizzazione? E visto che di solito i No-Global (che a volte vanno a manifestare con le Nike ai piedi) sono sinistrorsi, vorrei ricordare che è la globalizzazione il processo che ha diffuso le idee marxiste, nate da un ebreo tedesco, fino agli estremi dell’Asia; lorsignori preferirebbero che non fosse mai successo?
L’unico modo di evitare la globalizzazione rinchiudere le persone con la forza: liberi di essere sé stessi nei modi decisi dall’alto! Bell’esempio di ipocrisia, vero? Ma la violenza non può durare per sempre, i muri cadono, le idee passano… la forza di gravità vince.
 
Da varie parti che non ricordo (sicuramente The Economist, forse Il Corriere Della Sera o perfino La Repubblica) si è però osservato che tutto questo sacro fuoco No-Global può in realtà essere una veste “nobile” per spingere verso un più venale protezionismo economico. Come dire: colpisco il MacDonald’s che va in Cina perché non voglio ristoranti cinesi che tolgano clientela alla trattoria tipica toscana. Altra bella ipocrisia! Chi vi punta la pistola alla tempia perché vuol farvi mangiare un Big Mac? Per quale motivo io non devo mangiare cinese, visto che mi piace e mi costa la metà e passa rispetto al ristorante di Pienza? Faccio i conti con i soldi che ho, ed a Pienza ci vada l’americano che ha piantato il fast food in Cina! Questo vale per qualsiasi aspetto dell’economia: facciamo scelte in relazione alle nostre risorse ed al valore che attribuiamo al prodotto acquistato ed ai nostri bisogni, perché una volta pagata, a causa della mancanza di alternativa, una qualità non richiesta noi perdiamo comunque risorse da spendere altrove.
Sono insensibile alle ragioni dei produttori che verranno spiazzati dalla concorrenza estera, dalla globalizzazione? Sì! Perché per mille persone che perdono quel (dico: quel, non tutti) lavoro, per cento aziende fatte chiudere dalla globalizzazione, si ha un’intera popolazione (compresi quei mille) che acquista prodotti a prezzi inferiori, e intanto si liberano capitali e persone (il capitale di centro imprese più mille lavoratori) da impiegare in progetti più redditizi e non spiazzati dalla globalizzazione. È il meccanismo della concorrenza (che normalmente, all’interno dell’Italia, non fa paura perché evidentemente le imprese italiane fingono di farsi concorrenza tra loro mentre i cinesi fanno sul serio). Pare che con l’euro in crescita la bilancia commerciale italiana sia sorprendentemente andata in attivo; se il dato viene confermato può essere la prova macroscopica che è una assoluto bene perdere dei settori (e non occupazione, a quanto pare), far produrre più economicamente alcune cose all’estero, e investire in settori domestici in cui si conservano vantaggi qualitativi importanti. Impedire per decreto la globalizzazione vale quanto votare l’anti-gravità al Senato; o al più è solo un modo di proteggere alcuni imprenditori o lobby, riducendo le scelte di tutti e quindi imponendo prezzi più elevati; il costo di tutto questo è dato dai progetti che non saranno finanziati a causa dei prezzi più alti pagati; il vantaggio è solo il lucro degli amici di coloro che scrivono quel decreto.
 
Tirare avanti questa storia dell’anti-globalizzazione significa solo traslare denaro dal consumatore verso più ristrette cerchie di lobbysti, impoverire le masse, e creare le condizioni perché lo scontento (la forza di gravità in azione) imponga la rottura di questi blocchi al costo anche di emigrazioni, crisi politiche, o lotte interne.
 
Direi che è l’ora di smettere con l’ipocrisia di inneggiare alla concorrenza per poi rimangiarsi le parole sotto l’etichetta “No-Global” quando si scopre che si è i perdenti perché con un cinese non si può fare cartello.
 
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1 Response to “No-Global, Antigravità, e Tanta Ipocrisia ”

  1. 1

    Leonardo Says

    causa mia mano porcina, sono riuscito a cancellare questo articolo e relativi commenti.
    L’articolo è ripostato (l’avete visto) e chiaramente pronto per ripetere le considerazioni già espresse, se non di ulteriori.

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