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Non Era Meglio Farli Fallire Subito?

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November 14th, 2011 by Leonardo

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di Leonardo, IHC

 

Parlando con diverse persone spesso mi si obietta in merito alle mie posizioni particolarmente “dure” nei confronti dell’indisciplina fiscale. Sostanzialmente denigro i salvataggi – ogni salvataggio, da quello delle banche a quello degli Stati – in quanto forieri di un azzardo morale non sostenibile e comunque di costi, spesso occulti, distribuiti nel tempo che ritengo superiori a qualsiasi vantaggio supposto a priori. Questa intransigenza è spesso vista male, ritenendosi in generale che i costi di un fallimento immediato siano eccessivi e quindi sia meglio tirare avanti in modo che poco alla volta si recuperi uno stato di solvibilità. Anche illustri colleghi (il dott. Monsurrò) continuano a cercare una quadra per evitare i fallimenti immediati senza creare “perversioni morali”; rispetto a loro io “la faccio troppo facile”.

Dopo un anno e mezzo di “fallendo” greco io avrei un’ideuzza su cosa significhi tirare avanti invece di lasciare che il mercato punisca subito gli indisciplinati.

 

È un bel problema misurare un ammontare di benefici difficilmente individuabili (in quanti modi un default incide sull’economia) e solo teorico (finché non si fa ufficialmente fallire nessuno) con una serie di costi subdoli (come pesare l’inflazione monetaria, la distorsione del ciclo operata tramite i tassi, e lo spiazzamento di impieghi alternativi delle risorse) e distribuiti nel tempo (con quale processo di attualizzazione dei problemi futuri? Finché una economia riesce a tornare in equilibrio sui propri conti in un tempo “ragionevole”, il calcolo si fa sicuramente male; quando però le cose non si risolvono la questione assume una dimensione ben più chiara in tutta la sua drammaticità che il “lieto fine” altrimenti nasconderebbe.

I numeri sono un po’ grossolani, ma non servono calcoli finissimi. A fine 2009 (quindi a inizio 2010) il rapporto debito/PIL era per l’Italia il 115,5%, per la Grecia il 129,3%, per la Spagna il 53,8%, per l’Irlanda il 65,2%, e per il Portogallo l’83%. Di questi paesi Grecia Irlanda e Portogallo sono finiti in “rianimazione”, cioè non si presentano più sul mercato perché tecnicamente già “falliti” ma vivono su finanziamenti particolari della UE, pertanto a loro si applica il principio per cui si vuol evitare il fallimento e si impiegano risorse comunitarie in quanto il loro costo è supposto essere inferiore al vantaggio di riportare all’ordine i conti senza drammatici fallimenti.

Per la fine del 2011 ci si attendono rapporti debito/PIL come segue: per l’Italia il 120%, per la Grecia il 160%, per la Spagna il 70% (anche meno), per l’Irlanda il 111%, e per il Portogallo il 101%. Questo significa che in due anni il debito sarà cresciuto di un valore rispetto al PIL per l’Italia di circa il 5% (1,5% sul 2010), per la Grecia del 35% (15% sul 2010), per la Spagna del 15% (8% sul 2010), per l’Irlanda del 45% (15% sul 2010), e per il Portogallo del 20% (10% sul 2010).

Cosa significano questi numeri? Significano che i due paesi (ancora) non falliti nemmeno tecnicamente, cioè presenti ancora sul mercato, effettivamente si sono comportati abbastanza bene, contenendo la dinamica del debito. Significa anche che la UE ha impiegato risorse comunitarie per evitare il fallimento di tre paesi che invece non sembrano per questo aver risolto ancora la dinamica esplosiva del loro debito (per quanto più o meno un qualche rallentamento si può registrare).

 

Però una cosa è particolarmente evidente riguardo la Grecia. Effettivamente non si ha ancora un vero piano di austerity o spending review, anzi si sta continuamente lottando con il Governo greco perché questo si renda meritevole dei soldi comunitari che stanno tenendo il paese a galla. È un anno e mezzo che non si fa fallire a tutti gli effetti la Grecia, e quale è il risultato? Il risultato è che il suo debito è cresciuto di un ulteriore terzo del PIL! Ma che investimento è questo del salvataggio degli Stati? Si finanzia un paese troppo indebitato e lo si aiuta a gestire il proprio debito senza scossoni, ed il risultato è che il problema dell’indebitamento aumenta di un ulteriore terzo! Ma che grandioso risultato!

Va bene, far immediatamente fallire un paese come la Grecia è un problema, perché significherebbe subito un haircut del valore dei relativi titoli per un 20% (una vecchia ipotesi di Frau Merkel) che sui dati di fine 2009 avrebbe significato “bruciare” subito crediti per un valore sotto al 30% del PIL; dopo un anno e mezzo di inutile tiritera stiamo invece ragionando di haircut fino anche al 60% che attualmente significa un valore pari a più dell’80% del PIL!

 

Questa piccola riflessione numerica secondo me dice una cosa importante: lasciar fallire subito un ente fiscalmente indisciplinato, cioè distruttore di ricchezza, ha un certo costo grande quanto si vuole, ma tirare avanti – nel modo ridicolo in cui è stata gestita la questione greca – significa solo far crescere il costo fino a fargli assumere dimensioni veramente allucinanti. Investire in un “fallito” portando il costo potenziale dal 30% all’80% del PIL, questo è quanto è accaduto nella UE.

E poi fanno pure gli splendidi, rimettendo tutti in discussione per via referendaria. Non era meglio farli fallire prima? Se non altro sarebbe stato un segnale potente per gli altri paesi, che a loro volta – forse – avrebbero evitato di far crescere ulteriormente i loro problemi (si guardi l’Irlanda) o comunque avrebbero capito che l’inazione e il traccheggio hanno costi ben superiori alla temuta punizione elettorale (si veda l’Italia).

Forse sarebbe bastato lasciar fallire la Grecia, e pure l’Irlanda, senza questa ridicola presunzione che ci siano soggetti “troppo grandi per fallire”, perché il resto dei paesi si riallineasse a una certa disciplina. Nel caso della Grecia il costo del non-fallimento è lì bello chiaro: un 50% di PIL in più da buttare nel water in un fallimento che arriva comunque. Come si fa adesso a chiedere a un qualunque cittadino europeo (greci esclusi) di farsene carico?

 

Se le posizioni di “buon senso” austriache, per cui prima si fallisce senza se senza ma e senza cuscini e meglio è per il futuro dell’economia, non vi entrano in testa, guardatevi i numeri sopra: contravvenendo a quelle prescrizioni “dure” la UE ha fatto un lavoro veramente ignobile.

È impensabile che un ente politico comunitario assuma queste posizioni? Si vuol una prescrizione di politica economica spendibile? Va bene, eccola: la UE chieda l’implementazione (non chiacchiere e promesse) di manovre correttive entro pochi tassativi mesi come condizione per gli aiuti, e qualsiasi mancanza in tal senso sia seguita dal blocco totale degli aiuti lasciando subito fallire il paese. La Grecia sarebbe già fallita più di un anno fa e le casse comunitarie – le tasche dei cittadini – avrebbero risparmiato costi aggiuntivi a quelli propri del default.

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4 Responses to “Non Era Meglio Farli Fallire Subito?”

  1. 1

    Adriano Meis Says

    La posizione” …prima si fallisce senza se senza ma e senza cuscini e meglio è per il futuro dell’economia” è abbastanza lontana da quella che:”la UE chieda l’implementazione (non chiacchiere e promesse) di manovre correttive entro pochi tassativi mesi come condizione per gli aiuti, e qualsiasi mancanza in tal senso sia seguita dal blocco totale degli aiuti lasciando subito fallire il paese”. Se quest’ultima opzione fosse quella da scegliere, non mi sembra che sia molto diversa da quella effettivamente adottata dalla UE. E i pochi tassativi mesi per la Grecia stanno scadendo…
    Ma se la BCE ha fatto un errore con i PIIGS perchè lo ha fatto? Perché?? Certo non per stupidità. Forse perché lasciar fallire uno stato dell’Unione significa far svanire il sogno degli Stati Uniti d’Europa.

  2. 2

    Leonardo Says

    Non sono d’accordo. La UE non ha dato pochi tassativi mesi, la UE ha dato finora un anno e mezzo di supporto sostanzialmente incondizionato.
    Chiaramente la mia posizione ideale è ben diversa da quello che in pratica si può fare a causa delle frizioni politiche; comunque anche una differenza quantitativa del tipo “supporto per n.2 mesi perché prendiate le decisioni dovute” rispetto a “fate qualcosa intanto vi solleviamo da tutti i problemi di funding per i prossimi due anni e passa, anche se non rispettate esattamente la tabella di marcia” mi pare rilevante.

    Sull’ultimo commento sono perfettamente d’accordo. E aggiungo, se non si fosse capito, che il fine politico contrasta completamente con il fine economico, e il caso in esame lo dimostra perfettamente.

  3. 3

    Biagio Muscatello Says

    D’accordo con Leonardo. Ma la cosa peggiore è stata l’incertezza, il non sapere cosa fare, di cui s’è resa protagonista in primis frau Merkel.
    Ad ogni modo, la quadratura del cerchio, a questo punto, non è semplice. Non bisognava farlo l’Euro (come diceva Hayek); ma ora c’è, e - ben lungi dall’essere un “sogno” - è un macigno.

  4. 4

    Silvano Says

    Le priorità sono state il rimborso delle scadenze in corso, dare tempo e mezzi alle banche commerciali francesi e tedesche di alleggerire le posizioni, evitare un default event che facesse scattare il rimborso dei CDS a scapito di un numero limitato di banche d’affari con posizioni di venditrici nette. Politicamente era anche utile mascherare un sussidio agli istituti di credito, principalmente francesi e tedeschi, utilizzando un veicolo europeo.
    L’accordo tra la UE ed il governo greco dispone che tutti i prestiti europei presenti e futuri passino avanti in caso di default al “vecchio” debito pubblico. E’ una clausola fortemente voluta soprattutto dai tedeschi. Ma se il debito pubblico ellenico era già insostenibile, spaccarlo in una tranche “junior” dipendente dal mercato ed in una tranche “senior” dipendente dagli aiuti comunitari per rimborsare gli amici di Berlino e Parigi è stato come avviare una bancarotta preferenziale (per i privati sarebbe un reato…).

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