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Norberg e il Capitalismo della Crisi

January 22nd, 2010 by Leonardo

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di Leonardo, IHC

 

Ultimamente ho commentato le uscite dei Nobel Krugman e Stiglitz riguardo le cause dell’attuale crisi, e quindi nel merito dei modi per uscirne. Riassumendo molto, occorre tornare al protezionismo e regolare i mercati che da soli finiscono negli eccessi. Leggendo le stesse parole dei due geni menzionati però si trovano contraddizioni che riguardano la guida politica delle scelte del mercato e la ricostruzione storica e prospettica dei rapporti monetari tra USA e Cina.

Per fortuna esistono altre opinioni. La cosa molto curiosa e che una risposta ai due teorici dell’economia viene da Johan Norberg, uno storico delle idee del Cato Institute. Uno storico normalmente ha un approccio che non condivido, facendo discendere nessi causa-effetto da una successione storica dei fatti che può facilmente essere fuorviante per la complessità dei problemi e l’incompletezza dei dati. Questo storico invece sottende anche della teoria per giustificare i rapporti individuati su base storica, il che rende la sua visione a mio giudizio più affidabile (inoltre è più vicino alle mie idee, e questo chiaramente è un bias irresistibile).

 

In sintesi Norberg, nel suo “Financial Fiasco: How America’s Infatuation with Home Ownership and Easy Money Created the Economic Crisi”, ci dice che esistono quattro variabili all’origine della crisi attuale: la politica monetaria espansiva, la politica di “una casa per tutti”, l’uso perversamente incentivato delle cartolarizzazioni, e il peso delle agenzie di rating.

La prima variabile si spiega da sola: tassi di interesse troppo bassi e per troppo tempo, salvo il breve intervallo del 2006. La prima variabile è vista come supporto necessario alla seconda, la politica incentivante sull’acquisto delle abitazioni sfociata nell”idea di Ownership Society enunciata da George W. Bush (il credito facile e a prezzo politico necessario per raggiungere il risultato politico, in poche parole). La terza variabile è sempre a supporto della seconda, ed è in fondo strumento della prima: permettere la facile liquidabilità delle posizioni aperte dalle banche (passandole variamente impacchettate alle due famose GSE oppure direttamente sul mercato) così che queste potessero ripetere tutto da capo. La quarta variabile è funzionale alla terza, perché senza una valutazione positiva dell’attività di impacchettamento (in buona fede, per carità, anche se dalla validità dubbia) sarebbe stato difficile completare il disegno. La visione di Norberg viene completata da un affermazione: “il capitalismo senza il fallimento è come il cristianesimo senza l’inferno, non ha più modo di motivare gli esseri umani attraverso le loro paure e la loro prudenza”. Questo getta una luce “sinistra” (mai termine più azzeccato) sulla natura degli interventi di salvataggio realizzati da Governi e Banche Centrali.

 

Il mio primo commento a questa ricostruzione è anzitutto di andarvi a rileggere le mie note dai seminari austriaci di Roma dell’aprile 2009: le quattro variabili ed i loro legami erano già stati identificati ed esposti. Il secondo commento è di andarvi a rileggere i miei quesiti sulla crisi di novembre scorso, che cercavano di guardare più nel dettaglio la fattispecie dell’attuale crisi. Si potrebbe dire quindi che guardare solo gli incentivi della politica abitativa USA è limitante del quadro complessivo, che a mio parere è ben più esteso e riveste, come detto molte altre volte, una volontà politica di crescita continua a garanzia di standard di vita crescenti “costi quel che costi”. Il generale squilibrio dei conti con l’estero USA, e ancora più in generale il livello di over-consumption toccato praticamente da qualsiasi paese sviluppato, ne è testimonianza. In ogni caso lo squilibrio più generale potrebbe ben essere anche solo una conseguenza dell’incentivo immobiliare, ed in ogni caso queste due versioni possono collidere a livello di ricostruzione storica ma sono paritetiche a livello teorico.

È interessante trovare una qualche assonanza tra i perversi incentivi dati dai regolatori sulle pratiche di finanza strutturata evidenziati da Norberg, e ciò che IHC ha proposto già nel giugno 2008 discutendo proprio dell’attività di liquidazione degli ABS da parte di varie Banche Centrali, (considerazioni che trovano ulteriori assonanze con altre cose dette sempre su IHC nel luglio 2007 con riferimento alla politica monetaria europea del 2006, tanto per dire che sono tutti coinvolti).

Inoltre, con riferimento alle variabili individuate da Norberg, si può spiegare anche che legame ci sia tra la prima (easy money) e la terza (perversione delle cartolarizzazioni), e questo è stato fatto su IHC in due analisi del dicembre 2007 di cui la prima evidenza che l’uso sconsiderato della finanza strutturata è semplicemente un veicolo di un ambiente monetariamente troppo espansivo quindi frutto dell’inflazionomia, e la seconda insinua la possibilità che lo Stato stesso possa operare in uno schema identico a quello delle cartolarizzazioni più truffaldine (ai fini della presente discussione, basta sostituire al concetto di finanziamento agevolato restituito al mercato sotto forma di bond quello di acquisto di titoli-letame finanziato con l’emissione di debito pubblico).

 

La chiosa finale sul fallimento come elemento necessario del capitalismo è fondamentale, ed è stato varie volte espresso anche qui su IHC. Il punto è rilevante, anche perché permette di chiarire quanto il sistema finanziario (ma pure parte di quello industriale) non possa essere considerato come veramente “di mercato” proprio per l’estensione della pratica del bail-out, la cui aspettativa stessa funge da incentivo (statale) distorsivo che rovina qualsiasi meccanismo di auto-regolamentazione del mercato. In altri termini è questa distorsione che rovina ex ante il meccanismo del mercato ed impedisce, a dispetto di quanto dicano Krugman e Stiglitz, di parlare di “fallibilità dei meccanismi di mercato”.

Insomma, le posizioni di IHC trovano riscontro almeno in quelle della NBER, di Mauldin, di Bruni e Banca dei Regolamenti Internazionali… ed anche di Norberg; mi pare poi che IHC dicesse certe cose già in tempi non sospetti. Non male vero? Ebbene, rispetto alle opinioni mainstream e “Nobelate” un’altra visione dell’economia è possibile, ben fondata e sostenuta.

 


2 Responses to “Norberg e il Capitalismo della Crisi”

  1. 1

    La Crisi Finanziaria del 33 d.C. at Ideas Have Consequences

    […] Ma esiste un parallelo interessante. La vulnerabilità (legale) del sistema romano è dipesa da una risposta individuale alle norme del “tasso zero collateralizzato” che aveva fini di “stabilità sociale”, cosa non diversa in linea di principio dal caso della “ownership society” americana. I casini vengono sempre dal pretendere di far i conti meglio dell’oste. […]

  2. 2

    Ricordate la crisi finanziaria del 33 d.C.?Politics as usual.. « Semidiceviprima

    […] È rilevante in questa comparazione il fatto che la crisi attuale faccia perno su una euforia da “credito facile” a sprezzo del rischio (si vedano i fenomeni Sub-prime e alt-A), mentre mancano elementi per dire lo stesso della crisi del 33; anzi, pretendere un interesse positivo in luogo della mancanza di garanzie (e ancora di più in costanza di queste) indica proprio avversione al rischio e non certo la sua sottovalutazione, oltre che una normale preferenza per la liquidità che solo un’autorità statale può ignorare! Esiste un ulteriore parallelo molto interessante. La vulnerabilità (legale) del sistema romano è dipesa da una risposta individuale alle norme del “tasso zero collateralizzato” che aveva fini di “stabilità sociale”. L’impostazione delle relative norme non è diversa in linea di principio dal caso della “ownership society” americana, dove si è spinto politicamente sul mercato immobiliare sfruttando anche una leva monetaria per inseguire un proposito di natura “sociale”. Per quanto i fini potessero essere (umanamente) lodevoli sia nel I secolo che in questo passaggio tra XX e XXI secolo, è proprio dove si è voluto intervenire “socialmente” che sono scoppiati i problemi maggiori, perché i problemi nascono sempre dal pretendere di far i conti meglio dell’oste. […]

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