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Nuovi Scontri Generazionali: Vocabulary o Intelligence Divide?

December 3rd, 2012 by Leonardo

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di Leonardo, IHC

 

Fino a qualche tempo fa si parlava di Digital Divide cioè che la famigliarità con le nuove tecnologie digitali di comunicazione avesse creato tra le più giovani generazioni e le “analogiche” generazioni precedenti un profondo solco fatto di incomunicabilità e perfino contrasto. A livello mondiale il Digital Divide, cioè le differenze di accesso alle nuove tecnologie, avrebbero invece creato forti divergenze nelle possibilità di sviluppo economico.

Un passaggio nella recensione agli ultimi libri di Flynn (vedi pezzo precedente) mi suggerisce che oggi possa esistere addirittura un Vocabulary Divide tra generazioni che isola, perché meno istruite, quelle più giovani. Vista la qualità delle proteste di piazza (si cerchino vecchi pezzi di IHC più questa intervista), c’è ragione di credere a Flynn.

 

La posizione del filosofo pare essere che l’alto grado di istruzione post-secondaria (dall’università in poi) abbia arricchito il vocabolario – e con esso la conoscenza – posseduto da certe generazioni di fatto “staccando” le generazioni più giovani – che in passato sono invece state una specie di “avanguardia” per il grado di istruzione; ne sarebbe seguito un problema di comunicazione e un isolamento culturale dei più giovani (adolescenti) unico nella storia.

Una differenza di “vocabolario” non è necessariamente una differenza di intelligenza o di cultura, ma in effetti le due cose nemmeno possono essere così tanto disgiunte, nel senso che l’ampiezza stessa di un “vocabolario” può discendere da un maggior ricchezza culturale (essenzialmente: più cose si sanno, o più sfumature si conoscono, e più è opportuno elaborare anche un vocabolario che permetta di trattare il tutto con maggior rapidità e precisione). In tal senso non mi pare esattamente “strano” che un laureato (o oltre) possa fruire di un vocabolario diverso, più ampio, di un adolescente. Magari il punto è che la possibilità di incrementare gli anni di studio ha spostato più avanti il vero apice dell’apprendimento, per cui il vecchio massimo dato dalla scuola superiore (grosso modo l’età adolescenziale) è diventato essenzialmente una tappa intermedia. Il problema potrebbe quindi porsi addirittura in termini di Intelligence Divide. Se le coorti mediane (e magari quelle più avanzate) avevano formato la propria cultura e “vocabolario” entro l’età adolescenziale, potevano anche comunicare tra loro su un certo piano di “parità” (esperienza a parte); se le coorti mediane arrivano al loro “massimo” in un periodo successivo, queste si troveranno ad un livello diverso (superiore) alle coorti più giovani (ma anche a quelle più vecchie), e da qui i problemi di comunicazione indicati da Flynn.

Se però la mia visione è giusta, il problema non è solo l’isolamento culturale dei più giovani, ma praticamente uno spaccamento della società in tre fasce d’età che non comunicano tra loro ed anzi, dato il tipo di formazione nonché di cultura, si trovano in contrasto. Questa congettura troverebbe, per lo meno in Italia, pure una prova: una fascia di giovincelli che si mettono praticamente contro tutto e giocano a fare “i grandi” scimmiottandone comportamenti e lessico senza in realtà sapere di cosa stiano parlando (lo stereotipo di quel che ultimamente si è visto nelle piazze), una fascia di “vecchi” residuati dal mondo perfetto che si erano costruiti nel passato e senza nemmeno il buon gusto di ammettere gli errori e che continuano a masticare vecchi slogan (chi è in pensione o cerca di andarci, nonché in generale la classe dirigente), ed una fascia intermedia più istruita degli altri che cerca di “rottamare” i vecchi e si trova sgomenta davanti alla pochezza del pensiero dei più giovani. Certo, questa è una caricatura, ma credo abbia attinenza con il quadro attuale ed è un risultato coerente con le congetture di cui sopra. L’effetto finale è che si hanno tre fasce non comunicanti tra loro, anzi in contrasto, dove in sostanza una comanda, una subisce ma capisce il problema, e un’altra ancora si ribella prendendosela più o meno con il primo che passa.

 

Ammetto che questa ricostruzione sappia un po’ di predica da rincoglionito di mezza-età (il mio smisurato ego mi piazzerebbe nella fascia centrale, di cui farebbe parte pure il colto Silvano, naturalmente). Ma effettivamente la fascia centrale è quella mediamente più istruita (lauree, master, dottorati… e chi non ha tali titoli comunque è in contatto con pari-età con superiore istruzione, il che ha un peso), e ha poco senso aspettarsi livelli culturali (e lessicali) superiori da chi ha fatto forse metà di questo più lungo percorso di studi, per non parlare di quella fascia d’età che se ha superato le scuole medie inferiori è già molto.

Ma in tutto questo c’è un’aggravante di cui da molto sospetto e che mi è confermata sia da Zingales (Manifesto capitalista) che da Rajan (Terremoti finanziari): la qualità dell’istruzione è calata. Se questo dato è vero – e temo che lo sia, sentendo le lamentele sulle capacità dei periti e dei laureati appena sfornati – si aggiungerebbe una ragione al rilevato Vocabulary Divide che consisterebbe, a parità di grado di istruzione raggiunto in tempi diversi, nell’aver fruito di un servizio di istruzione peggiore; in tal caso già un perito sugli anta possiederà un bagaglio culturale e un vocabolario superiore a quelli di un odierno neo-diplomato. Non cambia molto da quanto detto sopra: la popolazione potrebbe comunque venir divisa in tre fasce d’età sempre e comunque in conflitto tra loro e scarsamente comunicanti. È però un fatto che le istanze “giovanili” sull’istruzione si sposino maggiormente con gli slogan delle coorti più vecchie (alcuni “giovani” in TV parlano come vecchi democristiani o vetero-comunisti), nonostante le coorti sotto i 40 anni restino abbondantemente lontane da una vera rappresentanza nelle sedi decisionali; forse il vero isolamento – Digital Divide a parte – sta nelle coorti mediane.

Il problema ha una (parziale) soluzione nella riforma dell’istruzione: alzare la qualità dell’insegnamento – rivedendo sì i programmi e le gerarchie tra materie, ma anche ridiscutendo la presenza stessa di alcuni insegnamenti o la necessità di renderne alcuni comuni a tutti gli indirizzi – non potrà certamente creare un perito con la conoscenza di un PhD, ma potrebbe adeguare per lo meno il suo “vocabolario” riducendo l’isolamento denunciato dal filosofo, e con questo instillare un maggior senso di auto-critica sulla propria “posizione” e sulle istanze veramente da avanzare.

Aggiungiamo a questo che per i due economisti Zingales e Rajan il calo di qualità dell’istruzione è uno dei fattori originali della corrente debolezza delle economie occidentali (minor cultura e preparazione, minor capacità di affrontare i cambiamenti, minor capacità di offrirsi come “lavoratori della conoscenza” quale vera difesa contro i “lavoratori a basso costo” dei Paesi emergenti – Paesi tra l’altro sempre più “emersi” che “emergenti” e sempre più competitivi anche sul piano della “conoscenza”), cui i Governi hanno risposto con stimoli monetari e fiscali diventati da una parte ormai impotenti e dall’altra forieri di squilibri ormai non più gestibili se non a caro prezzo (chi ha seguito in questi anni IHC o qualsiasi altro sito anche solo parzialmente di orientamento austriaco conosce tutta la faccenda). Una politica di istruzione basata sulla qualità invece che sul titolo per tutti avrebbe evitato molto della corrente recessione, e quindi anche di quella violenta incertezza sul futuro che attanaglierebbe i giovani (ma veramente un quindicenne si pone certi problemi? Mah…), oltre al Vocabulary Divide da cui ha preso le mosse questo articolo.

 

Detto questo, che si può fare? Niente. Una riforma funzionale dell’istruzione, se mai realizzata, avrebbe comunque bisogno di tempo per dispiegare i suoi effetti. È più facile attendere che al posto di questi “culturalmente isolati giovani” si sostituiscano i figli di quelle più istruite coorti mediane – sempre che i genitori nel frattempo non si appiattiscano verso il basso – e che intanto gli adolescenti crescano e studino fino a colmare il Vocabulary (e Intelligence) Divide che scontano al momento.

Certo però che se il sistema di istruzione non si eleva di qualità prima o poi ci troveremo a cucire scarpe per i cinesi con di nuovo un mucchio di ragazzi di nuovo per strada a difendere assurdamente le 18 ore massime di insegnamento settimanale per i professori… Intelligence Divide? No Intelligence Void.

 


2 Responses to “Nuovi Scontri Generazionali: Vocabulary o Intelligence Divide?”

  1. 1

    Silvio Says

    In Italia potremmo fare molto per migliorare l’istruzione e sicuramente questo aiuterebbe, però resto scettico sul legame univoco per cui da più istruzione deriva più crescita. Secondo me entrambi si influenzano, perché anche la maggior ricchezza consente di studiare di più e meglio. Del resto in URSS non erano certamente analfabeti, facevano ricerca e sviluppavano tecnologie, però l’economia non funzionava. A dirla tutta sono anche un po’ scettico sul legame scuola-istruzione perché la maggior parte delle cose che sappiamo le impariamo fuori dall’università o dalla scuola, ma qui vado fuori tema…

  2. 2

    Leonardo IHC Says

    @Silvio

    Grazie per le osservazioni! Statisticamente (non vomitare, dai) Romer aveva trovato che già solo il numero di anni di scuola contribuiva nella spiegazione dell’andamento del PIL (su tempi lunghi chiaramente) perché funzionava come proxy del capitale umano, cioè della conoscenza dei lavoratori. Fino a un certo momento credo che il legame fosse significativo: più sai, meglio lavori, migliori o nuove produzioni vengono fuori, più vendi, più cresce il Paese. Oggi probabilmente la cosa è molto più incasinata, oltre al fatto che si è in una recessione austriaca.
    Che il legame eventuale sia biunivoco, direi che è vero. Tra l’altro maggior ricchezza porta miglior nutrizione e miglior sviluppo intellettivo…
    Il problema della Russia non era l’analfabetismo (che comunque c’era, a parte l’elite culturale e istruita) ma che la conoscenza stessa voleva essere pianificata in un settore più che un altro (alla fine sai costruire lo sputnik ma non sapresti gestire un negozio di abbigliamento, per dire). Anche la conoscenza non è un plasma che in fondo puoi mettere dove ti pare, è sempre “capitale” con alcuni limiti di rigidità.
    Per finire, posso essere d’accordo che tante cose si imparano fuori – specialmente in Italia più passa il tempo – come d’altra parte ritengo impossibile che una scuola possa insegnarti tutto di tutto, però dai, qualcosa dovrebbe prepararti a fare (dall’università ad esempio ho imparato ad affrontare in tempi ridotti argomenti di cui non sapevo una cippa e ho capito qualcosa su come trattare il diritto, sempre meglio di niente).

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