Clicca qui per Opzioni Avanzate


Oltre la Curva di Laffer: le Intuizioni di Colombatto

June 11th, 2014 by Leonardo

-

di Leonardo, IHC

 

Il prof. Enrico Colombatto ha piazzato un interessante paper sulla Review of Austrian Economics (vol. 26, n.4) dal titolo An alternative to the Laffer curve: Theory and consequences (oggetto anche di seminario presso l’IBL). Ritengo che il modello grafico (in teoria formalizzabile algebricamente) elaborato possa divenire in futuro uno strumento per interessanti indagini su alcune evoluzioni culturali e loro interazioni con l’ambiente economico che differenziano ad esempio l’Italia dalla Germania e dalla Svezia. Qui cercherò di rendere sinteticamente il contenuto del paper che più mi interessa.

 

Il paper parte da una critica alla Curva di Laffer, di cui riassumo la teoria sottostante. All’interno di un ambiente economico, lo Stato può definire il tasso di imposizione fiscale; essenzialmente, maggiore è l’imposizione fiscale e maggiore è il gettito d’imposta. Ma al crescere dell’imposizione fiscale cresce effettivamente il costo dell’attività economica, e crescono anche gli incentivi all’evasione fiscale (il punto è pacifico); se aggiungiamo che il prelievo fiscale può facilmente non tornare in forma di servizi pubblici nella stessa “entità” de prelievo, va da sé concludere che oltre un qualche livello di tassazione l’attività economica tout court o anche solo quella “in bianco” comincerà a scendere più di quanto venga incrementata l’imposta (una tassazione 100% avrà gettito nullo in quanto non ci sarà nulla da tassare). Queste poche ipotesi disegnano una curva del gettito – la curva di Laffer – che parte da zero e torna a zero passando per un punto di massimo. Se si ipotizzano politici “razionali” in senso classico, si può concludere che il livello di tassazione coinciderà con quello che massimizza il gettito, cioè con il punto di massimo della curva di Laffer.

Ma tale razionalità classica potrebbe non esistere o potrebbero esistere altri incentivi politici che potrebbero portare a livelli di tassazione ben oltre il punto di Laffer. E qui arriva Colombatto: la cultura populista dei cittadini e l’opportunismo dei politici possono esser tali da scavalcare il razionalismo di Laffer. Il copyright non mi permette di riprodurre il modello grafico, ma vi racconto l’intuizione:

         il populismo è qui inteso come una preferenza dei cittadini elettori ad una attività governativa di redistribuzione, quindi una caratteristica culturale strutturale;

         il populismo quindi chiama un certo livello di tassazione necessario a fini redistributivi;

         il livello di tassazione incide sul funzionamento dell’economia definendone le prospettive di crescita e l’orizzonte temporale;

         la classe politica ha un sistema di preferenze che associa il proprio orizzonte temporale con il livello di opportunismo (gestione politica delle risorse e rent seeking); questo si combina con le possibilità offerte dall’economia definendo l’orizzonte temporale (supposto) per l’economia ed il tasso di “appropriazione” della ricchezza da parte della politica;

         il grado di opportunismo politico incide anche sulla qualità della spesa pubblica essenzialmente in modo inverso; la qualità della spesa (percepita dai cittadini) dipenderà quindi dall’opportunismo espresso dai politici;

         dipendentemente dalla sensibilità dei cittadini, la qualità della spesa si traduce in un livello di tassazione tollerabile.

Quindi il livello di tassazione richiesto dal populismo può non coincidere con quello tollerabile rispetto alla qualità della spesa; i problemi vengono quando il livello tollerabile è inferiore a quanto richiesto dal populismo, che può causare ricambi dei politici (elezioni) con frequenza crescente e dal risultato ambiguo. A sua volta il risultato “elettorale” discende anche dalle caratteristiche dell’economia, o meglio dall’orizzonte temporale implicato effettivamente dal populismo rispetto a quello preferito dai politici, in quando la loro combinazione può portare il sistema economico in punti di sovra- o sotto-sfruttamento dell’economia, chiamando nuove classi politiche più o meno “opportuniste” della precedente.

La curva di Laffer torna implicitamente in gioco proprio nella definizione dell’orizzonte dell’economia “imposto” dalle preferenze politiche combinate con la tassazione ex populismo: situazioni di sovra-sfruttamento dell’economia (orizzonti politici più lunghi di quelli effettivi dell’economia) in realtà coincidono nella teoria di Laffer “classica” con i livelli di tassazione oltre il punto di massimo. Qui si chiude il cerchio: populismo e sensibilità politica – quindi la cultura del Paese – entrano, anche attraverso la spesa pubblica, ad arricchire e scombinare modelli e conclusioni. Il classico homo oeconomicus diventa un politicans oeconomicus razionale in un modo più complesso.

 

Colombatto si lancia poi in alcuni esercizi di statica comparata per illustrare appunto come potrebbe venir gestita la discrasia tra la tassazione ex populismo e quella ex qualità della spesa, ipotizzando alcune reazioni degli operatori, concludendo appunto sulla qualità della spesa come mitigazione/soluzione delle tensioni politiche, e sul populismo come fonte essenziale dei problemi.

Seguono ulteriori ragionamenti riguardanti queste problematiche in una economia aperta (dove la “base imponibile” può prendere il volo verso Paesi a minor tassazione o dove questa risulti comunque ben giustificata dal livello dei servizi pubblici), e da qui altri ragionamenti riguardanti le soluzioni concrete che un Governo potrebbe preferire per ridurre le problematiche fiscali (la cooperazione internazionale anti-evasione o l’armonizzazione fiscale), e come su queste possa incidere un ulteriore livello politico teso ad accrescere il proprio potere (la burocrazia sovranazionale certamente ha interesse ad una armonizzazione fiscale, in quanto passo necessario per una centralizzazione prima dell’imposizione fiscale, a sua volta passo necessario per la centralizzazione della spesa pubblica, il che porta alla gestione di un potere centrale sovraordinato).

 

Mi concentro sulla “modellistica” perché supporto necessario per gli sviluppi successivi e perché ci vedo lo sviluppo di una vera e propria nuova teoria fiscale e culturale, facendo alcune osservazioni:

         Nel modello i cittadini sono schizofrenici: possono volere un’alta tassazione per soddisfare gli impulsi populisti e contemporaneamente una bassa tassazione non riconoscendo la qualità della spesa pubblica; questo discende dal doppio valore della tassazione, rappresentativa da una parte di una desiderata politica di intervento e dall’altra del costo concreto della politica effettiva. Un ulteriore passaggio logico però non è gestibile graficamente.

         L’analisi in economia aperta è in realtà utile anche per analizzare l’evasione fiscale (lo spostamento in Paesi a tassazione minore o con una più coerente qualità della spesa pubblica “mima” l’effetto dell’evasione fiscale domestica che “riequilibra” il livello di tassazione effettivo stante la qualità della spesa pubblica).

         Le relazioni nel modello sono tutte monotòne, il che è intuitivo; ma alcune relazioni – come il rapporto tra qualità e dimensione della spesa pubblica – potrebbero anche assumere forma a campana per individuare dei livelli “ottimali” di spesa; questo aprirebbe forse a equilibri multipli (doppi, in specie) ed alla ricerca “storica” dei momenti in cui i Paesi hanno preso (o giustificato) direzioni culturalmente diverse.

         Il passaggio da possibilità di crescita ad orizzonte temporale dell’economia non mi pare molto chiaro; è sensato a livello intuitivo, ma temo che in un contesto mainstream (dove il tempo è talmente bistrattato da ragionare con funzioni di produzione “istantanee”) il legame venga preso un po’ come “esoterico” o inconsistente. Ma un passaggio ulteriore non è gestibile graficamente.

         La cultura, fattore di grande interesse per Colombatto, è presa come esogena nel trattamento del populismo: la tassazione ex populismo è un parametro del sistema che, con le variabili, definisce gli stati di “crisi”. Questo è giustissimo, ma proprio per questo non condivido il trattamento più elastico di altri punti del modello che hanno a che fare con la cultura (individuali atteggiamenti mentali di interpretazione e valutazione dei fatti economici), come la sensibilità “tassazione – qualità di spesa pubblica” dei cittadini o le preferenze “orizzonte – opportunismo” dei politici, resi variabili in sede di analisi delle risposte del modello. Ritengo che andrebbe operata una separazione tra le reazioni di breve, medio e lungo periodo e relativi gradi di “fissità” delle diverse variabili (il breve periodo potrebbe essere l’orizzonte elettorale, il medio gli effetti economici che cadono tra l’altro sulle possibilità di rent seeking o sull’orizzonte dell’economia, ed il lungo alcuni adattamenti culturali).

         L’analisi può essere ampliata includendo la politica monetaria ed in particolare i tassi di interesse: la loro riduzione permette infatti l’espressione di preferenze temporali più “corte”, e quindi l’accorciamento dell’orizzonte temporale dell’economia e degli attori che la compongono (politici inclusi). In un certo senso, una Banca Centrale potrebbe incidere direttamente sugli aspetti “culturali” del modello (in specifici casi la riduzione dei tassi potrebbe anche ridurre l’orizzonte dell’economia fino alla coerenza con quello dei politici, ottimizzando “l’estrazione” di ricchezza in un contesto politico stabile ma con un’economia in lento e lungo declino).

         Si potrebbe elaborare un paradigma Hayekiano di conoscenza dispersa ma coordinata e non distorta che porta ad un populismo coerente con le possibilità dell’economia, con l’orizzonte dei politici, e con la qualità della spesa. La rottura del paradigma (l’analisi di Colombatto) potrebbe discendere da una conoscenza distorta che fa supporre di poter “estrarre” tramite una maggior redistribuzione ( tassazione populismo) una ricchezza “immeritata”, senza però contezza dell’effettività della politica e delle conseguenze più generali, tra cui una tassazione oltre il massimo di Laffer e quindi incoerente con la massimizzazione della redistribuzione.

 

Proverò a elaborare più formalmente queste e altre considerazioni che mi sono annotato. Ma per ora concludo così: credo che Colombatto abbia inventato la ruota; vediamo dove ci porterà.

 


0 Responses to “Oltre la Curva di Laffer: le Intuizioni di Colombatto”

  1. Ancora nessun commento

Aggiungi un tuo Commento