Clicca qui per Opzioni Avanzate


Patrimoniali: Tanto Rumore per Nulla

December 21st, 2012 by Leonardo

-

di Leonardo, IHC

 

La crisi continua, Monti ha fatto quel che ha fatto, la legislatura va a finire, e fioccano le proposte di riforma fiscale o simil tale che dovrebbero risolvere la questione italiana.

D’altra parte è ben chiaro che o emerge una soluzione dall’interno o dovremo, tra un gioco di specchi e l’altro, ricorrere al commissariamento sostanziale via ESM. Chi cerca la via “interna” tendenzialmente mette in gioco una imposta patrimoniale: chi la vuole sui patrimoni finanziari, chi su certi grandi patrimoni in senso ampio, e chi sul patrimonio dello Stato (quest’ultima, nell’intelligente locuzione usata da O.Giannino, corrisponde alle privatizzazioni).

Riprendendo alcuni argomenti già espressi su IHC, spiego perché niente di tutto questo risolverà alcun problema.

 

Anzitutto, un po’ anche per mera “formazione”, ritengo le imposte patrimoniali una vergogna. Il frutto reddituale di un lecito lavoro può venir speso in consumi o meno; quando non è speso può essere riconvertito in alcuni beni che da una parte costituiscono in realtà una forma di consumo protratto nel tempo (la casa d’abitazione) e dall’altra possono essere semplici “parcheggi”, produttivi di ulteriori redditi o meno (immobili, portafogli finanziari, gioielli), possibilmente smobilizzabili in caso di necessità. Ora, se i redditi che hanno alimentato questi patrimoni sono già stati tassati, una imposta patrimoniale significherebbe la doppia tassazione degli stessi redditi. La funzione di questa imposta è mero far casa. L’effetto economico può essere sia la riduzione del risparmio a favore del consumo (il che priva il sistema della rigenerazione del capitale per la crescita di lungo periodo), che il minor incentivo a produrre ricchezza (dato il livello di consumo, l’eccesso risparmiato sarebbe solo fonte di imposizione fiscale).

Altro discorso sarebbe quello di una imposta patrimoniale che servisse per tassare ex post i redditi sfuggiti al primo giro di esazione fiscale, in altre parole una patrimoniale applicata a ricchezze, o loro parte, il cui accumulo stia nell’evasione fiscale dei redditi originari (forse la presento solo io in forma così esplicita); per forza alla prima applicazione potrebbe equivalere a una carneficina (quante decine di anni di “nero” dovremmo recuperare?), mentre negli anni successivi – dovesse venir riproposta – si manterrebbe su livelli ben inferiori. La principale funzione di tale imposta sarebbe l’ottenimento di una qualche forma di “giustizia fiscale” basata sull’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, compresa la legge fiscale. Se si può obiettare che l’evasione è di per sé una risposta all’eccessiva tassazione, per cui il recupero via imposta patrimoniale equivarrebbe a ribadire l’eccesso di tassazione, andrebbe anche detto che quando si parla di patrimoni “grandi” l’evasione perpetrata dovrebbe essere già andata ben oltre le esigenze di sussistenza e decenza, per cui il concetto di “eccesso di tassazione” perde mordente (la “grandezza del patrimonio” è un concetto vago, ma già la seconda casa dell’evasore può far sorgere qualche dubbio se l’origine del problema sia l’elevata tassazione – che in Italia è comunque un fatto – o il semplice desiderio di sottrarsi alla fiscalità anche fosse un miserrimo 1% del reddito). Economicamente, alle aliquote attuali, anche una imposta patrimoniale su queste base avrebbe effetti depressivi sulla crescita.

La “patrimoniale pubblica” (privatizzazioni ed alienazioni del patrimonio statale) è anch’essa un modo di “restituire” introiti pregressi, stavolta dello Stato, sottratti di fatto alla collettività per perseguire fini non necessariamente attinenti alla collettività stessa. La presenza dello Stato in ambiti produttivi o semplicemente patrimoniali può avere giustificazioni di opportunità contingente ma non è un dovere assoluto e imprescindibile. Se l’ente Stato, attraverso le imposte, espande la propria presenza e si trova poi incapace di onorare il proprio debito, ha una certa logica il pretendere l’alienazione del patrimonio così acquisito appunto per coprire il debito senza far ri-gravare l’onere sui contribuenti (“s’è già dato” dovrebbe essere il nostro slogan).

 

In tutti i tre casi però il problema Italia non viene necessariamente né ridotto né tanto meno risolto. Qualsiasi delle tre soluzioni venga adottata, oltre ai rischi connessi alle modalità di realizzazione (errori o discrezionalità nella determinazione della base imponibile, sottovalutazioni o alienazioni “di favore”…), il punto poi sarebbe di tradurre tali entrate univocamente in una riduzione del debito pubblico e non, come dice l’esperienza, in maggior spesa. Su questo passaggio allo stato attuale non si ha alcuna certezza, nessuno strumento normativo, di controllo o prescrittivo… salvo le statistiche sulle dimensioni del debito pubblico a posteriori, cioè quando è troppo tardi.

Ma mettiamo pure che in un modo o nell’altro venga applicata una patrimoniale, tirandosi su dall’oggi al domani € 200 miliardi di nuove entrate. Il debito pubblico rispetto al PIL calerebbe di una decina di punti percentuali. Mettiamo pure che si arrivi a un 110% di debito/PIL… Avremmo risolto il problema dell’Italia? Certamente un 10% di debito in meno significa come minimo un 10% in meno di spesa per interessi. Potremmo risparmiare un paio di aste settimanali di titoli di Stato all’anno… E quindi? E quindi, ad esempio, ridotto alleggerimento del peso dei titoli di Stato italiani sul mercato, e nessuna riduzione della pressione fiscale.

Abbozzando i numeri, se si parte con € 2 mila miliardi di debito e si cala fino a € 1,8 mila miliardi, da una spesa per interessi iniziale di circa € 80 miliardi – con il concorso anche di una eventuale riduzione dei tassi – si potrebbe arrivare anche € 70 miliardi. Il problema è che la spesa per interessi è solo una componente della più generale spesa pubblica che attualmente supera grandiosamente il 50% del PIL italiano; diciamo che da una Spesa/PIL al 52% si può arrivare al 51%. Se oggi la pressione fiscale media è oltre il 50% è perché – a parità o quasi di debito pubblico – la spesa da finanziare è appunto circa il 52% del PIL, per cui facendo il risparmio di interessi scendere al 51% il peso della spesa pubblica sul PIL si potrebbe  ridurre la tassazione media di un punto percentuale. Tanto esce, tanto deve entrare per far pari, e il saldo non è così esaltante.

Se poi consideriamo che l’Italia abbia, mal contato, un 20% di PIL in nero e che quindi la copertura della spesa pubblica corrente – dovendo farsi a parità di debito – si concentra sul restante 80% dell’economia, potremmo passare da una pressione effettiva su chi non evade di circa il 65% ad una pressione del 64%. I numeri possono venir raffinati quanto si vuole, ma gli esempi di calcolo riportati dovrebbero rendere conto di quel che c’è in ballo per i contribuenti finali: la sola speranza di un miserrimo 1% di tasse in meno. Mettiamo che io abbia sbagliato, e che in ballo ci sia un 2% di tassazione in meno… Tanto rumore per nulla, comunque.

 

Il triste risultato è dovuto alla misura della spesa pubblica. Troppo alta. È solo lì che si gioca veramente la partita sia della sostenibilità dei conti pubblici che del livello di pressione fiscale. È questo il vero nocciolo della questione, e il punto che ogni ingegnosa soluzione fiscale che viene proposta in realtà svicola, aggira, o ignora. Per sperare in una tassazione media del 40% dobbiamo avere una spesa pubblica pari al 40% del PIL, cioè € 200 miliardi di spesa pubblica in meno (ricordo che solo un quarto della spesa attiene al welfare). Un taglio di questa portata, a parità di tassazione, avrebbe come effetto immediato sul debito pubblico – e senza dover porre controlli ulteriori – una riduzione del 10% con aggiuntivi effetti sul tasso medio di rifinanziamento (consideriamo che per mesi e mesi l’Italia potrebbe evitare di presentarsi in asta!). Però il taglio di spesa potrebbe venir pure distribuito tra debito e tassazione, ad esempio con un calo in un anno del debito pubblico del 5% e parimenti della pressione fiscale di un 5%, e ripetendo questa composizione di tassazione e spesa (cioè senza tagli ulteriori) avremmo in due anni il calo del debito del 10% pur avendo ridotto la pressione fiscale, e così via negli anni successivi fino a un qualche livello ritenuto accettabile.

Credo sia chiara la differenza tra agire sulla causa dei problemi (spesa) e mettere una pezza sugli effetti (debito), e di come la prima linea d’azione abbia effetti (graditi) più vasti. Per chi obietta che tale taglio di spesa equivalga al crollo del PIL, rispondo che se avessero ragione allora basterebbe far salire la spesa e il debito per vivere in paradiso, ma gli ultimi decenni di spesa e debito crescente non solo non hanno mostrato crescita seria ma hanno pure portato alla corrente crisi sovrana. Lo Stato non è l’economia, e l’economia deve tornare in mano alle persone.

Il problema è che tagliare la spesa, cioè la campagna acquisti dei voti, farebbe troppo rumore… e molti votanti son ben lieti di vendersi.

 


5 Responses to “Patrimoniali: Tanto Rumore per Nulla”

  1. 1

    Biagio Muscatello Says

    Ottimo ragionamento. Infatti, il programma di Fermare il Declino,
    al punto 1) la riduzione del DP,
    al punto 2) la riduzione della spesa pubblica.

  2. 2

    Walter Says

    Avremmo più bisogno di considerazioni di buon senso tipo queste. Purtroppo gli elettori non guardano molto al debito pubblico, fino al giorno in cui non diventa il primo problema e va “eliminato” subito. In realtà, ci basterebbe renderlo sostenibile, concentrandoci sul modo in cui si alimenta: spesa pubblica inutile e improduttiva. Se è vero che solo un quarto di questa spesa è “welfare”, ciò che rimane possiamo anche immaginarlo quanto sia “utile e produttivo”.

  3. 3

    Sabino Says

    “La funzione di questa imposta è mero far casa.”
    Bel lapsus al contrario, più che far casa, la stanno distruggendo.
    Gli stessi esperti di diritto tributario comunque sono concordi nel ritenere l’attuale sistema fiscale una barbara porcheria, anche per la sconsiderata pratica di cambiare norme a cadenza ormai mensile.

  4. 4

    Leonardo, IHC Says

    @Sabino
    Davvero! Lapsus significativo… si vede stavo guardando l’IMU in quei giorni…

  5. 5

    Silvano Says

    Oddio, usare gli immobili come base imponobile per i servizi locali è ragionevole. Peccato nel nostro caso sia diventato l’ennesimo adempimento per fare cassa.

Aggiungi un tuo Commento