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Pecunia Non Olet II: il Mondo in Giallo

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December 12th, 2011 by Leonardo

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di Leonardo, IHC

 

L’avrete sicuramente sentito: si vuol aumentare la potenza dell’ESFS (da € 400 mlrd a € 1.000 mlrd) e per trovare i soldi si è disposti ad andare con il cappellino in mano presso gli emergenti BRICS, Cina in primis. Dovevamo arrivare a questo? Sì: poco più di un anno fa eravamo a discutere proprio di questa cosa in un pezzo dal titolo “Penunia Non Olet”, e il punto era appunto che l’Europa (tutta) non riesce a riformarsi e deve finire (come già successo per gli USA) a chiedere i soldi dove sono e cioè alla Cina. Sicuramente è interessante che si sia passati dall’aiuto al periferico dei periferici, la Grecia, alla meno periferica Spagna, per approdare all’aiuto alla UEM intera. E poi? È il preludio a qualcosa di più vasto?

 

Benché il conteggio monetario sia falsato anche in Cina – vittima consapevole dell’inflazionismo occidentale ed infatti pericolante, come previsto, nella stretta tra inflazione dei prezzi e bolla immobiliare – questa è diventata, prima tra gli altri emergenti, la vera detentrice del risparmio mondiale. Come scritto in “Penunia Non Olet”, non possiamo aspettarci che l’eventuale partecipazione cinese ad uno qualsiasi dei veicoli finanziari costruiti o in costruzione non venga accompagnata da concessioni commerciali o partecipazioni in progetti economici di ampia portata, soprattutto adesso che la Cina può efficacissimamente obiettare che la sola transazione finanziaria sottende rischi di controparte in crescita (inutile ridacchiare, la tripla A della Francia resta in piedi solo per ragioni politiche, non ha alcun senso per un paese il cui Presidente cerca di distogliere soldi comunitari e convertirli a capitalizzazione delle domestiche banche). Quanto sta accadendo è uno scenario già previsto e basato sull’argomento austriaco che vede nel risparmio il fulcro dello sviluppo e della sostenibilità economica.

A gennaio avevo tra l’altro rimarcato sull’argomento, sottolineando che le banche europee (principalmente “periferiche” ma la situazione è sempre in evoluzione) erano sempre più dipendenti dai soldi della BCE invece che dal risparmio privato; anche per questa via si dimostra che il punto essenziale dell’economia è il risparmio. Testualmente, “una vera soluzione […] è che risparmio ‘vero’ decida di andare a supportare i periferici, e direi che se non sarà risparmio tedesco (e difficilmente la Merkel scucirà la grana senza pretendere in cambio un qualche potere politico e fiscale sui ’salvati’), potrà essere – downturn permettendo – solo risparmio cinese”; probabilmente a livello politico europeo conviene di più annacquare il potere di tutti facendo entrare denaro asiatico (e perché no, sudamericano o sudafricano) invece di riconoscere la supremazia interna di un blocco nordico-germanico.

 

Ma c’è altro ancora. Il Partito Comunista Cinese, nel suo ultimo piano quinquennale, sottolinea come la diffusione in Asia della cultura occidentale, americana soprattutto, debba venir non solo arrestata ma decisamente ribaltata, facendo della Cina un modello culturale da esportare con ogni strumento politico nonché artistico. Il fatto che adesso si debba chiedere esplicitamente il soccorso finanziario proprio ai cinesi non può che fornire ulteriori canali per questa contro-offensiva culturale.

Una sorpresa? Non dovrebbe esserlo. A fine 2007 avevo già proposto una riflessione del rapporto tra moneta e cultura, sottolineando che il ciclico boom (e poi bust) derivante dalla ben nota inflazionomia porta con sé un ciclo di espansione (e poi contrazione) della domanda che trascina con sé la produzione mondiale: “chi si trova nella posizione di ‘beneficiare’ di un lungo periodo di inflazionomia […] dispone per tutto questo periodi di un ‘potere di domanda’ che ‘chiede’ alla produzione prodotti ‘su misura’, e nulla vieta che questa ‘misura’ sia pure ‘culturale’.  In termini pratici, la domanda inflazionomica può decidere una propria matrice o sintesi culturale ed esercitare pressioni di mercato […] sull’offerta; nel frattempo, riconoscendo il ‘potere di domanda’ dell’acquirente inflazionomico, sarà anche la produzione stessa ad uniformarsi alla nuova ‘misura dominante’, e ne seguirà una più generale promozione di tutto ciò (beni, servizi, stili, mode) che è legato alla ‘cultura domandata’. Chi ha più credito viene corteggiato, e l’inflazionomia crea appunto credito a secchiate”. Ora che l’inflazionomia occidentale mostra la corda e che chi ha credito è soprattutto la Cina, dobbiamo necessariamente aspettarci che sia quest’ultima, progressivamente, a rappresentare il “potere di domanda” che fissa una certa “misura culturale”. Quel che veramente mi impressiona è la consapevolezza di questo meccanismo che sembra sottesa alle scelte dei (sostanziali) dittatori cinesi.

Per la verità al tempo (fine 2007) supponevo che la nuova valuta della cultura sarebbe stata l’euro, in quanto “la UE è l’area monetaria che, per assetto economico e demografico, ha i più pressanti incentivi verso una propria fase di inflazionomia non dissimile da quella USA, mentre l’Asia ha ancora forti incentivi a sfruttare un qualche big-spender ad essa esterno; il primo candidato a soppiantare il dollaro è per me l’euro, e il conseguente nuovo assetto monetario sarà la base di una nuova tendenziale egemonia culturale europea (finché, economicamente, durerà)”. Non immaginavo che la UE si sarebbe invece trovata in una crisi delle finanze statali tale da adombrare la leva monetaria ed imporre alla fine scelte fiscali restrittive, con un almeno parziale ritracciamento cioè dal percorso inflazionomico tracciato dagli USA. In un certo senso la UE ha perso il treno della supremazia culturale ancor prima di saltarci sopra. Riallacciandomi alla prima parte dell’articolo, la “valuta della cultura” passa dal dollaro, la valuta di riserva internazionale, allo yuan, la valuta del risparmio mondiale; questo passaggio discende dal fatto che il dollaro ormai non rappresenta più alcun risparmio… e l’euro pure.

 

Non solo “pecunia non olet”, ma pure “pecunia cogitat et imperat”. “Le vicende umane hanno sempre un ciclo […] I fatti sociali sono sempre vicende umane. Almeno parte dei fatti sociali sono fatti economici, e come tali sono sottoposti ad alternanze, non necessariamente regolari, di fasi cicliche. Nel ‘migliore’ dei casi i fatti economici afferiscono solo alle risorse materiali necessarie perché i soggetti possano sviluppare più ‘elevate’ sfere della loro esistenza (e cultura); se le fondamenta dello sviluppo cambiano, l’intera impalcatura sociale non può non risentirne. E così ci ritroveremo a guardare serie-TV cinesi ed a mangiare con le bacchette…

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