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Perché i Prezzi Saliranno

July 9th, 2010 by Leonardo

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di Leonardo, IHC

Prendo spunto dalla newsletter di Mauldin “Outside The Box” di metà giugno “Print baby, print” scritta da Grice di Société-General. Si possono trovare molti spunti di riflessione (Prometeo potrebbe venir attratto dalla veloce digressione su un’inflazione come conseguenza della ricerca del consenso nelle moderne democrazie), ma a me interessano i discorsi sulle prospettive di inflazione, nel senso della dinamica dei prezzi. In fondo non c’è molto che non sia già stato detto anche su IHC, ma anche le conferme fanno comodo.


Anzitutto Grice sentenzia che il Quantitative Easing è solo un modo di condurre una monetizzazione del debito pubblico. Cambiare denominazione è uno strumento di dissimulazione perché nessuno realizzi che ci siamo incanalati verso una nuova Weimar. Volevo riportare questo appunto come ulteriore risposta al finora ibernato Bini-Smaghi.


Un’altra riflessione riguarda il fatto che la UE ha messo sul piatto circa un migliaio di miliardi di eurozzi come fondo di salvataggio, con due terzi di questo fondo provenienti dalla UE stessa, per cui un’eurozona nei guai verrebbe salvato dall’eurozona stessa. Siccome il conto non torna, deve esserci un terzo soggetto che realmente metterà i soldi; chi sarà mai? La BCE! E come tratterà le probabili conseguenze inflazionistiche? Secondo Grice, non le tratterà.

La BCE, come le altre Banche Centrali, è imprigionata nel Dilemma di Von Havenstein (Governatore della Reichsbank durante l’iperinflazione di Weimar). Se la Banca Centrale non finanzia il debito pubblico rischia il rialzo dei tassi perché il Governo non avrà altre fonti da spremere; se il Governo alzasse le tasse aggraverebbe i problemi occupazionali già indotti dai più alti tassi di interesse; la crisi degli Stati coinvolgerebbe anche le banche private in quanto detentrici del debito. Per salvare capra e cavoli la Banca Centrale deve stampare moneta; se la crisi persiste, la Banca Centrale continuerà a stampare moneta; se il rischio è l’inflazione, per quanto alta possa essere è sempre preferibile al fallimento dello Stato. Conclusione: tra uno Stato fallito e l’inflazione, la Banca Centrale prima si cura di salvare lo Stato (da cui, come detto qui, dipende). I problemi di sopravvivenza e inflazione in altre parole non sono “pesate” ma ordinati lessico-graficamente (dilemma dell’incendio: se scappo tra le fiamme posso salvarmi ma mi ustiono; se sto fermo non mi ustiono ma muoio soffocato; primo: sopravvivere).

L’osservazione buona di Grice è su quale inflazione (dei prezzi) attenderci. L’analisi critica la nozione di inflazione ristretta ai beni di consumo, considerando (direi austriacamente) anche ogni bene in particolare gli asset finanziari. Per quanto detto, l’inflazione dovrà realizzarsi. Supponendo che non lo faccia necessariamente sui beni di consumo, il valore di bond e azioni dovrà salire. Questo scenario non pare coerente con quello previsto da HSBC e riportato su IHC, per cui le prospettive di una forte inflazione dei prezzi ridurranno il valore reale dei titoli, soprattutto obbligazionari. Ma il problema sta in realtà nella politica monetaria: escludendo il comportamento della Banca Centrale, ci si può attendere un futuro deflativo che rafforzerà il valore reale dei bond (i prezzi nominali sarebbero già scesi, come nello scenario di HSBC); inserendo una ulteriore ondata di liquidità e supponendo che questa non si distribuisca in modo disomogeneo tra beni reali e asset (e addirittura più sugli asset che sui beni di consumo, a causa di una congiuntura persistentemente debole) l’effetto nominale potrà essere quasi neutro (o maggiore sui titoli) mantenendo (o rafforzando) la profittabilità dei titoli. In altri termini quel che Grice propone è uno degli scenari di HSBC con una “sorpresa” inflazionistica, sorpresa che agisce sull’inflazione realizzata, non su quella attesa.

Faccio notare, come ha fatto notare a me il dott. Monsurrò sulla scorta delle letture di Rothbard, che se l’inflazione (dei prezzi) attesa a un tempo t, πet , è data dal confronto tra il livello dei prezzi attuale, P0 , e quello atteso al tempo t, Pet , e cioè πet = (Pet /P0 – 1), l’incremento oggi del livello dei prezzi ad un livello P’0 comporta un’attesa di minor inflazione futura (es.: se ci si attende inflazione nulla perché Pet = P0 = 100, scoprire che oggi il livello dei prezzi è in realtà 101 comporta attendersi, d’ora in poi, 100/101 – 1 = 1% di deflazione). Questo concilia lo scenario deflazionistico di HSBC con la profittabilità da inflazione di Grice.


Da queste informazioni elaboro la mia idea.

Anzitutto, siamo già in inflazione, o meglio proveniamo già da un fenomeno inflazionistico rilevante: i grandi vantaggi di costo asiatici non si sono tradotti in riduzione del prezzo ad esempio nel vestiario; non ci si può esaltare per una stabilità di certi indici quando qualsiasi teoria economica (sì, qualsiasi!) prevederebbe un loro calo, e purtroppo la maggior parte dei commentatori economici non l’ha capito.

Le Banche Centrali stanno monetizzando debito, e non potrà (politicamente) che essere così finché i bilanci statali non torneranno su traiettorie sostenibili (si veda il report richiamato qui per le prospettive allo stato dell’arte di un paio di mesi fa). Perché si torni alla sostenibilità dei bilanci pubblici, i Governi dovranno mantenere, e rincarare, i loro proclama di austerità. Io temo che, così come il Governo italiano sta probabilmente solo prendendo tempo per “scollinare” la crisi e godersi la stabilizzazione del debito/PIL sul 100% come da proiezioni, anche gli altri Governi si siano dati un orizzonte di “moratoria di spesa” di circa tre anni, dopo di che contino di cavalcare semplicemente la ripresa economica (se e a che tassi sarà, è tutto da vedere) con buona pace dei propositi di ridimensionamento dello Stato. A questo punto, e con la scusa della ripresa, le Banche Centrali gestiranno l’inflazione per ridurre il carico reale del debito statale.


Avremo fortuna se in questi tre anni (valutati sulle misure prese dalla Francia) a gonfiarsi saranno solo gli asset finanziari con un effetto ridotto sulle materie prime (le deposit facility centrali potranno essere un ottimo sfogo), ma temo che dopo avremo un nuovo shock produttivo dovuto alle delocalizzazioni cinesi in Africa che maschereranno, con i vantaggi reali, i costi da inflazione; vediamo se anche allora i commentatori grideranno al miracolo di un nuovo Maestro della politica monetaria dopo Greenspan, qualcuno che ci faccia di nuovo pagare lo stesso prezzo per qualcosa che costerebbe meno!


1 Response to “Perché i Prezzi Saliranno”

  1. 1

    Prometeo Says

    Carissimo,

    […]Prendo spunto dalla newsletter di Mauldin “Outside The Box” di metà giugno “Print baby, print” scritta da Grice di Société-General. Si possono trovare molti spunti di riflessione (Prometeo potrebbe venir attratto dalla veloce digressione su un’inflazione come conseguenza della ricerca del consenso nelle moderne democrazie)[…]

    Penso tu ti riferisca a questo passo:

    […]* The chart below shows the UK RPI from year 1300. From it, we can see that there have been inflationary episodes – the 16th century influx of new world gold and silver, the 18th century timber shortages, the early 19th century Napoleonic Wars – but that systematic CPI inflation is relatively new, and only started in earnest after WW2. This structural break coincides with the attainment of a voice in politics by ordinary people in developed economies: since voters rarely opt for economic pain, their elected representatives soon found they had to avoid it at all costs. Hence the relatively modern inflationary bias of “macroeconomic policy.”

    * When that inflationary bias dictated lowering rates in the face of a threatened recession more quickly than you raised them in a recovery, it seemed harmless enough. But the crash of 2008 and its sovereign debt aftermath have changed everything. It’s difficult to exaggerate just how dirty the phrase deficit monetisation was when I studied economics at university: loaded with evil images of political irresponsibility and short-sightedness, it evoked the haunting spectre of catastrophic and ruinous hyperinflation. It’s what they did in Weimar Germany; it helped cause WW2; to say it had an image problem would be a grotesque understatement. No wonder it’s been rebranded as quantitative easing.[…]

    Un po’ sorprendente la “quasi” sorpresa di Grice nel rimarcare che il quantitative easing non è altro che monetizzazione del debito. È ovvio che è monetizzazione del debito… non c’è certo da sorprendersi. Non certo da parte di un analista che che scrive su “Financial Intelligence for the Informed Investor”.

    Il punto di vista dell’analisi è, nonostante la dichiarazione “I would give you an Outside the Box with a more European flavor”, molto american-centric. Tempo fa avevo pubblicato dei diagrammi un po’ spannometrici:

    http://workingideas.wordpress.com/2008/10/28/300-years-of-inflation/

    L’inflazione dei prezzi sul CPI (ammesso e non concesso che il CPI abbia qualche senso…) è evidentemente del tutto legata alla struttura del USD ed alle conseguenze degli accordi di Bretton-Woods del 1946 completato con l’abolizione del gold-standard, la deregulation, l’abolizione del Glass-stegal act e tutto quello che è ancora cronaca piuttosto che storia.

    Non mi pare abbia un gran senso trovare un qualche “european flavour” nel guardare a 600 anni di money issuing dello stirling round, in quanto il cambio di “comportamento” anche del Pound, avviene solo in corrispondenza degli accordi di Bretton-Woods.

    Ovvio che una guerra abbia degli effetti inflazionistici, ma nonostante questo, in passato, la massa monetaria emessa durante i periodi di guerra è sempre stata assai limitata rispetto a quanto s’è fatto da dopo il 1946 e sopratutto da dopo il 1971.

    Da notare che la scala dei diagrammi riportati da Grice è logaritmica… che è un escamotage per rendere meno spaventosi andamenti esponenziali, come questo:

    http://workingideas.files.wordpress.com/2010/06/schermata-2010-06-16-a-17-47-52.png

    Che riguardano l’area euro armonizzata ai vari tassi di cambio pre introduzione dell’euro. Che come si vede… segue lo stesso identico andamento di tutti gli altri sistemi monetari.

    Il “toccare” gli aspetti politici delle policy macroeconomiche con tale velocità è controproducente, perché da un lato il discorso è anche più semplice, ma le implicazioni sono assai più complesse.

    A quella parte di potere che gestisce le policy macroeconomiche non interessa affatto il consenso, non sono certo eletti… E come descritto qui:

    http://workingideas.wordpress.com/2009/02/09/scary-isnt-it/

    La democrazia non è certo il “governo della maggioranza”, anzi è ad una prima approssimazione il governo di una ristretta minoranza. Approssimazione perché il meccanismo elettivo non garantisce affatto il meccanismo rappresentativo. Questo perché in tutte le democrazie moderne i candidati vengono selezionati prima dai partiti, i quali hanno a disposizione solo quei candidati che si presentano con relative lobby finanziatrici, le quali selezionano in ambienti né elettivi né democratici, né palesi i candidati da scegliere. Quindi nella migliore delle ipotesi l’eletto è legittimato dal voto a rappresentare gli interessi di una lobby (quello che avviene a norma di legge negli USA), nella peggiore (e più comune) l’eletto è legittimato dal voto a mascherare con l’azione formale, l’azione efficace di operatori tecnici non elettivi che manipolando il simbolismo legislativo svincolano l’attività del gruppo di interessi di riferimento dai limiti che invece rimangono imposti ai gruppi concorrenti (contenuto in questa azione è l’asimmetria dell’informazione sulle “notizie di reato”).

    L’interesse della democrazia, o meglio, l’interesse del Potere Efficace (o dell’azione sostanziale) delle democrazie moderne è quello di coinvolgere sempre e comunque, senza alcun vincolo di qualità/quantità/contenuti/efficacia/pertinenza/competenza quel 30% di cittadini sempre necessari a legittimare l’esistenza potere formale.

    Non è un meccanismo che include necessariamente il consenso. Anzi, il meccanismo necessità di dissenso e contrasto e poiché è sempre più difficile coinvolgere anche quel 30% di “proles” il “tono” della discussione politica (cioè del potere formale) ha ormai sfondato verso il basso il limite del rispetto dell’intelligenza… e proprio per questo continua ad essere funzionale, sebbene né sostanziale né efficacie.

    Quindi non vedo necessariamente una relazione tra inflazionomia e consenso.

    Gli effetti però sono più complessi da leggere, e qui effettivamente potrebbe delinearsi un nesso tra le due cose. Mi spiego.

    Sostanzialmente, gli Stati sono oggi dei passacarte delle Corporation. Sebbene quasi tutti siano ancora convinti di vivere in degli Stati, in realtà, lo Stato ha oggi il solo ruolo di porre in essere il patto (criminale) tra Stato e Banca Centrale che rende possibile la redistribuzione ineludible del pagamento degli interessi passivi sul debito contratto dagli Stati medesimi.

    Non siamo cioè più dei “tax-payers”, ma siamo dei “debt-payers”. E dobbiamo onorare un debito che è detenuto da soggetti di diritto privato (sempre secondo le definizioni del simbolismo legislativo dello Stato medesimo). Questo oltre ad aver comportato l’accumulo di potere conseguente il fatto che mentre il “risparmio” è anarchico, il “credito” è discrezionale, ha anche portato “l’effetto collaterale” della redistribuzione del debito pubblico sull’intero bacino di utenza di un certo sistema monetario, comportando l’esportazione del debito e la conseguente importazione di ciò che con quel debito si è comparto.

    Questo ha generato enormi “sacche” di parassitismo a tutti i livelli.

    In maniera del tutto simile a quanto avvenuto nel lunghissimo declino dell’Impero Romano, il meccanismo ha delocalizzato dapprima la produzione, poi l’intelligenza ad essa legata, ed infine il consumo.

    Come giustamente facevi notare nel tuo precedente pezzo, la Cina potrebbe essere l’unico candidato a finanziare il parassitismo dell’Europa, delocalizzando la sua produzione in Africa, ed alimentando così anche il consumo interno.

    Allora… tanto per non perdersi… al “proles” euro-americano cosa importa di più? A quel 30% di “proles” che si lascia coinvolgere dalla diatriba politica come se questa fosse sostanziale?

    Non c’è da stupirsi se chi ancora si lascia ipnotizzare dall’azione formale senza nemmeno ipotizzare l’esistenza di una azione sostanziale se ne esca con delle oscenità del genere:

    http://workingideas.wordpress.com/2010/06/16/lettera-degli-economisti/

    Che io definirei “il manifesto del parassitismo”.

    Cioè… l’aspetto politico del sistema monetario inflazionistico è il parassitismo. Quindi più che strettamente di consenso legato all’inflazionomia, io parlerei di infinite possibilità di parassitismo che l’inflazionomia consente… fintanto che ci sarà una Cina disposta a spendere i suoi risparmi sulla pancia dei parassiti.

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