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Perversi Concetti Ciclici di Bilancio

February 22nd, 2013 by Leonardo

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di Leonardo IHC

 

In passato abbiamo parlato dell’Output Gap e del Potential Output (qui e qui). Più recentemente l’argomento è stato richiamato parlando della Taylor Rule (qui). Oggi vi parlo di come il concetto di Output Gap venga inserito nei conteggi burocratici della finanza pubblica e degli effetti perversi che ne sono discesi e continuano a discendere.

Ringrazio Krämer, capoeconomista presso Commerzbank, che ha trattato meravigliosamente la questione in un breve report della sua banca.

 

Avrete certamente sentito parlare di deficit (raramente surplus) di bilancio “aggiustati per il ciclo” e ve ne sarete fatti un’idea intuitiva: il bilancio dello Stato certamente risente delle fasi del ciclo economico, tendendo ad andare maggiormente in rosso nelle fasi negative (un po’ per le minori entrate, un po’ per le maggiori spese a sostegno dell’economia), e parallelamente maggiormente in nero (o un po’ meno in rosso, come è più facile nel nostro mondo) nelle fasi positive. Questo concetto è appunto quel che hanno avuto in mente burocrati ed economisti.

A posto con il concetto, arrivano i problemi: come diavolo si definisce la fase ciclica e, ancor peggio, come si misura. Il riferimento principe è l’Output Gap (OG). Definito il PIL come misura espressiva della capacità dell’economia di creare ricchezza (fingiamo che sia vero al 100%), questo può essere confrontato con il PIL che l’economia dovrebbe esprimere in una condizione di evoluzione a-ciclica, scevra da perturbazioni contingenti di qualsiasi tipo, e sostanzialmente “stazionaria” (intendendo con “stazionaria” la situazione teorica di equilibrio in cui le grandezze macroeconomiche si trovano tutte in una posizione di reciproca compatibilità), definito per questo Potential Output (PO). L’OG è semplicemente la differenza tra PIL e PO (OG=PIL-PO), cioè il maggior PIL che un’economia dovrebbe esprimere in fase di boom (o il minor PIL, durante una crisi). Grandioso… e come diavolo si indovina il livello del PO? Due metodi (e non ridete, per favore): si fa una media con una certa profondità storica dei PIL, oppure ci si lancia in una stima econometrica fondata su altre variabili osservate attraverso un modello del teorico stato di equilibrio (spesso definito come livello di PIL che manterrebbe la stabilità dell’inflazione dei prezzi).

È abbastanza difficile che un austriaco possa immaginare che tale “calcolo” del ciclo sia possibile. Anzi, diciamo pure che è una vaccata. Ma il problema è che certi economisti e certi burocrati ci credono – o ci vogliono credere – e quindi tale calcolo viene preso da loro per buono. Siccome si sta ragionando di come aggiustare i dati di bilancio rispetto al ciclo, occorre pure stimare come il ciclo incide su questi dati. Vai con un altro giro di stime econometriche, e si arriva a dire che il saldo del bilancio pubblico ha una sensibilità al ciclo di 0,5 e cioè che un punto positivo (negativo) di OG implica una correzione di mezzo punto in meno (in più) sul saldo di bilancio. Per capirci: in una fase di boom misurata come un +2% di OG (PIL-PO=2%) se le finanze pubbliche mostrano un +0,5% di saldo, “al netto del ciclo” il saldo sarebbe -0,5% (il ciclo “regala” un bonus calcolato come OG moltiplicato per la sensibilità 0,5); in una fase di crisi con OG a -3%, un bilancio chiuso in pareggio equivale ad una chiusura a +1,5% “al netto del ciclo” (la fase di crisi per sua natura si stima erodere un punto e mezzo di bilancio pubblico, quindi aver chiuso in pareggio significa una gestione positiva delle finanze pubbliche).

Questo è ciò cui si riferiscono politici e burocrati quando vantano un certo surplus – o ridotto deficit – di bilancio pubblico “al netto degli effetti del ciclo” (ancor peggio se si parla di “saldo primario” cioè di saldo al loro della spesa per interessi).

 

I problemi legati a questo meccanismo di calcolo sono due. Il primo è evidenziato da Krämer, il secondo è una mia già esposta osservazione. Partiamo dall’economista teutonico.

Osserva Krämer che man mano che un’economia va in bolla, progressivamente i dati storici incorporano situazioni sempre “migliori” come fossero “permanenti” rialzi del PO. Se all’inizio prevale l’effetto del maggior PIL, e quindi un più alto OG che mitiga il plausibilmente positivo quadro delle finanze pubbliche (un basso deficit o addirittura un surplus), con il perdurare della situazione l’allungamento della serie di dati storici positivi fa salire la stima del PO riducendo quindi l’OG e con esso le correzioni al ribasso del saldo di bilancio. A questo punto lo stato delle finanze apparirebbe più roseo del reale proprio perché si perde la correzione dell’effetto-bolla: cala l’attenzione sulle finanze pubbliche, illudendosi che si sia creato spazio per ulteriore spesa in deficit.

Sempre Krämer osserva che un’economia che va in crisi provenendo da una fase di boom (specialmente se prolungata) avrà un livello “alto” di PO appunto dovuto ai dati passati (del PIL o delle variabili di stima econometrica riferiti per lo più ed anni di boom), che combinato con l’inizio della crisi comporta un OG fortemente negativo. Tale OG implica una forte correzione positiva del (plausibile) deficit di bilancio il che “burocraticamente” significa o dipingere uno stato delle finanze pubbliche meno negativo di quel che è, oppure creare maggior spazio di spesa in deficit.

In sostanza, questo meccanismo di correzione burocratica dei deficit pubblici è in realtà controproducente per la gestione delle finanze pubbliche di economie che sperimentino lunghe fasi di crescita non sostenibile per poi subire alcuni anni di crisi: le difficoltà delle pubbliche finanze vengono sottovalutate, la spesa pubblica in deficit viene incentivata, e arriverà un momento in cui tutto l’eccesso andrà pagato. Questa è esattamente la situazione di Paesi come la Spagna Irlanda o Grecia;  Krämer è più tranquillo sull’Italia in quanto non ha sperimentato alcuna vera fase di boom… ma temo sia solo una questione di scala (minori correzioni, ma a valere su saldi infimi). Il problema è l’affidabilità della stima dell’OG, anche se su basi diverse da quelle cui si appellerebbe (giustamente) un austriaco.

 

La mia osservazione è invece un’altra: questo meccanismo di correzione del saldo del bilancio pubblico (al pari dei riferimenti a saldi primari, esclusioni di spese per investimenti ecc.) avrà pure un valore burocratico (ital-burocrati ed euro-burocrati interagiscano pure nei termini che paiono loro) ma, e sia chiaro, non ha alcun diavolo di valore economico-finanziario! Un Paese che chiude con un deficit secco del 5% è un Paese che dovrà o incrementare la pressione fiscale di cinque punti di PIL o emettere ulteriore debito pubblico per cinque punti di PIL. Punto. Che i politici possano andare in televisione a dire che “al netto del ciclo lo Stato ha chiuso con un solo punto di deficit, anzi con un saldo primario in pareggio” non riduce il necessario ricorso alla tassazione o all’indebitamento. Che questi maneggi possano servire a fini politici, come scuse per ottenere il permesso politico a ridurre il debito più lentamente o per accedere ad un certo stanziamento, può essere un dettaglio non significativo per una popolazione chiamata a pagare comunque maggior tasse e per un mercato finanziario chiamato ad assorbire una maggior quantità di titoli di Stato.

 

Gente, il mercato col cavolo che ci finanzia, quindi alziamo la pressione fiscale dal 48% al 51%; però tranquilli, le finanze pubbliche sono sotto controllo, al netto del ciclo siamo in pareggio” – “ma se siamo in pareggio, perché diavolo alzate le tasse?” – “eh ce lo chiede l’Europa…”, e invece lo chiedono semplicemente i tre punti di deficit reale. Provate voi a restare senza soldi e poi dire in giro che al netto del ciclo sareste in pari…

Krämer invita a prendere con cautela i dati “corretti per il ciclo” per valutare correttamente lo stato delle finanze pubbliche. Io vi dico di non guardarli nemmeno – perché corretti quasi con un lancio di dadi – e di cercarvi i dati “lordi”, sentendo puzza di fregatura ogni volta che vi rifilano un dato “trattato”.

 


7 Responses to “Perversi Concetti Ciclici di Bilancio”

  1. 1

    Leonardo Says

    forte… uno prende in giro – bonariamente – Carbone, e cominciano a fioccare voti bassi sugli articoli. Puerili.

  2. 2

    Silvano Says

    Oddio, per quel che conta, forse è più facile sottostimare un’Output Gap positivo all’inizio del ciclo espansivo e la cosa farebbe il paio con una politica dei tassi relativamente espansiva basata anche ad ex. su un Taylor Rule. A fine ciclo hai già i dati storici, si tratta di revisionare e allargare la serie temporale. Per quello che vale l’OG credo che la distribuzione dell’errore sia leggermente asimmettrica rispetto al ciclo.

    La correzione per il ciclo è rilevante solo a causa degli impegni comunitari. Di per sé anche il target debt/GDP al 60% non ha alcuna valenza economica. Credo fosse una stima media di un’obiettivo che Francia e Germania avrebbero probabilemte raggiunto naturalmente in prossimità dell’adesione sulla base di alcune proiezioni che circolavano al momento della stipula di Maastricht. In pratica venne fissata una soglia che sui dati dell’epoca sembrava non comportare tendenzialmente costi politici per i principali azionisti dell’Euro. Ma anche questa è insignificante: non è una condizione di sostenibilità di finanza pubblica, né rappresenta un livello particolarmente critico su basi storiche, specie se preso isolatamente.

  3. 3

    Leonardo Says

    Sì esattamente: è solo un fatto politico. Il problema è che da questo fatto politico discendono “limiti” d’azione di politica fiscale – e a supporto, monetaria, ma è un altro discorso magari – che essendo guidati da norme burocratiche sono necessariamente avulse da criteri di economicità. In un certo senso, se non ci fossero questi “paletti”, sarebbe più facile muoversi con una maggior coerenza con lo stato delle finanze (magari solo incidentalmente) mentre adesso è statutario che la politica fiscale strutturalmente andrà ad appesantire situazioni deteriorate mentre i politici danno la loro benedizione battezzandole come “sane”.

    “Ego te baptizo piscem” e così tiro giù una bistecca in quaresima, cosa che non dovrei fare.

  4. 4

    Leonardo Says

    Te la metto in un altro modo: far decidere la politica fiscale in base a dati detrendizzati è la stessa cosa di affidare la politica monetaria ad una regola che formalizza un comportamento arbitrario di sottostima di pericoli inflazionistici e di bolle. è una norma politica ad uso politico, però diventa fonte di squilibri economici sistematici.

  5. 5

    Silvano Says

    Il percorso di integrazione è cominciato così, con una unione monetaria senza piena integrazione bancaria, fiscale, politica e così andrà avanti per un bel po’.
    Anche un pareggio pro-ciclico in un’area valutaria che amplifica le sfasature congiunturali è abbastanza rozza come regola. Considerando le esternalità politiche mi sembra che perdiamo più tempo a guardare i centesimi che a contare i dollari, pardon gli euro.

  6. 6

    Leonardo, IHC Says

    ” unione monetaria senza piena integrazione bancaria, fiscale, politica”
    E perché non fare anche un’unione dei parrucchieri, dei fornai, e dei gommisti?

  7. 7

    Silvano Says

    La Direttiva Bolkenstein…

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