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Prima Bagnai, Ora Sto Asciutto (Ancora sul Tasso di Cambio)

March 21st, 2013 by Leonardo

-

di Leonardo, IHC

 

Oggi mi andava di riparlare dei tassi di cambio con qualche semplice appunto teorico – non politico economico come nel pezzo di Bagnai. IHC vi ha offerto in passato una riflessione su tasso di cambio e svalutazione con questo pezzo (un modello mainstream ci fa riflettere su quanta svalutazione sarebbe necessaria); IHC vi ha anche parlato in quest’altro pezzo dell’effetto Balassa-Samuelson (da cui ricavo il rapporto tra export e politiche occupazionali).

Dopo aver recensito Bagnai, provo a far qualche ragionamento “puro” su svalutazione e inflazione.

 

Schematizzo: poste due aree produttive distinte USA ed Europa con propria sovranità monetaria dollaro ($) e euro (€), classicissimamente i rapporti di import ed export discendono dalla convenienza dei prezzi di merci e servizi internazionalmente commerciabili (rispettivamente P$ e P). In aggregato gli scambi arrivano a un equilibrio, che definisce il tasso di cambio nominale N (qui: valore dell’euro in dollari, o quanti dollari servono per comprare un euro) per cui P$=NP (se P$>N P allora conviene comprare merci europee, e la conseguente domanda di euro ne fa salire il “prezzo” cioè N si apprezza fino a ripareggiare i conti). Da qui segue una definizione banale del tasso di cambio nominale come N=P$/P . Essendo la realtà ben più complessa ed essendoci buona parte dell’economia attorno a beni e servizi non commerciabili internazionalmente (vedi Balassa Samuelson), N differisce da quel semplice rapporto di un qualcosa che possiamo chiamare “tasso di cambio reale” (R, che in pratica dice quanto potere d’acquisto in dollari vale l’unità di potere d’acquisto in euro, il che implica che un suo apprezzamento implica uno svantaggio commerciale per l’area euro) per cui N=(P$/P )R. Esprimendo il tutto in semplici tassi di variazione (in lettere greche) si ha:

 

1) ν =π$ –π +ρ

 

Dipendentemente da quali variabili consideriamo indipendenti, da qui si ricavano banalmente le espressioni del (tasso di variazione del) tasso di cambio reale

 

2) ρ =π π$

 

e dell’inflazione dei prezzi ad esempio nell’area euro.

 

3) π=π$ –ν+ρ

 

Da qui si capisce il perché di quella supposizione per cui “se svaluto del 20% devo aspettarmi un 20% di inflazione che Bagnai si è dato da fare per smentire. Guardando la versione 3 infatti è chiaro che coeteris paribus una svalutazione (Δν<0), causa un’inflazione di pari importo (Δπ=–Δν>0). Ma i dati di Bagnai non dicono questo; dove sta la fregatura? La fregatura sta nel fatto che, come ho riportato nella mia critica a Bagnai, esistono tanti fattori che concorrono alla formazione dei prezzi e che definiscono la competitività di una economia o area valutaria, e questi finiscono nel calderone del tasso di cambio reale. Ad esempio, nel momento in cui le imprese europee decidono di assorbire con i propri profitti i maggiori costi della produzione o i minori prezzi della concorrenza esterna, queste si rendono più competitive, aumenta il potere d’acquisto in termini di merci europee rispetto a quelle USA, cioè il tasso di cambio reale si deprezza (e si riduce il tuo tasso di crescita, quindi Δρ<0). Altri fattori possono incidere qui: una fase recessiva può ridurre le pressioni da domanda interna sugli stessi beni frenandone l’ascesa del prezzo, la fase recessiva può spingere in basso gli stipendi senza che le imprese incrementino i margini di profitto, o può venir introdotta una nuova tecnologia produttiva che riduca i costi o incrementi la produttività, oppure si scopre che esiste una miliardata di contadini ai limiti della fame che sono disposti a lavorare in fabbrica a stipendi più bassi della media (in ogni caso ancora Δρ<0). Ne segue che una svalutazione nominale realizzata sotto queste condizioni complementari va ad associarsi ad un tasso di inflazione minore, se non anche ad una deflazione.

Ma allora la svalutazione porta alla deflazione? No, la svalutazione crea di per sé spinte inflazionistiche, non se ne scappa. Ma esistono altri fattori contemporanei, indipendenti dalla svalutazione, che possono mitigare l’effetto sui prezzi fino anche a più che annullarlo. Nel caso che questi fattori siano indipendenti dalla svalutazione (le scoperte tecnologiche non arrivano certo a seguito delle svalutazioni, anzi di solito sono le fasi di difficoltà anche commerciale a stimolare la ricerca di nuove soluzioni), siamo autorizzati a pensare che senza svalutazione avremmo conseguito un maggior contenimento dell’inflazione, anzi una riduzione dei prezzi associata alla maggior disponibilità di merci e servizi. La svalutazione del tasso di cambio nominale aggiunge una maggior domanda estera, e con essa un grado di inflazione dei prezzi: un beneficio (sicuramente per gli esportatori, non necessariamente per tutta l’area) assieme ad un costo (l’imposta da inflazione). La valutazione costi-benefici è affare di politica economica; personalmente dubito che ne valga la pena, specialmente se si ragiona su dati disaggregati (perché lo sciampista, lavoratore di un settore non internazionalmente commerciabile, dovrebbe subire nella propria spesa l’inflazione dei prezzi non potendo avvantaggiarsi di una maggior domanda estera?).

 

Guardando le serie storiche, si possono osservare le variabili ν π$ e π  ma non direttamente ρ. Nei fatti ρ non è osservato ma è ricavato attraverso la versione 2, che però è una soluzione pratica e non implica che il tasso di cambio reale derivi dalle altre variabili. La svalutazione nominale non fa scendere il tasso di cambio reale: a condizioni di competitività invariate, la svalutazione nominale agisce secondo la versione 3) cioè attraverso l’inflazione dei prezzi, che si sviluppa fino a riportare la versione 2 all’equilibrio con il vero grado di competitività dell’area economico-valutaria (riassunto nel tasso di cambio reale di equilibrio).

Insomma, vanno chiariti i nessi causali tra le variabili. Se il tasso di cambio nominale è lasciato al mercato, vale certamente l’equazione 1: il grado di competitività dell’economia assieme alle particolari scelte microeconomiche di politica dei prezzi determinano il valore esterno della valuta; l’equazione 3 vale come feed back per cui, dato il tasso di cambio nominale e il grado di competitività reale, si adattano i prezzi. Se il tasso di cambio nominale è amministrato, diventando una variabile politica (e quindi si può decidere di rivalutare o svalutare per decreto), allora entra in gioco la versione 2 ma reinterpretata come espressione del tasso di cambio reale di equilibrio:

 

2bis) ρ*=π π$

 

La versione 2bis ci dice che, definita la posizione competitiva internazionale, a questa deve essere associato un certo rapporto tra i tassi di inflazione delle controparti commerciali ed un certo tasso di cambio nominale. La svalutazione (ma anche la rivalutazione, magari causata da un regime di cambi fissi) squilibra la 2bis, che però diventa perno degli aggiustamenti tramite le equazioni 1 e 3. Che durante il periodo di aggiustamento (i meccanismi di riequilibrio non sono istantanei) la parte sinistra della 2bis restituisca un ρ più basso non deve ingannare: non è cambiata la competitività reale dell’area, si è solo realizzata amministrativamente una condizione di stimolo all’export, e le altre variabili (in questo caso l’inflazione domestica) verranno forzate a restaurare l’equilibrio (il ρ “calcolato” sul mercato tenderà progressivamente a ρ*).

Ecco, la precedente analisi di Bagnai ha aggirato questo punto: il tasso di cambio reale dipende dalle condizioni di competitività (potremmo dire “tecniche”) dell’economia, e questo determina il tasso di cambio nominale. Modificare per decreto il tasso di cambio nominale (che è anche il caso dell’uscita dall’euro) crea in realtà un disallineamento tra tasso di cambio reale osservato e condizioni reali di competitività (tasso di cambio reale di equilibrio) con temporanei vantaggi e relativi costi. Da qui parte il riaggiustamento delle altre variabili (in specie l’inflazione domestica) per ristabilire una coerenza tra cambio reale e competitività, il che nei fatti significa far risalire il tasso di cambio reale “osservato” sul mercato. Aggiungo che la possibilità di svalutare riduce gli incentivi microeconomici a incrementare la produttività (minor l’utilità della ricerca tecnologica, dell’innovazione di prodotti e processi, e di riconversioni industriali), per cui una svalutazione potrebbe perfino rivalutare il tasso di cambio reale di equilibrio, così che il riaggiustamento sopra descritto porterebbe a stati di competitività peggiori di quello iniziale. Ed allora si invocherebbe un successivo giro di svalutazioni… e dopo qualche tempo ancora uno… e così via. Ora, tutto questo vi suona familiare? Credo di sì, perché quanto appena detto è un ottimo modo per spiegare perché all’Italia dentro lo SME non fosse bastato un solo giro di svalutazione. E tra l’altro questo è coerente con l’affermazione dello stesso Bagnai per cui le svalutazioni italiane storicamente sono state decise in conseguenza dell’inflazione pre-esistente… Da quanto ho esposto si può però capire anche da dove è partita o può partire l’inflazione pre-esistente.

 

Concludendo, non fate casino tra teoria e storia, e più che altro ricordatevi che la storia è fatta di tante cose che non si vedono o si confondono, ma che la teoria sa individuare.

 


33 Responses to “Prima Bagnai, Ora Sto Asciutto (Ancora sul Tasso di Cambio)”

  1. 1

    Silvano Says

    Se gli attuali REER intra-UE secondo te sono già in linea con i differenziali di competitività allora uscendo dall’Euro non succede nessuna svalutazione. Dov’è il problema allora?

  2. 2

    Leonardo IHC Says

    E dove avrei detto questa minchiata? Cartellino Giallo!
    L’Italia è in deficit di competitività, lo sappiamo e punto; proprio per questo deve per lo meno cambiare struttura produttiva, e se non lo fa deve abbassare i prezzi e per questo deve ridurre gli stipendi. E sta già accadendo mentre si dà colpa alla Cina.
    Uscire dall’euro non risolve una mazza: l’Italia resta in deficit di competitività reale ma si svaluta nominalmente rispetto al resto del mondo; e come è successo nello SME, dopo uno o due anni dovrà risvalutare e così via, cioè per proteggere alcune aziende pagheremo tutti via inflazione dei prezzi in una paese del tutto dipendente dall’energia dell’estero al 50% per l’alimentare.

    Mi sa che ti sei flippato sulla storia della liretta e non segui più gli esempi puri (li ho chiamati euro e dollaro ma posso chiamarli anche ceci e gnocca se vuoi).

    “Modificare per decreto il tasso di cambio nominale (che è anche il caso dell’uscita dall’euro) crea in realtà un disallineamento tra tasso di cambio reale osservato e condizioni reali di competitività (tasso di cambio reale di equilibrio) con temporanei vantaggi e relativi costi. Da qui parte il riaggiustamento delle altre variabili (in specie l’inflazione domestica) per ristabilire una coerenza tra cambio reale e competitività, il che nei fatti significa far risalire il tasso di cambio reale “osservato” sul mercato” significa “OK svaluta, respiri per un anno e poi sei peggio di prima”.

  3. 3

    Leonardo Says

    Warning: guarda che se l’Italia torna alla lira, non si va verso un regime di libera competizione monetaria tipo Hayek, ma semplicemente lo Stato Italiano trova una leva più diretta per decidere le proprie porcate a spese dell’economia privata. Avessimo Einaudi al Governo tanto tanto, ma non so se hai coscienza di chi sia stato eletto ANCHE a questo giro…

  4. 4

    Silvano Says

    La Cina non c’entra una pippa, lo sappiamo.

    Ma perché devi “modificare per decreto”? Lasciali fluttuare. E’ il mercato. Molto più sensato liberare il cambio che modificare una miriade di prezzi. Lo diceva anche quel bolscevico di Friedman.

  5. 5

    Leonardo IHC Says

    @Silvano
    Ora capisco!!! Chiariamoci: oggi abbiamo l’euro, perché e per come non importa, si parte da qui. Decidere di sganciarsi significa “per decreto” cambiare valuta ben sapendo che – anche solo per l’effetto club o network, altra trovata dello stalinista Friedman – la lira si beccherà una svalutazione, e sai che se venisse fatto sarebbe proprio per VOLERE una svalutazione, e non per amore del libero mercato delle valute. Che poi dopo Bankit se ne freghi e lasci fluttuare allegramente la lira… ho grossi dubbi, specialmente se dovrà mediare tra il bello di fregare costantemente i creditori in lire e la bolletta energetica.

  6. 6

    Leonardo Says

    Oggi da Napolitano c’è un tizio che si chiama Grillo o Cavalletta, non ricordo bene, che continua a sostenere che MARX aveva previsto tutto e che bisogna bloccare il capitale… Con questa gente in giro – con il peso che ha – TU ti fideresti di un’Italia a piena sovranità monetaria?
    Il mio pezzo è un pezzo teorico per inquadrare le questioni su cui Bagnai ha glissato (spaccando un po’ il capello), ma tu continui a tirarla in attualità, e l’attualità è questa.

  7. 7

    Silvano Says

    Il discorso è semplice: il ns tasso reale si apprezza perché siamo più inflativi, perché altri membri hanno operato sul costo del lavoro, perché siamo brutti, sporchi e cattivi. Data la rigidità dei fattori, o hai un meccanismo di riallineamento del tasso di cambio o procedi con una deflazione salariale interna. Se pensi che la seconda strada sia quella giusta o bastino riforme sul lato dell’offerta i cui effetti si vedono dopo tre anni, auguri. Però non ti lamentare se Telespalla Bob e Krasty il Clown prendono voti.

  8. 8

    Leonardo Says

    Per me a forza di recuperare sull’economia mainstream ti sei fatto traviare. Esiste anche la strada “smettiamo di fare auto di ‘sta cippa, smettiamo di fare acciaio di ‘sta cippa” e così via e “riconvertiamoci su produzioni su cui abbiamo veri vantaggi”.
    Tu ti sei incaponito in un discorso di “aggeggiamo sul cambio così vendiamo le fiat o la pasta barilla” e stai perdendo alcuni lati del sistema italia, tra cui che non è competitivo perché produce le cose sbagliate.

  9. 9

    Claudio Says

    “Però non ti lamentare se Telespalla Bob e Krasty il Clown prendono voti”

    A me più che altro sfugge il motivo per cui dovrebbero smettere di prenderli i voti, nel momento in cui torniamo alla lira. Almeno che appena usciti dall’euro non inizi a scorrere latte e miele e piovere manna dal cielo. In tal caso nella fiduciosa attesa sarei disposto a qualche mese di Bagnai al governo anche io.

  10. 10

    Silvano Says

    Realisticamente: basta guardare gli Usa (ma non solo) ed è evidente che il deleveraging privato e pubblico viene accompagnato da tassi reali negativi (anche in Germania), blande misure di financial repression e/o parziale monetizzazione dei deficit e/o controllo dei tassi di interesse nominali sul debito via BC (tutte cose che un singolo paese non può decidere autonomamente nell’EZ).

    E’ brutto? Sì, ma è meno brutto che farsi una congiuntura lunga con 3.000.000-3.200.000 disoccupati aspettando gioiosamente che i prezzi e i salari rigidi si flessibilizzino illudendosi di fare qualche riformetta liberale nel frattempo con surplus primari nell’ordine del 5%.

  11. 11

    Claudio Says

    @Silvano
    Ma tutti quei discorsi sui tassi artificialmente bassi che generano malinvestment, sulle crisi come inevitabili conseguenze dei “boom” innaturali e sulle iniezioni di liquidità che altro non fanno che spostare i problemi di qualche anno per poi ritrovarli ingigantiti? Tutto questo, dicevo, me lo son sognato o lo leggevo su questo sito, once upon a time?

    Insomma, stiamo parlando di un gigantesco, colossale “ubi maior, minor cessat” o sono io che non capisco più (o non ho mai capito) un cazzo?

  12. 12

    Silvano Says

    Il problema è lo “sboom”. L’ABCT non è una teoria dello sboom e non affronta direttamente il problema dell’eccesso di debito. Hayek era per mantenere costanti i flussi di reddito nominali dopo il botto per evitare una deflazione secondaria. Volente o nolente in una situazione come questa ciò presuppone una politica monetaria accomodante. Rothbard era per la linea Mellon “Purge the rottenness out of the system”, ma appunto non teneva conto di eventuali spirali deflative e realisticamente la potevi fare nel XIX secolo quando c’erano i dragoni a cavallo e votavano solo i notabili.

    Partiamo dal presupposto che il tempo è irreversibile e la società è un sistema adattivo e complesso. I livelli di indebitamento sono di tipo “bellico” e non c’è domanda di credito, tant’è che abbiamo BC con in pancia stock significativi di debito pubblico senza pressioni sui prezzi. Il problema del ciclo austriaco riguarda il rapporto tra prezzi degli asset e prezzi al consumo, non l’andamento dei prezzi al consumo in se e per sé. Certo è un rischio da monitorare, così come è un rischio l’eccessivo evergreening che tiene capitali impiegati in business poco redditizi, ma la coperta è quella che è. Dopo che gli stati si sono caricati di debiti per socializzare perdite private è politicamente difficile proporre nuove tasse o tagliare servizi. Detto in termini pragmatici un ragionamento spicciolo su cui è più facile realizzare una convergenza di interessi è che se hai ancora un conto in banca è perchè c’è stato l’intervento pubblico ergo non puoi bastonare ulteriormente il taxpayer. Queste cose vanno tenute in considerazione prima di esprimere pii desideri.

  13. 13

    Claudio Says

    “la potevi fare nel XIX secolo quando c’erano i dragoni a cavallo e votavano solo i notabili”

    Ah, i bei tempi…

    “Dopo che gli stati si sono caricati di debiti per socializzare perdite private è politicamente difficile proporre nuove tasse o tagliare servizi”

    E’ assolutamente vero che è così (oddio, le nuove tasse bene o male riescono sempre), ma resta il fatto che la somma di due errori non da una cosa giusta.
    Comunque, fatto salvo le mie velleità ottocentesche, io son perfettamente d’accordo con il tuo pragmatismo. Il problema che ci porta a divergere è che il pragmatismo va applicato anche al di fuori del contesto prettamente economico, e nonostante lo status quo sembri prossimo a rappresentare la toccata del fondo a me, ma anche a Leonardo credo di capire, sembra che le uniche alternative effettivamente praticabili portino a scavare, non a risalire. Questione di punti di vista. Il mio ormai dovrebbe esser chiaro.

  14. 14

    Silvano Says

    Il pessimismo ce l’ho anche io 😉 E non solo per fattori monetari; secondo me ci sono dei trend di lungo termine tra cui il declino demografico, l’invecchiamento della popolazione e tanti altri ancora inseribili in un più generale declino dell’occidente che, per così dire, ci giocano contro.

  15. 15

    Leonardo IHC Says

    Se ci sono in Europa paesi con tassi reali negativi non è.loro scelta ma effetto collaterale di volontà centrale di salvare gli altri paesi così come sono, e effetto di fuga dei capitali proprio da questi ultimi verso i primi. Che da qui si debba concludere di dover RIaiutare i soliti porci a me non torna, anche perché i tassi nominali di base non sono di mercato.

    Se poni una scelta tra mali minori va sul piano del meno peggio ma è “cosa” tua. Infilarci nella solita spirale di trucchetti consecutivi non è una soluzione e è la scelta anche la vecchia guardia della politica – anche la nuova, da quel che ho visto ieri.

  16. 16

    Silvano Says

    Non credo in Germania considerino i tassi negativi un “effetto collaterale” e nemmeno che si strappino i capelli per gli effetti un po’ asimmetrici dello shock finanziario e delle problematiche relative agli sbilanci delle partite correnti, se non relativamente al rientro dei crediti delle proprie banche. Del resto non pretendo l’altruismo da politici eletti su base nazionale. Prendo atto che ti spacchi pure le dita col telefonino durante il weekend per di difendere your love Mrs. Merkel :)

    Pragmaticamente: o ci piace l’Europa e ragioniamo a livello sistemico come gli Usa (banca federale, debito federale, bilancio federale e poi ogni stato si tiene le sue particolarità locali) oppure ognuno può stare a casa sua che non c’è bisogno di una valuta unica per avere libera circolazione di persone, merci e capitali. La globalizzazione va avanti anche con dieci monete in più o in meno.

    Lunedì partiranno i controlli di capitale a Cipro. Premesso che è difficile capire il senso di un’unione monetaria che ha bisogno di queste misure, te l’immagini tu la Federal Reserve che chiude le banche in Alabama e mette controlli intrastatali sulla circolazione di capitali perché saltano un paio di bancotte locali e qualche Credit Union? Possiamo convenire tutti che sarebbe “pretty ridiculous”?

  17. 17

    Leonardo IHC Says

    Analizzare qualcosa come voluto da qualcuno solo perché a posteriori si rivela a loro vantaggioso mi pare sbagliato. Comunque la tua posizione su Moneta e debito EU è quella di Delors, pensaci. Se tutto il mondo avesse l’oro come moneta allora dovrebbe esserci debito unico mondiale?

    Comunque mi stupisce come oggi tu confonda la Moneta unica con problema politico di non perdere il giocattolo di certe banche.

    Sì andavano bene anche 20 monete ma all’Italia servivaiimportare il rigore monetario della Buba più di altre considerazioni. Se poi Italia e altri hanno voluto sprecare l’occasione prenditela con i governi; non ci fosse stato euro avrebbero sprecato altre occasioni come hanno sprecato più svalutazioni successive.

    P.s. La Merkel è una bellissima culona.

  18. 18

    Claudio Says

    @Silvano

    “o ci piace l’Europa e ragioniamo a livello sistemico come gli Usa (banca federale, debito federale, bilancio federale e poi ogni stato si tiene le sue particolarità locali)”

    Sai benissimo che non è così semplice. Secondo te uno dell’Alabama ha le stesse relazioni con un altro americano di quelle che un cipriota ha con un finlandese o un irlandese? Non è che vai dal salumiere e gli fai “mi dia due etti di superstato europeo”. Imporre una moneta è criminale, ma imporre una nazione è peggio; secondo quale logica poi, se è stato fatto un troiaio con la prima (e tu sei il primo a dirlo!) dovrebbe venir meglio la seconda? Ma anche a occhio: Madison, Hamilton, e Jefferson vs Rehn, Von Rompuy e Barroso…suvvia!

    “oppure ognuno può stare a casa sua che non c’è bisogno di una valuta unica per avere libera circolazione di persone, merci e capitali”

    E sai benissimo che non è neppure così. Io non vedo (quasi) nessuno che voglia stare a casa sua e anche la libera circolazione di merci e capitali. Non dico che non si possa fare, anzi, avercene, dico che gente che vuol tornare alla CECA semplicemente non c’è qui e ora. In compenso è pieno di aspiranti autarchici, può darsi che se ci provano gli prende fame dopo tre giorni e lascian perdere, ma non si sa mai. A volte l’ideologia è più forte dello stomaco.

    Insomma al di la di come la si pensi sull’orribile culo di Frau Merkel a me sembra che il tuo pragmatismo continui a fermarsi un attimo prima del necessario.

  19. 19

    Silvano Says

    “Secondo te uno dell’Alabama ha le stesse relazioni con un altro americano di quelle che un cipriota ha con un finlandese o un irlandese?” Beh, se siamo antropologicamente diversi possiamo stare ognuno a casa propria, no? Io a casa mia ci sto proprio bene. Magari si poteva partire dall’integrazione dei mercati del lavoro e dei servizi, dall’integrazione dei sistemi di istruzione secondaria e terziaria, dalla creazione di safety net minimali omogenee e dopo una decina d’anni fare il punto della situazione e parlare di moneta e bilancio. Un processo evolutivo a tappe non forzate. Tra le istituzioni della UE e i cittadini c’è notoriamente un deficit di democrazia e siccome la natura aborre il vuoto nei momenti di crisi qualcuno lo riempie. Del resto un serio dibatto sulla moneta unica non c’è mai stato in Italia e il messaggio venduto alla popolazione era di questo tenore: con l’euro pane e fica per tutti, non date a quella tonnellata di pubblicazioni accademiche sui rischi e pericoli di un’unificazione valutaria, sono quasi tutti americani, scrivono così per “invidia”. Avanti, miei Prodi!

    “Io non vedo (quasi) nessuno che voglia stare a casa sua e anche la libera circolazione di merci e capitali.” Ti informo che fino al 1999 l’Europa funzionava proprio così: c’era il mercato unico, non c’erano le frontiere e l’Area Schengen (1995) va oltre l’EZ, arriva fino in Islanda!

    “In compenso è pieno di aspiranti autarchici, etc.”: allora, l’invidia del pene teutonico non è la cura per la sindrome del grillone italico. Cerca di essere persuasivo, abbiamo già 2.9 milioni di disoccupati e il 2013 non promette bene. Io dubito che diventeranno dei gaudenti elettori hayekiani. Comunque auguri per un eventuale impresa di proselitismo. Però attento, se gli imbianchini e i clown al potere sono preceduti dal Brüning di turno potrebbe non essere casuale..

  20. 20

    Silvano Says

    @Leo
    Non sai quante gioie mi sta dando Salvatore. Purtroppo non posso quotarle tutte.

    The most serious unresolved problem that the establishment of a European Central Bank and the euro may create involves how economic and monetary union member nations will respond to asymmetric demand or supply shocks. It is practically inevitable that a large and diverse single-currency area, such as the European Union, will face periodic asymmetric shocks that will affect various member nations differently and drive economies out of alignment. In such a case, there is little that a nation so adversely affected can do. It is clear that a nation would not be able to change the exchange rate or use monetary policy to overcome its particular problem because of the single currency. Moreover, fiscal discipline will also prevent using this policy to deal with the problem. While exchange rate adjustments generally are easy to handle, the only substitute in a monetary union would be direct downward wage adjustment.
    […]
    Facing an asymmetric shock, the United Kingdom and Italy opted to leave the Exchange Rate Mechanism (ERM) of the European Monetary System (EMS)in September 1992 and, by allowing their currencies to depreciate, were able to move out of the deep recession in which they found themselves. However, with a single currency this would have been impossible. For Britain and Italy, remaining in the ERM of the EMS in September 1992 would have involved standing idly by and watching their unemployment rates increase from already very high levels until the recession naturally and gradually came to an end. No government can afford to do this. In any event, massive speculation against the pound and the lira forced their
    depreciation. It is true that the establishment of a single currency will prevent such speculative attacks, but this also means that with a single currency the nation will have almost no policy choice available. Rather, it will have to wait out for the recession to cure itself.

  21. 21

    Claudio Says

    E’ curioso, perchè siamo praticamente concordi sulla diagnosi e ciononostante la prognosi diverge quasi completamente. Al solito, sarà il tempo a risolvere la disputa. A ogni modo, tre cose su cui mi hai frainteso:

    “antropologicamente diversi”
    aridaje con sto mio presunto razzismo. Semplicemente, nazioni che si conoscono principalmente tramite i libri di storia (con scannamenti reciproci) e le partite di calcio (idem) non possono essere gli USA, che comunque, non ce lo scordiamo, per “uniformare i contratti di lavoro” hanno fatto una certa guerricciola neanche poco cruenta. Gli europei alla lunga li unisce meglio la Ryanair che il migliore dei fenomeni di Bruxelles.
    “Ti informo che fino al 1999 l’Europa funzionava proprio così”
    Lo so, il punto è che indietro non si torna. O meglio, se lo si fa più facile si torni agli anni ’30 che al 1999.
    “Comunque auguri per un eventuale impresa di proselitismo”
    Questa proprio è l’ultima delle mie preoccupazioni. Anzi, non mi parrebbe vero di unirmi al coro anti-crucco, eviterei di stare impotente a rodermi il fegato tutte le volte che accendo un televisore o sento un dibattito sul tema. Ma proprio nun gliela faccio.

    E comunque il fine degli imbianchini e dei clown è il Potere, non l’area valutaria ottimale. Dagli pure la mano, ma occhio al braccio: puntano a quello. Se lo prenderanno lo stesso come dici te, ma almeno che se lo sudino.

  22. 22

    Silvano Says

    I tedeschi fanno i loro interessi. Siamo noi che non siamo capaci a fare i nostri. Terzi docet.
    Guarda con la disoccupazione all’8%, Grillo sarebbe un comico. E di tante minchiate non si sentirebbe parlare. Ora come ora non puoi fare nemmeno un minimo di politiche anticicliche tali da far digerire la pillola. In Grecia abbiamo alba dorata, in Ungheria Orban, a me non sembra che la linea europea fatta di salvataggi e svalutazuoni interne “funzioni”.

  23. 23

    Leonardo IHC Says

    Pure politiche anticicliche… Mi ricordi Falasca venerdì, quando non sapevo più a che convegno fossi. Ok pragmatismo, ma mi pare siamo troppo oltre con la scusa che Mises non ha fatto una teoria della ripresa. L’italia ha avuto 10 anni di respiro con l’euro e li ha sprecati senza riformare la struttura del paese. Non è certo che svlutando cin la lira si abbia più occupazione data la possibilità di delocalizzare e terziarizzare, ma la pressione dei prezzi è certa come è certo il rialzo dei tassi e l’uscita dei capitali (arrivano capitali dal Giappone già da settembre sulla paura della pol mon su yen) ed è certo che tale aiuto bloccherà di nuovo riforme industriali.
    Io vedo troppe controindicazioni e mi torna visto che si tratta di truccare il gioco come sempre fatto finora è vediamo con che risultati.

  24. 24

    Silvano Says

    Riallineamento dei real exchange rates vs Nord Europa. No more, no less. E ragionevolmente Spagna, Grecia e Portogallo svaluterebbero molto più di noi con molti più problemi. Studi della city, di Bootle (2012) e altri Sapir (2011), Tepper (2012) stimano una forchetta tra il 10-20% vs l’ex area del marco. Mettici pure anche un po’ di overshooting e siamo perfettamente nell’ambito di ciò che è già accaduto in I) UK, II) Svezia, III) Polonia. Nessuno di questi paesi vive nell’inflazione. Si è trattato della semplice risposta fisiologica e di mercato a shock asimmettrici.

  25. 25

    Leonardo, IHC Says

    Io non paragonerei mai l’Italia con questi Paesi. L’Italia deve anzitutto smettere di proteggere il posto di lavoro (cioè le aziende zombi) e cominciare a proteggere i lavoratori favorendo casomai la ricollocazione in settori diversi. Questa è l’unica politica attiva – micro – che per me ha senso. “Indorare la pillola” fornendo l’ennesima scappatoia, visto l’uso che è stato fatto in passato di tutte le scappatoie, per me è rifilarsi nel solito vicolo cieco. Se tu pensi che con una lira svalutata appaia un Governo illuminato che non pensi ad approfittarsene per fare la solita spesa, be’ auguri, io non ci credo per nulla.

    L’Italia è nella cacca a causa dei bassi tassi del primo decennio di euro? Mica vuoi dirmi che è colpa dell’euro, quando la convergenza verso il basso dei tassi era stata ben annunciata e si era promesso di utilizzare il risparmio per riqualificare il Paese… solo che se metti due soldi in mano a un politico non devi mai aspettarti che li spenda per te, e così è stato.

    Le teorie austriache sono concentrate sullo sboom più che sulla ripresa, ma perché all’inizio presenta una economia “sana” come “spontaneamente” sorta su opportuni rapporti di prezzo (e tassi) e gestione della moneta. Se non pulisci il mercato, queste condizioni non si realizzano, e ri-drogare l’economia (stimoli, svalutazioni…) non è pulire il mercato, è tenere ancora il sistema fuori equilibrio e supporre pure di saper “dirigere” l’economia verso una situazione sana. Il bilancio pubblico è ormai sputtanato per gli errori del passato, e prima o poi una “strizzata” pesante deve arrivare, lo sappiamo e lo scriviamo entrambi da anni!

    In Italia non c’è Wiedmann o come diavolo si chiama, se tornassimo alla lira nessuno si aspetta e noi non avremmo semplicemente un riallineamento spot (se lo avessimo, avresti anche diverse ragioni tu) ma ci infileremmo di nuovo in un cul de sac di inflazione e repressione finanziaria peggiore di quello odierno. Non è che manca una teoria, è che la teoria della ripresa va cercata nella teoria della “costruzione” dell’economia. Quel di cui parli tu è politica economica partendo dalla considerazione (rispettabile ma personale) che un po’ di inflazione vale un po’ di occupazione… è lo stesso ragionamento di Keynes e altri quando vogliono far leva sulla curva di Phililps cioè ingannando i salariati; un tempo lo aborrivi.

    L’euro è uno schifo ed è gestito pure peggio, ma l’alternativa è ancora peggiore.

    p.s.: però tempo fa ripresi un modello proprio per valutare quanta svalutazione avrebbe potuto recuperare gli squilibri commerciali, ed in teoria quindi occupazione, e in realtà la differenza è poca. Il problema di competitività dell’Italia non è solo nel prezzo, e la svalutazione è un gioco di prezzo.

  26. 26

    Silvano Says

    In Svezia nel 1990 l’interventismo statale era più alto che in Italia, credo anche rispetto all’Italia di ora. Hanno avuto una forte crisi bancaria con una dinamica analoga per certi aspetti a quella inglese e italiana. La ristrutturazione dell’economia è stata accompagnata con i generosi stabilizzatori automatici tipici del welfare scandinavo e una politica non eccessivamente condizionata dal controllo sul tasso di cambio.

    Non è vero che è stato fatto nulla: Feldstein definì gli sforzi dell’Italia per la convergenza tanto impressionanti quanto di utilità questionabili, in particolare per la crescita economica.

  27. 27

    Leonardo Says

    Certo, se lo sforzo per la convergenza è tassare qui e là è certo impressinante ma questionabile nell’utilità da lì a 10/20 minuti, niente di nuovo almeno per noi.

    Cmq hai detto bene, stabilizzatori “scandinavi”. Qui stabilizzare è stato inventarsi posti pubblici o tenere in piedi aziende zombi non pro-tempore ma ad infinitum.

  28. 28

    Claudio Says

    “L’euro è uno schifo ed è gestito pure peggio, ma l’alternativa è ancora peggiore

    Tutto il loop che si è generato in questo post (e in altri) ruota attorno alla correttezza di questa affermazione. Per Leonardo (e per me) è vera, per Silvano è falsa. Siccome non è verificabile (dovremmo avere a disposizione infiniti mondi per vedere che succede, oltre a mettersi d’accordo su cosa si intenda per “peggiore”) direi che se cerchiamo una soluzione convincente per tutti siamo senza speranza.

  29. 29

    Stephen Says

    Trattazione molto interessante e condivisibile, però tornare alla lira potrebbe essere l;occasione per smettere di “comprare” moneta a debito e crearne senza costi di signoraggio, poi il problema dell’inflazione/svalutazione é presente comunque e forse con questi politici pericoloso, ma con una Banca d’Italia che acquistasse il vero ruolo di regolatrice anche dello stock di moneta (ad emissione pubblica però), potrebbe essere più controllata ed efficace la politica monetaria…

    la butto la’ per avere critiche….

  30. 30

    Silvano Says

    @Claudio
    L’alternativa sarà sicuramente peggiore se non hai un piano B, dato che nulla vieta ai paesi del Nord di staccarsi e non puoi escludere a priori uno sgretolamento. In quanto a gestione delle emergenze non mi pare che l’Eurocrazia sia dotata di statisti di livello: Barroso, Van Rompuy e Schultz ti sembrano così migliori dei politici della ns prima repubblica? Sarà… ma di giganti a giro non ne vedo.

    @Stephen: il signoraggio è un ricavo per il Tesoro in quanto monopolista pubblico dell’emissione monetaria. Non è un costo per lo Stato. Disintossicati dal “signoraggismo”.

  31. 31

    Leonardo IHC Says

    @Stephen
    Vedi, il problema è qui: non è che la moneta non sia gestita, è già inflazionisticamente gestita dalla BCE, e ci si può attendere che lo sarebbe ancora di più sotto Bankit non perché brutti e cattivi ma perché le BC sono indipendenti operativamente ma non strategicamente, il loro bilancio “si chiude” con il Tesoro, e l’Italia con Stato – lo sai bene – ha tanta fame di soldi… La politica monetaria è efficace sì ma per incasinare tutto (te lo raccontano da Wicksell a Garrison).

  32. 32

    Leonardo Says

    @Claudio @Silvano
    Non è che non sappiamo se l’alternativa è peggiore, lo sappiamo e lo sa Silvano: aggeggiare con varie forme di inflazionismo è dannoso in specie alla lunga.
    Mettere mani italiane su moneta italiana porterà a maggior inflazionismo – lo penso io e mi chiedo come non riesca a pensarlo anche Silvano, non è un dato scientifico ma sappiamo chi abbiamo in Italia – quindi abbiamo tutti i parametri di valutazione.
    Certo, se il discorso è “mettiamo una toppa ora, poi vediamo” allora tagliamo fuori dall’analisi le evoluzioni future e ragioniamo sul breve termine, e allora certo che la lira è la soluzione migliore, lo direbbe anche Keynes.

  33. 33

    Claudio Says

    Avevo detto che la smettevo, ma un’altra cosa la devo dire.
    Ho dato un’occhiata in più al blog di Bagnai, per vedere oltre le tesi sull’€ che più o meno ormai conosciamo. Ho trovato quello che pensavo temevo. Letto ciò mi chiedo: l’insieme intersezione tra l'”agenda Bagnai” e quello che è stato scritto in anni di IHC è o non è l’insieme vuoto?
    E se lo è, e mi par proprio di si, chiedo, più che altro a Silvano visto che si è esposto: davvero l’€ è talmente il male assoluto da far definire “simpatico” un personaggio del genere? Eppure a me sembra chiaro che l’enorme maggioranza di chi si “compra” il “pacchetto-Bagnai” se lo compra completo, diagnosi e prognosi, e se sulla prima si può discutere, sulla seconda…mah…alla faccia del piano B e di “minimo di politiche anticicliche”!

    E siccome “ideas have consequences”, e non poco, io qualche domanda in più prima di “endorsare” certe posizioni me la farei. Questo così per dire poi vabbè, credo nessuno qui dovrà formare il governo (oddio, visto l’andazzo non si sa mai :-) ), quindi chissenefrega e ognuno continui a pensarla come vuole. Però le cose almeno guardiamole per intero…

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