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Proprietà Privata – Natura Principio e Diritto

July 26th, 2012 by Leonardo

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di Leonardo, IHC

 

In molte discussioni partecipate da economisti austriaci (o sedicenti tali) ricorrono con frequenza le invocazioni alla proprietà privata come “diritto naturale”, denunciando il giornaliero scontro tra la legge dello Stato, che permette a questi di scavalcare i limiti imposti dal diritto di proprietà – riconosciuto ma disciplinato dallo Stato stesso – e il diritto di proprietà “naturale”. Altrove (vedi la noiosa discussione attorno alla riserva frazionaria) vengono richiamati i principi “legali” di proprietà privata per denunciare le violazioni degli stessi poste in essere, per via legale, dallo Stato.

Un economista – in specie di marca austriaca – dovrebbe liberarsi del concetto “giuridico” di proprietà e riferirsi al suo carattere “sociale” e “morale”; in questo dovrebbe poi riconoscere che la “moralità” non ha alcun nesso con i concetti a priori di bene e male, ma discende da una “necessità pratica”, dalla funzionalità di un certo comportamento condiviso alla sopravvivenza e sviluppo della società stessa. Insomma, non confondere economia con diritto, fare il filosofo ma non il giurista.

 

L’economista è un interprete dei fenomeni economici. I fenomeni economici però non devono trovare sistemazione necessaria, tanto meno giustificazione, nell’ordinamento giuridico; il rischio è di finire per identificare l’ambito economico con quello giuridico e, essendo il secondo nella pratica una espressione dello Stato, identificare alla fine l’economia con il perimetro dello Stato (non ci si lamenti poi che si chieda allo Stato di “creare” lavoro e crescita).

La proprietà privata, ai fini dello studio dell’economia, non deve essere intesa come diritto in senso “legale”, perché in tal caso non si potrebbe prescindere dal ruolo del legislatore che definisce sì la proprietà come principio – definendone i titoli di acquisizione – ma disciplina anche i casi in cui questo diritto deve soccombere davanti a interesse “superiori” di cui il legislatore-Stato si fa portavoce “legittimo”. Questo crea circolarità nei ragionamenti: lo Stato non viola mai un diritto che è lui a disciplinare, semplicemente lo rimodula come è nei suoi poteri.

È difficile, sempre in ambito economico, anche parlare di un “diritto naturale”, se non altro perché manca una autorità da invocare per chiedere protezione. La “naturalezza” del diritto può stare solo nella “natura”; essendo la proprietà un potere che assume valore solo in un contesto sociale (Robinson Crusoe, prima di incontrare Venerdì, non aveva alcun interesse a chiedersi di chi fosse la noce di cocco o la capanna), la difesa “naturale” starebbe nella “accettazione sociale” del potere stesso. È difficile però rivendicare la proprietà di un oggetto sostenendo che “è così per natura” o “è convenuto dalla società” se non altro perché avremmo di fronte giusto un componente della società che contesta questo diritto.

 

A cosa deve pensare allora, l’economista? Ai rapporti tra le persone a priori decontestualizzando dall’ordinamento giuridico statutario o naturale, ed al perché sia “avvertito” un principio di comportamento – una morale – come presupposto per un’intera costruzione teorica ed analisi della sfera economica. Richiamo alcuni periodi regalatici dal Prof. Muscatello:

 

È importante sottolineare che le decisioni e le soluzioni – quali che siano – trascendono l’ambito dell’economia e investono l’ambito della filosofia sociale, delle idee sulla giustizia e sull’agire morale. Il “mantenimento del capitale” non è una semplice direttiva di sana gestione aziendale; è anche il principio che guida le decisioni di risparmio, cioè, di salvaguardia della sopravvivenza e del successo delle generazioni future […] L’economia crea alternative reali, perché nasce dalla volontà di soddisfare in tempi diversi bisogni differenti; e l’adattamento richiede comportamenti di varia natura. Ma la varietà dei bisogni si manifesta in tipi e forme che risultano comuni ai vari agenti e che richiedono l’uso di strumenti flessibili, da impiegare in molti casi. La specie homo ha sviluppato forme generali di organizzazione dell’esperienza – a partire dall’ambito delle percezioni sensoriali (The Sensory Order); ed è arrivata a creare non solo comportamenti tipici, ma strumenti di natura formale, procedure astratte, da utilizzare nei più vari contesti”. Epistemologia e Moneta in Hayek

  

Se è vero che il capitalismo ha adottato metodi razionali, è anche vero – sottolinea Hayek – che alcuni dei fattori che ne hanno decretato il successo sono il risultato di una tradizione morale e non delle nostre facoltà intellettuali, «della selezione di gruppo e non di quella individuale» […]. Hayek cita due istituzioni, che nessuna ragione ha «inventato», e senza le quali il capitalismo non esisterebbe: la proprietà privata e la famiglia (cioè, la trasmissione della proprietà, legata all’orizzonte di scelta presente/futuro)”. Hayek e Mises – Autobiografie a Confronto (parte II)

 

“Hume non ha esitazioni. Se la necessità è qualcosa che esiste nella mente, e non negli oggetti – e una delle attività mentali è quella di produrre inferenze – anche l’ambito morale è soggetto alle leggi della necessità. Non solo; ma “esiste un solo tipo di causalità”. La distinzione che egli enuncia tra Natural Evidence e Moral Evidence non incrina l’unicità del principio che la mente è alla continua ricerca di prove o testimonianze che verifichino la ricorrenza (probabilità) di tipi di eventi capaci di suscitare inferenze causali. […] La coerenza porta a verificare la congruità del rapporto mezzi-fini, quindi a verificare (e ad esprimere giudizi su) l’utilità di quelli che Hume definisce gli “artifici” – invenzioni delle facoltà intellettuali e razionali degli uomini”. IDEAS HAVE CONSEQUENCES!

 

Cosa avremmo dovuto capire in questo percorso che parte da Hume e passa da Hayek, di cui Muscatello si è fatto cronista e portavoce? Che la morale non esiste prima dell’uomo, anzi prima delle necessità dell’uomo. La morale è frutto di una catallattica sulle concezioni dei rapporti tra persone (la stessa catallassi di Mises, però applicata alla conoscenza invece che ai beni): ogni individuo porta all’altro il proprio “sentire”, le “idee” vengono elaborate e innovate, vengono valutate e quindi selezionate, uscendone un ordinamento spontaneo di valori che guidano i comportamenti individuali all’interno della società, cioè “la morale comune”. Cosa determina il successo di una “morale” su un’altra? Solo la funzionalità rispetto alle esigenze fondamentali dell’individuo e cioè resistere nel tempo e possibilmente evolversi; essendo l’uomo un animale sociale, la possibilità di resistere nel tempo ed evolversi coincide con la possibilità per la società stessa di resistere nel tempo ed evolversi. La morale, i principi che guidano i comportamenti sociali, hanno successo se garantiscono al meglio alla società di prosperare.

La codificazione di principi legali (inizialmente mediata da norme religiose) viene molto dopo, e in origine doveva essere solo una conseguenza di principi morali per dare forma certa (opponibile con certezza verso tutti) alle norme sociali. Non uccidere [i tuoi simili]” è, prima che un divieto penale, una norma morale affermatasi perché funzionale all’esistenza della società: quale comunità di persone potrebbe avere prospettive serie di sopravvivenza, e ancor più stimoli a sforzi evolutivi di lungo periodo, se fosse concesso a chiunque di uccidere “liberamente” il prossimo (leggi: se fosse possibile in qualsiasi momento venir uccisi non potendo così godere dei frutti dei propri sforzi)? Questo principio morale è in un buona parte “innato”, la “selezione naturale” delle idee ha svolto la sua funzione, ma non è un vero “a priori: in condizioni particolari (vedi il caso della guerra, o le pene capitali, ma anche lo stato di raptus passionale) l’assassinio diventa talmente funzionale per noi (magari per la sopravvivenza, o anche solo lo sviluppo, della propria comunità rispetto ad altre) dall’esser in qualche modo “compreso” fino ad esser “giustificato” se non addirittura “richiesto”; è sempre la funzionalità che domina sulla morale.

Il rispetto degli impegni contrattuali è un principio giuridico, ma ancora prima è un precetto “morale” (il dovere di correttezza) che è necessario perché in un contesto sociale si abbia la possibilità di far affidamento sulle azioni altrui, così da dividere il lavoro o pianificare azioni lungo il tempo ottenendo alla fine un risultato superiore per tutti coloro che abbiano “collaborato” (un esempio di questo è qui, dove la mia interpretazione Hayekiana fa da perno per il rapporto tra socialità umana e fine evolutivo dei principi morali come parte della più generale “conoscenza” individuale). Senza una tensione personale a mantenere la parola data, chi mai potrebbe anche solo pensare di lavorare per un altro con la prospettiva di non venir poi – alla faccia degli accordi – pagato? Senza la diffusa adesione per principio a questo dovere morale di correttezza si distruggerebbero le possibilità di scambi sociali (si torna ai concetti di “fiducia” di Mutti) cosa che porterebbe la specie uomo – animale sociale – verso l’auto-distruzione. Il principio morale regge perché funzionale (o come dice Hume, “necessario”).

 

La proprietà privata rientra in questo ragionamento. Il principio morale del rispetto della proprietà privata viene ben prima della norma di diritto che sancisce i titoli di acquisto della proprietà, ed è un principio talmente “naturale”, insito nella capacità della natura di auto-preservarsi, che è condiviso con gran parte del regno animale (si vedano gli istinti di territorialità e, in alcuni casi, di tutela dell’harem); nel caso umano come in quello animale il fine è sempre la “sicurezza” della disponibilità degli strumenti di sostentamento e del prodotto dei propri sforzi di creazione di un maggior “valore”.

Parlando di persone, non è pensabile che una società possa evolversi se lo sforzo del singolo (penso alla figura austriaca di “imprenditore”), che necessita di certezza della disponibilità di una serie di strumenti di lavoro fisici ma anche intellettuali, può venir in qualsiasi momento vanificato dal “libero” furto dei mezzi di produzione o, alla fine, del prodotto originato dal lavoro (che sia un bene, il servizio reso dal bene, o il realizzo dalla sua vendita)! La proprietà privata è anzitutto una necessità, ed il riconoscimento della proprietà privata altrui è sia condizione di reciprocità per il riconoscimento della propria proprietà, che strumento perché “l’altro” sia in grado di progredire con il proprio lavoro e, possibilmente, aiutare o trascinare anche noi nel suo progresso.

Questo concetto di proprietà è un concetto morale – sorto da una necessità pratica e non preesistente in natura – ma non è un diritto. Il diritto di proprietà è una formalizzazione operata da un ente socialmente o prepotentemente dotato di potestà legislativa, che al contempo ne può definire l’estensione (anzi, i limiti) ben di là dalle originarie necessità sociali di sicurezza e ricondurlo ad uno strumento per altri fini “imposti” (nel migliore dei casi, di paternalistico welfare).

Quando l’economista comincia a ragionare di un sistema economico teorico partendo da una ristretta serie di a priori, include il concetto di proprietà per come descritto sopra, cioè come  strumento necessario per consentire il necessario grado di sicurezza all’azione umana corrente e prospettica, senza il quale l’azione umana non avrebbe incentivo ad esplicarsi e la società smetterebbe di evolversi o perirebbe del tutto. Per questo le elaborazioni teorico-filosofiche che partono da un concetto di comunione necessaria di tutti i beni (fattori di produzione e risultati della produzione stessa): sono “contro-natura”, scavalcano un principio morale “naturale” pretendendo di costruire un ambiente sociale in cui tale valore morale non abbia alcun senso, scontrandosi però con l’impossibilità di creare in concreto tale ambiente e finendo solo per realizzare uno scontro tra le necessità sociali fondate sui rapporti individuali e le costrizioni di una innaturale “visione sociale imposta”. Ma appunto il problema è “morale”, cioè legato a motivazioni ragioni e necessità dell’agire umano, non legale: se la proprietà privata trovasse la sua ratio nel principio legale tale problema non si sarebbe posto nelle realtà socio-comuniste dove l’ordinamento giuridico veniva informato a ben altri principi.

Questa concezione aprioristica della proprietà privata quindi è su un piano del tutto diverso da quel concetto giuridico cui sembra ci si voglia rivolgere nella critica a certe norme o “decreti” dello Stato.

 

Una “battaglia legale” con lo Stato ha ben poco senso; la battaglia può essere condotta solo sul piano “morale”, senza pretendere l’esistenza di un “diritto naturale di proprietà” (quale fonte di diritto può competere, su un certo territorio nazionale, con il diritto emesso amministrato e “protetto” dagli organi dello Stato che ne ha, per definizione, il monopolio?), bensì centrandosi sulla funzione sociale del principio di proprietà privata quale fondamento o ratio della “moralità” stessa.

Di “naturale”, al mondo, c’è solo l’individuo e la sua – necessaria – socialità.

 


4 Responses to “Proprietà Privata – Natura Principio e Diritto”

  1. 1

    biagio muscatello Says

    Di naturale al mondo ci sono gli individui e la necessità che essi hanno di adattarsi nel modo più efficiente possibile all’ambiente (che, per ciascuno di essi, include la presenza e l’azione di altri individui). Espressa in questi termini, la conclusione di Leonardo è perfetta.
    Ringrazio per le citazioni; ma io non ho fatto altro che leggere Hume e Hayek.

    Leonardo vuole liberare il concetto di proprietà dal pericoloso nesso con il concetto di diritto: dal momento che il diritto, nella percezione dei più, è identificato con la formalizzazione legislativa, è bene preservare il fondamento della civiltà occidentale – l’istituto della proprietà privata – dall’arbitrio del potere politico. A questo proposito, è bene ricordare che, nella tradizione inglese – recepita dagli austriaci – Law è ben distinta da Legislation.

    Proprio su convenzioni, morale e costumi, sto scrivendo qualcosa che a giorni sarà pubblicato su questo blog (se passa il filtro della censura…). Vorrei solo anticipare un punto che Leonardo vuole sentire forte e chiaro: la proprietà è talmente legata al suo fondamento morale, da esse considerata una “virtù” (proprio così). La virtù è un habitus, un’attitudine ad agire secondo regole accettate e codificate dall’esperienza, e risultate utili alla specie. Virtù è continuità di comportamenti d’un certo tipo (anche se deviazioni dalla ‘retta strada’ sono normali e possibili). La morale esiste solo nelle relazioni tra gli individui.
    Certo, vi possono essere convenzioni, tradizioni e virtù che, alla lunga, risultano nocive per la comunità, e possono decretarne la fine. La morale, infatti, non è una; e non è un modello perfettamente razionale. Perciò la moralità si evolve, e nessuno può anticipare chi avrà successo in futuro; ma è saggio chi riesce a capire gli errori fatti in passato, per non ripeterli in futuro.
    [Nessuno può pensare che altri ‘coprano’ lo spread tra ciò che si doveva fare e ciò che non s’è fatto…]

    Ultima nota sull’a priori in Hume e Hayek (anche se né l’uno né l’altro usano il termine ‘a priori’): noi non conosciamo il punto finale dell’evoluzione umana; e, se è per questo, nemmeno il punto iniziale. L’unica cosa generale che Hume dice sulla base dell’agire è che gli uomini hanno una facoltà tipicamente umana (un senso morale), che è alla base della distinzione tra bene e male: non possiamo predire cosa sarà bene o male in futuro; sappiamo però che avremo sempre la facoltà di fare questo tipo di distinzione.

  2. 2

    Claudio Says

    Bellissimo tema e bellissimo post (incluso il commento del professore).

    Da ammiratore dell’illuminismo scozzese (ci vorrei fare la tesi) nonchè di Hayek che mi sembra sempre più classificabile come uno “scozzese del XX secolo”, mi sono reso conto di quanto il fascino di queste teorie vada di pari passo con una certa difficoltà nel digerirle e nel comprenderle fino in fondo.
    La forma mentis imperante, quella per cui giustizia è tutta e solo la legislazione positiva e il bene comune è quello votato dalla maggioranza di turno, ha degli effetti drammatici che la storia ha palesato a chiunque non abbia il paraocchi . Ma ha anche un vantaggio competitivo non da poco: è estremamente semplice da capirsi e si alimenta degli istinti peggiori di tutti, primo tra tutti la convinzione di avere più ragione degli altri e di possedere la ricetta magica per il perfezionamento del mondo (insomma l’hayekiana “fatal conceit”).

    Certo, una volta che le idee “buone” si affermano gli effetti positivi sono impressionanti:il settecento britannico e l’ottocento americano sono esempi straordinari di come una minima comprensione, almeno tra le elitè, dei concetti di governo minimo e di ordine spontaneo abbia portato a progressi inimmaginabili nei millenni precedenti di civiltà umana. Ma proprio perchè il funzionamento della società nel complesso è così inafferrabile per il singolo individuo l’equilibrio si presta a rompersi facilmente. E’ successo nel novecento e, secondo me sta succedendo ancora. Di Hume e Smith insomma non ne nascono tanti. Loro ebbero la fortuna di trovare un ambiente e un tempo adatti a recepirle. Hayek, due secoli dopo già molto meno.

    Le idee hanno conseguenze, e ce le hanno nel bene e nel male. Questo sito ha il grande pregio di portare avanti le migliori, per i (purtroppo) pochi che hanno la fortuna di conoscerle e di apprezzarle!

  3. 3

    andrea Says

    Che le idee hanno conseguenze lo sanno prima di
    tutto coloro che per propria convenienza ne hanno sempre limitato od impedito la libera circolazione. Inutile portare esempi.

  4. 4

    biagio muscatello Says

    Volevo precisare che la facoltà di distinguere il bene dal male, sul piano dell’agire, è naturale come sono naturali le facoltà intellettive e razionali. Né il senso morale, né la ragione stabiliscono preventivamente quali saranno le applicazioni future (rispettivamente: decisioni e conoscenze).

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