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Proteggere i Lavoratori e non il Lavoro (Economia vs Ecologia)

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January 2nd, 2014 by Leonardo

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di Leonardo, IHC

 

Dopo due polpettoni teorici basati su “Information Costs, Pricing and Resource Unemployment” (in Economic Forces at Work) di Armen A. Alchian (questo e quello) è giusto che il vostro affezionatissimo vi sviti le gonadi con un terzo pezzo sulla disoccupazione.

I due articoli precedenti hanno parlato di come “una certa” disoccupazione sia necessaria perché il sistema raccolga, produca e diffonda informazioni su una miglior struttura produttiva da raggiungere (in quali produzioni lanciarsi, con quali risorse, e a quali costi; oppure – specularmente – in quali settori proporsi, come prepararsi, e quale stipendio chiedere), e come stimoli economici basati sul sostegno alla domanda aggregata siano in realtà controproducenti.

Qualcosa impedisce a questa meravigliosa macchina spontanea di funzionare adeguatamente? Sì: un mucchio di cose.

 

In genere la discussione sulla funzionalità del mercato del lavoro si restringe a due argomenti: 1) i posti di lavoro mancano, quindi vanno incentivati o perfino “creati”; 2) va creata una miglior piattaforma per l’incontro di domanda e offerta. Il problema (politico) è che se i posti di lavoro mancano serve a poco spendere risorse in piattaforme di mercato, inoltre il mercato ha i suoi tempi e possono essere troppo lunghi rispetto alle richieste delle persone, da vedersi soprattutto come elettori. La conseguenza è una maggior spesa pubblica per sostenere le imprese (così come sono) o la domanda aggregata. Ritengo che i due articoli sopra abbiano dovutamente illustrato come questa soluzione “pratica” possa essere controproducente per l’economia in generale e per il mercato del lavoro in particolare. La spesa pubblica in forma di sostegno alla domanda aggregata, proprio per il suo fine di “mutare” lo scenario o le aspettative degli operatori, sporca i segnali su cui gli operatori prendono le decisioni. Una bella iniezione di ottimismo può alla fine illudere che esistano opportunità migliori da cercare, e questo fa sì che non si accettino proposte di lavoro (settore non “gradito”, stipendio “inadeguato”), il che non risolve il problema occupazionale e magari aggrava quello produttivo. Fin qui Alchian.

Esistono poi altri e ben noti fattori che possono ridurre la capacità del sistema economico di “produrre” adeguate informazioni per la una più funzionale riallocazione di tutte le risorse, lavoro compreso. L’istituzione di minimi salariali e l’azione politica dei sindacati – storicamente votati alla difesa di chi lavora o si approssima alla pensione piuttosto che allo studio di incentivi per una diffusa creazione di nuovo lavoro (che non sia il solito postificio pubblico) – sono certamente tra i più citati: qui possono venir letti nel loro effetto di distorsione dei segnali di mercato, e quindi di impoverimento dell’attività di produzione di informazioni. Faccio notare che questo è un fattore da definirsi “istituzionale”.

 

Tornando alla spesa pubblica, e collegandola all’aspetto istituzionale, entriamo nel mondo del welfare. Ritengo una conquista sociale l’aver messo in piedi un meccanismo di risk sharing che permette a chi si trovi in difficoltà (temporanee) di venir sostenuto in attesa di trovare una nuova occupazione; ritengo una aberrazione alcune situazioni che si sono venute a creare nella pratica (almeno in Italia), in cui imprese sono state e vengono indefinitamente tenute in piedi da sussidi incentivi e trasferimenti di vario tipo con la scusa (anche) di poter continuare a pagare uno stipendio ai dipendenti, ed in cui il sistema di sussidio alla disoccupazione diventa scevro da alcuna verifica delle azioni intraprese nel frattempo (se vi siano stati sforzi di riqualificazione o siano stati addirittura rifiutati lavori); a questo si aggiunga il cattivo costume di utilizzare il “posto pubblico” per assorbire disoccupazione o “precariato”. Una politica – effettiva – di questo tipo ha un po’ l’effetto illusorio dello stimolo alla domanda aggregata discusso da Alchian: si ha sempre la speranza, fondata sull’esperienza e quindi con connotati di “sicurezza”, che qualcosa “cadrà dal cielo” a salvarci. Un tale “sicurezza” riduce sia gli stimoli alla ricerca di un lavoro (e quindi anche alla ricerca, emersione, e diffusione di “conoscenza di circostanze di tempo e luogo”). Il problema che evidenzio è in effetti una manifestazione del classico moral hazard che si origina da un particolare contesto istituzionale. Anche l’esperienza storica della “rumorosa protesta di piazza”, per stimolare la politica – sensibile al problema elettorale – a trovare una soluzione a problemi di imprese e occupazione particolari è una manifestazione di questo problema, ed anzi ne risalta l’origine “istituzionale”.

A proposito della questione istituzionale, queste riflessioni si accordano a quanto proprio di recente esposto da Claudio Bandini sulla democrazia retorica accompagnata dalla tensione a “fare qualcosa velocemente, qualunque cosa sia”. È infatti la stessa evoluzione della politica, qualunque ne sia la causa, a far sì che si generi una aspettativa di intervento a sanare qualsiasi difficoltà indipendentemente da quale ne sia stata l’origine e, ancora peggio, da chi siano stati posti comportamenti che ne abbiano aggravato il quadro; al contempo – come ci ha disegnato lo storico Bandini – la politica ha ben lietamente risposto sullo stesso campo facendosi portatrice diretta di queste istanze o magari sobillandole e “titillandole” a dovere. Sul punto si potrebbe ancora rincarare richiamando le discussioni sul potere di Infantino (con riferimento al loop tra chi delega e chi è delegato), nonché sul tempo di Cubeddu. Credo che il tratto istituzionale del problema sia sufficientemente evidente.

 

Non vorrei che si pensasse che i problemi nascono giusto nella fase di contrasto ad una disoccupazione già in corsa. I problemi nascono già ben prima, quando ci si permette di decidere per lo stimolo o la protezione (in qualunque modo si realizzi) su certi specifici settori. Già questo crea, anzitutto in quegli specifici settori, una serie di aspettative artificialmente ottimistiche che come tali saranno evidenti solo nella successiva fase di crisi, in cui risulterà disincentivata la ricerca/produzione di informazioni sul mercato del lavoro e quindi la capacità del sistema economico di riorganizzarsi in un modo più funzionale.

In questo si inserisce una analisi economica tipicamente austriaca: l’intervento (discrezionale e localizzato) del pianificatore (a mezzo di spesa pubblica, qualunque ne sia la forma tecnica specifica) implica una distorsione (arbitraria) dei prezzi relativi (compresi gli stipendi), e questo implica la creazione di una struttura produttiva disequilibrata, o meglio “non sostenibile”, che arriverà necessariamente ad un momento di crisi; in quel momento – richiamando il ragionamento di Alchian – il sistema non si troverà adeguatamente impostato per riorganizzarsi in modo da recuperare gli errori (squilibri) impostati in precedenza. In altre parole gli stimoli economici particolari (sgravi fiscali, incentivi alla spesa, o spesa governativa diretta su specifici settori) sono sia la causa della crisi successiva, che della sua più difficoltosa soluzione. En passant, faccio notare che una struttura salariale “distorta” fornisce anche incentivi “distorti” per la scelta dei percorsi di studi, quindi ha implicazioni negative per l’economia anche su tempi più lunghi.

Sempre sulla linea austriaca, dobbiamo anche ragionare sul fatto che la spesa pubblica a sostegno diretto o indiretto della domanda aggregata viene molto facilmente organizzata in modo da incentivare domanda e produzione di beni di consumo a scapito dei beni capitali. La ratio di fondo è che per la politica è importante sia sostenere l’economia in termini di impiego delle risorse (specialmente umane) che in termini di standard di vita, e gli standard di vita non sono misurati in termini di quante fresatrici vengono prodotte ed impiegate bensì in termini di quanti beni di consumo diventino accessibili alle masse elettrici. Ma tale obiettivo negli effetti cozza con la necessità sia di un certo equilibrio inter-temporale del consumo – a mezzo del risparmio – che di un equilibrio tra produzione di beni di consumo e beni capitali utili a rinnovare/migliorare la produzione futura – in cui il risparmio gioca il ruolo di “finanziamento” a tale diversa produzione. Il favore al consumo a scapito di investimenti e risparmio sarà poi causa della successiva – necessaria – crisi economica. Il massimo esempio di questo sono i lavori “inventati” solo per fornire “capacità di spesa” (chiaramente in beni di consumo) e per il resto totalmente inutili, che equivalgono quindi a mera “spesa per consumo” a sostegno della domanda.

A questo punto vale la pena sottolineare che un intervento pubblico il cui unico fine e mezzo sia la creazione  (diretta o meno) di spesa di consumo ponendo che sia la spesa a generare lavoro, così come la “creazione” diretta di lavoro statale (da cui consumo che a posteriori dovrebbe giustificare il lavoro stesso, magari), non è economia ma – come detto qui – ecologia: è la cura di perseguire un certo livello di consumo ed implicitamente anche una sua distribuzione nell’ipotesi che “l’ambiente economico” debba adattarsi a questo permettendone la replica nel futuro; è un ecologico “preserviamo l’habitat (come lo pensiamo noi)” al posto di un economico “capiamo come può andare avanti, e permettiamogli di farlo.

 

Essendovi vari ordini di problemi, la soluzione non è “una” ma ne è necessaria una serie. La maggior parte degli interventi da prendere sono già ben conosciuti, e non mi ci soffermo. Mi interessa invece concludere attorno al punto specifico di Alchian: fatti salvi tutti i caveat di una interpretazione indiscriminata della realtà, non è “ottimale” contrastare in modo “positivo” la disoccupazione (che è un discorso diverso dal proteggere, via welfare, chi resta senza lavoro), bensì ci si deve impegnare perché la fase di crisi e disoccupazione “produca” il massimo di informazioni utili alla riorganizzazione dell’economia. Questo significa agevolare l’emersione di proposte richieste ed esigenze, e favorirne una circolazione quanto più ampia possibile: imprese e lavoratori devono avere un quadro quanto più certo di quel che c’è da fare e dove raggiungendo una sufficiente certezza sull’assenza di alternative significative a quel conosciute; in questo modo da una parte si potrà capire quando cessare la ricerca e rivedere le proprie preteste salariali, e dall’altra si potrà capire dove stanno le migliori possibilità imprenditoriali e anche che alle risorse (competenze) scarse deve venir riconosciuto un valore maggiore di uno sciocco minimo salariale fissato dal CCNL.

Una disoccupazione concentrata sui “giovani”, di cui una gran parte né cerca più lavoro né studia, per me dimostra che il mercato del lavoro è istituzionalmente distorto (quindi disfunzionale); significa anche che l’informazione rilevante non circola, tanto che ancora troppi preferiscono ancora aspettare che un lavoro cada dal cielo, e questo a sua volta impedisce che l’informazione venga perfino prodotta.

 

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13 Responses to “Proteggere i Lavoratori e non il Lavoro (Economia vs Ecologia)”

  1. 1

    Silvano Says

    Esempi di disoccupazione da shock all’offerta o da cali delle domanda aggregata si trovano in abbondanza. Discussioni sull’impatto di misure di policy suil nairu credo siano all’ordine del giorno tra gli economisti del lavoro. Ma che gli stabilizzatori automatici amplifichino un trend negativo sul mercato occupazionale mi pare alquanto difficile da riscontrare. Poi se vuoi dire che l’aumento di costi di transazione à la Coase principalmente legati ad aspetti regolamentari impattino il mercato sia per quanto riguarda la domanda che l’offerta questo è un discorso ragionevole.

  2. 2

    Leonardo Says

    Io direi che l’aspetto informativo della disoccupazione non è stato esplorato. Che sia difficile da esplorare ci sta tutto, anche perché riposa sui concetti “astratti” di conoscenza e coordinamento spontaneo (ci sono due pezzi precedenti a questo, tutti basati su Alchian), tutte quelle cose non rappresentabili statisticamente e giusto per questo da molti ritenute “inesistenti”.
    Il punto - che non mi stupirei di non aver chiarito abbastanza ma che tu dovresti chiappare al volo lo stesso - è che il problema degli shock è da rivalutare più a fondo nel momento in cui accetti almeno in parte che una fase di riorganizzazione produttiva o revisione dei pattern di spesa è una fase di produzione di informazione dispersa, per cui cambia l’output ma le risorse sono comunque impiegate (se ti provi a obiettare che la conoscenza non si mangia, vai pure in pellegrinaggio da Tremonti). Si può accettare o non accettare, ma questo a me pare un punto significativo “nuovo” e utile.

    Che lo stabilizzatore automatico, ad esempio il sussidio di disoccupazione (e a maggior ragione tutte le fantasiose storie di un reddito minimo o da cittadinanza), possa bloccare il mercato è però stato detto da varie parti senza che a parlare fosse il solito anarcocapitalista: la questione è nelle condizioni di attivazione/disattivazione dello stabilizzatore e nell’entità dello stesso, ed anche questo è stato detto talmente tante volte che nel nord Europa ne hanno preso qualche spunto per il welfare. Se hai letto le mie parole come “togliamo tutti i sussidi” hai letto male questo pezzo e i precedenti.

    Se ora vuoi dirmi che maggior spesa pubblica come supporto alla domanda aggregata è uno stabilizzatore automatico dell’occupazione, be’ comincia a pensare seriamente al tuo orientamento.

  3. 3

    Silvano Says

    Sulla disoccupazione frizionale e sul fatto che questa possa avere una certa varianza attorno alla media sono d’accordo. Il “full employment at any cost” è un concetto che si presta a derive demagogiche e finisce per essere tanto vago quanto la ricerca della “sound money” (che alla fine è sempre l’oro - non mi riferisco a te ovviamente). Ma l’isteresi, tassi di disoccupazione persistentemente sopra il 10% o anche il 20%, gli effetti di quella che viene chiamata debt-deflation, etc. non mi sembrano problemi macro specificamente oggetto dell’analisi di Alchian. Credo che il bersaglio sia più un certo tipo di idraulica keynesiana anni ‘50-’70 uscita di scena e assente dall’approccio neoclassico ma anche da buona parte dall’analisi post-keynesiana (magari è presente nelle proposte nostalgiche di policy che sognano un bancor globale 2.0 o nelle bizzarrie della MMT, quello si).

    Uno schema teorico che “chiude” la legge di Say aggiungendo un mercato in più (quello delle informazioni) è interessante e forse indagini micro o settoriali si possono anche fare guardando al turnover, all’aggiustamento dei salari, etc. (non ho una particolare cultura specifica in materia - ho un manuale di macro del lavoro mai non l’ho letto). Ma quando si ha a che fare con eventi del tipo grandi depressione, grande recessione, etc. non mi sembra una pallottola d’argento.

    Mantenere invariate le spese correnti e gli investimenti preventivati quando il gettito cade a seguito di un crollo della AD ed evitare tagli prociclici non mi pare hard rock interventism ma buon senso. Nemmeno Friedman sosteneva lo spiazzamento in scenari marcatamente recessivi.

    Orientamento. Per me l’ABCT e il Misky moment sono integrabili e trovo abbastanza convinceti le note di Catelan che nella fase di boom l’ABCT sia essenzialmente demand driven. E’ un problema principalmente endogeno del settore bancario inerente al settore privato con ripecussioni quantitative sul mercato del credito e degli asset. Nel post boom l’ABCT secondo me si infogna un po’, in particolare per uno scenario di forte deleveraging trovo molto più utile Fisher e Wicksell quando il tasso naturale scende sotto quello monetario. Questo crea spazi di intervento che non saranno risolutivi ma evitano deflazioni secondarie? Tendenzialmente sì. Ci sono rischi di unintended consequences? Sì ma soppesandoli hic et nunc li vedo inferiori ai rischi dell’inerzia, anche per il banale fatto che non veniano da una situazione Pareto-efficiente nè abbiamo - ammesso che esistano - istituzioni ideali o robuste al 100%: si tratta di muoversi verso un qualcosa di relativamente soddisfacente che sarà comunque lontano dall’ottimo teorico.

  4. 4

    Leonardo IHC Says

    Non ho mai parlato di disoccupazione frizionale.

  5. 5

    Silvano Says

    Si ok. Puoi estendere quanto detto anche al fatto che il nairu abbia un valore positivo superiore ai desiderata di alcuni o alle fluttuazioni nei volumi di impiego all’interno del trend di lungo periodo.

  6. 6

    Leonardo Says

    Diciamo che le visioni idrauliche a me sembrano molto più vive di quel che dici tu, anche perché tu stesso hai sottolineato la gravità di una carenza di domanda aggregata che impedisce l’assorbimento di occupazione (magari l’hai detto in una delle tue fasi “trolleggio”, questo non lo ricordo), e comunque è un argomento che a me pare si presenti abbastanza spesso; il fatto che nell’ultimo paio di anni l’ipotesi venga messa un po’ fuori gioco dalle discussioni su fiscal compact ed affini non mi pare sufficiente a metterci sopra la targa “passato”.

    Il punto di Alchian è proprio un settore “produzione di informazione” che chiude la legge di Say; ora: non dico che la chiusura sia perfetta perché c’è abbastanza di disfunzionale nel mondo, però tra “non perfetto” e “assente” c’è un bello stacco. Sulla “grande depressione” corrente io resto comunque un po’ cauto: perdere 8 punti di PIL in qualche anno è certo una bella scoppola, ma forse è più una scoppola rispetto alle aspettative che in sé. Certamente non la “pallottola d’argento” perché questa non esiste, ma è un modo di proiettare una analisi su criteri di sostenibilità economia di lungo termine.

    Riguardo sostegno AD rimando a quanto ho già detto: è una questione di come e quanto. Un sostegno che pretenda di essere compensazione perfetta e indeterminato è perfettamente deleterio nei termini descritti da Alchian (se l’informazione dispersa ha un senso; se non lo ha, è inutile parlare).

    Il Minsky moment, per come l’ho visto io almeno, mi pare più descrittivo che esplicativo. A parte questo, la mia visione parte sempre e comunque dal lato “produzione” e non dal lato “domanda” quale che sia la fase congiunturale, quindi su questo non ci troviamo.
    Il problema del deleveraging è che è visto come un problema: la mancata accettazione che il sistema debba subire una fase di blocco (che in realtà - nei termini di ALchian - diventa una fase di produzione “diversa”) per potersi riorganizzare, implica non accettare che un sistema che esce da un boom pure in parte indotto da certa politica monetaria debba “pulirsi” e “riorganizzarsi”, e quindi giustifica ogni intervento che sollevi indefinitivamente chiunque dai costi di tale fase, e questo in nome di voler rendere smooth qualsiasi fase; spesso sottostante a questa scelta c’è l’idea che uno smoothing sia un pasto gratis. Io non credo ad alcun pasto gratis e la visione di Alchian mi aiuta a vedere dove sta la fregatura in questa fase.

    Quindi la questione che pongo non è “soffrite bastardi perché arriverà l’ottimo paretiano”, ma prendere coscienza che certi meccanismi di protezione non sono risolutivi al 100%, ma offrono un sollievo che in qualche modo viene o verrà comunque pagato. La politica economica principe quindi non è per me “tappare buchi” (entro certi limiti: la fame non è situazione ammissibile) ma consentire al sistema di impiegare al meglio anche le sue funzioni di scoperta e produzione di informazioni utili alla propria riorganizzazione, evitando per una volta di pensare di poter ecologicamente imporre un certo ambiente economico a suon di spesa pubblica. Tra l’altro, nel momento attuale, puntare sulla pura spesa per risollevare una economia è abbastanza utopico (salvo non voler insistere a coprirla in un modo o nell’altro con più banconote).

  7. 7

    Silvano Says

    No. Semplicemente c’è l’idea che il sistema non sia necessariamente autoequilibrante sempre e comunque, esistano equilibri multipli e instabili e che l’attività finanziaria abbia anche elementi spontanei di esuberanza irrazionale.

    C’è una differenza non banale tra Mises e Wicksell: il modello di Knut parte per concettualizzare una depressione dai caratteri deflativi (non a caso scrive alla fine del XIX secolo). Per Mises il problema è one-sided, c’è solo il malinvestment. Leggendo H.A. il sottoinvestimento non è visto sostanzialmente come un problema perché al massimo riduce gli standard di consumo ma non il capitale risparmiato che rimane disponibile. Questa secondo me è una minchionata perché il capitale è soggetto all’inesorabile legge dell’ammortamento. Il sottoinvestimento protratto nel tempo riduce l’offerta potenziale così come il protrarsi del mispricing del rischio al rialzo da parte del sistema creditizio. In questo senso il crollo degli investimenti interagisce negativamente con l’offerta e la produttività dei fattori. Io questo lo vedo come un problema macroeconomico do carattere generale e non come una sola sommatoria di problemi microeconomici localizzati che restano pur presenti.

    Oltre un certo livello la qualità diventa qualità: non mi aspetto certo che le recessioni di 6-24 mesi vengano abolite o linearizzate dai policymakers ma il 2008, volente o nolente, ha segnato un punto di discontinuità con la Grande Moderazione e il non convenzionale è diventato quasi ordinario cominciando proprio dagli Stati Uniti, baricentro del capitalismo moderno. In Europa abbiamo avuto una serie di sudden stop & reversal nei flussi di capitale analoghi a quelli dei paesi emergenti e latinoamericani: si tratta di un evento che non ha precedenti dal 1945 ad oggi. Né con BW, né durante i ‘70, né durante lo SME con tutte le sue vicissitudini si era mai arrivati a qualcosa di simile. Per trovare parallelismi parziali bisogna risalire agli anni ‘20-’30 del secolo scorso. Anche il commercio internazionale che per decadi si muoveva a una velocità doppia rispetto a tassi di crescita del reddito globale è diventato più vischioso e dal potenziale decoupling dei Brics siamo tornati a problemi più “old fashion” quali i deflussi di denaro caldo specie da India, Turchia, Brasile e Sud Africa verso gli Stati Uniti. Quando i tratti salienti del quadro mutano così la ricerca di chiavi li lettura alternative, l’analisi critica dei trend passati, etc. è abbastanza naturale. Probabilmente anche tra dieci la prima parte di questo secolo sarà oggetto di studi e confronti. Molto più di altre decadi.

  8. 8

    Leonardo IHC Says

    Siano OT però

    Veramente quel modello di Knut (che ha le tette) parte da uno shock tecnologico positivo che stimola credito e avvia spirale inflazionistica. Però puoi metterci i segni meno (il che implica perfetta simmetria di comportamento). Su Mises direi che son d’accordo: anche nel dibattito corrente si trascura il concetto di ammortamento (la cui mancata copertura via investimento per me è un punto fondamentale che chiamerei pure quello “malinvestimento”).

    Sui suddenstop in Europa, per me pecchi in sopravvalutazione, per quanto la minaccia fosse reale (e in realtà fa parte del gioco); io ho visto un vero suddestop & reversal sull’interbancario a fine 2008 (me lo ricordo bene, se non ci comprava la bancona di Milano, ora s’era chiuso!).

    Io capisco il tuo discorso su quantità che diventa quantità, ma non lo condivido. Non lo condivido perché nella mia ottica sono proprio gli interventi discrezionali stabilizzatori che - nonostante le buone intenzioni - fanno sì che una crisi “breve” diventi un’emergenza continua. Il meccanismo del mio ragionamento dovrebbe esserti noto e comunque è abbastanza analogo al discorso svolto negli articoli su Alchian.

    So che a te piace l’idea degli equilibri multipli (non solo tua, per carità, mi rifilarono una polpettona di Black proprio su questo da studiare). A me convince molto poco, te lo dico sinceramente: certo, se tramite varie policy puoi cambiare gli schemi di preferenza degli operatori, puoi ottenere altrettanti diversi stati di equilibrio, ma è un discorso diverso dal dire che in un certo momento natura diversi stati potenziali sono possibili.

    Il “mercato” non è perfetto nei suoi meccanismi? Certo che non lo è. Io ritengo che l’intervento pianificatore e umano è ancora peggio, e la quadra si trova alleviando i problemi solo fino a un certo livello minimo (per rispondere alla nostra umanità) e poi facendo in modo che le “forze” agiscano a pieno; quel che vedo IO nel mondo è che il mercato è sempre subordinato e forzato qua e là e il concetto di “livello minimo di intervento” sta per raggiungere l’assicurazione del possesso di due mercedes. L’analisi liberale di qualsiasi tipo serve per mostrare come funzionerebbero le cose, non come funzionano nel regime attuale che di liberale, almeno per me, ha pochino.

  9. 9

    Leonardo IHC Says

    Riguardo puoi la “particolarità” della congiuntura attuale, mi pare che si cada come spesso accade nell’idea che “this time is different”. Io vedo un grosso tentativo di riorganizzazione dell’economia a livello mondiale; rispetto al passato di diverso ci sono certo le dimensioni dell’aggiustamento, il coinvolgimento globale e di ogni ceto, ma qualitativamente non mi sembra un mondo folle, per lo meno non più di quanto sia sempre stato.

    Altro OT che metto come appunto e spero di recuperare in modo migliore:
    “Nel post boom l’ABCT secondo me si infogna un po’, in particolare per uno scenario di forte deleveraging trovo molto più utile Fisher e Wicksell”.
    L’asimmetria dell’utilità della ABCT, cosa sostenuta anche da Monsurrò e in passato da me (tanto per parlre di tre luminari…), per me è una questione che dovrebbe essere “impossibile”. Credo che da una fase deflattiva a una inflattiva qualcosa cambi e comporti rilevanze diverse delle variabili in gioco (in fondo il tuo caro zero-bound esiste), ma al nocciolo se vale un modo di analizzare dal picco in giù, quell’analisi debba valere anche dal fondo in su; in linea di principio se si accetta la prima, la seconda deve venire “naturale”. Ora… magari diciamo che con tutta la buona volontà l’ABCT resta un attimo opaca sul “punto” in cui il sistema si ribalta, e questo si riflette sul punto in cui il sistema riprende?
    Detto questo, in Alchian sto trovando molte intuizioni interessanti che mescolano strumenti di analisi austriaci e volendo monetaristi, che tra l’altro riprendono l’idea a te cara (anche a me, ma a te sembra di più) dell’endogeneità della moneta (vedi Wicksell) assieme ad alcune analisi di Fisher (e anche di Keynes… in pratica si dice che l’intuizione era buona ma hanno scazzato le ipotesi di partenza nell’analisi pratica). Te lo dico così, come spunto per te.

  10. 10

    Silvano Says

    Sì la parte più formale del modello comincia introducendo uno shock tecnologico o un aumento dell’offerta di manodopera. In realtà Knut affronta tutto in modo simmetrico: stato stazionario, tm tn. Ho scorso velocemente il .pdf e come ricordavo abbonda anche di esempi storici dal 1815 al panico del 1907. Grande Knut. Er mejo figo del bigoncio.

    This time is different? No. Nel senso che abbiamo un raggiunto un picco di indebitamento privato e pubblico analogo a quello delle maggiori crisi finanziarie. E parafrasando l’ultimo paper di R&R ( http://www.imf.org/external/pubs/ft/wp/2013/wp13266.pdf - worth reading ) i livelli sono tali che il deleveraging tramite crescita per i paesi occidentali è più una botta di culo che un’opzione di policy.

    Riprendendo l’OT: quando è stata maturata l’ABCT finiva in un mondo in cui la funzione di risposta classica era un rialzo del tasso di sconto per difendere le riserve da parte della banca centrale e poi un mix di bank run e salvataggi orchestrati a volte accompagnati da default e/o uscite dallo standard aureo. E nel modello teorico misesiano quando si arriva alla magica frase “crack-up boom” comincia la nebbia, nel senso che non fornisce nemmeno indicazioni di massima per formulare previsioni qualitative. Su quel che succede nel bust abbiamo la posizione di Hayek sulla deflazione secondaria ma sembra più una riflessione legata ai dibatti sulle policy a ridosso della grande depressione che un qualcosa di pienamente integrato al resto dell’apparato teorico. Hayek si pronuncia a favore del mantenimento costante dei flussi monetari e credo in un’intervista abbia sostenuto che per questo basterebbe un annuncio credibile o poco più da parte della banca centrale. Secondo me è un po’ naif: è vero una posizione credibile spesso paga, ma se non basta perchè il credit crunch è intenso è possibile che il policymaker non abbia altre scelte che andare di QE a zappa per seguire la prescrizione.
    L’idea che i porcessi cumulativi abbiano una simmetria, per quanto a livello embrionale, secondo me è formulata meglio in Wicksell. Per certi aspetti è anche più onesto intellettualmente.

  11. 11

    Leonardo IHC Says

    Come altre volte, occhio a non confondere l’Hayek teorico “esatto” con l’Hayek in politica economica; quel bastardo è sempre passato dall’uno all’altro senza avvertire, te ne sei accorto.

    A proposito di profondità della crisis https://twitter.com/TheStalwart/status/419085736491507712/photo/1 Ok che non conta la realtà ma conta la percezione, però… però…

  12. 12

    Silvano Says

    Ho visto anche siti con slump peggiori nel 1800-1907, ma grosso modo il calo del GDP pro capite tra il ‘29-’33 negli Usa in genere è 3-5 volte più grande di quello dell’ultima recessione a seconda della metodologia (distanza dal picco, durata delle medie mobili etc.).

    Oddio, guardando come cambia la serie post 1933 è un po’ uno spot per le politiche anticicliche e/o la regolamentazione finanziaria, anche se comparare gli Usa del XIX secolo quando erano dei follower del Regno Unito con quelli post WWII a leadership affermata ha i suoi limiti.

    OT: l’attenzione di archeofinanza sui cicli che terminano con picchi nel RE non è tutta da trascurare. E’ un settore che attira grandi quantità di immigrazione non qualificata con un notevole indotto labor intensive. Non ho collezionato dati sull’argomento ma non mi stupirei che la cosa impatti sul riassorbimento dei disoccupati e sui tassi di occupazione della popolazione attiva durante il bust. Forse in una piccola economia aperta si nota meno, ma prendendo grandi aree integrate come gli Usa sarei curioso di vedere un po di numeri.

  13. 13

    Leonardo IHC Says

    Ogni comparazione storica fatta crudamente come facciamo tutti ha i suoi limiti, ma qualcuno ne tira sempre fuori una quale prescrizione economica…
    In ogni caso, proprio perché erano mondi diversi, e proprio perché il mondo attuale è spesso descritto come più veloce e più instabile anche perché più vasto, forse la valutazione dello slump del ‘29 si dovrebbe magnificare ulteriormente rispetto alla crisi attuale.

    Su Archeofinanza:
    non ho capito bene perché lo tiri fuori; forse sottostante hai l’idea di stimolare quel settore per assorbire occupazione? Perché fosse così… cosa nuova! Di certo è un settore che magnifica il ciclo, abbiamo esposto mille volte le ragioni qui dentro, e non ci perderei tempo; però occhio a non fare come Archeo che mischiava causa con effetto.
    p.s.: sì, è ad alta intensità di lavoro con poco valore aggiunto… proprio quello che andrebbe invece eliminato.

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