Prove Tecniche di Scala Mobile
August 20th, 2008 by Leonardo
Al tempo fu concluso che la Scala Mobile, comportando una rincorsa di prezzi e stipendi, fosse un meccanismo perverso di impoverimento dei lavoratori dipendenti. Si optò quindi per un riferimento all’inflazione programmata, elaborata dall’autorità monetaria, che avesse attinenza con le cause domestiche dell’inflazione e evitasse sugli stipendi recuperi necessariamente del 100% dell’inflazione al consumo, così da eliminare le precedenti perversioni e porre l’accento sull’apporto della produttività. Ora si vuole un passo indietro.Il DPEF 2008 indica l’1,7% di inflazione programmata (1,5% dal 2009 in poi), contro un’inflazione complessiva per il 2008 ad un ottimistico 3,4% (magari, ormai andremo oltre il 4%). Paolazzi (Centro Studi Confindustria) indica che l’indice armonizzato dei prezzi al consumo (HICP) senza alimentari e energetici è al 2%, per cui ha senso un’inflazione programmata all’1,7%. D’altra parte non è Tremonti che si è inventato quel numero, è un dato elaborato dalla BCE, per cui deve essere coerente. Indicizzare gli stipendi al minor 1,7% è, come da PDEF, in linea con “gli accordi tra il Governo e le parti sociali che introdussero il meccanismo del tasso di inflazione programmata [che] prevedevano […] il mancato recupero dell’inflazione dovuta agli aumento degli input importati”. Ma come spesso accade, c’è qualcuno che vuol cambiare in corsa le regole.
Le posizioni dei sindacati vertono essenzialmente sul passaggio all’indice HICP elaborato a livello europeo (preso a sé, simulato da vicino, o integrato con nuove voci). Legittimo che i sindacati mirino a una maggior protezione degli stipendi reali, ma dovrebbero ricordarsi il perché di quella passo indietro rispetto alla Scala Mobile, e dare più peso a Marcegaglia quando, dichiarando che “l’aumento dei salari sarà solo con l’aumento della produttività”, ricorda come meno di 2 punti percentuali sul CCNL potrebbero venir superati con crescita produttiva e spinta al secondo livello di contrattazione.
Pensare a recuperi immediati è alquanto miopico, molto politico, e segno di memoria corta; e così si è tanto parlato di incontri delle parti sociali con il Presidente dell’ISTAT per discutere appunto sull’indicizzazione salariale, proseguiti di rimando in rimando senza concludere nulla, così come per il dialogo tra le parti sociali, per sbocciare alla fine in un bel rimando a settembre (per i dettagli si veda Luca Vinci) con Confindustria che insiste sulla produttività e i sindacati sul recupero dell’inflazione. Mi chiedo se in realtà non sia solo marketing.
Un grosso problema però è che questo (per me finto) interesse a trovare una soluzione al problema del potere d’acquisto dei lavoratori sta banalizzando le fondamenta del problema stesso. Ormai infatti le discussioni vertono sull’idea di un indice che permetta un “recupero” maggiore dell’inflazione programmata ma “non completo” per evitare spirali prezzi-salari. Se la mettiamo così, prendiamo l’inflazione attuale (4,1%) ci togliamo un “minus” fisso (ad esempio un ridicolo 0,01%) e troviamo l’indice che cerchiamo (nel caso al 4,09%) da calibrare a piacere. Praticamente va bene qualsiasi indice minore anche di un micron del tasso di inflazione; l’esempio è estremo ma credo dia l’idea banalizzazione in corso.
Gli accordi preesistenti hanno invece una base logica, discutibile ma logica:
1) L’inflazione monetaria (endogena) implica un cambio di numerario di cui i lavoratori sono gli ultimi a sapere e quindi gli ultimi a reagire (la considerazione ha riscontri sia nel monetarismo che nell’austrismo), per cui uno strumento di indicizzazione consente un recupero “adattivo” ma con “ritardo” contenuto, evitando sistematici “sfruttamenti” di salari reali minori da parte delle imprese. In assenza di adattamenti si avrebbe un costo dell’inflazione per lo più socializzato ma con vantaggi concentrati sugli imprenditori, mentre l’indicizzazione permette a tutti di operare con la “stessa moneta”. La politica monetaria perde così “potere” sul mercato del lavoro e ne guadagna in credibilità “anti-inflazionistica” con vantaggio per il potere d’acquisto futuro.
2) Gli shock reali (come “l’inflazione importata”, quindi esogena) negativi devono venir assorbiti dal mercato; se certe risorse salgono di prezzo è per la loro scarsità relativa (la speculazione è veicolo di questo segnale, anche nel contesto attuale in cui le politiche monetarie errate hanno creato una scarsità relativa di beni rispetto all’abbondante moneta), e il meccanismo dei prezzi deve consentire un minor loro utilizzo (e la ricerca di alternative) e una loro minor domanda (e “effetto sostituzione” verso beni a minor contenuto di quelle risorse). Un recupero salariale di questa inflazione comporta un puro sostegno alla domanda e le imprese avranno un doppio incremento di costi (risorse e lavoro) e quindi spinte alla riduzione della produzione; il risultato è ulteriore inflazione (da recuperare) che socializza il peso di un sostegno alla domanda quando già lo shock reale negativo era un costo che incideva su tutti. Non mi stupirebbe trovare che, in costanza di meccanismi di Scala Mobile gli Stati abbiano accumulato deficit da spesa pubblica importanti pur di sostenere il PIL per la parte indebolita dall’inflazione importata.
Quindi un mancato recupero dell’inflazione “endogena” rappresenta un “maggior ritardo” di una parte dell’economia nell’incorporare l’avvenuto deprezzamento della moneta (la scoordinazione temporale è essenziale perché si formi un ciclo economico). Il “recupero” anche di almeno parte dell’inflazione “esogena” è motore della spirale prezzi-salari che i tutori dei nostri portafogli dicono di voler evitare. A questo punto mi pare evidente che, ammesso e non concesso che debbano venir inseriti questi automatismi sulle retribuzioni, il problema è squisitamente metodologico e verte su quale sia l’indice più corretto per l’inflazione “endogena”, e non ha alcun senso che a discuterne sia due enti politicizzanti (Confindustria e sindacati) intesi a scavalcare un ente tecnico (la BCE).
Detto questo, penso si capisca che la determinazione della parte di inflazione da “non recuperare” sia una questione economicamente definibile, statisticamente molto complessa e forse impossibile da risolvere, ma sicuramente non arbitraria. Meglio essere all’incirca nella ragione (adoprarsi in un calcolo dell’inflazione programmata) che essere precisamente nel torto (“qualcosa meno dell’indice di inflazione”).
Il problema dovrebbe essere di metodo di calcolo dell’inflazione importata (e ne sanno di più i sindacati che la BCE? Mah…). Solo che se, come risulterebbe a Luca Vinci, questa fosse maggiore di quella della BCE, allora l’inflazione programmata dovrebbe essere ancora minore… speriamo che queste chiacchiere delle parti sociali siano davvero solo marketing, e non un loro incosciente gioco su una scacchiera che non conoscono.

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prometeo Says
Caro Leonardo,
se non ci fossero sindacati e politici a nascondere il gioco della BCE, la sezione politica delle librerie dovrebbe essere riclassificata come fantascienza.
Aug 20th, 2008 at 11:33 am
Leonardo, Ihc Says
Grande, sempre una in più ne sai!
Ora però mi esponi il disegno che hai in mente, cui io proprio non avevo pensato; deve essere gustosissimo.
Aug 20th, 2008 at 12:32 pm
prometeo Says
E’ sempre il solito disegno, la frase è di Lew Rockwell by the way…
Conosci la mia posizione sull’efficacia della politica e dei sindacati. Non sono in antagonismo nel potere efficacie, contribuiscono a tirare la corda dalla stessa parte a quattro mani se non a sei…
In fatto di inflazione si tratta di vedere come attaccare il fattore redistributivo principe.
Come giustamente dici tu nè confidustria nè i sindacati centrano il bersaglio.
Neutralizzare l’inflazione significa neutralizzare uno degli strumenti più potenti del potere monetario, quello che simultaneamente:
1. obbliga alla crescita
2. rende ineliminabile la lotta di classe
2a. e le relative rappresentanze politiche
3. redistribuisce le perdite della politica monetaria in maniera ineludibile
4. genera e mantiene la differenza tra valore e prezzo giustificando l’esistenza dell’interesse bancario in regime “fiat”
Tralasciamo l’utopia di eliminarla… (come vorrebbe farci credere la BCE con le policy di inflaction targeting) politicamente è inaccettabile anche solo ridurne gli effetti.
il quibus sta nel vedere qual’è il limite. L’Italia ha nel recente passato decenni di inflazione a due cifre e mi pare che sia sopravvissuta bene anche grazie alla scala mobile (che ovviamente non piace a Draghi, vedi qui http://workingideas.wordpress.com/2008/07/14/cosi-ero-capace-anchio/). I sindacati accettarono l’abolizione della scala mobile perchè con l’abolizione dell’automatismo ed il ritorno alla contrattazione settoriale loro, i sindacati, acquistavano maggior potere.
Da un certo punto di vista la differenza tra inflazione e crescita dei salari è un indicatore dello stadio di realizzazione del modello socialista da parte del potere delle BC.
100 100 0
105 104 -1
110,25 108,16 -2,09
115,7625 112,4864 -3,2761
121,550625 116,985856 -4,564769
127,6281563 121,6652902 -5,96286601
134,0095641 126,5319018 -7,477662213
140,7100423 131,5931779 -9,116864342
147,7455444 136,856905 -10,88863934
155,1328216 142,3311812 -12,80164036
162,8894627 148,0244285 -14,86503419
171,0339358 153,9454056 -17,08853018
179,5856326 160,1032219 -19,48241075
188,5649142 166,5073507 -22,0575635
197,9931599 173,1676448 -24,82551518
207,8928179 180,0943506 -27,79846739
218,2874588 187,2981246 -30,98933427
229,2018318 194,7900496 -34,41178222
240,6619234 202,5816515 -38,08027183
252,6950195 210,6849176 -42,01010194
265,3297705 219,1123143 -46,21745621
278,596259 227,8768069 -50,71945216
292,526072 236,9918792 -55,53419284
307,1523756 246,4715543 -60,68082128
322,5099944 256,3304165 -66,17957788
338,6354941 266,5836331 -72,05186094
355,5672688 277,2469785 -78,32029032
373,3456322 288,3368576 -85,00877462
392,0129138 299,8703319 -92,14258193
411,6135595 311,8651452 -99,74841434
Questa è una serie di un salario che aumenta al 4% e un prezzo che aumenta al 5% e la relariva differenza.
Al netto delle tasse (e qui ci sarebbe assai da discutere…) una inflazione al 5% (che è bene ricordarlo esiste perchè esiste il regime “fiat”) è in grado di annullare il “valore” di partenza di un salario equivalente.
Ora, facendo 50% la pressione fiscale (che fa tornare alla fonte almeno il 25% del totale, essendo circa il 50% della pressione fiscale utilizzata per la copertura del debito) l’inflazione non “rincorsa” dai salari per anche un 1% distrugge il reddito disponibile, interamente, in meno di 15, indipendentemente dalla situazione di partenza.
Una volta che tutto il reddito disponibile è a credito siamo in un regime di socialismo reale e perfetto.
Che è quello che più o meno è successo negli USA con la crisi dei mutui sub-prime.
Là, un raccoglitore di patate da 7$/ora poteva contrarre un mutuo ipotecario con Fanny Mae da 300.000$, usare “plastic” la carta, per comprare il resto a rate ed indebitarsi per il resto della vita.
Fanny e Freddie oggi sono statali e come loro le altre banche USA recentemente fallite. Alla fine del loop… il “fiat” torna sempre in mano a chi l’ha emesso, e quello che rimane sul campo… sono schiavi.
Quanto ci manca per instaurare il socialismo perfetto anche da noi?
Cosa interessa ai sindacati? Cosa interessa a Confindustria?
Se il sindacato mettesse in pratica politiche efficaci, chi avrebbe bisogno del sindacato?
Senza le politiche inefficaci dei sindacati, come potrebbe confindustria tenere i salari così bassi?
Se sicuro che ci siano reali differenze di interessi?
Secondo me no.
Aug 20th, 2008 at 1:47 pm
Leonardo, Ihc Says
Così come sicuro che è il libero mercato che sta portando al detrimento mondiale
Aug 20th, 2008 at 2:05 pm
prometeo Says
Se il libero mercato esistesse… non esisterebbe il potere. Il potere è socialista, non ce ne sono altre forme, al di la delle miniarchie in cui per un magico equilibrio di dimensioni si realizza il libero mercato in equilibrio con le libertà individuali (da cui l’assenza di teorie economiche sui sistemi aperti).
Tutte le organizzazioni cosiddette di potere sono in realtà delle lobby, che non essendo necessariamente potenti, di privati che perseguono un interesse che è perseguibile solo attraveso e grazie all’esistenza del potere.
Il detrimento del mondo, ammesso che esista (e personalmente non ne sono affatto convinto), è in caso… causato dall’assenza di libero mercato.
Quello che esiste è un detrimento della libertà provocato dalla socializzazione perseguita attraveso un utilizzo sapiente delle “rappresentanze democratiche” e soprattutto… del dogma del “libero mercato”.
Compreso il ruolo dei sindacati, di confindustria e delle loro posizioni sull’inflazione (di cui sopra).
Sempre secondo me ovviamente…
Aug 20th, 2008 at 3:02 pm
Leonardo, Ihc Says
per detrimento non parlo di distruzione, ma certo non di crescita in termini di ricchezza e coscienza come sarebbe possibile in un ambiente tendenzialmente “libero”. le concentrazioni di potere poi finiscono per essere strumenti di prevaricazione eliminando possibilità di composizioni volontarie o spontanee delle diverse istanza… insomma violenza, e questo fa perdere in termini di crescita non fosse solo per fenomeni di scontro, tensione, o ciclicità, che fanno sprecare risorse.
Aug 20th, 2008 at 3:10 pm
Tommaso Says
Non me ne volere, ma penso che l’abolizione della scala mobile ha evitato l’impoverimento (relativo) della parte datoriale, costretta essa ad assorbire sui profitti i moti inflattivi al posto dei lavoratori.
Secondo, il paradigma per cui le variazioni nella struttura macro dei costi debbano essere scaricate sui salari è tanto valida come quella per cui siano le imprese a doverle sostenere. In questo caso poi, le azioni virtuose di alternative che riducano il consumo dei fattori avverrebbero, non come nella situazione attuale: tanto ci sono i lavoratori, nessuna urgenza di fare investimenti per efficientare o per passare ad altre fonti energetiche…
Concludo: come ho illustrato, salari fermi o in crescita minore rispetto all’inflazione effettiva, significa redistribuzione del reddito a favore di profitti e rendite. Dati i livelli patologici della quota salari, per quanto tempo vogliamo ancora soffocare gli stipendi?
Sep 2nd, 2008 at 9:07 am
Leonardo Says
sul tuo modello sai come la penso: per me hai “confuso” le equazioni di passaggio con quelle da considerare “risultato”.
le variazioni nella struttura dei costi, se di provenienza esterna, sono fattori che di per sé cadono su tutti, e non ha senso un “recupero” via scala mobile perché diventa un trasferimento improprio di ricchezza. questo lo ha detto tra l’altro Tremonti, che tu stimi (io no, però su quel punto gli dò ragione).
Sep 2nd, 2008 at 3:52 pm