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Provenzano for Premier?

September 20th, 2007 by Leonardo

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di Leonardo, Ihc

 

Mi è stato insegnato che le principali forme di criminalità organizzata (Cosa Nostra, Camorra, ‘Ndrangheta, Sacra Corona Unita), che chiamerò brevemente “Mafie”, sono nate per un’esigenza di sopravvivenza in regioni eccessivamente tartassate da un ingordo Stato Centrale, oppure da questo assolutamente abbandonate sia sul piano della legalità che dell’economia. Da questo punto di vista, una forma di “solidarietà nazionale” (aiuti di Stato come finanziamenti agevolati se non a fondo perduto) dovrebbe combattere la formazione di organizzazioni appunto anti-Stato, pericolose se non altro per il contributo di vite umane che richiedono.

Non voglio negare che questo aspetto politico/fiscale sia all’origine delle suddette Mafie, ma non sono molto sicuro che questo schema sia più applicabile: queste Mafie ormai già esistono, si alimentano, e possono diffondersi; forse fare prevenzione quando si hanno le metastasi non è proprio la mossa più furba. Lo stesso termine “anti-Stato” è lusinghiero, in quanto ormai queste Mafie sono enti privati votati al furto e alla sopraffazione violenta, più che forme di “resistenza” a strapoteri centrali.

Non so se in una regione “pulita”, circondata da regioni “corrotte” dalle Mafie, si possa sviluppare una propria forma di “anti-Statismo” o semplicemente questa diventi terra di conquista delle mafie che la circondano, ma pare che presto avremo una risposta perché “l’esperimento” si sta svolgendo in Basilicata.

 

 

La notizia è riportata dall’Economist (“Christ still stops at Eboli” 18th August). La sua breve ricostruzione indica che le prime forze di attrazione per le Mafie siano stati l’incremento delle coltivazioni di frutta e l’incremento del turismo. È abbastanza scontato che dove si cominci a concentrare ricchezza si posti l’attenzione di organizzazioni intente ad approfittarne con forme di violenza superiori a quelle, in questo sito sovente ricordate, dello Stato Centrale.

In tal caso si dovrebbe ricordare che lo Stato dirotta forzosamente risorse private per garantire la difesa della legalità (giuste o sbagliate che siano le sue regole, per lo meno non prevedono la gambizzazione come strumento di coercizione!); e già qui c’è da chiedersi se lo sforzo profuso dallo Stato (inteso come ente, non come uomini che già rischiano la loro vita “sul fronte meridionale”) sia adeguato, e se la risposta fosse negativa bisognerebbe con coraggio chiedersi perché.

 

Ma gli spunti di riflessione più interessanti sono altri.

Pare che l’attenzione della criminalità sia stata successivamente sollecitata da importanti somme pubbliche piovute in Basilicata ad esempio come royalty per lo sfruttamento di un importante giacimento di petrolio, come fondi per ristrutturazione dopo il terremoto del 1980 (ancora?!), e come i sussidi all’agricoltura della UE. Il fatto che vengano rintracciati i primi fenomeni di criminalità organizzata in connessione con l’espansione della coltivazione di frutta, essendo l’agricoltura un “percettore netto” di fondi prima dallo Stato e poi dalla UE, mi fa decisamente sospettare che alla fine sia proprio lo Stato il principale finanziatore delle varie Mafie, e che sia quindi la volontà statale di dirottare fondi privati verso settori o aree discrezionalmente determinate a consentire (o per lo meno aiutare) la formazione di entità criminali potenti e praticamente inestirpabili (questa è l’esperienza in Italia) anche in un’area di soli 600.000 abitanti. La Basilicata non è mai stata famosa per la sua ricchezza, e l’intervento statale (per quanto desumibile dalle informazioni riportate dall’Economist) sembra nella sostanza (re-)diretto ad arricchire artificiosamente non la regione bensì una più ristretta cerchia di persone.

 

Un’obiezione: questa criminalità ci sarebbe comunque, per cui “chiudere i rubinetti” statali non servirebbe ad estirparla. Ammesso e non concesso che sia così, ha comunque senso “investire” 100 in una regione perché almeno 50 diventi parte della ricchezza di un qualche “prepotente” e solo il resto diventi un investimento da cui aspettarsi un ritorno? Ancora meglio: ha senso che lo Stato “prepotentemente” prelevi risorse da una regione per dirigerle d’imperio in un’altra regione, lasciando che la maggior parte ingrassino un “prepotente di secondo livello” e che solo le briciole tocchino il suolo?

A meno di un ritorno straordinario di queste briciole che sia tale da compensare la parte di risorse distolte dalle varie Mafie, finanziare la risposta statale all’utilizzo “mafioso” di queste risorse, e lasciare un “risultato utile” ai fruitori di queste briciole, un tale modo di investire sarà solo una perdita. Cui prodest?

Un magistrato calabrese, De Magistris, ha dichiarato essere in Basilicata una collusione tra uomini d’affari e politici, e all’interno dello Stato essere coloro che sono anti-Stato. Non so a questo punto quanto abbia senso interrogarsi se lo Stato abbia creato le Mafie o se queste si siano infiltrate nello Stato, perché in ogni caso ci troviamo davanti uno Stato e una criminalità organizzata  che sembrano ormai due facce della stessa medaglia.

 

Non seguendo criteri economici, lo Stato non rende nemmeno conto dell’impiego delle risorse, che possono essere dirette a discrezione della persona proposta a questo; e se questo soggetto è “corrotto”, “corrotta” diventerà la gestione stessa delle risorse. D’altra parte i soldi non sono né dello Stato-ente né del funzionario-decisore, ma sono di una massa di ignari che magari credono in buona fede ad una redistribuzione delle proprie risorse. Ognuno disponga della propria ricchezza come vuole, perché delle scelte individuali fanno parte anche i trasferimenti unilaterali (scambio denaro per un senso di utilità personale, sia filantropia o opportunità) ma a patto che si conosca il percorso dei fondi elargiti; in realtà lo Stato confonde fonti percorsi e destinazioni, e obbliga a “elargizioni” non necessariamente condivise individualmente, soprattutto da colore che risultano poi i “pagatori netti” del sistema.

 

A cosa porta questo mio ragionare? Certamente ad un blocco di questa “falsa solidarietà nazionale” perpetrata attraverso una forzosa redistribuzione inter-regionale (ma il concetto è facilmente ampliabile ad ambiti settoriali o sovra-nazionali) delle risorse, quindi ad un ordinamento fiscale molto più “federale” che da una parte tolga foraggio alle Mafie (indebolendo la criminalità e quindi anche il costo del fronteggiarla), elimini discrezionalità anti-economiche sulla destinazione dei fondi (incrementando il ritorno medio del capitale) e introduca una competizione anche tra aree geografico/politiche che possa premiare le amministrazioni migliori.

 

Oppure qualcuno mi dimostri che le Mafie gestiscono i fondi meglio di privati & Stato minimo, e pertanto candidi Provenzano come Premier, e si finisce questa storia di Stato e anti-Stato!


3 Responses to “Provenzano for Premier?”

  1. 1

    “Non Perequare” at Ideas Have Consequences

    […]Questa per me è una riflessione che deve venire prima del dibattito sul federalismo e sulle necessità di suoi "correttivi". Il problema è comunque vasto, come si vede anche da qui, ma non è una ragione per ignorare questo punto di vista. […]

  2. 2

    Prendiamo esempio dalla UE : Giornalettismo

    […] Tornando all’impressione iniziale delle parole della UE, che potrebbero adattarsi pure alla situazione italiana, si può ricavare un “esempio” a noi molto vicino. Da molte parti (pure da me qui) è stato denunciato lo spreco di denaro pubblico causato da incapacità amministrative locali se non da connivenze politico-criminali, tanto che è palese che buona parte dei trasferimenti (principalmente al Sud) alla fine diventano finanziamenti alle varie “mafie”. Il meccanismo è analogo a quello della UE, cambia solo l’origine dei fondi […]

  3. 3

    Basilischi: acqua calda e particolari omessi : Giornalettismo

    […] In tempi molto recenti si è cominciato a parlare ufficialmente di una “quinta mafia” che si assomma a Cosa Nostra, ‘Ndrangheta, Sacra Corona Unita e Camorra; una nuova criminalità organizzata con base in Basilicata, battezzata appunto “i Basilischi”. Più di un anno fa già ne parlava l’Economist, da cui un articolo su IHC, ma al buon senso si preferisce sempre un “atto pubblico” come una sentenza prima che la stampa italiana si svegli. […]

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