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Punte di Pugnale Emergenti

September 6th, 2010 by Leonardo

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di Leonardo, IHC


C’era qualcosa che dicevamo su IHC a partire dal maggio del 2009. Era un discorso sull’Africa, sul fatto che il continente nero si stesse “risollevando”, partito dal libro “Dead Aid” dell’economista Dambisa Moyo fatto di denunce dell’effetto perverso degli “aiuti occidentali”: l’attività governativa, e non, fatta di trasferimenti a titolo per lo più gratuito di merci e denaro che finisce per disincentivare l’oculatezza amministrativa e pure l’imprenditorialità interna (castigata anche, ad esempio, dalla PAC europea). Un grandioso schema di moral hazard che sembrerebbe però in via di esaurimento.

Il paradosso è che è proprio l’attuale recessione mondiale, riducendo i flussi di “aiuti” all’Africa, a costringere a sempre maggiori miglioramenti ed alla ricerca attiva di una propria fonte di ricchezza e crescita.


Attorno a questo avevamo anche valutato le proposte del G-8 in tema africano come “interessanti” in quanto aventi forma “imprenditoriale” e non “paternalistica”; fornire sementi e attrezzature certamente è ben diverso dal fornire direttamente aiuti alimentari che nell’ultima quarantina di anni sembrano aver costituito per lo più una “rendita da povertà” invece che uno stimolo al cambiamento. Questa nuova politica era però comunque “sospetta”, un po’ perché fin troppo ben sostenuta dai primi beneficiari della PAC, cioè da coloro che ci rimetterebbero di più se 800 milioni di neri cominciassero a coltivare imprenditorialmente le loro terre sul serio (appunto Frattini: “mobilitare attori e risorse, sia in Africa che a livello internazionale, per favorirne le sinergie, includendo governi, istituzioni locali, settore privato, Ong, università”, “i piani per [la] modernizzazione [del]l’agrigoltura e migliorarne la produttività vanno accompagnati dal rinnovato impegno dei paesi industrializzati ad aprire i propri mercati ai prodotti africani”), e un po’ perché troppo sovrapponibile ad un contrasto alla penetrazione agricola cinese in Africa, e quindi equivalente a un nuovo colonialismo del continente.

In effetti poi il vertice ambientale di Copenhagen di fine 2009 rivelò la corsa ai terreni africani per la coltivazione di piante assolutamente non commestibili ma utili alla realizzazione di Biofuel.

Come è, come non è, qui su IHC abbiamo detto più volte che  l’Africa stava diventando terra di opportunità, e pure che questa prospettiva era coerente con una revisione dell’organizzazione economica e quindi dei rapporti di forza mondiali. Ad esempio abbiamo prospettato che l’Africa sarebbe potuta diventare sede di delocalizzazione agricola per la Cina, mossa necessaria a seguito del flusso di lavoratori dalle aree agricole a quelle industriali cinesi e coerente con un’economia più “domesticamente” sostenuta e industrialmente più “capital-intensive.

Chiaramente queste posizioni sono state ampiamente contrastate o derise. Giobbe Covatta, molto impegnato nella causa africana, parlava della questione come di una specie di gioco del Grande Fratello, o meglio “il Grande Bastardo: 800 milioni di negri chiusi in un continente e privati di tutto”; è una battuta piena di enorme affetto e come tale va presa se detta da Covatta, ma credo che molti vedano l’Africa proprio in questi termini e non riescano a concepire niente di diverso neppure in prospettiva, e pertanto ci hanno preso un po’ in giro.


Cosa c’è di nuovo? Che della questione se ne è accorto anche O’Neill di Goldman Sachs (ilSole24ore 29/08/10) che vede già la Cina come maggior partner commerciale del Sudafrica (mentre noi ballicchiamo il Waka Waka), il PIL africano ai livelli (o sopra) a Brasile, Russia e India, e rilevanti prospettive per Egitto e Nigeria, di cui la seconda con il suo quasi 20% della popolazione continentale, entro il 2050 potrebbe diventare più importante di Canada, Corea del Sud, e Italia!

È rilevante che tutto questo dipenda dal tipo di sviluppo anche politico che avrà il continente (io dico: quanto le presenze dei Paesi avanzati si porranno su un livello di cooperazione e quanto di colonizzazione), e che per O’Neill una delle variabili determinanti dello sviluppo africano sia la popolosità degli Stati. Quest’ultimo aspetto sottolinea ancora una volta che l’Africa ha, per i prossimi decenni, prospettive di sviluppo essenzialmente labour-intensive, che gli attuali opifici mondiali (Asia e in particolare i BRIC, Brasile Russia India e Cina) ne permetteranno lo sviluppo in accordo al loro passaggio verso strutture capital-intensive. Se tutto questo ha senso, la politica italiana agricoltural-manifatturiera è un vicolo cieco in cui i nostri politici, in buona parte già statisticamente “morti” adesso, figuriamoci tra vent’anni, ci stanno infilando.


Aspettiamoci un nuovo acronimo: CRIS-NEB (punta di pugnale) per Cina Russia india Sudafrica Brasile Egitto e Nigeria, il nuovo mondo emergente.


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