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Quando Competitività e Occupazione Vanno in Contrasto

March 5th, 2012 by Leonardo

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di Leonardo, IHC

 

Uno degli argomenti maggiormente dibattuti ultimamente è la competitività dell’Italia intesa come capacità della sua economia di esportare più di quanto importi; la bilancia commerciale è in rosso dal 2005 accumulando più di € 70 mlrd di disavanzo (€ 49 mlrd nei soli 2010 e 2011), qualcuno avrebbe potuto svegliarsi prima. Un argomento discusso da sempre è la disoccupazione italiana, che benché significativa (ufficialmente quasi al 9%, al netto della Cassa Integrazione forse all’11%) ha dimensioni in linea con la media europea, e forse sarebbe meglio guardare alla distribuzione per fasce d’età della disoccupazione e al ridicolo tasso di partecipazione (lavora in qualche modo solo il 50% della popolazione tra 15 e 75 anni). Tutti i dati sono disponibili qui.

Come sempre c’è chi invoca lo Stato perché crei lavori ad hoc per risolvere il problema della disoccupazione; proviamo a vedere se questo incide sul problema della competitività e quindi sull’occupazione privata, cioè se è veramente una soluzione.

 

Per questa indagine attingo alla letteratura mainstream sull’effetto Balassa-Samuelson sul tasso di cambio reale. Si può ragionare nei termini delle teorie austriache (le conclusioni sono più o meno le stesse), ma queste non trattano molto il tasso di cambio reale che invece viene chiamato in causa nelle discussioni pubbliche (a volte credo confondendolo con il tasso di cambio nominale), e in realtà è piacevole ed utile ribattere argomenti “mainstream” con il loro stesso metodo analitico molto formalizzato. La trattazione formale è un po’ lunga ma necessaria e, secondo me, istruttiva della logica economia (almeno per chi riesce a vedere "attraverso e oltre" le equazioni).

Chiamiamo X il tasso di cambio euro-dollaro (tot dollari per un euro), P il livello dei prezzi europeo, P$ il livello dei prezzi USA, e fingiamo che il resto del mondo non esista (o che gli USA simboleggino il resto del mondo… come vi pare). I beni commerciabili internazionalmente avranno per forza un solo prezzo e varrà la parità del potere d’acquisto (PPP, purchasing power parity) XP=P$ che in termini di tassi di crescita (simboleggiati con sopra alla variabile) è

 

1) Ẋ+Ṗ=$

 

Niente di assurdo: se i prezzi salgono più velocemente negli USA (es.: inflazionismo della Fed) la domanda si sposta su beni europei, il che o ne fa salire il prezzo oppure fa salire il valore dell’euro (essendone aumentata la domanda), finché i conti non si ribilanciano. Ma questo vale con tassi di cambio perfettamente flessibili; la rigidità di X (mercati valutari imperfetti, interventi delle Banche Centrali, cambi fissi o… unioni monetarie) crea un disallineamento nella PPP che evidenzia il ruolo del tasso di cambio reale. Essendo 1/P$ il potere d’acquisto associato al dollaro, cioè la quantità di beni acquistabili con l’unità monetaria in dollari, e 1/XP la quantità di beni acquistabili con l’unità euro (omogeneizzata in dollari), si ottiene il tasso di cambio reale R=XP/P$ (quantità di beni acquistabili con dollari contro un’unità di beni acquistabili con euro) che in termini di tassi di crescita è

 

2) Ṙ=Ẋ+Ṗ– Ṗ$

 

Appunto, con tassi perfettamente flessibili, dove vale l’equazione n.1, si ha Ṙ=0 cioè stabilità del tasso di cambio reale rispetto alle variabili monetarie (resta la dipendenza dai soli da fattori tecnologici). Diversamente, i rapporti di competitività diventano variabili: l’inflazionismo USA fa scendere X rendendo più competitivi i prodotti europei (meno beni americani sono richiesti per importare la stessa quantità di beni europei) e questo comporta un surplus nella bilancia commerciale europea (un deficit in quella americana) almeno finché i prezzi europei non cominciano a salire sufficientemente rispetto a quelli USA o finché il tasso di cambio dell’euro non viene lasciato apprezzarsi a sufficienza. Sappiamo però che non tutti i beni e servizi prodotti in una economia sono esportabili, cioè esistono beni (e servizi) commerciabili (T, tradable) e altri non commerciabili (N, non tradable) internazionalmente; dati i relativi sotto-indici dei prezzi, rispettivamente PT e PN , per cui un generale indice dei prezzi P può venir rappresentato come

 

3) P=PNθPT(1- θ)

 

con θ come quota di beni N sul totale prodotto (tendenzialmente θ=75%). Considerando che guardiamo il problema da europei, il resto del mondo “ci tocca” solo per la sua parte di beni T, cioè confrontiamo P=P€,NθP€,T(1- θ) con P=P$,T da cui segue R=(P€,N /P€,T) θ e quindi

 

4) Ṙ=θ+Ṗ€,N-Ṗ€,T

 

che già dice una cosa importante: il tasso di cambio reale europeo si apprezza se i prezzi dei beni non tradable europei cresce rispetto a quelli tradable, e l’effetto è tanto più forte quanto maggiore è la quota dei primi sul totale della produzione; la spiegazione logica è che un incremento di PT impatta sull’estero, mentre un incremento di PN ha effetti pure sull’economia domestica e quindi sul pricing anche dei beni destinati all’export. Per tener conto delle differenze di produttività, si consideri che in generale la produzione totale Y è scindibile nelle due produzioni di beni T e N (YT e YN) e che le due produzioni derivano da rispettive combinazioni di lavoro L e capitale K stanti le loro produttività marginali in valore (MPL e MPK), cioè

 

5)  PY=KMPK+LMPL=PTYT+PNYN

 

inoltre le produttività marginali in valore di lavoro e capitale tenderanno ad eguagliarsi al rispettivo costo marginale (lo stipendio w per il lavoro e il tasso nominale r per il capitale, uguali nelle due produzioni T e N). Quindi, utilizzando per comodità una funzione di produzione Cobb-Douglas (scelta legata alla semplicità dei calcoli, ma non determinante per il risultato finale) cioè Y=SKβL(1-β) (S è un fattore generale di produttività e β l’intensità di utilizzo del capitale) si ottengono le condizioni marginali per i beni T :

 

6) r=PT (YT /KT)=PT βT ST(βT-1)L(1- βT )

7) w=PT (YT /KT)=PT (1-βT)STβTL – βT

 

Analoghi risultati valgono per i beni N. Combinando le equazioni n.5, n.6 e n.7 (cioè cercando il sistema dei prezzi che risolve l’allocazione delle risorse tra le due produzioni), maneggiando un po’ l’algebra ed esprimendo il tutto in termini di tassi di crescita, si ottengono le due condizioni

 

8) T+ṠT=(1-βT)ẇ

9) N+ṠN=(1-βN)ẇ

 

che significano, molto semplicemente, che shock positivi di produttività (ad esempio nuove tecnologie, riflesse in S ) fanno scendere il prezzo, che i movimenti degli stipendi si riflettono sui prezzi, e che la maggior intensità di capitale aiuta la competitività della produzione; niente di strano quindi, ci si può arrivare anche con la sola logica "discorsiva". Combinando questi due ultimi risultati si ottiene

 

10) T+ṠT=(ṖN+ṠN)(1-βT)/(1-βN)

 

da cui segue un’ulteriore risultato: supponendo – come generalmente è – che i beni N abbiano una minor intensità di capitale (βTN), vale (1-βT)/(1-βN)<1 si ottiene

 

11) T<ṖN+ṠN – ṠT

 

che è il primo vero risultato di questa formalizzazione: la dinamica dei prezzi dei beni N è sempre superiore a quella dei beni T (fatto in realtà spiegabilissimo se si considera che i beni commerciabili internazionalmente subiscono una concorrenza diretta appunto a livello internazionale, cosa che manca ai beni N). Combinando questi ultimi risultati con le equazioni n.2 (per i beni T ) e n.3, e distinguendo le due diverse quote di produzione non tradable in Europa e USA (θ e θ$) si ottiene una particolare espressione dinamica del tasso di cambio reale più estesa di quella dell’equazione n.4:

 

12) Ṙ=θ(Ṗ€,N – Ṗ€,T)-θ$ (Ṗ$,N – Ṗ$,T)

 

Quest’ultimo risultato ci permette finalmente di rispondere formalmente, quindi astraendo da preferenze liberiste, al dubbio iniziale su come le proposte (molto sindacalizzate) di far creare nuovo lavoro allo Stato incidano sul problema della competitività internazionale (riassunto nella dinamica del tasso di cambio reale). Anzitutto va detto che la maggior produzione dello Stato è sicuramente a maggior intensità di lavoro (è una delle ragioni per cui questo canale viene scelto al fine di ridurre il tasso di disoccupazione) e si tratta essenzialmente di servizi (più raramente beni) non esportabili (lavori socialmente utili, burocrazia, sanità, difesa… le cose in parte cambiano quando si tratta di servizi turistici e museal-artistici, ma almeno nel caso italiano il problema non si pone perché si tratta dei settori più trascurati). Per quanto discusso, la creazione di maggior occupazione attraverso i Governi europei fa crescere il peso del settore europeo non tradable (maggior θ), cioè fa apprezzare il tasso di cambio reale, rende l’export meno competitivo, deprime la relativa industria privata e infine riduce il tasso di occupazione; in altri termini si ottiene un risultato in realtà molto intuitivo in ottica liberale: il settore pubblico spiazza quello privato. Inoltre, qualsiasi shock comporti rialzi dei prezzi in Europa implica una rialzo maggiore nel settore non tradable (si veda l’equazione n.11) il che implica di nuovo una perdita di competitività, che pesa tanto più quanto maggiore è la quota di produzione non tradable caratteristica dell’impiego pubblico. Ma più sconvolgente è un’altra conclusione, e cioè che se aumenta la produttività nel settore tradable, (variabile T nell’equazione n.10) i prezzi dei beni tradable scendono, i prezzi dei beni non tradable scendono di meno o addirittura possono aumentare (d’altra parte il settore N normalmente è meno produttivo del settore T ), perciò si avrà comunque un peggioramento del tasso di cambio reale che si mangia i guadagni iniziali dell’export (la maggior produttività nel settore T spinge al rialzo degli stipendi, questo ricade anche sul settore N, il che fa alzare i prezzi della produzione N che poi incideranno nei costi di produzione pure del settore T ), e questo problema è tanto più forte quanto maggiore è, come sopra, la quota di produzione non tradable.

È sottinteso, ma è bene esplicitarlo, che buona parte del problema sta nella contrattazione unica degli stipendi (in modello infatti è prevista una sola variabile “stipendio”) aggravata dalla tendenza delle retribuzioni del settore pubblico a crescere più di quelle del settore privato; se i due settori retributivi fossero indipendenti tra loro e legati solo alla rispettiva produttività, il tasso di cambio reale potrebbe avvantaggiarsi dei particolari guadagni di produttività convertendola anche in maggior occupazione privata a parità di occupazione pubblica.

 

Le “anime belle” propongono di risolvere il problema occupazionale attraverso nuovo lavoro creato dallo Stato, e il problema del deficit commerciale facendo alzare le retribuzioni delle controparti. In realtà, anche applicata la seconda soluzione, la creazione statale di lavoro semplicemente riallocherà l’occupazione deprimendo il settore privato e la produzione esportabile, per cui si creerà un nuovo deficit commerciale e saremmo punto e a capo ma con un maggior tasso di occupazione nei settori meno produttivi con danno a tutta l’economia domestica.

Tutto questo vale anche per il commercio infra-eurozona: mancando le complicazioni legate al tasso di cambio nominale (Ẋ=0, equivalente ad un tasso di cambio perfettamente fisso o ad un’unione monetaria) dovremmo considerare come risultato in un confronto ad esempio tra Italia (It ) e Germania (De )

 

12bis) Ṙ=θIt (Ṗit,N – ṖIt,T)-θDe (ṖDe,N – ṖDe,T)+ṖIt,T – ṖDe,T

 

in cui guadagna di peso la maggior produttività ottenibile nel settore tradable come mitigatore degli effetti perversi del settore non tradable sul tasso di cambio reale (una buona ragione per preferire di appartenere ad un’unica area monetaria dove i prezzi sono direttamente confrontabili e la valuta non deve scontare le follie occupazionali statali); in altre parole, la creazione in Italia di nuovo lavoro statale (il meno produttivo settore non tradable a maggior intensità di lavoro) peggiora il tasso di cambio reale italiano, pertanto non risolve il problema occupazionale complessivo ed aggrava il noto problema di deficit commerciale.

Reiterando le folli soluzioni proposte da alcuni, quindi, finiremmo con stipendi tedeschi stellari, deficit commerciale italiano persistente, e occupazione di tipo sovietico (esattamente le condizioni dell’URSS rispetto agli USA prima del crollo).

Sì, questo lo dice un liberista e pure di tendenze austriache, però lo dice sfruttando un modello di economisti non austriaci e neppure liberisti… Pensateci.


2 Responses to “Quando Competitività e Occupazione Vanno in Contrasto”

  1. 1

    Vincenzo Says

    Poiché non sono un economista non sono riuscito a seguire tutti i calcoli fatti nel breve tempo che ho dedicato alla lettura del post. Dovrei dedicarci un paio d’ore di tempo che non ho.
    Il mio commmento è quindi a pelle, con tutte le conseguenze del caso.
    Seguendo blog sull’economia di varie tendenze, dagli Austriaci aglli MMTers, mi sono convinto che nessuno ha la ricetta giusta per uscire dalla crisi ma ognuno dice qualche cosa di utile, che laddove messo insieme e soprattutto espresso in maniera semplice, potrebbe essere d’aiuto a creare un movimento diffuso di opinione che spinga i politici finalmente a muoversi nella direzione di un interesse generale piuttosto che di quello dei soliti noti. Lasciamo perdere le utopie libertarie perché è più facile che rinasca l’Impero Romano che si realizzi una società libertaria.
    Come si possono combinare i lavori socialmente utili con un aumento della produttività e una visione liberale della società?
    Mica sarebbe impossibile.
    1) Lavori socialmente utili soprattutto in ambito turistisco e artistico-museale quindi in un certo senso esportabili
    2) Salario dei lavori socialmente utili al livello più basso di mercato, senza aumenti, tale che chi vi acceda sia incentivato a cercarsi poi un lavoro più produttivo.
    3) Progressivo trasferimento dei burocrati di stato, senza rimpiazzarli e anzi riducendo le procedure burocratiche, a lavori socialmente utili con mantenimento dello stipendio corrente per un periodo di 5 anni, dopo di che chi si è visto si è visto.
    4) Nessun aumento di stipendio nel settore pubblico per i prossimi 5-10 anni, fatti salvi i ruoli chiave, in maniera che lavorare per il governo sia meno conveniente che lavorare per il privato (negli anni 60 e anche 70 era così).
    Non sarebbe forse una quadratura del cerchio?

  2. 2

    Leonardo, IHC Says

    Gentilissimo Vincenzo,

    la parte matematica è una palla astrale, io pure ci ho perso qualche giorno per far tornare i calcoli (avevo appunti del 2003 alquanto incompleti sulla matematica e alquanto keynesianamente distorti sull’interpretazione) e non pretendo certo che altri condividano questa mia malattia mentale. Semplicemente fidati, se è sbagliato qualcosa non sono i calcoli (non lo sono mai) bensì i presupposti e le ipotesi di partenza (cioè ciò che è logica e teoria ma non matematica).

    Che tutti possano dire qualcosa di utile è forse possibile, ma nel caso della MMT (ma pure della MET) a volte sono solo dei “casi”, “incidenti”; non di meno tutto fa riflettere – anche se al fine di criticarlo – e questo è di per sé utile.

    Che nessuno abbia la ricetta giusta può essere vero, ma anche no: a volte la ricetta giusta non sembra tale solo perché giudicata (dall’individuo, te o me ad esempio) come troppo onerosa o “brutta”. Amputare l’arto incancrenito per qualcuno può non essere giusto, ma non di meno è l’unica cosa da fare perché non muoia tutto il resto dell’organismo – se mi passi la metafora.

    Riguardo le tue proposte:
    1) Io odio il termine “lavoro socialmente utile”; o è un lavoro, quindi utile per il dante causa e la cui produzione è utile per la società, o non lo è. Se lo Stato vuol tanto spendere soldi ci sono mille impieghi utili – utili nel senso di uno Stato che vuol produrre e non solo pagare stipendi o commesse cioè redistribuire arbitrariamente. Fatta questa premessa, sono d’accordo con te (vediamo poi i modi concreti, chiaramente), ma è preventivo tagliare un mucchio di posti inutili ché ormai lo Stato è a contare gli spiccioli.
    2) Capisco la tua visione di “emergenza” pur di “creare lavoro”, ma se questi lavori sono utili (vedi sopra) devono venir pagati adeguatamente per quel che portano (quando il valore si crea, e viene pagato dai turisti, i salari dovranno rifletterlo). Il contenimento dei costi deve seguire un altro percorso.
    3) Questa suona come una norma transitoria; forse ha senso, ma preferirei per principio tagliare quei posti, licenziare i dipendenti, e poi separatamente offrire un nuovo lavoro secondo le logiche di cui sopra. Tanto i “burocrati” sono strapagati per quel che fanno, hanno già “puppato” abbastanza e non vedo quale altra protezione dovrebbero avere.
    4) Sono d’accordo. Purtroppo che lo Stato sia una bella mammellona cui tutti tendono è un risultato voluto proprio dallo Stato per raccogliere consenso sulla sua esistenza, quindi sarà dura… Ma ripeto che il problema non è tanto la tendenza degli stipendi (se uno “produce” deve venir “remunerato” adeguatamente) bensì che sono in partenza disallineati con la produttività.

    A parte le buone idee non mi pare una quadratura del cerchio. Il punto non è il contenere la spesa su nuovi progetti (ammesso che li si realizzino in modo “economico”) per renderli compatibili con lo status quo, ma eliminare dallo status quo ciò che è non produttivo o eccessivamente pagato, e questo libererebbe risorse sia per i privati (meno stato quindi meno tasse) che per remunerare adeguatamente (“a mercato”) chi è in grado di craere valore con i nuovi impieghi.

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