Clicca qui per Opzioni Avanzate


Quattro Chiacchiere sull’Inflazione “Austriaca”

March 30th, 2011 by Leonardo

-

di Silvano, IHC

 

Recentemente su Chicago Blog all’interno di una lunga serie di commenti ad un pezzo scritto dal buon Monsurrò si è aperta una piccola parentesi su inflazione e livello dei prezzi. Per chi frequenta questo sito la differenza tra il mainstream economico e la scuola austriaca su cosa si intende per inflazione dovrebbe essere abbastanza nota. In estrema sintesi: per i primi rappresenta l’incremento del livello medio dei prezzi che si realizza in un certo arco di tempo e calcolato su panieri rappresentativi di beni di consumo, mentre per i secondi è un fenomeno puramente monetario consistente in un’espansione dell’offerta di moneta e dei mezzi fiduciari di natura creditizia. Allo stato attuale nella letteratura economica, in accademia così come nel central banking e negli uffici di statistica viene utilizzata la prima definizione: per quanto il criterio “democratico” sia poco significativo in campo scientifico è difficilmente opinabile che quella austriaca sia una visione eterodossa. Tuttavia, consapevoli di appartenere ad una minoranza e senza necessariamente utilizzarla come una clava all’inizio di ogni discussione – atteggiamento questo abbastanza frequente nei blog da parte dei “consumatori” di austrismo – ritengo che tale peculiarità vada non solo mantenuta, ma rivendicata anche sotto il profilo tassonomico.

 

Non è solo un concetto cardine per spiegare la teoria del business cycle di Mises e Hayek e per illustrare come negli anni della great moderation gigantesche bolle si siano formate a dispetto della price stability. È semplicemente indispensabile per una corretta definizione dei rapporti causa-effetto evitando le conseguenze più deleterie dell’adozione di un framework di origine keynesiana fatto di aggregati, revisioni statistiche, inflazione core e non core, inflazione “importata” a seguito dei rialzi delle materie prime, inflazione “cost-pushed”, etc. in cui è estremamente facile invertire i sintomi con le malattie. Una metrica incentrata sul livello dei prezzi è fuorviante nello spiegare il ciclo economico, la separazione delle componenti cibo ed energia ci rende ciechi circa gli effetti delle politiche della Federal Reserve sull’andamento delle materie prime, l’idea di un’inflazione “cost pushed” mescola aumenti dovuti a mutamenti nella sottostante situazione reale con gli effetti di una politica creditizia espansiva che partendo dagli Stati Uniti si ripercuote a catena su tutte le valute collegate direttamente o meno al dollaro. La definizione mainstream di inflazione, indubbiamente più vicina alla percezione dell’uomo comune, deve essere sistematicamente contestualizzata per avere una qualche utilità nello spiegare i grandi trend macroeconomici degli ultimi quarant’anni, dalla stagflazione all’ultima recessione. Il più delle volte rimane un explanandum.

La metodologia austriaca è certamente eterodossa rispetto agli standard attuali e ai fini della conversazione accademica è giocoforza necessario che sia la minoranza a dover conoscere i termini di discussione prevalenti e non viceversa. Tuttavia, siccome uno dei grandi pregi è la coerenza analitica interna sviluppata su basi discorsive, definizioni ed aspetti tassonomici non sono del tutto irrilevanti. Il fatto che possano venire anche irrisi, per quanto spiacevole, non costituisce un motivo sufficiente a rivedere la propria toponomastica. Un esempio su tutti può essere la teoria del capitale, prima sbeffeggiata, poi letteralmente buttata nel cesso. Adesso, dopo le recenti sbornie finanziarie, un numero sempre maggiore di economisti riconosce la rilevanza degli effetti delle politiche monetarie sulle bolle speculative e sull’eccesso di investimento, cerca correlazioni e si pone delle questioni la cui soluzione risulterebbe più semplice proprio all’interno di un framework (certamente perfettibile) in grado di coniugare eterogeneità e fattore tempo. Inoltre, partendo dalle mere osservazioni sui livelli dei prezzi, dalle variazioni dei prezzi degli asset e dal crollo dell’output l’economista è costretto a nuotare controcorrente, cercando di ricostruire a ritroso i nessi di causa e effetto con tutti i rischi di errore e le insidie connesse con una complessa analisi empirica.

 

Certo, lunghe dispute nominalistiche sono perlopiù inconcludenti e segno di poca elasticità mentale, tuttavia ritenere il linguaggio completamente neutro è a mio avviso un errore, un eccesso di razionalismo. Il messaggio liberale e libertario è chiaro: i prezzi devono essere liberi di fluttuare e la moneta “genuina” (sound money) e non “neutrale” o stabile rispetto a prezzi al consumo. Veicolarlo quando implicitamente o esplicitamente si assume la stessa stabilità dei prezzi al consumo (ovvero la bassa inflazione) come metro per giudicare la bontà di un sistema monetario diventa più difficoltoso. Viceversa la desiderabilità dell’interventismo finisce per risultare quasi intuitiva. Per fare un parallelo politico, come a suo tempo sottolineato da Hayek già in “The Road to Serfdom”, il socialismo ha guadagnato molto in termini legittimità riuscendo a sovrapporre alle nozioni di libertà ed uguaglianza numerosi dei propri traguardi politici. La riduzione delle differenze di reddito e ricchezza, obiettivo che implica sotto il profilo dell’ordine sociale un’elevata dose di controllo, autorità e compressione degli spazi individuali è ritenuta oggi da un alto numero di persone come un qualcosa doverosamente e legittimamente compatibile con il libero mercato. Il welfare state, che operativamente parlando non è niente di più di un inefficiente schema assicurativo obbligatorio, viene spessissimo ritenuto un corollario della libertà individuale. Ovviamente non è possibile definire tutto questo come conseguenza di variazioni lessicali. Ma alla fine, anche nelle scienze sociali come in politica, ogni paradigma ha il suo linguaggio ed i suoi aspetti tassonomici i quali non sono pienamente neutrali e la cui affermazione (o meno) produce nel tempo sottili cambiamenti e ne contribuisce all’affermazione(o scomparsa).

Per questo, per analizzare il mercato come processo ed i problemi di coordinazione, credo sia utile preservare alcune importanti specificità anche a costo di sembrare a volte un po’ demodé nelle precisazioni terminologiche.


10 Responses to “Quattro Chiacchiere sull’Inflazione “Austriaca””

  1. 1

    Biagio Muscatello Says

    Ottima puntualizzazione!

  2. 2

    Eugenio Ermes Says

    Mi scuso in anticipo per la mia osservazione, ma: il Welfare state sarà inefficiente ma la sanità privata americana lo è ancor di più. Le insidie alla libertà individuale in questi trent’anni di neo-liberismo sono venute soprattutto dai privati, a cominciare dalle banche. Dopo è inutile piangere sul latte versato e accusare Obama di essere un socialista spendaccione. Quando c’erano Bush e Greenspan andava tutto bene? Senza polemica, si intende.

  3. 3

    Silvano Says

    L’oggetto dell’articolo non è il Welfare, a parte questo non ti devi scusare per fare delle osservazioni.
    In questi trent’anni di neo-liberismo la quota di prodotto intermediata dallo Stato è arrivata ad una percentuale compresa tra il 40-50% del Pil in pressoché tutti i paesi industrializzati e la gestione della moneta e del credito è centralizzata su base nazionale. Definirlo socialismo per ricchi forse sarebbe più appropriato sotto molti aspetti. Il sistema sanitario americano è costoso, frammentato e regolamentato con forti vantaggi per le compagnie assicurative in termini di distorsioni normative. A dispetto delle credenze comuni, il Governo Federale spende molto (più o meno quanto i paesi europei). La spesa è tutta concentrata sugli over 65 e residualmente su chi figura come indigente.
    Comparare sacche di sanità (o istruzione) privata in presenza di un monopolio pubblico regolamentato sarebbe giudicare il settore privato nell’Urss comparando la produttività dei kobinat con quella dell’economia sommersa e delle poche attività lecite. E’ un po’ estremo ma rende l’idea. Più prosaicamente, nei servizi sanitari non sussidiati dal welfare i costi tendono ad abbattersi. Due esempi: il laser agli occhi e la chirurgia estetica. Essendo non strettamente necessari sotto il profilo della salute quasi nessun sistema sanitario occidentale li ha mai mutuati (qualche volta il laser, ma sporadicamente). Il risultato è che il superfluo (ex. rifarsi le tette) è diventato meno costoso che operarsi d’appendicite.
    In generale sono favorevole a forme basic di sicurezza sociale, specie in campo sanitario così come in caso di palese indigenza. Attualmente noi abbiamo delle versioni “monstre” con problemi diametralmente opposti. Ma questo meriterebbe una discussione più lunga che esula dall’argomento del pezzo.

  4. 4

    Eugenio Ermes Says

    Ok, allora vorrei chiedere: sapresti indicarmi un paese in cui è presente un sistema liberista in cui vi riconoscete? Magari che sia un paese moderno, cioè che abbia saputo gestire in senso liberista le esigenze della popolazione moderna (leggi: pensione, salute, ecc.). Perché se neanche gli Stati Uniti e neanche i Repubblicani sono veramente liberisti, ma si limitano a dare aiuti e sussidi più o meno occulti ad aziende e banche, capirete che a questo punto sorge spontanea l’obiezione che il liberismo come da voi prospettato è un’utopia. Magari in teoria potrebbe funzionare: ma allora perché nessuno, neanche le destre sedicenti liberiste, ci prova?

  5. 5

    Silvano Says

    Non è necessario riconoscersi integralemten in un “sistema” (questo lo facevano i comunisti dogmatici quando c’era l’Urss), preferisco riconoscermi in delle scelte che rispondono ad un insieme di valori. Non credo ai modelli politici che implicano una “fine della storia”: ex. il marxismo con la sua inevitabilità del socialismo ma anche il neoconservatorismo alla G.W.Bush con la sua esportazione bombarola della democrazia. Seguono tutti uno schema di tipo religioso che vede la storia come un progresso dalla dannazione alla salvazione (il paradiso dei lavoratori, il nuovo ordine mondiale libero e democratico, etc.). C’è sempre un punto finale di arrivo (lontano o vicino, poco importa), sotto molti aspetti sono delle teologie senza Dio. Solo che appunto una teologia senza Dio non è niente: non è religione, né politica, né scienza.

    Non esiste un paese integralmente liberista e (a parte la Corea del Nord), nemmeno uno integralmente collettivista. Il bello degli Usa non è l’apparato Federale (dal Welfare al Warfare), quanto il fatto che mantenga ancora un livello di libertà abbastanza elevato da essere in grado di partorire innovazione e creazione distruttrice con continuità. Infatti noi europei finiamo sempre per scrivere quanto sono incivili gli americani in formato word, dopo aver fatto una ricerca su google e aver letto la posta su yahoo.
    Premesso questo anche la Svizzera, il Lussemburgo, il Canada, l’Australia, la Nuova Zelanda sono paesi con profili interessanti. L’interventismo non è solo spesa pubblica sul pil, è anche corporativismo, necessità di avere venti licenze, ostruzionismo normativo verso l’iniziativa privata, giustizia commerciale inefficiente. Tutti elementi qualitativi (molto influenti) che una singola statistica non coglie appieno.
    La visione liberale non è limitata al singolo paese (si può tranquillamente essere cosmopoliti con un patriottismo pari zero volendo), e più in generale l’individualista non sia aspetta che sia lo Stato a gestire i problemi moderni. Piuttosto è interessato a quei contesti istituzionali dove la società riesce a partorire un maggior numero di soluzioni, ad addarsi meglio ai cambiamenti.
    Le economie di transizione, dai paesi Baltici alla Polonia ci offrono storie interessanti. La stessa Irlanda fino alla sciagurata decisione di garantire il passivo di tutto il sistema bancario è stata una storia di successo (ora rischia di diventare un protettorato asservito a Francoforte). Numerosi paesi asiatici dalla Corea del Sud a Singapore hanno prodotti interessanti esempi di crescita partendo da situazioni di miseria nera.
    Se poi allarghiamo il discorso alla storia ce n’è abbastanza per una tertulia.

  6. 6

    Eugenio Ermes Says

    Analisi interessante. Credo però che non si ha un modello che “bene o male può andare”, si rischia di rimanere nell’utopia, perché isolare elementi che piacciono senza considerare tutto il resto, in fondo è troppo facile. Con la stessa logica io potrei isolare un elemento dell’Unione Sovietica anni ’80 o di Cuba che mi piace (ad esempio, nessuno muore di fame), senza considerare a che prezzo si è ottenuto quell’elemento (poca libertà, poche opportunità ecc.). A mio avviso vi sarebbe dunque da analizzare “quanto tutto si tiene”, ovvero, se si possano isolare elementi positivi in una società senza considerare quelli negativi, che però fanno parte della stessa società e forse discendono dalle stesse cause. Ad esempio, per quanto riguarda gli Stati Uniti, mi vengono in mente l’incredibile quantità di detenuti, l’incredibile numero di morti per uso di armi da fuoco, l’incredibile numero di senza tetto e di persone che non si possono permettere le cure mediche, e l’incredibile numero di obesi, che sono in fondo tutti legati alla stessa mentalità individualistica, che attribuisce la responsabilità all’individuo per la sua situazione personale, che tiene basse le tasse, che non aiuta i poveri, che dà la priorità all’economia ecc. Insomma, volendo essere onesti e realisti credo che dovremmo accettare tutto il pacchetto, quindi Google E 750 detenuti ogni 100.000 residenti, Word E 3 milioni di senzatetto, Mike Tyson (sempre che ci piaccia) E tanti ragazzi arrabbiati che vivono nel ghetto ecc. Poi per carità, la storia va avanti e proporre riforme è lecito, ma se non si ha un modello che comunque si considera positivo, non si può dimostrare che si possa avere una cosa senza l’altra (ad esempio la Silicon Valley senza i milioni di poveri). Poi uno può anche dire: “tutto sommato preferisco gli Stati Uniti alla Svezia, anche se ci sono milioni di poveri”, per esempio, ma appunto deve avere il coraggio di esprimerla, questa preferenza!

  7. 7

    Silvano Says

    Sì e no. Diciamo che puoi confrontare il capitalismo cosi com’è stato nel XX secolo con il comunismo cosi com’è stato nel XX secolo, rimanendo sul piano storico. Sotto il profilo teorico se fai una analisi economica e sociologica saranno presenti delle componenti astratte. Ma un concetto astratto è diverso da un’utopia (ex.: la matematica è praticamente tutta astratta). Quello che non si può fare, senza scadere nella retorica o nella nostalgia, è un confronto tra il capitalismo reale con il comunismo ideale, ovvero l’imperfetta realizzazione empirica di una serie di istituzioni (proprietà privata, rispetto dei contratti, uniformità di fronte alla legge) con gli effetti che si desiderano da altre istituzioni per come queste dovrebbero essere e funzionare in teoria(proprietà collettiva dei mezzi di produzione, organizzazione collettivistica della società). In breve: il Nirvana sarà sempre meglio del mondo, ma ciò nulla aggiunge alla ns conoscenza.
    Principi e idee servono come linee guida: l’azione è dinamica, un modello singolo rischia di essere statico. Se lo proietti nel futuro senza se e senza ma diventa un atto di fede del tipo “I love NY”. Ad ex. il successo nel mercato è precario e sempre minacciato dalla competizione (sia reale che potenziale). Chi ha un potere economico affermato ha molto da perdere ed ha un forte incentivo ad usare la politica per cristallizzare la propria posizione (con dazi, licenze, etc.). Senza una griglia di valori uno finirebbe per diventare come quei Repubblicani che si schierano con gli interessi partigiani del big businness per partito preso.
    Alcuni fattori culturali vanno poi scissi: dire che l’obesità negli Usa è “capitalista” sarebbe come dire che l’etilismo nell’Europa Settentrionale è “socialdemocratico”. Ragionando per stereotipi si può arrivare anche ad argomentare conclusioni razziste, basta spostarsi dal piano economico a quello etnico.
    Gli slums sono brutti come sono brutte le banlieu, le pressioni migratorie su Parigi non sono minimamente comparabili con quelle di Helsinki. Nei paesi vasti è facile trovare piccoli campioni o caratteri significativi di brutture sociali per i più disparati fattori così come punte di eccellenza anche per meri motivi statistici: i piccoli campioni possono avere valori medi estremi, rispetto alla media dell’insieme. E poi uno può preferire la California alla Svezia ma la Danimarca al Texas.
    Personalmente tendo a rifuggire alla logica del tipo: una nazione – uno stato – un popolo – un modello.

  8. 8

    Eugenio Ermes Says

    Scusa, ma all’atto pratico come fai, una volta che hai lasciato crescere banche e aziende in nome del libero mercato, a contenere quelle distorsioni del “big business”, cioè come fai a evitare che le grandi banche e aziende facciano lobby, corrompendo il parlamento e costringendolo ad aiutarle quando rischiano di fallire o hanno altri problemi?
    Per questo chiedevo un modello, per avere una prova che un paese possa funzionare nel lungo periodo con un sistema liberistico. In fondo al comunismo sono state fatte critiche sensate da subito, ma ad essere decisiva per capire che non funziona è stata la prova pratica.
    In assenza di una prova di tal genere, credo che si abbia il diritto di credere che gli “spiriti animali” vadano tenuti a bada, altrimenti poi l’intero sistema inevitabilmente si corrompe, e la democrazia diventa una plutocrazia. Non per avere il comunismo, ma un sistema come quello tedesco o scandinavo.
    P.S. L’etilismo è diffuso in Europa settentrionale, anche nei paesi liberali anglo-sassoni, e in Russia, e lo era già nell’800. La correlazione tra l’obesità e il consumismo (quindi non il capitalismo tout court: nell’800 il capitalista risparmiava) è sicuramente più stretta. D’altro canto, in nome del libero mercato le aziende inondano i consumatori di spot di ogni genere, e lo stato minimo non si mette certo a spendere soldi pubblici per educare la gente all’alimentazione corretta…

  9. 9

    Silvano Says

    Spesso lo Stato è un nome carino per definire un insieme di politici. Diciamo che meno soldi questi intermediano, meno discrezionalità hanno e meno margini di corruttibilità ci sono. Quando ci sono più porte ci saranno più lobbisti pronti a bussare. Parimenti è importante esplicitare la proprietà privata, la libera iniziativa, la tutela dei contratti, etc. a livello costituzionale per limitare il lobbismo regolamentare. Il liberalismo si occupa di delimitare il potere politico sull’individuo, la democrazia è un modo di selezione e produzione delle classi politiche. Le due cose si intersecano ma non si sovrappongono e possono essere anche antitetiche: una democrazia può tranquillamente scadere nella dittatura della maggioranza di turno o nel più bieco populismo. I problemi generati dai gruppi portatori di interessi particolari sono oggetto di studio dal ‘900: i primi sono stati gli economisti italiani e lo svedese Wicksell, nel secondo dopoguerra partendo dalle traduzioni in inglese di questi si è sviluppata la Public Choice Theory. E’ un argomento piuttosto vasto da riassumere (per usare un eufemismo), specie se includiamo il problema della dimensione ottimale dello Stato (piccolo vs grande, decentramento vs centralizzazione). Non riguarda solo il “big business”: i sussidi all’agricoltura sono il prototipo di spesa concentrata in capo a un numero limitato di soggetti i quali hanno forti interessi a resistere, mentre il resto dell’elettorato ha un interesse risibile a intraprendere uno scontro politico (con risultati comici quali far sussidiare l’allevamento bovino dai ministeri dell’agricoltura e contemporaneamente sostenere la riduzione del consumo di carne nelle indicazioni nutrizionali dei ministeri della sanità). Parimenti il voto di scambio e le assunzioni clientelari nella P.A. sono una mercificazione dell’intervento statale. La sfiducia verso il potere politico è un sano anticorpo: ai governanti piace trasformarsi in casta ed espandere le proprie rendite di posizione (anche grazie al consenso dei propri clientes).
    Le aziende crescono dimensionalmente perché riescono a servire il maggior numero di consumatori al minor prezzo, dalla Coca Cola alla Nokia. Di norma riesce a capitalizzare grandi fortune chi massifica un prodotto rispetto a chi lo inventa (ex. Ford non ha inventato l’automobile). Il sapone e lo shampoo non sono il prodotto di una cospirazione della classe borghese contro i batteri, né il frutto dell’odio pluto-giudaico-massonico contro i germi. Possiamo dire che la pubblicità stimola, solletia e scova bisogni latenti, ma in ultima analisi se questi fossero totalmente assenti la produzione sarebbe votata al fallimento.

  10. 10

    Eugenio Ermes Says

    Purtroppo temo che la sfiducia verso il potere politico abbia più ricadute negative che positive, almeno a giudicare da quanto accade in paesi come l’Italia o gli Stati Uniti. In primo luogo, questa sfiducia, nei fatti, invece che aumentare il controllo critico, finirà per provocare indifferenza negli elettori, indifferenza che a sua volta aumenterà il potere discrezionale dei politici. Che magari si presentano come “non-politici”, per cui i loro elettori sono tranquilli e possono pensare allo shopping e a guardare la tv. In Italia la classe politica non è mai stata così “casta” come da quando si è diffuso il discredito nei suoi confronti. In secondo luogo, il discredito verso i politici porta ad una selezione verso il basso degli stessi, per cui si arriva a personaggi folkloristici che hanno successo proprio nel loro ruolo di antipolitici e “gente della strada”. Ruolo che di fatto si rivela presto una finzione, perché una volta messi al potere, è difficile che questi “anti-politici”, privi come sono di valori e di cultura, potranno resistere alle pressioni lobbystiche. Quindi si parla tanto di Joe the plummer e di Main Street, ma in realtà comanda sempre Wall Street. La quale ha attratto i cervelli più brillanti, da quando si è diffusa l’idea che lo stato è il problema, e non la soluzione, e da quando si è diffusa l’idea che i soldi sono tutto.
    Invece in paesi dove la politica gestisce pure più denaro (rispetto al Pil) ma nessuno la denigra, come in Germania o in Svezia, la classe politica è più seria e preparata. Io preferirei essere governato da Kohl che da Sarah Palin, ma ognuno ha i suoi gusti :-)
    Alla fine ho l’impressione che la sfiducia verso la classe politica di fatto accresca, invece di ridurlo, il potere dei gruppi di pressione. Forse perché quello che conta non è solo quanto spende il governo, ma per che cosa. Se si presuppone che il governo debba spendere per pensioni, sanità e opere pubbliche, bene o male su quello verrà giudicato, se invece si presuppone che debba spendere il meno possibile, poi nessuno si accorge se regala soldi alle fabbriche di armi o agli agricoltori (almeno nel breve periodo: basta andare in deficit e non aumentare le tasse). Alla fine la gente si ritrova senza servizi pubblici (ma non protesta perché non se li aspetta), mentre le corporation intascano miliardi. La donna della strada Sarah Palin vuole che la sanità rimanga privata.. leggi: in mano alle compagnie che la rendono inefficiente e costosissima e si rifiutano di dare le cure ai malati.

Aggiungi un tuo Commento