Quesiti sulla Crisi
November 16th, 2009 by Leonardo
Niall Ferguson ha mandato alle stampe il suo “Ascesa e declino del denaro – Una storia finanziaria del mondo”. Il Sole24Ore ne ha pubblicato l’introduzione il 15/11 u.s. come giustissimo invito alla lettura. In questa introduzione, scritta dallo stesso Ferguson, vengono enunciati sei quesiti essenziali cui rispondere per capire genesi e percorso dell’attuale crisi. Non credo che leggerò il libro (ho altre cose da fare, oltre che lavorare, e la mia pigrizia impera), ma voglio provare a rispondere a questi quesiti “in anteprima” e poi sperare che qualche buona anima si compri il libro e metta a confronto le mie idee con quelle di Ferguson, chiaramente traendone una qualche conclusione da reindirizzarmi. In forma breve, i quesiti di Ferguson sono:
1) Perché l’elevata leva delle banche occidentali?
2) Perché quelle ampie cartolarizzazioni?
3) Perché le autorità non considerano “nell’inflazione” le bolle finanziarie?
4) Perché il settore assicurativo ha ampliato l’attività fino ai derivati?
5) Perché la politica ha incentivato il mercato immobiliare?
6) Perché l’Asia ha finanziato così ampiamente il debito USA?
Nella mia visione, le domande sono pertinenti ma non da affrontare nell’ordine presentato da Ferguson al fine di ottenere una sorta di ricostruzione della meccanica della crisi.
Comincio il mio tentativo cercando di rispondere alla domanda n.5. Le autorità politiche occidentali, da dopo la caduta del Comunismo, sono sempre più rivestite di un ruolo “paternalistico” o “sociale” di portata sempre maggiore, una tendenza al voler assicurare standard di vita sempre migliori a strati sempre più ampi di popolazione. Questo chiama gli Stati a rispondere su vari aspetti della vita dei cittadini come la salute (copertura sanitaria pubblica), il lavoro (ammortizzatori sociali, contributi alle imprese) e vari altri ben conosciuti (solidarietà, istruzione, difesa…). Da molte parti il problema abitativo è stato un po’ trattato come subordinato a quello reddituale (negli USA lo stesso è valso per il problema sanitario), ma in questo millennio il disegno è effettivamente cambiato portando gli Stati a voler incrementare il tasso di abitazioni di proprietà, vuoi per uno “sdoganamento” storico di alcune politiche “social-oriented” o “socialiste”, vuoi per “ammorbidire” una necessaria ristrutturazione generale dell’assetto produttivo e quindi reddituale del pianeta che avrebbe portato inevitabili scossoni. Quest’ultima motivazione presuppone una coscienza economica presso la classe politica così sviluppata da non esser ritenuta da molti credibile, ma d’altra parte dobbiamo dare una chance intellettuale a coloro che hanno voluto la Cina nel WTO prima di pensare che siano semplicemente degli incoscienti.
La mia possibile risposta alla domanda n.6 è collegata alla precedente. Per poter mantenere, se non incrementare anche attraverso la politica abitativa, lo standard di vita di un occidente sempre più vecchio diviene necessaria una specializzazione mondiale dove la bassa manifattura (a minor contenuto di capitale, meno produttiva, e a minor valore aggiunto) venga spostata in Asia permettendo all’occidente la riqualificazione su standard produttivi più elevati avvantaggiandosi intanto dei più bassi prezzi al consumo ottenibili per via asiatica; quindi si crea, durante la transizione, un flusso di export asiatico verso l’occidente cui corrisponde un flusso di valuta pregiata verso l’Asia. Un’Asia ancora sostanzialmente arretrata non ha potuto verosimilmente spingere il consumo interno con questo afflusso di capitali, ed ha cercato l’impiego più sicuro, quello dato dalla valuta di riserva internazionale del paese più importante del globo: il dollaro USA. Questo ha permesso tre risultati: non scaricare gli afflussi sulle materie prime, il che avrebbe fatto salire i costi di produzione asiatici deprimendo parte del vantaggio del loro export, finanziare proprio il maggior cliente, e tenere le riserve nella forma ritenuta più sicura (titoli di Stato) e nella valuta di riserva internazionale (dollaro USA) che è anche valuta di pricing delle materie prime. La scelta asiatica è stata del tutto razionale.
La (mia) risposta alla domanda n.3 segue dalle due precedenti. Nei fatti, come ritengo sia stato dimostrato da varie parti non ultimo proprio questo sito, le Banche Centrali non sono enti tecnocratici indipendenti bensì agenzie governative autonome solo nella gestione dei propri strumenti ma non nell’indirizzo politico. Se l’indirizzo politico è stato sempre più marcatamente “socialista”, l’indirizzo delle Banche Centrali ne ha dovuto assecondare la direzione e quindi la visuale. E se la visuale è quella “dell’aiuto sociale alla classe dei lavoratori-consumatori”, le variabili economiche da monitorare divengono i prezzi al consumo, tra cui i tassi di interesse del credito al consumo o dei mutui ipotecari, e non certo un indice generale di inflazione comprendente asset che spaziano dall’oro agli equity swap su azioni Microsoft; un tale indice infatti non potrebbe che replicare, a parità di offerta, l’andamento degli aggregati monetari stessi che non sono in questo caso il fine bensì il mezzo della politica monetaria. Le Banche Centrali hanno trascurato la formazione delle bolle finanziarie perché queste sono in realtà funzionali allo “scarico” di tensioni collaterali dovute proprio al perseguimento dei sopra citati “fini sociali”.
Dal quadro descritto segue la risposta alle domande n.1 e n.2. Gli Stati occidentali tendenzialmente non hanno grande piacere ad esser definiti “socialisti”, in particolare per le implicazioni “dirigiste” del termine, soprattutto dopo esser stati i baluardi del “libero mercato” contro il Comunismo; le politiche “social-oriented” non potevano, sia per “marketing” che per la mancanza di opportune strutture, venir perseguite direttamente dalle autorità fiscali, e quindi è stato necessario sfruttare le istituzioni di mercato esistenti attraverso opportuni incentivi. Nei fatti si è “spinto” il settore bancario a realizzare i fini politici, anzitutto costituendo un ambiente di tassi di interesse “bassi” che ha stimolato l’assunzione di rischi e la domanda di credito, oltre che la rivalutazione degli asset posti a garanzia dei prestiti, e questo ha portato una convenienza (rapporto tra guadagni e rischio) all’incremento della leva finanziaria; inoltre sono stati predisposti vari sistemi di garanzia implicita o esplicita sull’attività bancaria, come istituzioni atte alla immediata ri-liquidazione degli attivi per permettere alle banche di rinnovare il processo di concessione del credito, altro fattore distorsivo sulla percezione del rischio e moltiplicativo della leva finanziaria (da qui si ha una risposta anche al perché le banche possano aver concesso mutui a nullatenenti privi di reddito); infine si è permessa una politica fortemente espansiva del credito delle Banche Centrali concesso dietro contropartita di asset cartolarizzati (e se è il regolatore che chiede le cartolarizzazioni…). Che poi il boom delle cartolarizzazioni abbia coinvolto anche i privati è un by-product di questo meccanismo partito dall’alto, e prende le mosse dallo scarso rendimento delle obbligazioni dovuto all’ambiente dei tassi bassi che ha spinto molti a cercare prodotti più redditizi e, apparentemente, non più rischiosi.
La risposta alla domanda n.4, da parte mia, è un semplice corollario delle n.1 e n.2, la conseguenza del vasto Moral Hazard innescato dall’alto, ed una naturale estensione dell’attività assicurativa sebbene in base a valutazioni per lo meno “ottimistiche”.
Su tutto questo gioca un ruolo anche la scarsa cultura economica, se non più in generale matematica, della media delle persone ed uno sconsiderato uso di alcuni sofisticati algoritmi matematici, come rilevato da Ferguson. Infatti se si è ignoranti dei rischi di alcune forme di indebitamento si finirà regolarmente per alimentare la spirale inflazionistica sopra descritta, per poi trovarsi senza casa (ed incolpare le avide banche). Inoltre se si calibrano i modelli matematici su un campione statistico limitato (come era quello del mercato immobiliare, sempre in ascesa), si finisce per prezzare i titoli con una visuale incompleta dei rivolgimenti storici del mercato e quindi del rischio (storico, e tanto più prospettico) connesso.
Ma i due ultimi fattori sono dettagli non sistemici; possono essere visti come meri “errori” che, salvo una pura idiozia, non verranno ripetuti, quindi elementi secondari per l’analisi dell’attuale processo di crisi. Le sei risposte di cui sopra, invece, fanno riferimento a vere dinamiche sistemiche di natura quasi meccanica, fondate su risposte razionali (aumentare i guadagni, ridurre i rischi) a stimoli esterni, e quindi di una portata che trascende la congiuntura.
E ora la parola a Ferguson…


1 Response to “Quesiti sulla Crisi”
Norberg e il Capitalismo della Crisi at Ideas Have Consequences
[…] Il mio primo commento a questa ricostruzione è anzitutto di andarvi a rileggere le mie note dai seminari austriaci di Roma dell’aprile 2009: le quattro variabili ed i loro legami erano già stati identificati ed esposti. Il secondo commento è di andarvi a rileggere i miei quesiti sulla crisi di novembre scorso, che cercavano di guardare più nel dettaglio la fattispecie dell’attuale crisi. […]
Pingback on Jan 22nd, 2010 at 5:49 pm
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