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Ricerca e Stato

July 31st, 2013 by Leonardo

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di Leonardo, IHC

 

Ogni tanto leggo qualcosa di fisica. Non ci capisco una mazza, ma mi diverte vagare ai confini della comprensione dei fenomeni più esotici (buchi neri, fisica quantistica, nuove particelle). Ultimamente ho letto “La particella alla fine dell’universo” di Carroll, che ripercorre la scoperta del – pare – Bosone di Higgs. Più che dell’oggetto in sé, il libro tratta di come ci si aspettasse esistesse qualcosa di simile e quale percorso ha portato a trovarlo. Un grosso corollario del libro sono gli sforzi organizzativi e finanziari per costruire acceleratori sempre più potenti, e le motivazioni politiche e scientifiche che hanno giustificato gli sforzi. Il libro, per molti versi, è una difesa della “ricerca” di fronte all’opinione pubblica e quindi allo Stato.

 

Negli ultimi secoli l’umanità è progredita molto nella comprensione della realtà; già dai tempi di Socrate il balzo è scandalosamente enorme, ma non sappiamo ancora tutto. In certi settori si ha una certa concordanza (vedi Modello Standard in fisica), in altri ci si scontra anche violentemente (economia) – questo magari dipende anche dalla quantità di persone che “si permettono” di entrare nell’argomento – ma in nessuna branca si può dire di aver “capito tutto”. Il problema è che più la comprensione va avanti, più si deve investire per scoprire qualcosa o confermare intuizioni incrementali. In economia si passa da speculazioni filosofiche a esperimenti “in laboratorio” (se prima bastava il cervello, a un certo punto sono serviti database sempre più ampi, ed ora strutture per esperimenti “comportamentali” o imaging neuronali); in fisica si passa da vasi comunicanti e bilancine a un acceleratore di particelle come il Large Hadron Collider (LHC) di Ginevra costato € 7 miliardi (e meno male che in parte si è appoggiato a un acceleratore preesistente).

Più l’impegno finanziario e grosso, più si passa dal finanziamento individuale a quello collettivo, coinvolgendo i contribuenti di un Paese fino a quelli di mezzo mondo (come nel caso del LHC). Questo non ha granché a vedere con l’ampiezza delle ricadute, per quanto il metterci soldi implichi lo sfruttamento dei risultati, bensì con l’ammontare in sé dell’investimento e l’incertezza del risultato. La ricerca, in specie la ricerca di base, è problematica da finanziare: non si sa dove si va a parare, non si sa nemmeno se si troverà qualcosa di utile, non è neppure certo quanto si finirà per pagare. Affidarsi al mercato per finanziarsi diventa problematico. I donatori privati esistono, ma per tirar su un mostro da € 7 miliardi con migliaia e migliaia di persone coinvolte a cercare qualcosa che forse nemmeno esiste serve qualcuno che ragioni poco in termini strettamente finanziari e molto molto grosso. Questo è uno dei casi in cui la “violenza” dello Stato, il suo ruolo di coordinatore/decisore “superiore”, acquista un senso: la spesa statale, notoriamente improduttiva, può diventare esiziale.

 

La debolezza dello Stato, tanto denunciata anche da noi, è l’esser un ente politico che quindi non ragiona in termini economici e nemmeno finanziari (sempre che non si limiti il concetto di finanza a fingere di far quadrare i conti – senta tra l’altro riuscirci – come ci ha insegnato Roberto qui). Nel caso degli acceleratori questo sembra esser stato un bene. È interessante ricordare l’audizione al Congresso USA del 1969 di Robert Wilson, fisico incaricato di costruire il Fermilab, incalzato dalle domande del senatore John Pastore.

 

Pastore: “C’è qualcosa a riguardo delle speranze su questo acceleratore che in qualunque modo riguardi la sicurezza della nazione?”.

Wilson: “No, signore, non credo ci sia”.

Pastore: “Proprio niente?”.

Wilson: “Niente di niente”.

Pastore: “Non ha alcuna utilità da questo punto di vista?”.

Wilson: “Ha semplicemente a che fare con il rispetto che riserviamo l’uno all’altro, con la la dignità dell’uomo, con il nostro amore per la cultura. Ha a che fare con: siamo bravi pittori, bravi scultori, grandi poeti? Intendo tutte quelle cose che realmente onoriamo nella nostra nazione e per le quali proviamo orgoglio patriottico. Non ha niente a che fare direttamente con la difesa della nostra nazione, eccetto per il fatto di renderla degna di essere difesa”.

 

A parte la retorica patriottica (USA, 1969), la bellissima risposta di Wilson fa capire che un tale progetto tende a sfuggire alle capacità di coordinamento spontaneo del mercato, appunto perché mancano tutta una serie di “variabili” adeguatamente maneggiabili a livello di individuo per poter “vendere” qualcosa a qualcun altro agli assurdi prezzi coinvolti. La risposta non sembra riguardare l’economia. In realtà, a ben leggerla, c’è molto di economia ma certo non quella di Krugman: la spesa per questi enormi progetti di ricerca (ma la cosa vale anche per progetti più piccoli) mira a sperare di trovare qualcosa di nuovo (nella fattispecie in ambito fisico, ma potremmo traslare la fattispecie su un’altra scienza) e tramite questo a creare comunque un “valore”. L’incremento culturale, che sia circoscritto ad una città o estensibile a tutto il mondo, è un valore, esattamente nel senso che rende la città, lo Stato, il settore, la conoscenza stessa, degni di venir protetti, e la “protezione” è un concetto che sottintende la desiderabilità da parte di altri, cioè una attribuzione soggettiva di un maggior valore. Parlando di “valore” e risorse scarse, si parla di economia.

La cultura in sé ha un valore. Perfino chi legge questo sito (e non lo fa gratis, ma ci investe tempo che potrebbe venir utilizzato in modi alternativi) non lo fa per saper dove investire i propri soldi ma giusto per cultura (con la “c” nano-minuscola). La ricerca anzitutto crea un valore culturale. Forse se questo sito chiedesse qualche piccola donazione per pagarsi un database e produrre una certa ricerca, qualche bischero pagherebbe, però per spingere la ricerca in fisica dove c’è ancora da scoprire e capire c’è bisogno di molte più palanche e visione prospettica, e non è detto che le due cose si trovino nelle stesse persone; anzi, l’ammontare di palanche necessario può essere solo raccattato da molte molte persone (nel caso dei contribuenti, pure inconsapevoli), e la visione prospettica è una vera botta di culo.

Ma perché questa cultura (qui sinonimo di conoscenza) ha un valore che può magari giustificare € 7 miliardi (più tutti i miliardi dei progetti passati su cui il LHC si è fondato) sostanzialmente fregati ai contribuenti (di solito imbambolati con discorsi su difesa, welfare, occupazione, premierati, troie…)? Non lo sappiamo, ma sappiamo che questa ricerca può tirar fuori risultati anche collaterali rivoluzionari. Spender soldi per forse aver trovato il bosone di Higgs non ci serve a realizzare il teletrasporto, ma non lo sappiamo veramente: Franklin ha scoperto l’elettricità, Hertz le onde radio, ma nessuno dei due lo ha fatto in previsione di metter in ogni casa un televisore. In termini bassi, sappiamo una sega noi come in futuro potremmo utilizzare questa maggior conoscenza! Però sappiamo una cosa: la cultura deve venir creata, e diffusa, per sperare in qualcosa di nuovo nel futuro.

Inoltre, grandi sfide pongono grandi problemi, che sollecitano grandi soluzioni: è al CERN, per evitare che le migliaia di persone coinvolte sprecassero tempo sugli stessi argomenti, e quindi per stimolare una miglior divisione del lavoro e condivisione dei risultati, che Tim Berners-Lee inventò il world wide web; se guardate al mondo attuale, non pensate che € 7 miliardi siano stati già “ripagati”? Se € 7 miliardi raccolti in tutto il mondo vi sembra una cifra assurda, ricordatevi gli LTRO della BCE, tanto per dirne una. E ancora andrebbero considerate una serie di ricadute del genere già operative in tema di ingegneria, elettronica, sanità… L’economista Mansfield (“Academic Research and Industrial Innovation” 1991, “Academic Research and Industrial Innovation: An Update of Empirical Findings” 1998) pare abbia stimato un ritorno della ricerca di base del 28%. Non ci metterei la mano sul fuoco, ma le grandi sfide portano o grandi tonfi o grandi risultati, e lo spettro dei risultati di una ricerca di base probabilmente è più ampio di quello della ricerca applicata.

 

Ora, come va letto tutto questo, come un elogio della spesa pubblica e della pianificazione statale? Assolutamente no, ed a ben vedere è l’esatto contrario.

Il caso LHC può costringere a riflettere sui limiti del mercato in caso di progetti di portata colossale per un risultato consapevolmente ricercato di piccola, quasi solo speculativa, portata (il mondo va avanti anche senza saper nulla del campo di Higgs). Ma i veri risultati “concreti”, quelli che si riflettono nella vita di tutti i giorni, non nascono dal progetto di ricerca in sé bensì dalle difficoltà collaterali che devono venir di volta in volta risolte, su cui gioca la capacità di inventiva e improvvisazione dei singoli, e dall’illuminazione di altri che prendono i risultati delle ricerche e si inventano una loro applicazione. La ricerca di base cioè persegue una innovazione “culturale”, un incremento di conoscenza quasi fine a se stesso, ma poi sono altri – anche non coinvolti nella ricerca in sé – che ne estraggono innovazioni “materiali”. Qualcuno ha inventato un carro, grazie a uno che ha scoperto la ruota magari per gioco, grazie a quel primo ominide che ha scheggiato volontariamente una pietra per la prima volta. In altri termini, se sembra che lo Stato l’abbia azzeccata con il LHC è perché in realtà fuori dallo Stato c’è stata una pletora di soggetti che – fuori dalla pianificazione del LHC e della ricerca del bosone – ha “saccheggiato” il lavoro e lo ha trasformato in tanti avanzamenti “operativi” fino ad ottenere impatti economici. È stato un po’ come mettere soldi (tanti) in uno scatolone nero pianificando di partorire un topolino, e poi stupirsi di vederne uscire uno zoo. Non è pianificazione, è culo, e non possiamo campare di culo. Là fuori ci siano decine di milioni di individui, ed a quanto pare c’è sempre almeno uno che prima o poi riesce a estrarre qualcosa di economicamente rilevante dalla ricerca o dalle sue ricadute, ma questo non giustifica comunque una spesa statale dissennata in qualsiasi cosa che possa anche solo vagamente assomigliare a una “ricerca di base”, perché sarebbero solo buchi nell’acqua.

Il caso LHC ha “senso” perché in fondo si parla di scienze naturali, e già si aveva un Modello Standard che descriveva piuttosto bene la realtà osservata; alcune sue predizioni non erano state ancora verificate, e quello era appunto il compito dell’acceleratore. Nel farlo sono venute fuori tutte le altre sorprese. Altro discorso sarebbe finanziare una ricerca sull’effetto geocinetico dell’ingestione di un tegame di baccalà e porri: è una palese stronzata, e la speranza di “ricadute” non pianificate non può giustificare un solo euro speso, visto che già si parte da una spesa inutile. Altro discorso sarebbe una ricerca sulla digeribilità del tegame suddetto: quella è ricerca applicata, ed essendoci fini “pratici” più immediati e valorizzabili (medici, ad esempio) è ben più facile trovare finanziamenti privati, che anzi dovrebbero esserne i diretti promotori. Ancora altro discorso sarebbe poi difendere tutta la spesa statale perché portatrice di chissà quali benefiche esternalità e ricadute: certamente mantenere ad esempio un esercito di inutili forestali (o messi comunali, o autisti di inesistenti treni o bus…) potrebbe significare mantenere un genio nascosto tra migliaia di semplici opportunisti, che così sollevato dal lavoro potrebbe elaborare chissà quale teoria fisica o economica o medica… ma questo equivale veramente a buttare i soldi e sperare in una colossale botta di culo e basta. Insomma: spendere e cercare con criterio, perché le risorse sono scarse e non si può tirare a caso.

 

Che bisogno c’è di difendere la ricerca scientifica di fronte allo Stato? Il problema di fondo è che siamo in recessione, gli Stati hanno tirato abbastanza la corda sul piano del debito, e da molte parti siamo abbastanza al limite in termini di pressione fiscale. Per preservare capacità di indebitamento o sostenere certe spese non resta che tagliare le spese (questo non vale in Italia, dove si riesce ad andare sempre un po’ più in là come pressione fiscale), e spesso istruzione e ricerca subiscono i tagli peggiori (i ricercatori non interessano i sindacati quanto gli operai specialmente se non specializzati). Carroll cerca tra le righe di far capire che se si vuol tagliare qualcosa, non dovrebbe essere la ricerca: influenzando l’opinione pubblica si può sperare di influenzare il Governo (questo implica una gran sopravvalutazione dell’audience).

L’interventismo statale è deleterio, ma la presenza di una organizzazione sovra-individuale ha alcune minime ragioni d’esistenza. Tra le minime ragioni ci può essere la creazione di certe infrastrutture “molto grandi” fuori dalla realistica portata dei privati (il LHC è in fondo una infrastruttura per varie ricerche, non solo uno strumento di caccia del solo bosone di Higgs) comunque indirizzate a provare o confutare qualcosa di “culturalmente” rilevante, astenendosi però dalla presunzione di poter guidare la ricerca come pure gli sviluppi e le ricadute: 1) sono pagate da tutti i contribuenti e tutti devono aver diritto di prendere quel che a loro pare di valore, e 2) chiunque dentro lo Stato non avrà mai la conoscenza per prevedere e pianificare alcunché tranne la volontà di perseguire un minimo obiettivo di “conoscenza”. Peccato che invece che di questo lo Stato si preoccupi di distribuire stipendi, cioè si preoccupi non di creare le condizioni perché altri sviluppino cultura e economia per il futuro, bensì di pianificare la distribuzione odierna della ricchezza: evidentemente chi è dentro lo Stato non è culturalmente più “elevato” di chi lo vota, e lo Stato è caricato di troppi contrastanti obiettivi..

 

Il LHC è una storia di successi di… tante persone, del lavoro teorico precedente, e della loro determinazione, ma non dello Stato pianificatore.

 


9 Responses to “Ricerca e Stato”

  1. 1

    Biagio Muscatello Says

    Abbiamo capito. Ti interessa più il Bosone di Higgs che il Cosone di SB.
    A parte le facezie, senza ricerca di base, non c’è possibilità di progresso scientifico. Il CERN ed altri istituti scientifici (comprese certe facoltà universitarie), sparsi per il mondo, fanno ricerca di base. Non sappiamo se (e in che misura) l’acceleratore di Ginevra abbia accelerato la conoscenza delle particelle elementari, più di quanto non sarebbe accaduto ad opera degli stessi ricercatori, se avessero seguito altri metodi – meno ‘concentrati’ – di ricerca. Non lo sapremo mai.

  2. 2

    Leonardo Says

    Nella fattispecie, senza quell’oggettone che spara particelle con una potenza mai raggiunta, semplicemente non si sarebbe potuto indagare: sarebbe stato come cercare di guardare a 1000 metri di distanza con un lente da tavolo. Tra l’altro ci hanno messo anche meno del previsto, però il livello di energia era quello, prima non ci si faceva.

  3. 3

    Enrico Says

    Complimenti per l’articolo. Aggiungo che, in merito alla spesa pubblica per la ricerca, bisogna fare almeno altre due considerazioni.

    (1) Oltre ai successi, ci sono stati anche gli insuccessi. Alla fine degli anni ’80 il Congresso sperperò 2 miliardi di dollari per la costruzione (poi abbandonata) del supercollisore superconduttivo a Waxahachie, Texas. Un consorzio di università private (per esempio) avrebbe fatto un errore altrettanto clamoroso?

    (2) Il fatto che un progetto scientifico sia attualmente troppo costoso per essere portato avanti dal settore privato non significa che lo sarà anche in futuro. Dal punto di vista dell’efficienza, è meglio dedicarsi ai progetti attualmente più fattibili – rimandando al futuro (quando saranno meno dispendiosi) quelli che oggi richiederebbero un consumo di risorse eccessivo. Se nel medioevo ci fosse stata una conoscenza sufficientemente avanzata della fisica teorica, avrebbe avuto senso costruire LHC in quell’epoca? Ovviamente no.

    Se lo Stato non interferisse con la ricerca, forse oggi non ci sarebbe LHC. Ma, anche se fosse così, ciò non significherebbe un fallimento di mercato – quanto piuttosto la preferenza verso progetti di ricerca più efficienti. LHC verrebbe realizzato in seguito con tecniche più avanzate ed economiche (magari ottenute proprio dai progetti di ricerca di cui sopra).

  4. 4

    walter Says

    Sono più in linea col commento di enrico che con l’idea di fondo dell’articolo. In ogni caso, in futuro sarà bene trovare metodi (tipo liquid feedback, democrazia online ecc) “di mercato” perfino per indirizzare la ricerca di base. Gli elettori, che accedono ad un portale web, potrebbero essere costretti con un meccanismo automatico a dedicare un tot per mille o tot per cento delle proprie tasse ad alcuni progetti di ricerca scelti da un grosso elenco. Così: fai ricerca di base per forza ma fai quella che il pubblico veramente vuole finanziare (nel senso, che vuole essendo costretto a finanziare “qualcosa” in nome di un bene superiore). Se a me non me frega nulla del bosone di Higgs, perchè lo devo finanziare? Tanto (come sottolineato nell’articolo) non serve alla difesa o cose così: è cultura. Ma almeno me la scelgo io. Preferisco finanziare qualche esperimento di neuroscienze in cui si cercano “connessioni mentali” tra persone distanti fisicamente (porto il discorso all’estremo)che il bosone di Higgs.
    Per evitare la ricerca di base sul baccalà facciamo scegliere i “potenziali” progetti di ricerca da team di esperti riconosciuti in base a criteri oggettivi (es: pubblicazioni più citate).

    Ecco, ok che la ricerca di base va finanziata pubblicamente per tutto quello che hai detto, ma prima le regole, possibilmente con una forte verve di competizione, poi apriamo i rubinetti.

  5. 5

    Silvano Says

    Bel pezzo.

    @Enrico: quando si arriva a chiedersi cos’è meglio tra Palazzo Strozzi fatto coi soldi privati o la torre di Pisa fatta col debito pubblico siamo su un piano puramente ideologico. Se vuoi anche l’allunaggio è stato uno spreco di denaro dei contribuenti.
    Indubbiamente il “complesso militare-industriale” americano ha tante esternalità politiche negative come disse a suo tempo Eisenhower. Però quel network che collega difesa, ricerca universitaria d’eccellenza e finanza è ed è stato un tremendo motore d’innovazione a vantaggio della società americana. La ricerca del profitto attraverso la produzione di massa bene o male fa si che costosi investimenti scientifici o militari si trasformino in beni e servizi per il pubblico. Alla fine è più ragionevole valutare il tutto come un ecosistema complesso che mettersi a tracciare linee di demarcazione.

  6. 6

    Enrico Says

    @Silvano

    Data la limitatezza delle risorse, ogni progetto richiede un’analisi “costo-opportunità”. In un determinato contesto, non ha senso portare avanti certi progetti – benché in altre situazioni lo avrebbe. Il supercollisore superconduttivo non aveva senso nell’epoca in cui è stato ideato, mentre magari tra 10 anni potrebbe essere plausibile.

    Ma come si fa a stabilire la ragionevolezza di un progetto in un determinato contesto? Come si può dire che, nello stesso contesto, altri progetti non avrebbero avuto un’utilità maggiore? Come si può escludere che sarebbero stati anch’essi tremendi motori d’innovazione? Stante la possibilità di commettere errori nel rispondere a queste domande, si può constatare che imprenditori e politici hanno incentivi diversi. E magari questi incentivi cambiano il modo di rispondere.

    Ciò detto, non ho paragonato un progetto pubblico ad uno privato. Non ho citato considerazioni “morali” (o “ideologiche”) sui modi diversi con cui vengono finanziati. Non sto nemmeno sostenendo che tutti i progetti pubblici, presenti o passati, siano inutili. Ho solo fatto notare che ci sono cose che non si vedono, oltre a quelle che si vedono: nel contesto attuale il progetto LHC ha impegnato ingenti risorse, quindi quest’ultime non possono essere impegnate in altri progetti. E’ stato meglio così per il pubblico? Si torna alle domande di cui sopra, quindi mi sembra lecito porsele.

    Altrimenti, come si fa a trovare le risposte?! :-)

  7. 7

    Claudio Says

    Dico anch’io la mia. In linea puramente teorica è vero che qualunque risorsa potrebbe essere/essere stata impiegata in maniera più proficua di quella in cui viene/è stata impiegata. Questo peraltro vale per tutti, pubblico e privato. In una prospettiva più empirica, o anche storica, l’evidenza è quella che riporta Silvano e che costituisce il ragionamento di fondo di fondo dell’articolo, ovvero che se c’è un settore in cui i danni potenziali dell’intervento pubblico vanno accuratamente pesati rispetto ai benefici, beh, questo è quello della ricerca di base (ed è calzante pure l’esempio dell’allunaggio che materialmente può esser servito pure a poco però la potenza simbolica e ideologica manco serve spiegarla). Di fatto il ragionamento “non agisco perché potrei anche agire meglio” è l’antitesi dell’investimento, sia esso pubblico o privato. E dire che l’investimento pubblico non debba esistere a priori lo considero eccessivo: in ogni caso anche se uno ha come prospettiva l’anarchismo o la minarchia credo che ci sia molto lavoro da fare ben a monte.

    Altro discorso, anche se si sconfina nella fantascienza, è che l’iniziativa privata potrebbe un giorno affiancare e superare quella pubblica anche nelle “imprese” spaziali e scientifiche. Oggi la Red Bull manda Baumgartner nella stratosfera, un domani qualche corporation potrebbe avere i mezzi per spingersi oltre per ragioni di pubblicità e/o di profitto e andrebbe messa nelle condizioni legali per farlo. Google potrebbe comprarsi un asteroide per farci quel che gli pare? Gli ambientalisti che dicono?

  8. 8

    Claudio Says

    @Walter

    Il tuo discorso avrebbe più senso se non fosse che la caratteristica di questi megaprogetti, come ricordava Leonardo, è che spesso nemmeno chi li porta avanti ha una particolare capacità di prevederne gli sviluppi, figuriamoci chi è completamente a digiuno dell’argomento. Ora, io non so assolutamente nulla di come funzionino l’LHC e il bosone di Higgs, quasi sicuramente non ci avrei messo un centesimo se avessi potuto, però chissà, magari tra vent’anni mi ritrovo in tasca un trabiccolo che si basa su un principio in qualche modo ricavato da lì. D’accordo, il medesimo discorso si può fare tanto più per l’elité scientifica e/o burocratica dello Stato che sappiamo non avere nessuna capacità di onniscienza nei suoi progetti. Non dico che si debbano scegliere progetti a caso però neanche eccederei in fiducia nella “wisdom of the crowd”, quando questa decide a maggioranza (cercare alla voce Mark Pennington per maggiori informazioni). Te l’immagini una campagna elettorale online a colpi di “Vota il Bosone”? 😀 Non ho motivi per pensare che se esca meglio che lasciando decidere tutto quanto a chi ha le pubblicazioni dalla sua.
    Insomma credo che il processo di ricerca e di evoluzione scientifica abbia in se una buona dose sia di spreco di risorse che di eterogenesi dei fini. Se la tecnologia va avanti forse è proprio perché a valle del processo di ricerca ci sono forze, queste si di mercato, che riescono a prenderne il meglio comunque gli arrivi.

  9. 9

    Adriano Meis Says

    “Ogni volta che si scopre qualcosa, una nuova conoscenza entra nel circuito del sapere, e da qualche altra parte accenderà poi una lampadina.
    Forse conoscete il famoso aneddoto del fisico inglese Michael Faraday: quando la regina Vittoria si recò al suo laboratorio per osservare i primi esperimenti sull’elettricità e gli chiese: “A cosa serve questa elettricità?”, Faraday rispose: “Non lo so, Maestà. Ma so che un suo successore ci metterà una tassa sopra…”.
    La ricerca pura, quindi, deve andare per conto suo: ma ci vogliono poi le persone che sappiano utilizzare le scoperte. Le nostre aziende offrono minori occasioni a causa delle piccole dimensioni e di un minor stimolo a sperimentare.”
    Tratto da “A cosa serve la politica” di Piero Angela

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