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Riflessioni Aggiuntive sui Prezzi delle Merci in Wicksell

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August 17th, 2009 by Leonardo

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di Leonardo, IHC

 

Riprendo la discussione aperta con la breve presentazione su Usemlab del modello di economia “di puro credito”, elaborato da Wicksell nel 1898 in Geldzins und Güterpreise, arricchendola con le osservazioni fatte dall’ottimo Matteo su IHC e con una piccola riflessione estrapolata da “The Ethics of Private Property” capitolo quarto Marx and Austrian Class Analysis” di H. Hoppe, la cui traduzione è disponibile su Usemlab. Per capire il presente articolo è necessario aver letto la suddetta presentazione su Wicksell.

I punti sotto osservazione sono collegati al risoluzione della “stranezza” di un prezzo derivante dall’acquisto “alla produzione” delle merci dal commerciante (trader, T) presso l’imprenditore (entrepreneur, E) superiore a quello che si ha nello scambio “al consumo” tra T e i lavoratori (worker, W). O si giustifica economicamente perché il risparmiatore ricostituisce le proprie scorte reali a un prezzo superiore a quello di vendita, o si inserisce un “correttivo” che evidenzi un diverso guadagno di T.

 

Matteo su IHC ha opposto che T dovrà in qualche modo consumare parte della scorte in modo da giustificare le altre transazioni; io ripeto che la mia rappresentazione voleva stilizzare i comportamenti “ideali” (questo per semplificare le funzioni operanti nel sistema) e non rappresentare operatori che per loro natura agiscono con vincoli personali di risultato e sussistenza; infatti in modello l’imprenditore non risparmia, il consumatore non risparmia, solo la banca concede credito, e la banca non consuma… Ma volendo fare un passo verso la “personificazione” del soggetto risparmiatore T, possiamo assumere che questo consumi, anzi che consumi esattamente la remunerazione della propria attività, cioè gli interessi (d’altra parte Wicksell sesso menziona questo, benché poi a mio avviso la trattazione del modello ci passi un po’ sopra).

Questa ipotesi non cambia nulla, perché se ammettiamo che della produzione Y acquistata da T, appunto iY, venga accantonata a fini di consumo da T stesso, allora per la vendita a W resterà disponibile solo (1-i)Y. Ma se il momento del consumo di T coincide con quello della vendita (sempre a fini di consumo) a W, dobbiamo ricordare che la moneta/credito in gioco è sempre complessivamente K (almeno in sede del primo ciclo produttivo) presa a prestito da E, e il complesso di merci da allocare è sempre Y, quindi il prezzo medio resta P=K/Y; i vari commercianti non possono scambiarsi merci senza moneta, e questa viene dalle transazioni che progressivamente si instaurano tra W e il complesso di T; il valore monetario della merce ceduta da una commerciante ad un altro è comunque il prezzo medio sul mercato, e questo perché il consumo totale è sempre Y e la moneta da che compra tutto Y è sempre K… in sostanza è come se la figura di T si “sdoppiasse” presentandosi sia come venditore che come acquirente.

Questa ipotesi di consumo di T è irrilevante per il calcolo del prezzo medio della merce, il che è connaturato al fatto di aver “stilizzato i comportamenti” e non i soggetti (l’eventuale consumo del risparmiatore è cioè compreso nel consumo del sistema (rappresentato da W), quindi non rileva per l’obiettivo di analisi del processo inflazionistico wickselliano, ma è molto utile per giustificare la ricostruzione delle scorte di T al prezzo di P(1+i) come nella mia presentazione. Infatti in tal caso si vedrebbe che T ha consumato iY, raccolto la somma K dall’alienazione di (1-i)Y, spendendo poi (1+i)K per acquistare Y; cioè acquista a un prezzo “alla produzione” (1+i)K/Y per rivendere ciò che non consuma al prezzo “al consumo” K/[Y(1-i)] grosso modo pari a (1+i)K/Y… cioè sposta le merci nel tempo a uno stesso prezzo avendo però trattenuto (consumato) un premio in forma di interesse. In altro modo si può pensare che nel complesso T acquisti sì a un prezzo medio maggiore di quello di medio di mercato P=K/Y, ma questo perché la differenza va in acquisto per consumo proprio (pari agli interessi).

Le specifiche di Matteo sono quindi utili a esplicitare all’interno del consumo (reale) quanta parte può venir distribuita al lavoratore e quanta al risparmiatore, con un ragionamento analogo a quello in modello supposto per E (che consuma l’extra-profitto, non facendo così scendere il prezzo), evitando un apparente assurdo logico anche da altri rilevato (ripeto che però, se si esce dall’ottica degli “operatori” e si passa a quello delle “attività stilizzate”, il problema non si pone).

 

Ma Hoppe ci può aiutare nell’accettare, a livello sempre di sistema stilizzato, che si possa aver un prezzo “alla produzione” maggiore di quello “al consumo” giocando sul circuito del tasso di interesse, in quanto effettivamente i mercati “al consumo” e “alla produzione” rispondono in sostanza alla divisione tra mercato “a pronti” e “a termine”.

Dice infatti Hoppe, nel criticare la visione marxista di sfruttamento capitalistico dato da stipendi ai lavoratori inferiori ai prezzi dei prodotti venduti, che dobbiamo chiederci “perché mai il lavoratore accetti un tale scambio. Accetta perché il suo salario rappresenta dei prodotti attuali, mentre i servizi del suo lavoro rappresentano solo dei prodotti futuri”.

Appunto, il servizio di W diviene per E una produzione Y futura, e quindi, approfondendo quell’intuizione che ho lasciato un po’ sospesa nella precedente presentazione su Wicksell, tra W e T si crea un mercato “a pronti” di merce già disponibile al prezzo P, mentre contemporaneamente si apre un mercato “a termine” tra T ed E per ricostruire le scorte, il cui regolamento si avrà al termine del periodo di produzione. A termine periodo si avrà infatti il passaggio di merce da E a T, e il prezzo (implicitamente fissato a inizio periodo) non potrà che essere quello “a pronti” maggiorato del tasso di interesse cioè P(1+i) quindi maggiore del prezzo “a pronti” P, perché per tutto il periodo di produzione E rinuncia all’interesse bancario che invece viene goduto da T, e vuole chiaramente recuperarlo. La situazione normale nel mondo reale è infatti che al prezzo “spot” corrisponda un prezzo “futureP(1+i), cioè maggiorato del “contango”, il valore dell’immobilizzo delle risorse fino al completamento della produzione (solo Keynes poteva pensare che il prezzo “future” dovesse essere di norma inferiore a quello “spot”, fenomeno definito “backwardation”).

 

In conclusione il paradosso apparente del prezzo “alla produzione” nel modello di Wicksell può essere eliminato con una ipotesi “personalizzatrice” sul comportamento dei commercianti, in modo che un loro distinto consumo ne giustifichi l’attività, oppure mantenendo l’interpretazione “ideale” del modello, guardando i comportamenti dei soggetti in aggregato e distinguendo i due mercati della merce in base alla loro prospettiva temporale.

Le due soluzioni sono in realtà due facce della stessa medaglia vista “da lontano” o “dall’interno”, perché le tematiche della profittabilità di una attività e del coordinamento del sistema economico sono e restano un problema di sovrapposizione di diverse preferenze temporali di consumo. Ritengo comunque la rappresentazione “ideale” più adatta e veloce per studiare l’economia (e l’inflazionismo) nel suo complesso, e l’interpretazione à la Matteo utile per un’analisi dettagliata delle dinamiche di classe e ceto.

Resta che questo semplicissimo modello di Wicksell contiene un potenziale analitico elevato.

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6 Responses to “Riflessioni Aggiuntive sui Prezzi delle Merci in Wicksell”

  1. 1

    Matteo Says

    Personalmente ritengo che i guai più grossi generati dalla creazione eccessiva di debito/moneta siano quelli relativi alla conseguenze indirette della distorzione della struttura della produzione/allocazione del capitale.
    Una crisi creditizia (ultimo anello del ciclo creditizio) crea costi di transizione enormi: una casa che rimane invenduta/sfitta, un investimento non finito o non ripagato, una azienda che chiude, una persona che smette di pagare i suoi debiti. Stimolare eccessivamente il processo produttivo (con tassi di interesse forzatamente bassi) non crea solo un mero fenomeno inflazionistico.
    Da questo punto di vista il modello di Wicksell soffre delle stesse lacune ed, in parte, è soggetto alle stesse critiche di cui è passibile la teoria quantitativa della moneta.

  2. 2

    Leonardo, IHC Says

    Certo Matteo, questo non è un modello di ciclo economico, è solo il primo mattone dell’impalcatura della ABCT; però via, è immediato nel legare la politica dei tassi all’inflazione dei mezzi di pagamento (e di conseguenza dei prezzi e via discorrendo), vero?

  3. 3

    Prometeo Says

    E’ un modello, ed introduce delle semplificazioni.

    Modellizzare la distorsione, cioè quantificare il danno, introdotto dal sistema fiat-money, o truffone che dir si voglia, credo sia impossibile.

    Il modellino di Wicksell, per quanto basic, è secondo me l’unico che lega correttamente le dinamiche di base.

    Sto da tempo girando attorno ad un possibile collegamento con l’altro estremo del modello, l’energia.

    Ancora non ho cavato un ragno dal buco… a meno di non introdurre delle semplificazioni massicce anche all’altro estremo, ma non dispero :)

  4. 4

    Leonardo, IHC Says

    Prometeo, permettimi… quella dell’energia mi sa che è una falsa pista. Le grandezze economiche partono da valutazioni individuali variamente aggregate, ma sempre valutazioni personali; niente vale in proporzione all’energia che contiente. Io vedo il rischio di un pensiero à la smith (e à la marx) dove era il contenuto di lavoro a determinare il valore dei beni.

    Che tu non riesca a legare energia con ciclo temo ne sia conseguenza.
    Se poi ne vieni fuori sei un dio.

  5. 5

    Prometeo Says

    C’è il rischio che sia una falsa pista.

    Però vale la pena esplorarla meglio.
    I beni hanno valora in quanto richiedono lavoro, ma non c’è alcuna relazione tra il valora facciale dei beni ed il lavoro. O meglio, ci sono tante relazioni che valgono in sistemi chiusi ed in periodi di tempo assai ristretti.

    In un sistema aperto, o globale, in lasso di tempo lungo è impossibile utilizzare “il prezzo” per identificare le preferenze temporali.

    Io parto dalla riflessione che l’economia, e ancora di più la sua componente finanziaria, non può strutturalmante, meccanicamente prescindere dai vincoli energetici.

    Sebbene il layer finanziario, in quanto amplificatore e beneficiario delle distorsioni del pianificatore, abbia evidenti effetti sull’econmia reale e sulla produzione e quindi sui consumi, compresi quelli energetici, il sistema è necessariamente bidirezionale, ma un sistema è strutturalmente prevalente sull’altro.

    Marx pretendeva di individuare un valore misurabile del valore del lavoro in modo centralizzato, non necessariamente statalista, ma univoco, e quindi “trovare” un surplus usurpato dal capitalista… trascurando l’importanza delle preferenze temporali, ha di fatto reso inefficacie (dal punto di vista teorico) il calcolo economico nel socialismo giustificando l’illusione (illusione?) della pianificazione centrale dell’economia.

    Questo però prescinde dal fatto che la trasformazione del lavoro richiede energia. In qualche modo è un paradigma analitico “energy intensive”, piuttosto che “capital intensive” o “labour intensive”. E non esclude che un sistema economico non “energy intensive” sia possibile, o di nuovo possibile (in fondo lo è sempre stato fino alla fine della rivoluzione industriale), però, il cataclisma sistemico che da più parti si prevede, non può, secondo me, scaturire dalla crisi del meccanismo fiat-money (che si rafforza dalla propagazione del debito nel futuro ed in nuove aree geografiche), ma eventualmente solo dall’esigenza del cambio di paradgma.

  6. 6

    Leonardo, IHC Says

    Io ti rimanderei al mio pezzo qui sul picco di Hubbert che è più coerente per risponderti.

    non sono d’accordo che in un mondo globalizzato non si possano rilevare le preferenze temporali: quelle restano e lavoro sempre e comunque, semplicemente si raffrontano con un mercato “del tempo” (i crediti, prezzati dai tassi) fottuto, e questo non dipende dalla globalizzazione ma dalle distorsioni statali che ben conosci.

    Io riconosco che i vincoli energetici esistono (e per forza!) ma non è questo che è in discussione, bensì la possibilità di una relazione stabile tra quantità di energia e variabili monetarie, perché non è stabile neppure quella tra quantità di fagioli e moneta, figuriamoci l’energia.
    Il punto che vorrei trasmetterti, e di cui avevo parlato nel pezzo su Hubbert, è che l’individuo forma un apprezzamento e da qui discende un prezzo, quindi un movimento di variabili monetarie; solo che niente vieta che apprezzi di più una palla tinteggiata di rosso invece che di bianco (con poco uso di energia) invece di una scala a chiocciola piramidale autoriscaldata multifunzionale a teletrasporto paragnostico che ha bisogno di una centrale nucleare dedicata solo per venir costruita.
    Dall’esempio assurdo che ti propongo vorrei far seguire che la relazione tra moneta e energia può essere stabile e definita solo per periodi limitati definiti da un pattern di produzione/consumo stabile; in fasi di transizione (come con l’apertura del commercio estero) va tutto a gallina.

    Se invece tu trovassi una relazione, sarebbe qualcosa di devastante (in positivo) per il pensiero economico. Ma io personalmente non ci spero (e comunque non essendo uno dei problemi a cui mi dedico particolarmente, potrei aver detto quintali di cazzate, nel caso chiudi un occhio).

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