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Scorie – La Libertà che Non mi Piace

October 12th, 2011 by Leonardo

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di Matteo Corsini

 

"La libertà ha, credo, due aspetti principali, che io chiamo libertà di realizzare opportunità e libertà di processo. Il primo riguarda ciò che siamo realmente liberi di fare e in grado di fare. Senza dover chiedere
permesso. Anche se nessuno impedisce a un disoccupato o a una disoccupata di cercare un lavoro retribuito, potrebbe non essere in grado di trovarlo se l’economia va male e i posti di lavoro sono pochi. Quindi la visione cosiddetta “libertarista” della libertà è inadeguata. Il disoccupato può anche avere la libertà di trovarsi un lavoro, ma se il lavoro non c’è, gli viene tolto un aspetto rilevante della sua libertà: è la capacità di ottenere qualcosa che è molto ragionevole desiderare. Allo stresso modo, la povertà, la denutrizione, l’analfabetismo, l’assenza di accesso alla sanità sono esempi di violazioni della libertà di realizzare opportunità. Dobbiamo superare l’orizzonte limitato del libertarismo per rendere giustizia all’aspetto delle opportunità
".

(A.K. Sen)

 

 
Amartya Sen, già vincitore del premio Nobel per l’economia, gode di grande stima nel mondo accademico e politico italiano. Dicono sia liberale (d’altra parte lo dicono ormai di tutti gli economisti che non siano apertamente marxisti), ma di quei liberali che ritengono il mercato un cattivo ragazzo che va (ri)educato. Purtroppo il termine liberale, come osservava già Mises nel 1927 in “Liberalismo” è stato scippato dai liberals, che in effetti sono (nella migliore delle ipotesi) socialisti annacquati.

Sen critica il libertarismo da una prospettiva degna del peggior collettivismo. Generalmente il punto di partenza di chi ragiona come Sen è la constatazione che il mondo non è il giardino dell’Eden, quindi è necessario che lo Stato si prenda cura dei meno fortunati e crei per tutti il paradiso terrestre. Le parole che ho riportato a me sembrano suonare come il concetto della libertà dal bisogno che tutte le utopie collettiviste perseguono a parole, peraltro fallendo in fase realizzativa, con il risultato di limitare la libertà degli individui rendendo al tempo stesso tutti (tranne la stretta cerchia dei potenti e delle persone funzionali al mantenimento di tale potere) poveri.

Al di là della posizione libertaria contraria in modo assoluto alla violazione del principio di non aggressione, l’approccio appoggiato da Sen contiene in sé un principio che ritengo pericoloso, perché presuppone l’istituzione di una serie potenzialmente illimitata di diritti di natura squisitamente politica, fino al totale livellamento degli individui.

I libertari non sono contrari all’istituzione di questi diritti e al conseguente intervento redistributivo dello Stato perché vogliono che i disoccupati, gli affamati o gli analfabeti restino tali, bensì perché non ritengono giusto imporre ad alcuno dei sacrifici (ossia violazioni del loro diritto di proprietà) per favorire altre persone. L’autentica solidarietà non può essere imposta per legge, né imporla per legge è storicamente risultata essere la soluzione più efficiente, se si vuole prescindere dalle posizioni etiche sui fini per limitarsi a valutare l’efficienza dei mezzi. Limitandosi all’esempio citato con più enfasi da Sen, come è possibile codificare un diritto ad avere un lavoro? E poi, quale lavoro? A quali condizioni?


Essere liberi non significa avere il diritto di ottenere ciò che si vuole, per quanto si tratti di qualcosa che è “ragionevole desiderare”. Ognuno ha un numero più o meno ampio di desideri “ragionevoli” che non riesce a soddisfare: se la soluzione fosse imporre un sacrificio agli altri per riuscire a realizzare il desiderio, si finirebbe per “realizzare opportunità” inevitabilmente a scapito altrui. Un concetto abbastanza strano di libertà, a mio parere.

 


9 Responses to “Scorie – La Libertà che Non mi Piace”

  1. 1

    Adriano Meis Says

    Amartya Sen pone un problema reale.
    L’articolo di Matteo Corsini ci spiega che è un problema irrisolvibile, senza limitare i diritti naturali di qualcuno. E poi, nella realtà, la beneficenza di stato è molto difficile da attuare perché, solitamente, dà le briciole a chi ne avrebbe realmente bisogno, regalando il grosso del bottino ai soliti volponi.
    Cionondimeno, se non vogliamo fare ragionamenti astratti, è necessario ammettere che nella società di oggi una certa quantità di ricchezza deve essere trasferita anche verso una parte di persone bisognose. Nel far questo sorgono due problemi: primo) chi andare a beneficiare e chi danneggiare in questo trasferimento?(si possono utilizzare le tasse per dare istruzione ai bambini poveri e meritevoli oppure si può istituire una patrimoniale che, attingendo ai risparmi di una vita di duro lavoro, paghi un lungo vitalizio ai baby-pensionati statali…); secondo)quanto prelevare dalla ricchezza di ciascuno? Insomma, quanto, come e per che cosa prelevare in tasse?. Cominciamo col determinare il QUANTO. Sul come e per che cosa ne discuteremo dopo. In Italia lo stato divora oltre il 50% del PIL. Va bene così? I nostri rappresentanti in parlamento cosa ne pensano? Tanto per cominciare, richiediamo una dichiarazione ad ognuno dei nostri 945(!) parlamentari su quale dev’essere la massima percentuale di PIL che lo stato italiano può mangiarsi. Per me potrebbe essere ragionevole un 30%. Nel mio caso darò il voto a quello il cui numero si avvicina a 30. Per tutta la durata della legislatura lo marcherò stretto (mi accamperò davanti a casa sua se necessario!!) e se alla fine l’obiettivo non verrà raggiunto probabilmente cambierò cavallo. E se a vincere fossero “i numeri” superiori a 50? Sarebbe un peccato, ma almeno avremmo la consapevolezza di essere in un paese socialista e potremmo comportarci di conseguenza.

  2. 2

    Silvano Says

    Il commento è tra il teorico ed il filosofico, tra la posizione di Sen e quella libertaria “dura e pura”. In termini storici l’Italia più che il “liberalismo” di Sen riflette le cause del declino delle nazioni di Mancur Olson, per cui una situazioni sclerotizzata da gruppi portatori di interesse particolari si risolve (eventualmente, ma non è neanche detto) solo grazie ad un forte shock esogeno: guerre, catastrofi naturali ed altre ipotesi non proprio allegre..

  3. 3

    Leonardo Says

    Oddio, non è che per la verità questa consapevolezza manchi… almeno per chi ruota attorno a questo o simili siti.

    In ogni caso, una “egoista” sistema liberale non significa che per forza non ci siano forme di “redistribuzione”, in forma di iniziative a protezione di situazioni particolari. Perfino nel medioevo dei signori e servi della gleba ogni tanto venivano fatte delle “feste” per permettere ai sostanziali schiavi di “riprendersi” un po’; perché è nella natura stessa dell’uomo quella di tenere non solo al proprio patrimonio ma anche allo status delle persone che compongono la sua società più prossima.

    Considerato questo, non vedo perché ci debba essere qualcuno (nello Stato) che pensa di saper o “sentire” qualcosa più degli altri.

  4. 4

    Silvano Says

    “Perfino nel medioevo dei signori e servi della gleba ogni tanto venivano fatte delle “feste” per permettere ai sostanziali schiavi di “riprendersi” un po’.”

    Bell’esempio di umanesimo liberale Leo. In questi ultimi giorni con il marketing sei una potenza…

  5. 5

    Leonardo, IHC Says

    Ah ah ah
    lo sai, sono misantropo e rifuggo dal politically correct… ogni tanto vien fuori.

  6. 6

    Adriano Meis Says

    Ringrazio Silvano (e Wikipedia) per avermi presentato il prof. Mancur Olson!
    La legge dei profitti privati e delle perdite pubbliche è illuminante e…. raccapricciante è la prospettiva sul declino delle nazioni infestate dalle “piccole coalizioni distributive”.
    Mi è sopraggiunto un vago desiderio di approfondire le idee di questo studioso.
    Tuttavia, prima di investire altri soldi in libri (che non so più dove mettere) e spendere tempo e fatica per leggerli, mi piacerebbe sapere, da chi lo ha già studiato, se Olson dà SOLUZIONI o se fa solo analisi.

    ….E cosa ne pensate della soluzione proposta da Buchanan: “ricostituire lo stato attraverso l’apposizione di rigorosi vincoli alla spesa pubblica, alla pressione fiscale (Costituzionalismo fiscale) e all’emissione di moneta, riformulando l’intervento dello stato in economia.”’? (http://it.wikipedia.org/wiki/Teoria_della_scelta_pubblica).
    Quanto alla mia proposta di dichiarare la percentuale max. di PIL che lo Stato è autorizzato a pigliarsi a regime (dopo un adeguato transitorio), cosa ne pensate? Non sarebbe una informazione preliminare, sintetica ed efficace, per capire molto sul pensiero dei nostri interlocutori, prima di cominciare a far tante chiacchiere? E voi di che numero siete?

    Grazie per l’ospitalità e per l’attenzione.
    Mr. 30% – Adriano Meis

  7. 7

    Leonardo, IHC Says

    Mie spontanee osservazioni prima di lasciare la parola al colto Silvano

    – “ricostituire lo stato attraverso l’apposizione di rigorosi vincoli alla spesa pubblica, alla pressione fiscale (Costituzionalismo fiscale)…”
    Gli USA avevano previsto un tetto all’indebitamento federale per tutelare la libertà dei cittadini… Hai visto cosa ne è stato.
    – “… e all’emissione di moneta, riformulando l’intervento dello stato in economia.”
    Belle parole; come diceva un professore di Pisa “tutto questo parlare di regole non ha importanza, il problema è che il mondo è fatto di persone e le persone fanno schifo”. Le “persone” cercano – o hanno bisogno di – il consenso, e difficilissimamente possono esser loro a tagliarsi da sole gli strumenti di azione; la leva monetaria e la discrezionalità di intervento fiscale sono appunto strumenti per questo, altrimenti sarebbe rimasto il Gold Standard e gli USA non avrebbero creato i presupposti per il suo crollo.

    Buchanan ha ragione, così come ha ragione chi dice che dovremmo essere tutti più buoni. Ma non lo siamo.
    Personalmente se una riforma deve essere fatta deve andare nel senso di creare contrasti forti tra enti fiscali e tra privati, perché tramite il “conflitto” si permette il controllo delle reciproche azioni.

    Un grosso problema che sto vedendo nelle più varie proposte (in specie in ambito bancario) è che semplicemente si cerca di formalizzare il più possibile le regole di operatività, una sorta di oggettivazione dei processi decisionali, che alla fine non può esser altro che una serie di norme che replicano un comportamento discrezionale “tipo” (vedi anche la Taylor Rule). Comincerò a fidarmi delle proposte di riforma e miglioramento del mondo quando comincerò a leggere cose come “viene vietato che lo Stato faccia questo – viene messo questo limite inderogabile neppure con norma costituzionale a questo tipo di intervento (ad esempio percentuale di prelievo fiscale o rapporto debito-pil) PENA sospensione immediata e parimenti inderogabile delle spese in questo inderogabile elenco…” e simili.
    Ogni altra soluzione che suoni come “si può fare questo previo riscontro di questi elementi a-b-c da parte di commissione terza e indipendente (figuriamoci) in relazione a clausole di emergenza e antani…” implica vie di fuga dai limiti che verranno sicuramente sfruttate.

    I parametri di Maastricht sono stati rispettati all’ingresso solo dalla Germania (e successivamente nemmeno da questa per tutto il tempo) in base a una clausolina “i limiti possono esser superati se viene prospettata una dinamica futura di rientro negli stessi limiti”… in questi termini si può “prospettare” qualsiasi cosa, ed infatti è entrato più o meno chiunque la Politica desiderasse, come un’Italia che ben si sa che nemmeno entro il 2050 potrà essere con un debito/pil al 60%.

  8. 8

    Silvano Says

    Sì è vero: qualsiasi ostacolo che l’uomo si pone può essere sempre rimosso. Detto questo Buchanan resta un grande economista di fondamentale importanza: è un liberale classico è come tale vede nel costituzionalismo e nel suo rapporto con l’ordine economico uno il massimo contributo che l’ideologia liberale può dare. E se non si condivide una posizione anarcocapitalista da “hard core” libertarian, l’opera ed il programma di ricerca portato avanti da Buchanan rimane uno dei migliori in circolazione. L’importanza dei momenti “costituzionali” in cui è possibile definire le regole senza sapere chi ne trarrà particolare vantaggio, il diritto come fenomeno evolutivo, il mercato come “ultima frontiera” dove l’individuo realizza la propria libertà sono aspetti molto belli della visione di Buchanan dell’economia politica.

  9. 9

    Biagio Muscatello Says

    Sen fa più che altro riferimento ai paesi sottosviluppati, anche se è vero che è sostanzialmente un liberal.
    Comunque, i ritmi di sviluppo della sua India dovrebbero avergli fatto capire che il mercato è il miglior modo per passare dal sottosviluppo allo sviluppo. Ma, finché il suo pubblico è quello liberal, continuerà a scrivere il solito libro, a fare la stessa conferenza, etc. (e l’omo vive…)
    Lo strano è che egli esalta Smith e critica la libertà “procedurale” di Hayek (anche se è costretto ad ammettere che la battaglia antiinflazionistica di Hayek era sacrosanta).
    Insomma, Sen non è proprio un liberal color cocomero (come direbbe qualcuno in Toscana)…

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