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Scusi Professor DeLong, Non Capisco…

June 30th, 2008 by Leonardo

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  di Leonardo, Ihc

 

Il Sole24ore del 22/06/08 riporta un pezzo di J. Bradford DeLong, professore di Politica Economica alla prestigiosa Università di Barkeley. Leggendolo mi sono sorti alcuni dubbi sulla qualità di quanto scritto, e quindi su come venga impostato l’insegnamento nelle università americane (questo ammesso e non concesso che io invece capisca qualcosa di economia). Poi ho ripensato al fatto che DeLong è professore di Politica Economica e non Economia Politica (cioè è attento non allo “studio dell’economia di un paese” bensì allo “studio delle decisioni dello Stato in campo economico”), che è stato vicesegretario al Tesoro nell’amministrazione Clinton e che la sua principale pubblicazione è una collaborazione con Krugman, e il tutto ha assunto un senso.

Il pezzo pensa di criticare la visione classica del ruolo di risparmi e investimenti nella crescita economica da Adam Smith fino a circa metà del ‘900 (to’, quando si è imposto il keynesianismo). Va da sé che, secondo me, travisa teoria e fatti.

 

DeLong ricorda che elementi essenziali dello sviluppo, per i classici, erano il capitale, la sicurezza della proprietà e l’accettabile amministrazione della giustizia (en passant, l’Italia è la peggior economia della UE; in quanti di questi punti è più deficitaria rispetto agli altri paesi? Sarà un caso?). DeLong conclude che in tali condizioni i capitalisti “avrebbero investito e migliorato”, e per farlo “avrebbero aumentato il capitale. Se si ragiona così, si parte subito male: non è che il capitale (qui inteso semplicemente come denaro e mezzi materiali di produzione) venga tirato fuori da un cilindro da mago (anche se la visione keynesiana della politica monetaria lo ha fatto credere a molti), il capitale si crea come conseguenza del valore creato dalla produzione e riconosciuto dall’acquirente. Il capitalista può mettere in gioco solo quel che ha (nel modello di Wicksell si parla ad esempio di risparmio reale quale produzione rinvenuta dal precedente periodo), ed è l’efficienza dell’allocazione del capitale a permettere la crescita successiva dello stesso.

Partiti male… Delong porta il discorso fino a dire che più disponibilità di capitale significherebbe […] un’economia più produttiva. Sicuramente più capitale si crea, più sarà possibile crearne in termini assoluti anche se la produttività non aumenta, ma quel che DeLong intende è che è il processo produttivo (“la divisione del lavoro”) a migliorare attraverso l’incremeto del capitale, quando invece il capitale è uno degli strumenti di un processo imprenditoriale in cui sicurezza della proprietà e del diritto (e dell’informazione) vengono prima. Di nuovo, l’affermazione di DeLong è troppo facilmente orientabile keynesianamente per giustificare una creazione ex nihilo di capitale finanziario.

 

Giustamente DeLong richiama i contributi di Solow e Abramowitz (io ricorderei anche Romer) sul ruolo dell’istruzione e dello stadio tecnologico tra le determinanti della crescita, però lo fa per sminuire il ruolo del capitale, mentre sarebbe più opportuno dare una definizione di capitale (e di investimento) più ampia di quella finanziaria: spendere risorse per studiare ingegneria è il primo investimento da fare per arrivare a costruire un ponte, per cui la conoscenza stessa è “capitale” (“capitale umano” direbbe Romer, che lo infila pure nelle sue equazioni), cioè il risultato di un impiego di risorse e risorsa stessa da impiegare in nuove produzioni, e come ogni capitale ha caratteristiche di maggiore o minore disomogeneità e flessibilità, oltre al fatto di non venir fuori dal nulla (sempre che non si creda alla scienza infusa dall’ispirazione divina o dagli alieni…).

 

E ora si entra nel core del pezzo; i paesi sottosviluppati.

DeLong ricorda (giustamente) che la scarsità di capitale è un impedimento alla crescita, ma poi attacca il neoliberalismo degli anni ’90 che non ha mantenuto la promessa di una “mobilità internazionale dei capitali [che] sarebbe venuta in soccorso [dei paesi sottosviluppati] allentando il vincolo di capitale”, dato che “quel grande flusso netto di capitali dai Paesi ricchi ai Paesi poveri semplicemente non si è mai materializzato”. Ora, il professor DeLong dovrebbe spiegare a tutti perché i capitali dovrebbero confluire in massa in posti come il Burkina Faso o la Somalia. I capitali si muovono in ragione del profitto, e le possibilità di profitto dipendono dalla struttura dei vantaggi comparati e dalle possibilità del loro struttamento, a loro volta condizionate da certezza del diritto e tutela della proprietà; assieme a questo c’è il fatto che i vari paesi sono di per sé in concorrenza per l’attrazione dei capitali, e a meno di non credere alla favola socialista del “capitale statale per tutti a volontà” non deve stupire che non tutto il mondo possa (immediatamente) venir coperto.

Oltre a questo, DeLong dorebbe ricordare che i paesi poveri hanno tendenzialmente una vocazione agricola (o al più alla bassa manifattura), e che la logica dell’investimento in questi paesi non può prescindere dalle possibilità di commercio internazionale. Finché i paesi ricchi vivranno nella paura della concorrenza diretta dall’estero in campo agricolo o (basso) manifatturiero alzando vincoli commerciali (quote, dazi, blocchi…) non si permetterà a quelli poveri di acquisire con l’export un proprio capitale né si darà ragione al capitale di andare ad allocarsi in certe aree. Il problema qui non è il capitale, il problema è smaccatamente politico e lobbystico.

 

Ma poi, professor DeLong, vogliamo forse negare la quantità di capitale affluita in Est Europa prima e in Asia dopo? Le riserve valutarie cinesi (un terzo del totale della circolazione mondiale in dollari) non rappresentato afflusso di capitali (finanziari, senza contare l’import di capitale umano)? Dice bene degli anni ’90, ma si ricorda che siamo nel 2008 e che negli ultimi anni si è verificato quel che si avrebbe voluto dal neoliberismo? E comunque anche il termine “neoliberismo” è un po’ grossolano, visto il ruolo attivo dei Governi ormai maggioritario nella formazione del PIL mondiale, ma sorvoliamo.

E quando si è realizzato questo fluire di capitali nella povera Asia? In concomitanza con l’ingresso della Cina (e altri paesi asiatici) nel WTO, cioè con l’apertura di ampi spazi di commercio internazionale; è forse un caso? Non è un caso, è solo una sequenza logica di eventi e condizioni che portano a motivazioni razionali per la circolazione internazionale del capitale.

 

Non è possibile parlare di allocazione internazionale del capitale se si trascurano i motivi stessi che portano i capitali a muoversi, cioè la possibilità di lavoro specializzato e suo scambio con nuovo capitale. La finanza non crea niente, trasferisce fondi e basta, sono le condizioni di operatività e scambio a determinare la struttura produttiva e quindi i flussi di capitali mondiali. Il nuovo capitale deriva solo dal lavoro, ed è tanto maggiore quanto il proprio lavoro può contare su maggiori possibilità di scambio con chi abbia già ricchezza accumulata da spendere.

Non si può confondere lo strumento (il capitale) con il fine (produzione che soddisfi la domanda) per fare i beniamini dei poveri; professor DeLong, ci faccia il piacere!


2 Responses to “Scusi Professor DeLong, Non Capisco…”

  1. 1

    libertyfirst Says

    ihih… di DeLong lessi un paper veramente delirante, in cui criticava la teoria austriaca del ciclo… analizzando però le teorie di Schumpeter. Non mi stupisco che un tipo del genere non sia in grado di interpretare le teorie classiche… :-)

  2. 2

    Tommaso Says

    Il capitale che serve all’investimento in parte è esistente, ma in parte è fornito dalle istituzioni finanziarie. Quindi da un lato vi è del risparmio che si traduce o direttamente in investimento oppure indirettamente in esso (investimenti finanziari). Ma l’anima di tutto è l’aspettativa di profitto che anima qualsiasi azione.

    Una repplica:I” capitali si muovono in ragione del profitto, e le possibilità di profitto dipendono dalla struttura dei vantaggi comparati e dalle possibilità del loro struttamento, a loro volta condizionate da certezza del diritto e tutela della proprietà”. Il primo paragrafo è a mio avviso un retaggio degli anni ’50. I capitali affiorano laddove esiste una credibile e invitante idea di business. Poi che siano le ragioni di scambio piuttosto che un’ottima strategia di marketing in grado di stravolgere un mercato, ciò non conta più di tanto. Profitti attesi, ecco il tutto, non i modelli neoclassici di sviluppo…

    Per il resto concordo pienamente

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