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Semantica Socialista: il Debito Pubblico È “di Tutti” (Ma Non È Così)

July 14th, 2010 by Leonardo

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di Silvano, IHC

Stando ai dati forniti dalla Banca d’Italia e dall’Istat ogni persona residente in Italia, neonati inclusi, è gravata da circa 30.200,00 euro di debito pubblico. Ovviamente quando leggerete questo articoletto potete star certi che la cifra sopra esposta peccherà per difetto. In un nucleo familiare di quattro persone, grossomodo quattromila euro annui di imposte, servono semplicemente al pagamento degli interessi. La metà in una giovane coppia. Questo dando per assodata la mancata restituzione del capitale, in quanto il continuo processo di rifinanziamento a scadenza trasforma de facto un debito a termine in perpetuum.

Raffigurato in questi termini il debito pubblico pro-capite assomiglia ad una iattura di origine divina controbilanciante la fortuna di essere nati in un Paese sviluppato anziché nell’Africa sub sahariana. È una questione semantica: lo Stato siamo noi ergo il debito statale è nostro. Una variegata vulgata composta da nazionalisti prima e social-progressisti poi ha contribuito a instillare nelle nostre menti, di generazione in generazione, decennio dopo decennio, il concetto (qui demolito) che “lo Stato siamo noi”. Interiorizzata questa assunzione, prendere per buona tutta una serie di corollari – tra cui la nostra compartecipazione alle sventure del Ministero del Tesoro – è un passo piuttosto semplice, nonché estremamente lineare sotto il profilo logico.

Poiché sono le foto, e non gli specchi, a evidenziarci meglio i segni del tempo, facciamo un passo indietro e riprendiamo l’ultima citazione tratta dal saggio “Del credito pubblico” di David Hume (1711 – 1776) propostaci nell’articolo precedente dal prof. Muscatello:

Occorre certamente che si verifichi uno di questi due eventi: o la nazione per necessità distrugge il credito pubblico, o il credito pubblico distruggerà la nazione. È impossibile che entrambi possano sopravvivere nel modo in cui finora sono stati amministrati, in questa come in altre nazioni.

Lontani i tempi in cui gli interessi dei governati erano così ben distinti (e distanti) da quelli dei governanti! Come già rilevato, salta subito all’occhio l’espressione “credito pubblico”. Il debito pubblico, così “smascherato”, non è più l’ottava piaga della Bibbia caricata a mo’ di fardello sulle spalle di ogni cittadino: è semplicemente un credito che alcuni individui vantano in misura e modi differenti nei confronti del Tesoro. Il fatto che questi risponda al re e alla regina, allo zar o alla Repubblica non muta la natura originaria del rapporto creditorio sottostante. La legittimità delle pretese di chi detiene titoli del debito pubblico non è alterata minimamente dal fatto che la controparte sia la Repubblica Italiana anziché Vittorio Emanuele III. Ciò che accomuna queste due epoche è invece il fatto che ora, come allora, i contribuenti sostengono gli oneri connessi attraverso le imposte versate all’erario. I cittadini pagano/pagavano delle tasse affinché il Governo/Re faccia/facesse fronte alle proprie obbligazioni verso i propri creditori. Presentare il debito pubblico come un rapporto riflessivo, cioè come una passività di un generico Noi collettivo verso se stesso, è un espediente semantico e truffaldino, politicamente utile soltanto alla causa dell’espansione del potere statale. Se un vostro amico di nome Gino sostenesse di essere disperato e vi chiedesse una mano perché non sa come pagare un grosso debito contratto da lui con se stesso pensereste che è improvvisamente impazzito o sta tentando di prendervi in giro per fregarvi. Nel caso sia il Governo a farlo eliminate direttamente la prima delle due ipotesi.

Torniamo adesso all’aspetto economico, a vedere come si costruisce questo immane macigno e perché “o la nazione […] distrugge il credito pubblico, o il credito pubblico distruggerà la nazione”. Ci aiuta in ciò Ludwig von Mises:

[…] Se il governo impiega le somme prese a prestito per investimenti in quelle produzioni che servono al meglio i desideri dei consumatori, e se ha successo in queste azioni imprenditoriali concorrendo in maniera libera e paritaria con tutti gli altri privati imprenditori, è nelle stesse condizioni di un uomo di affari; può pagare gli interessi perché ha realizzato un surplus. Ma se il governo investe i fondi senza successo e senza ricavarne un surplus, o se impiega le somme per le spese correnti, il capitale preso a prestito si contrae o scompare completamente, e non rimane fonte di reddito attraverso la quale interessi e debito possano essere pagati. Quindi, tassare la popolazione è l’unico metodo disponibile per adempiere alle proprie obbligazioni contrattuali. Nel raccogliere le imposte per questi pagamenti il governo rende i cittadini responsabili per i denari scialacquati nel passato. Le tasse pagate non sono compensate da nessun servizio fornito nel presente dall’apparato statale. Il governo paga interessi su di un capitale che è stato consumato e non esiste più. Il tesoro è gravato dai disgraziati risultati delle politiche precedenti. (Human Action, cap 12.5 “The Root of the Stabilization Idea”)

Il debito pubblico, nella misura in cui questo viene consolidato ed incrementato, rappresenta le distruzioni di capitale effettuate dallo Stato nei suoi interventi “pubblici” e dalla Politica nelle sue spese per la gestione del consenso. In assenza di un piano di ammortamento del debito pubblico non è populismo affermare che noi paghiamo imposte per fronteggiare gli interessi derivanti da debiti stipulati per costruire cattedrali nel deserto già dismesse, ospedali già chiusi, edifici pubblici vetusti, pensioni liquidate a persone già defunte. Nella sua persistenza il debito pubblico è una sorta di urna funeraria contente le ceneri di tutte le assurdità compiute nel passato che continua allegramente a intossicarci l’esistenza. Continuiamo a pagare gli interessi di un qualcosa che non vi è più. Quando il deficit si cristallizza nel debito, e fintanto che questo perdura, le generazioni future saranno costrette a ripagare nuovamente tutto per un numero potenzialmente illimitato di volte. Non c’è nulla di divertente nel fatto che a settantacinque anni di distanza si continuino a spendere soldi per la guerra di Abissinia. Questo non è un debito che noi abbiamo verso noi stessi. Anche per mere ragioni anagrafiche, nessuno può vantare una profonda amicizia con il generale Badoglio e gli altri membri dello Stato Maggiore del Regio Esercito Italiano del 1935. Ogni volta che lo Stato si indebita a lungo termine, nel valutare questa scelta, dobbiamo tenere presente che qualsiasi errore commesso, destinato a sfociare in perdite e distruzione del capitale, si procrastinerà per un numero indefinito di volte. Se il debito a breve termine, volto a soddisfare delle temporanee esigenze di cassa (sfasamenti temporali tra le uscite e le entrate fiscali che si chiudono all’interno di ogni esercizio), ha una sua ragion d’essere, ogni indebitamento a lungo termine che non preveda un piano di rientro si traduce in un’ipoteca sul futuro. Poiché è evidente che debiti enormi e progressivamente crescenti conducono al fallimento, lo Stato trova un potente alleato nella Banca Centrale. Svilire la base monetaria e produrre inflazione è un modo subdolo per disattendere i risparmiatori senza infrangere formalmente le proprie promesse. Ciò che non può essere ottenuto con la tassazione diretta, viene confiscato con la tassazione occulta.

Quando un politico o un dirigente dell’amministrazione statale decide un investimento sopporterà i costi di un eventuale insuccesso in maniera al massimo residuale, mentre viceversa potrà distribuirne i benefici in maniera discrezionale. Chi ama la spesa pubblica, ama inevitabilmente i politici spendaccioni anche se non riesce ad ammetterlo nemmeno a se stesso. È piuttosto inutile lamentarsi del fatto che con politici più zelanti e morigerati la spesa sortirebbe gli effetti voluti. Non ci è possibile conoscere a priori le qualità morali dei governanti, e non vi è motivo particolare per cui questi non debbano avere gli stessi vizi e gli stessi appetiti dei governati. Anche sul concetto di onestà è concesso un certo scetticismo, dato che ghigliottinare l’Incorruttibile (Robespierre) nel 1794 è stato un male di gran lunga inferiore alla sua permanenza al potere. L’unico sistema certo per evitare che lo Stato distrugga risparmi e capitali è evitare che li spenda.

A questo punto, sull’idea fallace volta a gabbarci convincendoci che il debito pubblico sia “nostro” è utile e gradevole concludere con un inciso tratto sempre da Human Action di Mises:

Un debito pubblico non è un onere poiché appartiene a noi stessi. Se ciò fosse vero allora, la (sua) cancellazione in massa […] sarebbe un’operazione innocua, una semplice gesto di ragioneria e contabilità. Il fatto è che il debito pubblico incorpora i diritti di individui che nel passato hanno affidato i loro risparmi al governo e li contrappone a tutti coloro che ogni giorno producono nuova ricchezza. Opprime gli strati produttivi a beneficio di una parte della popolazione. E’ possibile liberare chi produce nuova ricchezza da questo fardello raccogliendo le imposte necessarie al pagamento esclusivamente dai detentori dei titoli di stato. Ma questo significa senza ombra di dubbio un palese ripudio (ibidem).


5 Responses to “Semantica Socialista: il Debito Pubblico È “di Tutti” (Ma Non È Così)”

  1. 1

    Biagio Muscatello Says

    Perfetto!

    Si può aggiungere che il fenomeno descritto implica aspetti di varia natura: tra questi il diritto di proprietà e il rapporto debitore-creditore.
    1) In un mercato i legittimi diritti di proprietà non possono essere elusi (vedi Mises, sopra citato). In passato i sovrani potevano sottrarsi ai loro obblighi contrattuali, ricorrendo all’uso o alla minaccia della forza e della coercizione.
    2) Le rivoluzioni, di qualsiasi natura, hanno sempre causato trasferimenti forzati di proprietà, e imposto nuovi criteri di assegnazione di beni e risorse.
    3) Le moderne democrazie occidentali hanno formalmente mantenuto il diritto di proprietà, ma hanno preteso correttivi di vario genere:
    a) Esigenze di pubblico interesse (limiti della proprietà a vantaggio del governo);
    b) Esigenze di compensazione delle ineguaglianze (criteri di giustizia correttiva).
    Questi risultati sono stati ottenuti o per via diretta (tassazione), o per via indiretta (inflazione monetaria).
    Ma – come sottolineano Hayek e Mises – i criteri di ‘giustizia sociale’ imposti dalle democrazie della maggioranza, dai politici in cerca di consenso e dai sindacalisti in cerca di autogiustificazione, non hanno prodotto i risultati intenzionati:
    – le ingiustizie non sono state superate;
    – l’alto livello di tassazione ha progressivamente eroso l’efficienza del sistema produttivo;
    – l’inflazione della moneta ha eroso un patrimonio ancora più importante: la fiducia negli altri e nel proprio futuro.
    L’unica conseguenza certa e acclarata è l’estensione del potere del governo e delle caste che gestiscono la pubbblica amministrazione: se il 57% (se non di più) del prodotto nazionale va nelle mani dello stato sotto forma di tasse e altri prelievi, vuol dire che siamo in un regime socialista – a prescindere dal colore dei partiti che votiamo e dai governi che si alternano.
    E il diritto di proprietà?
    Sparito!
    L’illusione di un maggior benessere per tutti ha condotto il gregge verso la povertà, che è appena mitigata dal falso benessere temporaneamente assicurato dal debito pubblico.
    E i creditori? L’avvenire non è per niente roseo!

  2. 2

    silvano Says

    Perfetto il suo commento professore !
    Sotto il profilo più strettamente politico mi piacerebbe affrontare il tema del fallimento delle moderne democrazie occidentali nel contenere il ruolo dello stato.

  3. 3

    Biagio Muscatello Says

    Le moderne democrazie occidentali non hanno fallito perché volevano contenere il ruolo dello stato e non ci sono riuscite. Hanno fallito perché pensavano di espropriare i “pochi fortunati” e ridistribuire il mal tolto alla maggioranza numerica (la dittatura della maggioranza): hanno finito con l’impoverire tutti (la maggioranza numerica, in primis), ma in compenso hanno creato strutture amministrative pubbliche onnivore.

  4. 4

    silvano Says

    La dittatura della maggioranza ed il potere di minoranze qualificate e compatte però pone un serio limite alle capiacità di autocontenimento dello stato. Nè Regan, né la Thatcher hanno completamente invertito la tendenza. Hanno mutato degli “accidenti”, ma il trend di fondo è ripreso regolarmente. Il costituzionalismo non si è rivelato un argine sufficiente. Far indietreggiare lo stato è politicamente assai dispendioso e spesso a un passo indietro ne corrispondo due in avanti in altre direzioni.

  5. 5

    Leonardo, IHC Says

    “Le moderne democrazie occidentali non hanno fallito perché volevano contenere il ruolo dello stato e non ci sono riuscite. Hanno fallito perché pensavano di espropriare i “pochi fortunati” e ridistribuire il mal tolto alla maggioranza numerica”

    Io non sono del tutto sicuro di questo, o meglio sicuramente è vero per una parte del mondo e per una parte delle situazioni occidentali. Per me sono fallite anche perché chi esprime il consenso ha un orizzonte temporale che non è dissimile da quello dei governanti, per cui il posticipare i costi è sembrato un buon affare per tutti.
    Però, sinceramente, è difficile pensare a sistemi politici migliori. La soluzione democratica per me è difficilmente sostituibile, ma sicuramente uno Stato “più piccolo” permette a qualsiasi massa, qualunque sia il meccanismo che la porta a farsi del male, di nuocere il meno possibile.

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