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Spesa e Spesa e Spesa a Tutti i Costi: ce lo Chiede il PIL

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June 26th, 2014 by Leonardo

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di Leonardo, IHC

 

La mia dolce metà ha recentemente, con viva e vibrante soddisfazione di entrambi, preso parte ad un favoloso incidente che a carambole terminate ha contato n.5 persone, n.3 automezzi, n.1 muri e n.1 cartelli stradali coinvolti (pedoni non pervenuti). La mia (metà di) automobile è da buttar via. Uscita da ’sto casino con l’inversione della lordosi delle vertebre cervicali, cosa mai la mia donna avrebbe potuto dirmi se non ma questo incidente, con quel che costerà di danni avvocati e rimpiazzo dell’auto, farà aumentare il PIL?.

 

Dopo le bestemmie di rito, le ho dato una frettolosa spiegazione attorno alla differenza tra la semplice maggior spesa ed il suo combinato con la perdita di beni capitali conseguente all’incidente. In fondo è un argomento trito e ritrito, già affrontato già da Bastiat (su IHC qui), ma è evidente che nella comunicazione qualcosa non funziona vista la ricorrenza di opposizioni del genere e proposte politiche “fai una buca e ritappala”.

Un’idea sull’argomento mi è poi venuta da una battuta di @THManfredi, che vuol testare “la bizzarra teoria Istat sul PIL che esplode col freddo fuori stagione, che a sua volta mi ha ricordato la battuta di un professore durante un master (era il 2003) per cui “il fatto che negli USA il PIL pro-capite sia superiore di un 30% a quello italiano, visto che quel 30% è tutto impiegato a proteggersi dal clima schifoso che si ritrovano, non implica per nulla che stiano meglio di noi”. E l’idea è: distinguere tra la spesa che mantiene il livello di vita e quella che lo innalza.

 

Il sistema contabile del PIL, si è detto da tremila parti per tremila ragioni diverse, è una misura altamente imperfetta del benessere. Entro certi termini, più viene prodotto (e consumato) e più elevato è lo standard di vita di cui si gode. Ma la contabilità nazionale non tiene conto degli asset distrutti, e quindi della conseguente perdita dei flussi di servizi garantiti da quegli asset (il servizio degli asset già esistenti è uno dei cardini anche della critica di Alchian all’utilizzo dei vari indici di inflazione basati o sul consumo o sulla produzione annuale come CPI e Deflattore, appunto, del PIL); da questo vizio discende che qualsiasi spesa, qualunque ne sia la ragione, vale un aumento di PIL. Lo statista però dovrebbe non cadere in queste trappole ragionieristiche (ma, sia chiaro, un ragioniere avrebbe contabilizzato – grazie alla partita doppia che non è utilizzata nella contabilità pubblica – anche la perdita di asset!)… ed infatti siamo pieni di avventurieri politicanti ed economisti politicanti che non vedono la questione.

Senza voler pretendere revisioni di portata galattica dei principi di contabilità nazionale (che tra l’altro in futuro verrà abbondantemente sporcata includendo attività illecite – tanto varrebbe renderle lecite e metterle sotto IVA invece di stimarle a cazzo di cane – o raddoppiando i conteggi – gli investimenti come fattori di altre produzioni verranno riconteggiati come fossero loro stessi produzione finale… in attesa di conteggiare anche un presunto valore della produzione artistica nazionale), come si può capire al volo se una spesa ha senso come vero e genuino incremento di ricchezza nazionale o di PIL (se quest’ultimo avesse un senso)?

La mia idea è chiedersi “questa spesa incrementerà il mio stato di benessere o è un modo di riparare ad un danno o comunque ad una riduzione del mio benessere?” oppure “sto acquisendo nuova ricchezza personale o ricostituendo una ricchezza persa?; questo in ragione della riflessione classica per cui se sostengo un certo costo per ottenere un certo risultato sto effettivamente rinunciando ad un impiego alternativo e quindi ad un ritorno alternativo.

Ricostruire una ricchezza persa implica aver utilizzato risorse per tornare ad una situazione di partenza, rinunciando quindi ad un impiego alternativo che avrebbe significato un incremento netto del benessere o della dotazione di ricchezza. Il fatto che la mia spesa metta in moto una serie di altre attività (nel caso dell’incidente: il servizio sanitario, una farmacia, un carrozziere, un concessionario di automobili, ed un avvocato) non migliora la contabilità: è la circolazione della somma spesa a coprire il “buco” di asset che si è creato (la mia automobile sbriciolata) e anch’essa sconta il fatto di esser impiegata non a creare nuova ricchezza ma a mettere una toppa ad un buco che si è creato (che non sparisce, ma assorbe ricchezza da impieghi potenziali).

E non ci si faccia trarre in inganno dal valore commerciale di un’auto usata: quell’asset (di soli 4 anni… ora piango) avrebbe avuto almeno altri 10 anni di vita utile, 10 anni di servizi spariti con l’auto stessa, una perdita secca di ricchezza attuale e futura che 3/4.000 euro di “valore dell’usato” non risarciscono assolutamente (o pensate che quella somma valga 10 anni di automobile funzionante?). Le somme che spenderò per sostituire l’automobile saranno quindi solo un rimpiazzo di una perdita il cui valore – per problemi contabili – non è stato conteggiato. La pessima contabilità pubblica, tra l’altro per cassa e non per competenza, registrerà solo l’acquisto di una automobile e il servizio del carro-attrezzi, e per questo “sembra” che la ricchezza del Paese – via PIL – aumenti. Insomma, dopo questo giro di soldi io non starò meglio, non avrò due automobili, ma avrò solo evitato di pagare da qui al futuro le conseguenze della perdita dell’asset (ed è andata di culo che non ci siano state perdite umane).

 

È lo stesso discorso di @THManfredi: quale senso ha dire che il PIL “esplode” grazie al freddo fuori stagione, cioè che senso ha dire “meno male ho un danno, qualunque ne sia l’origine, così posso spendere per ripararlo”? Per proteggermi da quel danno non faccio altre cose, ho una perdita di alternative… riparare una perdita sarebbe da conteggiare come un miglioramento? Anche qualora si dimostrasse che il PIL, così come è contabilizzato, ottiene una spinta dal maltempo, non ci sarebbe da esaltarsi così come non dovremmo esser contenti di star a spendere soldi per recuperare i danni di una alluvione o di un terremoto. E questo porta direttamente alle bislacche idee di “far buchi per ritapparli” come fonte di ricchezza, che equivale a far danni per poi poterli riparare. Non so, vogliamo tirar già case a caso per poterle ricostruire? Siamo sicuri che sia il viatico alla ricchezza?

Ma in più questo porta a considerare nuova ricchezza le spese per avvocati e commercialisti chiamati NON ad assisterci nella realizzazione di una nuova impresa bensì ad uscire dalla giungla normativa civile e fiscale creata da uno Stato: uno Stato crea impedimenti e fastidi burocratici, il che significa perdite di tempo e denaro, e sarebbe “ricchezza” cercare di girarci intorno? E chiudo ricordando gli incentivi statali proprio alla rottamazione delle auto, che è un modo per indurre a creare gli stessi effetti di un danno, portando alla distruzione di un asset (l’auto da rottamare) che debba quindi venir sostituito (per recuperare l’indotto calo dello standard di vita): alla fine resta la disponibilità di un’auto e basta, e semplicemente una certa ricchezza privata è stata trasferita dalle mie tasche (e da quelle dei contribuenti per l’ammontare dell’incentivo) nelle tasche di un altro (chi vende auto) senza incrementi di standard di vita complessiva.

 

Insomma, con quell’incidente la mia dolcissima metà non ha fatto girare l’economia, ma ha fatto solo girare qualcos’altro al vostro affezionatissimo. Era meglio evitare l’incidente e spendere gli stessi soldi in un costoso gioiello (scommetto che questo paragone le farà capire a pieno il punto dell’articolo).

 

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6 Responses to “Spesa e Spesa e Spesa a Tutti i Costi: ce lo Chiede il PIL”

  1. 1

    Vincenzo Says

    Che il PIL sia una misura molto imperfetta del benessere è assolutamente vero. Il PIL infatti misura il QUANTO e non il PERCHE’. Se si è dovuto produrre di più per potersi riscaldare durante un inverno particolarmente freddo ciò non ha cambiato di una virgola il benessere rispetto al caso dell’inverno mite. Almeno in apparenza.
    Perché riflettendoci bene le cose cambiano eccome.
    Con la rivoluzione industriale e la nascita del capitalismo si è andati verso una sempre maggiore specializzazione del lavoro.
    Pertanto vi sono alcune persone che si sono specializzate, ad esempio, a produrre cibo, vestiti, divertimento, detersivi, servizi medici e così via e scambiano, tramite il circuito monetario, parte di quanto producono con ciò che viene prodotto dagli addetti al settore energetico la cui produzione serve appunto, in parte considerevole, a riscaldarsi durante l’inverno.
    Se arriva un inverno mite parte della produzione degli addetti al settore energetico non sarà necessaria. Essi non avranno nulla da cedere in cambio per ricevere cibo, detersivi o altro. E al tempo stesso il complesso delle aziende, intendendole sia come imprenditori che come dipendenti, che producono cibo e altro si troveranno a ridurre la produzione non avendo la necessità di acquistare prodotti per il riscaldamento. Ma ciò significherà che una parte dei lavoratori di tali aziende non sarà necessario alla produzione e non avrà quindi mezzi di sostentamento.
    La visione Austriaca è che comunque si tratta di risorse, materie prime e lavoro, risparmiate che potranno essere impiegate altrimenti. E certo! Come se un addetto all’industria energetica, attività che anche nelle mansioni più basse si possa riciclare facilmente in qualsiasi altra cosa! E poi quando l’inverno successivo arriva l’ondata di gelo che si fa? Dove si ritrovano le competenze per mandare avanti una centrale elettrica o una raffineria?
    Si lavorasse come una volta quando si produceva per il magazzino da cui i prodotti uscivano in base alla fluttuantissima richiesta il problema non si porrebbe, ma l’obbrobrio del “just-in-time” ha cancellato questa possibilità.
    A mio avviso l’errore più colossale compiuto dai liberali è stato permettere che delle intuizioni di Keynes, che aveva visto questo rischio con 70-80 anni di anticipo, se ne appropriassero gli statalisti/totalitarisii. Lui, in fondo, affermò a livello macro-economico che quando la domanda di altri prodotti era debole si doveva lavorare per il “magazzino” costruendo strade, ponti, dighe e quant’altro, ovvero tutte infrastrutture che magari oggi non servono ma che di sicuro serviranno in futuro

  2. 2

    Christian Says

    @Vincenzo
    Tu dici “Lui, in fondo, affermò a livello macro-economico che quando la domanda di altri prodotti era debole si doveva lavorare per il “magazzino” costruendo strade, ponti, dighe e quant’altro, ovvero tutte infrastrutture che magari oggi non servono ma che di sicuro serviranno in futuro”
    Ma chi da la certezza che serviranno in futuro; anche fosse così, chi dice che quando (quando?) questo futuro arriverà ciò che è stato costruito con largo anticipo vada ancora bene o non abbia bisogno di riparazioni.
    La gente compra l’auto al figlio appena nato sapendo che dopo 18 anni quasi sicuramente gli servirà? gli compra la bara ed un posto al cimitero sapendo che certanebte gli servirà?
    La Cina è piena di cattedrali nel deserto, tanto prima poi qualcuno le popolerà.
    Se il maltempo imperversa ridono nel settore energetico ma piangono gli operatori turistici e del campo della ristorazione (forse esclusi gli impianti sciistici ma se il tempo è pessimo, per loro è un problema anche con il freddo), il contrario nel caso di bel tempo. Dividiamo in due il paese, una parte solo freddo ed una solo caldo? Facciamo rimanere l’estate tutto l’anno costruendo un enorme impianto di riscaldamento, così i lavoratori stagionali impiegati nel settore posso lavorare tutto tutti i mesi.
    Il “just-in-time riduce” è nato per ridurre i “costi” del Magazzino riducendo i costi dei beni.
    La mia nipotina ha intuizioni miglio di quelle di Keynes, fatte a posta per agli statalisti/totalitaristi (che non se ne sono appropriate ma gli sono state generosamente regalate).
    Comunque, non c’è da crucciarsi troppo per questi lavoratori in quanto presto saranno (saremo) sostituiti dalla macchine e dalle IA che ne i periodi di inutilità saranno semplicemente spente (l’idea di risparmiare per coprire le spese quanto non ci sono entrate, troppo difficile? se si è molto competenti trasferirsi nei posti dove si è richiesti? Penso che tutti dovrebbero fare qualche anno come “libero” professionista per capire che non esistono solo dipendenti con stipendio fisso nel mondo e che, nonostante tutto quello che comporta essere liberi professionisti, essere dipendenti con stipendio fisso non è il traguardo ma il gradino più basso ed è quindi normale che siano i primi a “perire” figurativamente parlando; come direbbe uno spot “Ti piace vincere facile” stipendio fisso, minimo sforzo, lavoro garantito vita natural durante e poi pensione pagata con i soldi degli altri)
    Scusate lo sfogo, la caoticità del frasi e la mia sempre grandissima ignoranza in materia.
    Distinti Saluti
    Christian

  3. 3

    Vincenzo Says

    @Christian
    Sarà che io sono un bastian contrario per natura, per cui quando leggo qualcosa scritto da un keynesiano doc divento più austriaco degli austriaci e quando leggo qualcosa scritto da un austriaco divento improvvisamente keynesiano, ma alla fine penso che sia necessario avere equilibrio tra le varie posizioni e fare i conti con la realtà.
    Per quanto ti riguarda il “just in time” ti posso dire, avendo lavorato 30 anni nell’industria mentre ora ho un’attività in proprio, che va bene se utilizzato con equilibrio (sempre quello). Va bene alcune volte ma altre volte è una fesseria colossale. E quando si parla di opere che richiedono anni per essere realizzate, una strada o una ferrovia, bisogna sapersi anche assumere il rischio che poi non servano a nulla.
    Ricordati poi che una delle risorse di cui disponiamo per aumentare il nostro benessere, e cioè il nostro lavoro, è la risorsa più deperibile di tutte, più ancora di un cesto di fragole. Se una persona sta con le mani in mano non genera nessuna ricchezza e un minuto dopo la ricchezza potenziale che avrebbe potuto produrre, per quanto piccola essa fosse, non può più produrla.

  4. 4

    Christian Says

    @Vincenzo
    Ti comprendo, capita anche a me (anzi spesso è così) di “partire” dalla posizione opposta a quella del mio interlocutore, magari alcune volte in modo non molto coerente con eventuali mie giudizi esposti in passato.
    Penso sia una sorta di autodifesa mentale (buona o cattiva, non so!?) contro le opinioni ed idee esterne.
    L’importante che non diventi un sterile gioco di contrapposizione, in tal caso risulta altrettanto dannoso dell’accettare passivamente tutte le idee che gli altri ti propinano.
    Comunque onore ai 30 anni (minimo) di lavoro (oggi ancora di più) io non sono ancora arrivato a tanto.
    Riguarda il “just in time” ciò che dici è condivisibile e valido e per tutto. Il “just in time” non è una religione od una panacea ma neanche un virus mortale od il diavolo. Il capire quando si utile e quando no è la vara sfida per chi fa impresa.
    Tornando alle grandi opere va ricordato che c’è rischio in qualsiasi attività si faccia.
    I punto è che il rischio se lo deve assumere chi decidere di fare l’opera no terze persone che mettono i soldi senza poter decidere.
    Detto in poche parole con un esempio, io non voglio che un rapinatore rubi i miei avere e poi con una parte di quelli costruisca un parco giochi nel mio quartiere per i figli che forse avrò e per le attività che non potrò mai fare per via di problemi fisici.
    Per quanto riguarda la questione delle risorse io sono convinto da molto di una cosa, l’unica vera risorsa in possesso degli uomini è il tempo, non il lavoro che è solo il frutto nelle nostre azioni ne tempo, e tu stesso con l’ultima frase mi dai in qualche modo ragione(”minuto dopo la ricchezza potenziale che avrebbe potuto produrre, per quanto piccola essa fosse, non può più produrla”) ma qui penso (sempre opinione personale) che ci sia un altro problema, cioè, di fatto, attribuire in modo al tempo utilizzato per “lavorare” (anche qui sarebbe da definire in modo definire cosa si intende per lavoro , viso l’uso e l’abuso quotidiano di tale parola) un valore maggiore di quello utilizzato per “non lavorare” (eventualmente anche a “fare assolutamente niente se non oziare”) e ritenere questo un valore universale.
    Non mi dispiacerebbe leggere il pensiero del maestro Leonardo sulla questione.
    Distinti Saluti

  5. 5

    Vincenzo Says

    “Tornando alle grandi opere va ricordato che c’è rischio in qualsiasi attività si faccia.
    I punto è che il rischio se lo deve assumere chi decidere di fare l’opera no terze persone che mettono i soldi senza poter decidere.”

    Il vero problema nella gestione della cosa pubblica è infatti il meccanismo decisionale e di responsabilizzazione.
    Già basterebbe che facessimo come in Svizzera.
    Tra l’altro per evitare di rincorrere utopie che, allo stato dei fatti sono irrealizzabili, una proposta concreta per migliorare la gestione delle aziende pubbliche (sanità, municipalizzate varie) è quella di sottrarre la nomina dei dirigenti alla politica. La politica si dovrebbe solo occupare di definire i requisiti di competenza minimi per accedere a certi ruoli. Dopodiché si sorteggia tra tutti coloro che presentano domanda.

  6. 6

    Christian Says

    Io credo, purtroppo, sia più irrealizzabile sottrarre alla politica il controllo delle aziende pubbliche (sia per via diretta, con le nomine, sia in via indiretta con regolamenti, norme ecc..).
    I sorteggio sarebbe inefficiente ed i requisiti minimi sarebbero comunque decisi in modo arbitrario.
    La responsabilizzazione avviene solo in un modo: quando si rischia il proprio capitale.

    Distinti saluti

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