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Spreadocrazia (Magari!)

July 23rd, 2012 by Leonardo

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di Leonardo, IHC

 

L’attenzione di tutti è sullo “spread”, inteso come differenza tra il rendimento di un titolo del debito pubblico decennale rispetto all’omologo tedesco Bund, che sembra poter riassumere qualsiasi giudizio sull’andamento di un’economia e farci stilare classifiche di merito o addirittura calcolare di quante volte gli “spagnoli” siano peggio degli “italiani”, e quanti “francesi” ci vogliano per fare un “italiano”. Qualsiasi fatto o decisione viene valutato in base al riflesso sullo spread (buono se scende, cattivo se sale); è nata la spreadocrazia.

Questa specie di trionfo dell’utilità cardinale in realtà si porta dietro alcune pecche, come già detto tempo addietro. Da molti è vista di malo occhio perché, come questi dicono, “non si può permettere che tutto venga ridotto a finanza”. Rispondo io: “magari!”.

 

Perché preoccupa lo spread? Perché preoccupa in generale il debito pubblico, e il debito pubblico si alimenta anche degli interessi maturati sullo stesso (non compensati da maggiori entrate fiscali o da riduzioni di altre spese). È una questione di finanza pubblica, cioè di (mancato) coordinamento tra entrate e uscite pubbliche, da cui discende la necessità per lo Stato di indebitarsi sul mercato, che a sua volta concede prestiti solo in cambio di interessi (contro questo deplorevole malcostume del tasso di interesse concedo a tutti il diritto di indignarsi, confidando che avrete già tutti rinunciato per scritto agli interessi su conti correnti, depositi vincolati e libretti postali, alle cedole di titoli pubblici o altre obbligazioni, nonché a sconti per un pagamento in contanti invece che a rate…). Perché dobbiamo ridurre il dibattito a una questione di finanza? Forse perché stiamo parlando semplicemente di finanza, e cioè di come il debitore Stato può pagare i propri debiti.

Appunto per questo ricordo che ragionare di solo spread invece che di tasso pieno è di per sé un errore. Il debitore Stato non paga ai suoi creditori lo spread, bensì tutto il tasso; è questo che esce dalle casse statali, è questo che entra nel bilancio e fa fuori l’eventuale saldo primario (entità contabile anch’essa non troppo significativa, essendo data da entrate meno spese escluse le spese per interessi, come se non fossero anch’esse spese). Lo spread ci dice solo quanto di più il nostro Stato paga rispetto allo Stato tedesco, ma non appare da nessuna parte nel bilancio: uno spread del 5% contro un rendimento del Bund all’1% è meglio di uno spread al 4,5% con un Bund al 2% perché significa pagare al mercato nel primo caso il 6% e nel secondo il 6,5%, e sono i tassi interi che appariranno sul bilancio e avranno senso per eventualmente rivedere spesa pubblica o tasse.

Il problema di quanti interessi finiscono in bilancio è un problema finanziario, e il problema se lo Stato possa pagare debito e interessi è un problema finanziario. Ottime ragioni perché il problema dello spread (o meglio dei tassi) venga affrontato in una ottica finanziaria.

 

Fingendo che sia equivalente – come lo è nelle normali chiacchiere – parlare di tasso o di spread, e vista l’enfasi con cui le rilevazioni dello stesso rincorrono i fatti dell’economia e della politica, possiamo dire di essere ormai entrati nell’era della spreadocrazia, dove tutto ha valore solo nell’ottica sciagurata dello spread?Molti temono di sì, io dico di no ma lo auspicherei.

Dal lato dei Governi, tutto sommato forse solo la Spagna ha preso sul serio l’ingresso in questa nuova era (vorrei vedere: hanno cominciato a scoppiare come canotti Regioni e Province!), prospettando una austerity veramente pesante come sacrificio sull’altare del dio finanziario. In Italia lo spread non ha un peso crescente quanto più e alto, ma lo assume tutto insieme solo superata la soglia che rende inevitabile il fallimento (l’ingresso nella defaultocrazia), permettendo così che nel frattempo si filosofeggi buttandola in retorica ed ermeneutica, si svii con termini come “merito” e “crescita”, e ci si balocchi con una austerity infima oltre che falsa; insomma, qui la spreadocrazia fa la fine della meritocrazia.

Dal lato del popolo mi sa che le differenze tra spagnoli e italiani si annullino, visto che nessuno ne vuol sapere di cedere le proprie istanze da percettori di spesa pubblica alla “dittatura dello spread”: se lo Stato non ce la fa – e lo spread sale – lo paghi qualcun altro non certo io.

 

Un tempo – era il 1998 e si stava impiantando la BCE – non si parlava di spread ma di responsabilità fiscale, di fine degli aiuti delle Banche Centrali ai Governi e conseguente inflazione che nascosta drena risorse dal popolo verso gli enti statali, e di disciplina imposta o dal buon senso o dai mercati. Il rialzo dei tassi – oggi diremmo l’ampliamento dello spread – era segnale e minaccia a Governi e Parlamenti per il loro cattivo lavoro, per la loro incapacità o poca volontà di spendere in modo produttivo sia le imposte percepite che i prestiti concessi dal mercato (composto anche da noi tutti piccoli sottoscrittori di BOT BTP e, per via intermedia, buoni postali). Il mercato avrebbe dovuto punire il debitore irresponsabile (così come il cattivo pagatore privato deve fronteggiare la sfiducia di tutto il sistema bancario e imprenditoriale), e lo Stato così avvertito sarebbe stato costretto a gestire al meglio le proprie risorse (minimizzando la spesa e massimizzando la produttività del proprio apparato). La presenza di una BCE “dura”, anzi “tedesca”, con una sola moneta, avrebbe reso impossibile nascondersi dietro manipolazioni (svalutazioni) delle singole monete. Il disegno così “duro” del sistema forniva prospettive di credibilità dell’impegno fiscale, e per questo l’Italia ha fatto quanto possibile per entrarci.

La spreadocrazia non sarebbe niente di diverso: il segnale dei tassi – mediato dallo spread che parla di inaffidabilità relativa invece che assoluta – è la conseguenza di una cattiva gestione statale, ed è quindi stimolo per lo Stato a ritornare sulle proprie decisioni. Così forzati, gli Stati dovranno per forza riorganizzarsi, e prima lo faranno e minori saranno i costi da sopportare, fino a recuperare la distanza rispetto alle migliori gestioni. Nel continuo, questo meccanismo avrebbe prevenuto molti problemi… se fosse stato applicato.

In realtà la BCE non è stata così “tedesca” (anche per la confusione comune tra il concetto di inflazione monetaria e inflazione dei prezzi), anzi è stata alquanto “americana”, ed è venuta meno quella tensione disciplinare o paura dei mercati che già da tempo avrebbe dovuto sortire effetti sulle politiche nazionali. Probabilmente, nonostante tutta l’impalcatura dei Trattati, i vari Governi sapevano bene che nessuno avrebbe lasciato che si instaurasse una vera disciplina del mercato, così come attualmente si è capito che alla fin fine non si lascerà instaurarsi una vera spreadocrazia; il conseguente lasco agire ha creato un popolo che dei presupposti e della necessità di una spreadocrazia non vuol semplicemente sentir una parola. In un certo senso il popolo ha qualche ragione: se il problema era ben conosciuto da tempo, perché tirarlo fuori tutti insieme e farlo pagare “a noi”? Le ragioni si perdono quando ci si rende conto che tra i “noi” la maggior parte ha goduto proprio dell’aver ignorato fino a oggi gli avvertimenti del mercato, ma anche questo si vuol semplicemente ignorare preferendo un generico “noi contro loro” (dove “loro” sono i banchieri, i politici, i tedeschi, gli speculatori… dipende dal momento).

 

Mettere mano a € 4 miliardi di spesa pubblica (0,2% del debito) per compensare una maggior IVA (richiesta dai maggiori interessi e minor gettito fiscale) e pagare gli “esodi” (cioè maggiori pensioni a criteri di favore) chiamandola spending review è la prova che la spreadocrazia proprio non sta facendo presa.

Il popolo non riesce proprio a interiorizzare il problema delle finanze pubbliche, non ha dovuto farlo in 150 anni di storia repubblicana, figuriamoci ora (e con gli esempi di Greci e Spagnoli in protesta continua per le strade). Se i dipendenti pubblici venissero pagati direttamente con titoli del debito pubblico (come detto qui), che si deprezzano al crescere dello spread (anzi, dei rendimenti di mercato), il popolo comincerebbe a capire quanto sarebbe importante aderire alla spreadocrazia.

Ma per ora è solo un argomento di chiacchiere, non un fattore di politica fiscale. Temo che l’orecchio italico sia sensibile solo – e forse – alla defaultocrazia; ma ormai sarà tardi.

 


2 Responses to “Spreadocrazia (Magari!)”

  1. 1

    andrea Says

    Se è un problema di solvibilità invece che di liquidità, allora lo spread che sale significa sfiducia nelle capacità di rimborso del debito pubblico. Una eventuale tassa patrimoniale molto allargata e pesante varrebbe probabilmente una volta sola perché toccherebbe il risparmio privato, ma dimostrerebbe anche l’impossibilità di creare nuova ricchezza in un paese ingessato come il nostro.

  2. 2

    stoivesan Says

    Mi trovi in sintonia perfetta con quanto hai scritto…

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